Il Guardiano della Soglia

“I discepoli di una Scuola iniziatica che cercano di accedere al mondo spirituale senza essersi preparati attraverso un lavoro preliminare, si troveranno un giorno senza difese dinanzi a quell’essere terribile chiamato il Guardiano della Soglia. In realtà, il Guardiano della Soglia non è esterno ad essi. Lo si trova in tutti gli esseri umani ed è formato dall’accumulo di ogni loro tendenza inferiore: bramosia, sensualità, aggressività, ecc., e sbarra loro il cammino, non li lascia entrare in quelle regioni dove essi non hanno ancora il diritto di accedere. Un giorno, ciascuno dovrà incontrare il Guardiano della Soglia e affrontarlo. Questo essere si trova nella nona sefirah, Iesod. Con il suo aspetto spaventoso, minaccia l’adepto presuntuoso che cerca di avventurarsi in regioni in cui si può entrare solo dopo aver lavorato sulla purezza, il dominio di sé e la forza d’animo. Riesce a vincere il Guardiano della Soglia soltanto il discepolo che, armato di conoscenze, è riuscito a dominare i propri istinti inferiori. Basta uno sguardo: «Vattene!», e quello scompare liberando il cammino verso le altezze.”

(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

L’archetipo del Viandante: Dioniso – Orfeo

di Francesca Piombo

“Io sono un viaggiatore e un navigatore
e ogni giorno scopro una regione nuova nella mia anima.”
Kahlil Gibran

Nell’Archetipo junghiano del “Viandante” si potrebbero trovare alcune tematiche psicologiche che lo avvicinano ai modelli divini della mitologia greca, collegati a Dioniso e al suo sacerdote Orfeo.

Sia l’archetipo psicologico infatti che quelli mitologici simboleggiano la tensione innata che spinge l’individuo ad ampliare i propri orizzonti, a spaziare su più piani della conoscenza, in un territorio di confine, di rottura e messa in discussione di tutto ciò che è convenzionalmente accettato dalla mentalità collettiva, perché l’unico modo che possa assicurare l’espressione di se stesso e della totalità della sua natura.

Un archetipo che ritroviamo espresso nella figura dell’Ulisse omerico che, pur avendo dentro di sé la volontà cosciente e determinata di ritornare a casa, ad Itaca, dove lo attendono la sua sposa e la sua gente, esprime quella dimensione mitica altrettanto potente che spinge l’individuo a non fermarsi, a continuare il viaggio, perché sa che solo attraverso il movimento e la scoperta di nuovi mondi può colmare gli interrogativi ed i dubbi su quanto di nuovo e sconosciuto ci sia da illuminare del suo complesso mondo interiore.

E’ per questo che l’archetipo del “Viandante” è anche una costante quasi fissa dell’individuo lacerato tra la scelta di una vita convenzionale ed inquadrata secondo gli schemi tradizionali, familiari e sociali più consolidati, che lo spinge ad obbedire a regole collettive per sentirsi integrato e soprattutto accettato dal mondo “normale” e l’imprescindibile spinta ad essere se stesso, ad esprimere la propria autenticità, nonostante il rischio di incontrare sulla via l’emarginazione, la solitudine e il fallimento.

Un archetipo spesso vissuto dall’individuo con sofferenza ed inquietudine per l’inevitabile lacerazione che si crea tra il forte bisogno di normalità che fa sentire integrati ed il riconoscimento di trovarsi spesso calato in una condizione esistenziale di estraneità totale, in cui nulla sembra allinearsi a quanto gli schemi convenzionali e collettivi spingono a realizzare, che essi siano riferiti alla vita familiare, a quella sentimentale o alla propria realizzazione professionale.

Un conflitto interiore che potremmo ritrovare ben espresso nel progetto astrologico dei Segni mobili, dove il bisogno di normalità e di regola della Vergine, l’amore per lo scambio intellettivo dei Gemelli e la spinta alla ricerca che è viva nel Sagittario possono trovare una sintesi nel sentimento di compassione e condivisione universale a cui tende il dodicesimo ed ultimo segno zodiacale, i Pesci, in cui si compie l’intero viaggio astrologico.

Scrive C. S. Pearson in “L’eroe dentro di noi:” “… l’identità del Viandante è quella dell’outsider; nella vita spirituale egli può dover affrontare il dubbio. Spesso infatti gli è stato insegnato che Dio ricompensa una certa obbedienza alle regole e ad un certo comportamento morale tradizionale, che generalmente sono in contrasto con la sua psiche, che si evolve sperimentando.”

Solo attraverso l’esperienza personale infatti, lui avrà la possibilità di confermare i principi ed i valori ereditati oppure metterli in discussione, aprendosi ad un nuovo modo di concepire l’esistenza, spesso totalmente diverso e sganciato dal pensiero comune, ma che impregna e rispecchia fino in fondo la sua essenza più vera.

Nei testi ermetici è presente il concetto per cui il viaggio, il viandante e la destinazione siano la stessa cosa, tanto è irresistibile la spinta alla ricerca che è racchiusa in quest’archetipo: il “Viandante” non può fermarsi, ma il viaggio non è importante per la meta che propone, quanto per l’esperienza che potrebbe offrire sulla via. Per chi si sia identificato in quest’archetipo, è l’ andare lo scopo del viaggio e non l’ arrivare; la meta non è fondamentale ed importante di per sè quanto ciò che si può sperimentare andando verso la meta, a tal punto che quando il viaggio è finito, anche la tensione energetica che sprigiona la ricerca si spegne.

Da qui il “moto perpetuo” che s’incontra nella persona che si sia identificata soprattutto in questa figura archetipica, un individuo che si serve del movimento all’esterno per poter gestire il movimento interno dei molti dubbi che affollano il suo cuore; proprio attraverso il contatto col mondo geografico e naturale che su di lui ha un richiamo irresistibile, il “Viandante” tranquillizza se stesso e mantiene il contatto col suo centro interiore; attraverso l’incontro con l’altro da sé e ciò che il viaggio geografico illumina della sua Totalità, avrà la possibilità di rileggere il suo passato, di analizzare le motivazioni delle sue scelte e, solo dopo questo confronto, potrà battersi senza cadere nel dubbio per la loro realizzazione, perché avrà definito anche le sue priorità e ciò che può dare un senso alla sua vita.

L’errare è quindi sinonimo del perdersi come l’unico presupposto per ritrovare se stessi, per individuare la vera meta che può appagare completamente, una destinazione psicologica specifica e non più scelta perchè gradita alla psicologia collettiva.
Scrive Aldo Carotenuto, psicologo junghiano, nel suo “Integrazione della personalità”: “Non c’è atto trasformativo senza la riesplorazione del passato nel tentativo di comprendere non solo il significato profondo di quanto è stato, ma soprattutto quanto del perduto dirige ancora il nostro andare”.

Dioniso, il dio del vino.

La spinta inconscia alla sfida e la ricerca di un territorio di frontiera in cui mettersi alla prova; la presa di distanza da un universo di valori che non può essere confermato se non dopo essere stato sottoposto al vaglio personale, si possono ritrovare anche nelle tematiche suggerite dal mito di Dioniso, il Bacco dei Latini, il “Viandante” e lo “Straniero” per eccellenza, dio del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione, così come della sfrenatezza e della liberazione; un archetipo anch’esso messo in relazione al desiderio di sconfinare in dimensioni più allargate della conoscenza che possano riempire quel senso di vuoto e d’inquietudine con cui l’uomo combatte da sempre e che è strettamente collegato alla sua condizione di creatura terrena, fallibile e in cerca di risposte.

Un modello che si colora degli eccessi del dio, simbolo dell’estasi amorosa ma anche della follia e dell’ossessione; della fusione e condivisione emotiva, ma anche del distacco e della fuga, istanze contrarie ed opposte che non sono altro che lo specchio del bisogno di mediare tra le molte tensioni ed i paradossi che tormentano l’animo umano quando sia costretto ad incontrarsi col regno dei contrari: il coraggio e la paura; la forza e la fragilità; la passione e l’indifferenza; la libertà e l’appartenenza, la norma e la trasgressione.

Secondo Jung, solo dall’incontro tra gli opposti psichici e dal tentativo di accordarli tra loro, può essere garantito il salto verso l’equilibrio ed il superamento delle polarità, proprio perché si saranno definiti i valori personali ma anche riconosciuti i limiti del proprio sentire e volere.

Il mito della nascita di Dioniso/Zagreo, il “nato due volte”, ha più versioni, di cui la più diffusa narra di come sua madre, la principessa Semele, dopo essere stata amata da Zeus ed ingannata dalla gelosa Era, fosse stata dal dio stesso incenerita perché impreparata a sopportare la vista della folgore divina. A quel punto Zeus, impietositosi e soprattutto per permettere al bambino che Semele aveva in grembo di nascere nonostante la fine della madre, lo aveva cucito all’interno della sua coscia, come se fosse un’incubatrice, consentendo così a Dioniso di venire alla luce, quando fosse giunto il tempo.

Una volta nato, il piccolo dio era stato allontanato per sfuggire alle ire di Era ed allevato sui monti dell’Arcadia da alcune ninfe, crescendo a contatto col centauro Sileno che gli aveva insegnato l’arte del vino, ma soprattutto era stato introdotto dalle ninfe alla sensibilità del mondo femminile, affinando il carattere e crescendo in un’atmosfera di grazia e sensibilità, a tal punto da essere definito da Euripide Gynnis “dalle forme di donna”.

Alla sensibilità e alla dolcezza tipicamente femminili, in Dioniso si affiancavano doti di grande virilità, forza vitale e coraggio, che ebbe modo di mostrare durante le molte campagne belliche che costellano il suo mito; infatti, una volta adulto, il dio aveva iniziato una vita errabonda, sempre alla ricerca di nuove avventure in cui cimentarsi come valente guerriero, costantemente contornato da Satiri e Baccanti, con i quali condivideva quegli eccessi che avrebbero poi caratterizzato l’ossatura del suo mito.

La tematica dei contrari.

I racconti che ce ne fanno gli storici infatti riportano episodi in cui lui sfidava costantemente l’ordine costituito per portare un impulso vitale e istintivo lì dove vigevano regole rigide e precostituite, dove imperava un allineamento a valori e consuetudini patriarcali che il modus vivendi del dio minava alla base, istillando smanie di trasgressione lì dove l’ordine costituito si stava facendo asfissiante.

Uno scontro tra il vecchio e il nuovo che troviamo ben espresso dagli archetipi astrologici di Saturno e Urano, pianeti messi in relazione al bisogno dell’animo umano di rendere stabile e strutturata la vita ed il contemporaneo bisogno d’innovazione, di aria nuova da apportare lì dove c’è il rischio che la struttura diventi sovra-struttura e blocchi il flusso vitale.

Un rischio che l’archetipo del “Viandante” risolve grazie alla spinta innata verso la conoscenza, verso l’ampliamento dei propri orizzonti e che diventa ossessiva e senza freni nell’archetipo dionisiaco.

Dioniso è il “dio dell’ossessione”, della spinta ad immergersi senza paura in ogni esperienza di vita che, tanto più è estrema, quanto più è ricercata. Dioniso è il simbolo dell’estasi più rapita e dell’euforia più irragionevole che si fanno spasimo e disperazione nell’attimo in cui s’incontrano tra loro le opposte tensioni della psiche, le polarità dell’animo umano, il cui superamento permette all’energia psichica che si sprigiona grazie al contatto tra i contrari, di “andare oltre” per giungere ad una nuova sintesi, uno stadio dell’essere totalmente trasformato e rigenerato.

Dioniso è il “nato due volte” , un dio che nasce e contemporaneamente muore per rinascere ancora; ogni fase del suo mito, a cominciare dalla nascita che lo vuole figlio di un dio e di una mortale, mette l’accento sulla necessità di conciliare l’umano col divino, il maschile col femminile, il materiale con lo spirituale fino ad arrivare alla possibilità di non escludere nessuno dei due poli ma, attraverso la loro visualizzazione, ricomporli in una sintesi nuova.

La stessa pratica del vino, simbolo dionisiaco per eccellenza, rientra in questa tematica di ricerca di quel “non luogo” psichico dove è possibile tentare questa ricomposizione.
E’ per questo che il vino nel mito dionisiaco assume un valore religioso, dal latino “re-ligere” e cioè riunire gli impulsi contrari e troppo a lungo repressi senza temerli, con lo scopo di poter trovare un giusto mezzo tra di loro; il “metaxu” greco, il “bardo” tibetano, l’ “in der mitte” junghiano simboleggiano un “non luogo” trascendentale, che possa permettere il superamento di ciò che è stato visualizzato e, solo dopo questo atto di riconoscimento ed accettazione, superato.

Per lo stesso motivo è legato al dio anche il tema dell’apparizione e sparizione improvvise, quando al culmine dell’estasi più rapita spariva tra le acque del mare, occultandosi agli occhi di tutti; una tematica ben rintracciabile nell’individuo in cui sia vivo questo modello divino di esprimere sia la profonda sensibilità e capacità di sintonizzarsi su dimensioni estatiche dell’esperienza, sia la volontà di distanziarsene per l’incapacità di sostenere la potenza ma anche la continuità di queste emozioni che chiedono tempo per essere visualizzate senza che diventino distruttive, con la conseguenza di rifugiarsi spesso in un mondo tanto irreale quanto indispensabile per potersi incontrare con quella che Aldo Carotenuto definisce “sospensione del tempo dell’esperienza interiore”.

Questo bisogno di estraniarsi, di spostare l’attenzione verso dimensioni “altre” che permettano di prendere fiato dopo che ci sia incontrati con bisogni polari e contraddittori della propria natura, potrebbe essere la motivazione inconscia anche dell’archetipo del “Viandante” quando spinge l’individuo a spostarsi da un confine all’altro della terra, alla ricerca di un’esperienza che possa dare significato alla sua vita e finalmente definire le motivazioni del suo stesso esistere.

“Ri-membrare”.

E’ per questo che i due archetipi sono presenti nell’individuo che pur sognando di raggiungere la completezza e l’interezza, tanto quanto desidera la regola e la normalità, si trova spesso a contatto con esperienze di frammentazione, di “smembramento”, perché solo dopo aver “conosciuto Dioniso” e l’altro da sè, avrà anche compreso quello che lo può veramente appagare e rendere soddisfatto, quanto sarà disposto a fare per ottenerlo e quanto invece dovrà lasciare andare perché non più in linea con la Totalità rivelata.

Questo fa di Dioniso anche l’archetipo della liberazione della parte istintuale dell’uomo, quella che non obbedisce più solo alla ragionevolezza e al Logos, così cari all’archetipo “Apollo”, ma anche alla volontà di esprimere i moti più autentici della sua anima, compresi gli eccessi emotivi, perché solo dopo questo atto di riconoscimento della parte arcaica e ctonia della propria natura, l’individuo può prenderne coscienza e padroneggiarne i lati più oscuri.

Una ricomposizione che può essere dolorosa come uno smembramento, come un “essere in croce”, assimilabile alla simbologia della 12 carta degli Arcani Maggiori, l’Appeso, che raffigura un processo benefico di purificazione, di rottura con quanto giudicato perfetto solo perché inquadrato in un’ottica condivisa.

L’Appeso è a testa in giù e da lì osserva il mondo, rivoluzionando totalmente il suo modo di guardare alle cose; acquista quindi una nuova visione d’insieme che gli consente anche di non ridurre se stesso all’unica identificazione che si è concesso, ma di aprirsi a dimensioni inesplorate legate al suo inconscio, attraverso l’intuizione e una nuova visione; solo così potrà ribaltare i suoi schemi mentali che lo imprigionano in un falso sè ed aprirsi anche ad un modo tutto nuovo d’interpretare se stesso.

Negli Atti di Filippo, il Cristo parla così: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel Regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”

Il tema dello “smembramento”, così diffuso nella mitologia dei popoli antichi, dal mito egizio di Osiride fino a quello cristiano, è in stretta analogia non solo all’incontro tra gli opposti psichici, ma anche alla necessità di spezzettare la propria identità per analizzarla fin nel profondo e riappropriarsi dell’energia di quelle parti che sono state negate e che giace inutilizzata sul fondo dell’inconscio.

Scrive J. S. Bolen nel suo “Gli dei dentro l’uomo”: “Il processo di ricerca è sempre una discesa graduale alla scoperta di sentimenti sepolti, alla scoperta del proprio mondo interiore, dove è possibile riprendere in mano il filo della propria storia. L’uomo scopre così che chiunque abbia sepolto o espulso dalla sua coscienza e lasciato dietro sé nel passato (il bambino che era, i genitori come figure di dimensioni sovraumane, persone che un tempo amava o temeva) è ancora vivo dentro di lui; qualunque cosa sia stata sepolta, esiste ancora nel mondo interiore. Qualsiasi cosa sia stata smembrata, è stata come “sepolta viva” e quando la si scopre, è lì, intatta come allora”.

Per questo la tematica potrebbe trovare un ulteriore passaggio nel mito greco di Procuste, il leggendario personaggio che sostava davanti alle porte di Atene ed obbligava chi volesse entrare nella città divina, simbolo degli ideali collettivi da seguire, a stendersi sul suo letto per testare se fosse degno o meno di entrare tra coloro che erano considerati gli eletti della comunità ateniese.

Procuste ne misurava la lunghezza, allungando le membra se risultavano corte ed accorciandole senza pietà se superavano le dimensioni del magico letto.

E’ il chiaro riferimento al fatto che per sentirsi adeguato alle richieste del collettivo di una società ideale, giudicata perfetta ed uniformata a certe convenzioni, l’individuo potrà essere costretto a rinunciare a molto della propria autenticità ed energia vitale e a modellarsi su quelli che sono le pressioni del pensiero collettivo. Qualsiasi cosa della propria essenza appaia inaccettabile agli occhi degli altri o troppo diversa o avulsa dai modi di comportamento scelti dalla massa che fanno sentire “normali”, verrà sacrificata sul letto di Procuste, per non passare attraverso la vergogna, il rifiuto e l’emarginazione.

Nelle donne, questa “mutilazione” potrebbe riguardare la non accettazione della propria femminilità che verrà vista come un peso, una limitazione all’espressione di sé o quanto meno un impedimento a raggiungere quei riconoscimenti che sono riservati da sempre al mondo maschile e negli uomini potrebbe comportare la non accettazione della propria sensibilità, del proprio mondo emotivo, sempre visto con sospetto e diffidenza perché è pensiero comune che le emozioni e l’espressione dei sentimenti non siano appropriati alla natura razionale e controllata dell’uomo.

Ma che sia stato proprio Teseo, eroe dell’Attica, a sconfiggere Procuste, infliggendogli la stessa pena a cui lui sottoponeva gli sventurati che volevano entrare ad Atene, è il simbolo della difesa coraggiosa e sicura dei valori personali che l’individuo non avrà timore di fare, una volta che li abbia riconosciuti, ma solo perché ha anche ri-conosciuto tutto di sé.

In fondo, quello che si leggeva scritto sul tempio di Apollo a Delfi (γνῶθι σεαυτόν gnosi se auton, conosci te stesso) lo ritroviamo in maniera inequivocabile in molte delle discipline orientali, ma a mio avviso, con una differenza sostanziale: non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Solo a quel punto si può partecipare della totalità dell’universo e dei suoi imperscrutabili fini, senza giudicarli ma semplicemente accettandoli, così come si è accettata l’interezza di se stessi.

Leggiamo ancora Carotenuto: “Bisogna comprendere l’importanza di questo processo di autoconoscenza, il quale procede seguendo un percorso, per così dire, a spirale. Esso non è mai un dipanarsi lineare di sola ascesa, ma un procedere vario che comporta anche l’arresto o la retrocessione, il ritorno ai luoghi delle origini della propria “archè”, quel “da dove” che spiega e chiarifica il nostro “andare verso”.

Dioniso, il liberatore.

Il tema dello smembramento è parte sostanziale del mito di Dioniso/Zagreo.

Tra le molte versioni collegate alla sua nascita, in quella che vede Zeus affidarlo ai Cureti per sottrarlo alle ire della moglie, si racconta come da bambino fu attirato dai Titani, istigati da Era, che per punirlo di aver rubato loro uno specchio, lo fecero a pezzi, pronti a cibarsene, fin quando Atena interruppe lo scempio e, preso il cuore di Zagreo, lo rinchiuse in una teca, regalandogli l’immortalità. Le sue ossa furono raccolte e sepolte nel tempio di Apollo a Delfi, mentre sui Titani infierì la folgore di Zeus fino a quando non ne furono inceneriti.

L’epiteto del dio il nato due volte mette sicuramente l’accento sul cammino psicologico obbligato di frammentazione che dovrà affrontare l’individuo per arrivare all’Unità, passando da uno stato cosciente a quello inconscio dell’essere, dall’Uno al Molteplice per poi ritornare all’Uno e quindi permettere all’Io di ricongiungersi al Sé, obiettivo finale del percorso d’individuazione junghiano.

Un traguardo che potremmo definire mistico, dove non c’è più separazione ma comunione tra conscio e inconscio, tra maschile e femminile, tra materia e spirito, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori, tra macrocosmo e microcosmo, tra Creatore e creatura, quello che Jung definiva “il farsi totale dell’uomo psichico”.

Attraverso l’incontro con Dioniso, si può conoscere la Verità su di sé, si può rientrare in contatto con la propria autenticità e, proprio per questo, unicità. Non a caso, il dio veniva anche venerato come “il dio della Verità” tanto che, nella maggior parte delle raffigurazioni dell’iconografia vascolare greca, il suo viso era frontale, come a voler significare che solo dopo essere passato attraverso il contatto con gli opposti psichici, l’individuo potrà risolvere anche le sue ambivalenze e finalmente scegliere con coraggio, prendendosi anche la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

D’altra parte, se si va alle origini del mito, Apollo e Dioniso non erano divinità contrapposte tra di loro ma complementari; erano infatti venerati come dei fondamentali da accogliere ed onorare, perché entrambi archetipi indispensabili all’uomo per raggiungere l’equilibrio interiore.

Apollo, dio del Sole e simbolo del pensiero lineare, insegnava il distacco dalle passioni e la tensione alla chiarezza mentale; Dioniso, emotivo e carnale insegnava il contatto col corpo, con l’impulso e l’istinto più vitale: due dimensioni che per gli antichi greci non potevano prescindere l’una dall’altra, tanto che la tomba di Dioniso si trovava nel santuario dedicato ad Apollo a Delfi, dove entrambi gli dei erano venerati con pari dignità, il primo durante i mesi invernali e il secondo per il resto dell’anno.

In quest’ottica, non stupisce che anche il tema dei due grandi opposti vita/morte sia strettamente unito al mito dionisiaco.

Il dio infatti, in alcune fonti, era anche adorato come Signore dell’Oltretomba, a tal punto che veniva identificato con Ade stesso, tanto che non c’era alcuna distinzione tra le due divinità.

A lui era consentito scendere nell’Oltretomba, sparendo attraverso le acque del mare e agli Inferi era sceso per andare a cercare la madre Semele, secondo una simbologia che vede l’individuo costretto a continue immersioni nelle acque dell’inconscio alla ricerca della sua anima, delle proprie profondità emotive non sviluppate, che aspettano solo di essere liberate in una forma creativa.

Così come l’epiteto “dio dalla doppia porta” può simboleggiare la capacità di far passare la psiche dalla porta della coscienza a quella dell’inconscio, per ritornare poi a quella della coscienza in una forma totalmente rigenerata e sanata.

E’ per questo che il mito dionisiaco non è solo collegato alla follia e all’ossessione, alla morte e alla disperazione, ma anche alla salvezza e alla liberazione.

Dioniso è il grande liberatore. Dalla prigionia degli Inferi infatti aveva liberato la madre Semele, che fu poi accolta tra gli dei dell’Olimpo e a lui si deve anche il gesto umano di aver salvato Arianna, la figlia di Minosse che, dopo essere stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, era stata riportata dal dio alla gioia di una nuova vita.

Dioniso è il simbolo della prova iniziatica a cui tende la psiche di chi voglia rinascere, ma una rinascita è possibile solo dopo che ci sia stata la fine di tutto quanto non è più in linea con la propria Verità.

Orfeo, musicista e poeta.

Queste tematiche mitiche che vedono in Dioniso un dio di frontiera, straniero, viandante, guerriero e in contatto con le forze della natura, che potrebbero trovare un riscontro astrologico nelle simbologie dell’Asse 3/9, nel binomio Marte/Nettuno, Marte in Sagittario, Marte in Pesci o Marte nel nono e dodicesimo settore dell’oroscopo, sono presenti e pienamente riconfermate anche dal mito di Orfeo, sacerdote di Dioniso e figlio di Apollo, nato dall’esigenza del Greci dell’età classica di dare un volto alla necessità di trovare un “ponte” tra le due divinità, ma anche al principio di distacco e ragionevolezza che esprimeva il dio Apollo.

Innanzitutto, ritroviamo Orfeo nel “Viaggio degli Argonauti” per la conquista del “Vello d’Oro”, anche lui come il “Viandante” alle prese con esperienze tirate al limite del possibile e in quel territorio di confine dove vengano testate le capacità dell’umano potere.

Ma Orfeo non è solo straniero in quanto proveniente dalla Tracia come Dioniso, non è solo viandante e guerriero, ma è soprattutto un artista e un musicista; in qualità di cantore e poeta, nei suoi viaggi incantava chiunque si incontrasse con la sua musica sublime, una musica che guariva, che permetteva uno stato conclusivo di catarsi che riconciliava la testa col cuore, ma anche gli impulsi più sfrenati col bisogno di spiritualità.
Il padre Apollo infatti, gli aveva donato la lira con cui lui deliziava se stesso e tutta la natura, che risultava come risanata dal suo benefico canto.

E’ quindi una figura dionisiaca perché simbolo della rigenerazione che può derivare dal contatto con la natura e con l’impulso vitale, ma anche apollinea perché in grado di controllare le forze naturali e selvagge attraverso il potere terapeutico del canto e della musica.

E nella letteratura greca del VI e del V sec. a.C., così come ci riporta Mircea Eliade, si trovano rimandi ed allusioni a questo personaggio mitico le cui proprietà ricordano la figura dello sciamano che, attraverso una condizione d’estasi andava oltre la razionalità, oltre il mondo del pensiero analitico ed entrava in contatto con forze e presenze ignote, con energie più profonde, intuizioni, visioni, proprie più del mondo femminile che di quello maschile, che gli permettevano di attuare un’opera di mediazione tra il maschile ed il femminile, tra la razionalità e l’impulso, tra la logica e l’intuizione, tra il materiale e lo spirituale.

Ma così come Dioniso, anche Orfeo dovrà passare attraverso uno smembramento, perché il passaggio più forte e conclusivo del suo mito è strettamente collegato ad una trasgressione, al rifiuto che lui oppose ad un ordine divino, di cui pagò il prezzo con la sua tragica fine.

Perdutamente innamorato della ninfa Euridice, lui sperimenterà quasi contemporaneamente il pieno e il vuoto che fanno parte dell’archetipo dionisiaco perché dal momento di massima gioia che proverà nell’unirsi alla sposa coronando il suo sogno d’amore, precipiterà nella disperazione più cupa quando, subito dopo le nozze, Euridice morirà per il morso di uno serpente e verrà portata all’Ade.

Il pianto di Orfeo sarà talmente struggente e dolce ed inconsolabile che tutta la natura sembrerà piangere con lui, a tal punto che si impietosirà lo stesso Ade, che gli concederà di scendere nell’oltretomba per ricondurre Euridice alla luce.

Ma Ade lo avvertirà: una volta trovata la sposa, Orfeo dovrà procedere sulla strada del ritorno senza mai voltarsi, pena la perdita definitiva dell’amata.

Ma Orfeo non ubbidirà e si volterà e perderà la prova, perché non riuscirà a fidarsi dell’insindacabile ordine divino.

Quasi prossimo all’uscita, mentre dimentica in un attimo le parole di Ade e si affretta quasi correndo per guadagnare terreno, non sentendo più i passi dell’amata che sapeva dietro di lui, Orfeo si volta perché vuole accertarsi che lei lo stia seguendo, che sia ancora lì, che non sia svanita.

Orfeo vuole ascoltare la sua voce che lo tranquillizza e lo rassicura; vuole guardarla con i suoi occhi ed essere certo che lei lo segua; vuole inebriarsi del suo profumo, che conserva nel suo cuore; vuole toccare la sua mano perché sente che, solo stringendola con le sue dita, lui potrà sottrarla alla morte e all’abbraccio di Ade.

Il voltarsi di Orfeo ed il contemporaneo dissolversi della figura di Euridice rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo come l’archetipo dell’impossibilità di raggiungere un obiettivo materiale, perché non si ci si sarà aperti anche all’imponderabile che impregna ogni respiro dell’esperienza umana.

E’ quindi la sfiducia di Orfeo che condanna Euridice all’Ade; è la sua presunzione ed incapacità di affidarsi alla vita. Orfeo si fida solo di se stesso e di quello che rimandano i sensi; solo quello che si vede, che si ode, che si gusta, che si odora e che si tocca vuol dire che c’è… tutto il resto non esiste. Solo quello che organizza la mente razionale può essere degno di fiducia perché al di sopra di tutto c’è l’illusione e la presunzione di potersi fidare solo di ciò che è noto e che si può controllare con la volontà, col sapere o col potere personale.

Orfeo è l’archetipo dell’individuo che non riconosce la necessità di lasciarsi guidare da un qualcosa che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo; solo lui sa come condurre al meglio l’impresa, più di quanto qualsiasi altro essere umano potrebbe fare, o qualsiasi altro dio; in fondo lui crede solo in se stesso e non in un disegno superiore, quello che potrebbe regolare la vita dell’uomo sulla terra e al quale lui collabora pienamente col libero arbitrio della scelta, ma che potrebbe essere inquadrato in un progetto più ampio di ricongiunzione col Divino, che a lui non è dato capire ma semplicemente assecondare, accettandone il mistero.

Orfeo, l’unico ad essere sceso all’Ade per amore; lui che era riuscito ad insegnare attraverso la musica come integrare la mente col cuore, la passione col distacco, il tempo con l’eternità; lui che aveva insegnato “la competenza dei sentimenti”, da affiancare a quella della ragione per non sminuire le umane potenzialità, non saprà rinunciare all’illusione di potenza ed il prezzo che lui pagherà sarà altissimo: perderà Euridice e morirà dilaniato dalle Menadi che, offese dalla sua fedeltà al ricordo della sposa, lo faranno a pezzi e lo getteranno nel fiume Ebro.
Ma la sua testa, che cadrà sulla lira, continuerà a cantare Euridice galleggiando fino all’isola di Lesbo, dove verrà raccolta dalla pietà delle Muse e sepolta nel santuario di Dioniso, mentre Apollo decreterà l’immortalità della sua lira ponendola tra le Costellazioni.

Non a caso la Bilancia è il segno zodiacale che decreta il passaggio dalle Case astrologiche sotto l’orizzonte a quelle superiori, realizzato solo dopo che, nel Segno di mezzo della Vergine in cui vengono ridimensionati i deliri dell’Io, si siano ricomposti gli opposti psichici che trascinano l’uomo verso spinte polari, ma solo perché lui metta ordine dentro di sé per obbedire alla tensione innata verso lo spirituale, verso il mettersi al servizio di un ideale superiore, simboleggiato dalle Case zodiacali sopra l’orizzonte, fino alla meta finale del Segno dei Pesci, Segno di Nettuno, simbolo della pietas e dell’Amore Universale.

I tre archetipi potrebbero insegnare che solo la conoscenza completa e l’accettazione della propria interezza possono permettere all’individuo la nascita dell’ homo novus che è silente dentro di lui, un individuo redento, sanato e purificato e che può finalmente contattare il suo fuoco creativo, la scintilla che gli ha donato la Grazia divina e che aspetta soltanto di essere accesa.

Bibliografia:

Jung C.G., Riflessioni sull’essenza della psiche, “Opere”, volume 8, Bollati Boringhieri, 1976
Pearson C.S., L’eroe dentro di noi, Sei archetipi della nostra vita, Astrolabio Ubaldini, 1990
Bolen J.S., Gli dei dentro l’uomo, Astrolabio Ubaldini, 1994
Otto W.F., Dioniso, Il Nuovo Melangolo, 2006
Eliade M., Dioniso o le beatitudini ritrovate, Arianna editrice, 2009
Eliade M., Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974
Carotenuto A., Integrazione della personalità, Bompiani, 2007
Fassio Lidia: Nettuno, i Pesci e la dodicesima Casa

Salmo dell’Anima naasseno

“Per la sua salvezza mandami, Padre.
In possesso dei sigilli io scenderò,
attraverso gli Eoni mi aprirò la via,
aprirò tutti i misteri,
renderò manifeste le forme degli dei,
i segreti della Via sacra,
conosciuti come Conoscenza,
io trasmetterò.”

(Salmo dell’Anima, naasseno)

Ora sei come me!

“Bevila tutta… Ora sei come me“. (Jacob, LOST)

Non mi stancherò mai di soffermarmi su tutte le perle di Lost… da far venire le lacrime agli occhi. Come si fa a non piangere di fronte a una scena così profondamente spirituale e a non capirne l’alto valore iniziatico? Si tratta proprio dell’identificazione conoscente-conosciuto che è il cuore dell’insegnamento gnostico, questa infatti è la vera conoscenza alla quale deve aspirare l’iniziato: morire a se stesso e fondersi completamente con la divinità. Se vogliamo essere liberati da Cristo e tornare nel Regno della Luce, la nostra dimora celeste, dobbiamo di fatto diventare Cristo, cosa che potrà avvenire solo con la Morte dell’Ego… l’Arconte dentro di noi che incatena l’anima al mondo materiale, spegnendo il ricordo delle sue origini.

Jack che beve dalla coppa è proprio l’iniziato che incontra Cristo dentro di sé e in quel momento diventa egli stesso Cristo. Questo passo del Vangelo di Tommaso esprime benissimo il concetto:

“Colui che beve dalla mia bocca diventerà come me, io stesso diverrò come lui, e le cose nascoste gli saranno rivelate”. (Vangelo di Tommaso, 108)

Quando Jacob dice “Ora sei come me” non potete immaginare l’emozione che provo…

Per chiudere… il Loghion del Vangelo di Tommaso che abbiamo citato è il numero 108. Proprio 108!!! I Lostiani mi capiranno… E non è stato fatto di proposito, infatti solo questo passo poteva adattarsi perfettamente alla scena dell’iniziazione di Jack. E’ uno di quei casi in cui si resta incantati dinanzi alla potenza del Logos che ci parla continuamente per farci capire che tutto è simbolo, tutto rimanda a tutto, Egli gioca con noi e noi dobbiamo metterci a giocare con Lui, proprio come bambini. Solo così potremo approdare alla Verità.

Alla prossima…

L’archetipo del guerriero

di Francesca Piombo

Chi è in grado di domare il proprio cuore, è capace di conquistare il mondo. (Manuale del Guerriero della Luce – Paulo Coelho)

Nella mitologia greca l’archetipo junghiano del Guerriero può trovare una rispondenza nella figura e nelle gesta del semidio Heracle, l’Ercole dei Latini, ricordato per le sue “dodici fatiche”, di cui la più rappresentativa per l’alto valore simbolico che racchiude, la lotta con l’Idra di Lerna, potrebbe aiutare a comprendere il valore della vera forza, qualità specifica dell’archetipo compiuto, quando si siano ormai integrati in un tutt’uno il coraggio con la paura, l’impulso con la ragione, la volontà con la flessibilità, l’aspirazione alla conquista col limite personale, attraverso l’incontro con gli opposti psichici, unico ponte e collegamento tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche.

Heracle e l’Idra

Ripercorriamo allora le fasi del mito, secondo la versione che ne dà l’astrologo junghiano Howard Sasportas (1948-1992) nel suo “Gli dei del cambiamento, Urano, Nettuno, Plutone”.

Molto famoso per la sua forza e per il coraggio che l’aveva fatto distinguere già nella sua prima fatica, l’uccisione del Leone di Nemea, Heracle fu chiamato da Euristeo alla seconda fatica, in cui avrebbe dovuto uccidere il mostro a più teste che da tempo faceva strage di uomini ed animali nella città di Lerna, funestando la piccola città.

Prima di cominciare a cercare l’Idra, Heracle si reca da Chirone, guaritore e suo maestro e gli chiede cosa debba fare per sconfiggere il mostro, perché nessuno tra quanti avevano provato ad ucciderlo c’era riuscito.

E Chirone gli parla così: “Lotta frontalmente e alla luce del sole e chiedi aiuto se non ce la fai; se c’è da inginocchiarti, fallo, ma soprattutto predisponiti a perdere, perché solo così potrai vincere”.

Questo responso sulle prime sembra molto oscuro ad Heracle: un eroe come lui non poteva certo avere bisogno d’aiuto né tanto meno predisporsi a perdere. Nonostante ciò e fidandosi ciecamente del suo maestro, Heracle si mette in cammino alla volta di Lerna.

Arrivato alla palude, non riesce subito a trovare l’Idra, non la vede; poi si accorge che è immersa dentro una caverna piena di sudicio e di fango e decide così di entrare, cominciando però ad affrontare il mostro solo lateralmente, perché non si vuole sporcare; comincia così a tagliare via via le teste a lui più vicine, ma per ogni testa che mozza, ne rispuntano altre due, che vanificano ogni sforzo di avere la meglio sul mostro.

A quel punto, si ricorda le parole del maestro: “lotta frontalmente e alla luce del sole” e comprende che finché agirà in difesa o con l’inganno non potrà vincere l’Idra; esce così allo scoperto e costringe il mostro a doversi rivelare, ma l’impresa diventa ancor più difficile perché l’Idra fa uscire tutte le sue teste che si moltiplicano con una rapidità impressionante, non appena Heracle le afferra e le taglia via. La lotta sembra impossibile, ma soprattutto ìmpari e destinata ad essere perduta.

Proprio quando Heracle sta per soccombere, ecco che ricorda ancora una volta le parole di Chirone “solo l’aiuto di un vero amico ti potrà salvare”. Riconoscendo che ha bisogno di chiedere e che non potrà superare la prova da solo, va da Iolao, suo nipote a lui affezionato, che lo aiuta così nell’impresa: l’eroe accende un fuoco e non appena stacca una testa del mostro, la passa a Iolao che la raccoglie e la brucia, impedendo così alla testa di potersi rigenerare.

Quando i due stanno per tirare un sospiro di sollievo perché manca solo la testa centrale, l’unica ad essere mortale, Heracle si accorge che l’Idra mantiene la testa nel basso, sfidandolo a scendere giù… più giù e ad esporsi molto più che con le altre ed ancora una volta l’eroe si ricorda le parole di Chirone: “se c’è bisogno, inginocchiati”.

E così farà: inginocchiato nel fango della palude, si avvierà verso l’uscita costringendo l’Idra a seguirlo fuori della caverna, alla luce del sole e solo lì sarà in grado di staccare di colpo l’ultima testa, raccogliendo il gioiello in essa incastonato, nonché il veleno mortale che renderà vittoriose da quel punto in avanti tutte le sue imprese future.

La versione di questo mito è sicuramente molto illuminante sulle risorse a cui l’individuo può attingere nei momenti di prova, in cui dovrà fare appello alla sua forza, che dovrà essere non solo fisica, o collegata all’astuzia, al sapere, o alla semplice volontà, ma soprattutto psicologica, perché basata innanzitutto sulla conoscenza dell’interezza della sua natura e sull’analisi delle sue finalità.

Infatti, il mito suggerisce che l’individuo/eroe potrà acquistare una reale forza solo nell’attimo in cui, attraverso la visione chiara delle sue qualità così come dei suoi limiti; attraverso la valutazione razionale e sincera di quelle che sono le sue intenzioni ed i motivi per cui sta lottando; attraverso la conoscenza della profondità delle sue emozioni, comprese quelle più primitive e difficili da accettare, avrà anche imparato quando contare solo sulle sue forze e quando chiedere aiuto, quando continuare a combattere e quando rinunciare, fino al punto di predisporsi anche a perdere, nella consapevolezza che il vincere una prova potrebbe dover passare attraverso un momentaneo atto di resa.

Ma si sarà soprattutto interrogato sulla sua scala di valori, su quanto le pressioni familiari, sociali e collettive hanno ancora potere su di lui e sulla sua volontà; quanto ci sia di “suo” in quello che desidera e per cui si batte e solo a quel punto potrà visualizzare il suo “mito personale”: realizzare ciò che è importante per lui e va perseguito con tutte le forze e lasciare andare ciò che è totalmente privo di importanza e solo zavorra nel viaggio della sua vita.

La figura di Chirone quindi, così come quella di Iolao, guaritore e maestro di vita il primo, amico fidato il secondo, sono particolarmente illuminanti in questo percorso di consapevolezza. Il primo sarà il simbolo della necessità che l’individuo deve saper cogliere in alcuni momenti della sua vita di fidarsi di visioni diverse non solo da ciò che pensa sia la miglior scelta possibile, ma anche dall’immagine che il suo Io culla di se stesso, a cui dovrà rinunciare perchè non lo rappresenta nella sua interezza; il secondo è il simbolo dell’ “amico interno” più che esterno e cioè delle parti nobili dell’umana natura che sanno come venire in soccorso nell’attimo in cui verranno riconosciute quelle meno nobili, che potranno essere trasformate e sanate solo dopo questo atto di riconoscimento, indispensabile per arrivare alla conoscenza completa di se stessi e non solo di ciò in cui è stato più facile identificarsi.

Ares, il dio della guerra

La figura di Heracle trova un ulteriore passaggio evolutivo in quella del dio della guerra della mitologia greca, l’archetipo per eccellenza della forza fisica: Ares, che si trasforma gradualmente nel modello più maturo ed evoluto del Marte latino.

Infatti, così come l’Ares greco era venerato come un dio invincibile perché dotato di una forza quasi bruta, mai domata dalla ragione; era un simbolo di furia che si faceva cieca e che lo trascinava in ogni battaglia con lo scopo di “lottare e basta”, per rispondere a un affronto o per un semplice bisogno di primato, alla lotta superiore e salvifica si associa invece il Marte latino che, se pur sempre divinità guerriera, era onorato dagli antichi romani come la massima divinità dell’Olimpo, perché non solo valente guerriero, ma anche dio della natura e della fertilità.

Nel Marte latino infatti, l’archetipo mitico del dio della guerra si affina e per così dire si spiritualizza nell’intento delle scelte, che spingeranno la persona in cui vibra quest’archetipo a lottare principalmente per cause giuste e superiori, più che per un utile solo personale, o per antagonismo, o mero desiderio di vittoria sull’altro.

In quest’archetipo infatti viene sottolineato, oltre al coraggio e all’energia fisica, anche una grande forza interiore che crede nella dignità stessa del combattere, che considera l’avversario non come un nemico e si fa eroico ed altruistico se c’è da intervenire per sorreggere persone innocenti ed incapaci di difendersi da sole, ma anche cedevole nel momento in cui si riconosca la necessità di farsi da parte, se la situazione lo esige per un bene superiore.

Chi abbia scelto questo modello divino in cui identificarsi, può rintracciare l’essenza di sè non più nella sfida del combattimento come scelta a priori, né per un bisogno di vittoria che lo spinge anche ad essere scorretto nei confronti degli altri, ma nel discernere attraverso la visione interna suggerita dal suo Spirito, quando valga la pena combattere e quando no; quando sia giusto lottare e quando ritrarsi dalla battaglia; ma soprattutto ha imparato ad essere diretto nelle azioni che non scaturiranno più da una re-azione all’altro o da sterili strategie di difesa, né a produrre un effetto per ampliare il senso di sé, ma da un intimo convincimento di operare nel rispetto di ciò che gli suggeriscono non soltanto la testa e l’impulso, ma soprattutto lo Spirito ed il cuore.

Questo insegnamento fondamentale da seguire nell’azione è ben colto dal pensiero orientale, come leggiamo in www.etanali.it/zen.htm: “le azioni che derivano dall’esperienza e la esprimono non sono tese a produrre un effetto. Le azioni che affermano la vita piuttosto che negarla, che rivelano piuttosto che nascondere, che esprimono piuttosto che reprimere, sono in un certo senso non azioni. L’azione infatti contrariamente alla manipolazione (di se stessi o degli altri), viene sperimentata come fluente dall’interno verso l’esterno invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci”.

“Non uscendo dalla porta si conosce il mondo. Non guardando dalla finestra si scorge la via del cielo. (Lao Tzu)”.

Secondo la filosofia orientale quindi, è solo attraverso l’azione “non azione” che si può ricondurre l’identità non a ciò che si fa, né a ciò che si possiede, meno che mai a ciò che si mostra, ma solo e semplicemente a quel che si è.

Marte in Astrologia

In astrologia, l’archetipo della forza è simboleggiato da Marte, pianeta maschile di Fuoco, Signore dell’Ariete e dello Scorpione, il cui glifo simboleggia la forza centrifuga dell’energia marziana, che fluisce dal dentro al fuori.

E’ quindi un archetipo strettamente collegato all’azione, all’attacco e all’affermazione, all’impulso vitale e alla sessualità, il cui viaggio nei segni di Fuoco illustra pienamente il passaggio simbolico che l’individuo dovrà fare per raggiungere uno stadio conclusivo di completezza, in cui la forza fisica non potrà avere alcun valore se non affiancata dalla forza morale, dalla capacità di lottare per i propri ideali con etica e senso del limite, senza scivolare nel fanatismo o nell’utopia e quindi anche dalla necessità di discriminare il momento dell’azione e quello dell’attesa, il momento della lotta e quello della resa, perché si saranno illuminati anche gli obiettivi inconsci, lasciando andare ciò che non può aggiungere nulla all’emancipazione e soddisfazione personale.

Queste fasi di perfezionamento e rafforzamento della volontà, sono ben simboleggiate dalle tre sedi astrologiche del pianeta, il primo che incontriamo dopo la nascita, messa in relazione col segno dell’Ariete, che dà il via all’intero viaggio zodiacale, come la miccia dà il via al processo di combustione; è infatti Marte che spinge l’individuo ad affermare se stesso, a portare avanti la sua volontà e a difendersi quando sia messa a rischio la sua incolumità. Marte è simbolo del sangue che scorre nelle vene, della vita stessa che ci spinge in avanti e, proprio grazie al suo significato originario di “azione”, assume coloriture specifiche nei tre Segni di Fuoco: è fuoco primordiale in Ariete, simbolo dell’impulso all’azione e istinto di sopravvivenza; è fuoco in pienezza in Leone, simbolo dell’azione misurata ed affinata dalla forza interiore e fuoco della rinascita in Sagittario, dove l’azione si fa prospettica e lungimirante, perché sono stati integrati il valore della rinuncia e quello dell’attesa.

Allo stesso modo, fondamentali sono le Sedi in cui Marte fa sentire la sua azione evolutiva: infatti nasce in Ariete come simbolo d’impulso irrazionale, si affina nel Segno dello Scorpione dove deve attraversare una fase di perdita e spoliazione e si compie nel Segno del Capricorno, simbolo della forza interiore raggiunta ed ultima tappa del viaggio marziano.

Marte nella donna

L’archetipo junghiano del Guerriero trova nell’archetipo dell’Amazzone Guerriera il suo equivalente femminile.

E’ un archetipo che si sta rivelando sempre più attivo negli ultimi tempi, dopo secoli di sudditanza al potere maschile da parte della donna, che appare sempre più consapevole della sua capacità d’azione, del suo intimo valore e ruolo fondamentale proprio in quanto donna, al di là della possibilità di vederlo riflesso o meno negli occhi di un uomo, ma anche al di là di uno sterile antagonismo per puro bisogno di rivalsa sul mondo maschile.

Quando l’archetipo è forte all’interno della psiche, di solito per la presenza di un Marte in Ariete, Leone o Sagittario, la donna sarà incline ad affrontare la vita con coraggio ed impulsività, senza far passare la mente attraverso valutazioni razionali e soprattutto senza uniformarsi al pensiero collettivo, per cui il femminile deve essere innanzitutto passivo e rinunciatario.

Se la donna è in contatto con la sua Totalità e quindi è riuscita ad illuminare la parte inconscia, collegata all’energia indifferenziata, rabbiosa e distruttiva dell’archetipo marziano, riuscirà anche a riconoscere quando attivare la guerriera che è dentro di lei e quando metterla a tacere; quando servirsi della parte maschile della sua natura, quella che le impone di osare, facendo scelte coraggiose, anche a costo di doversi scontrare e scoprirsi aggressiva e quando rivolgersi ad archetipi più femminili e ricettivi, quelli a cui inclina naturalmente il suo principio di Eros e le radici stesse del suo “essere donna”.

Se invece la donna non si conosce nella sua interezza, se non è consapevole dello spirito guerriero inconscio che vibra dentro di lei; se ha voluto identificarsi soltanto in archetipi ricettivi per il bisogno di conciliazione che guida ogni scelta, il suo inconscio la spingerà automaticamente in situazioni limite in cui si dovrà incontrare con questa forza nascosta, dovrà scoprire un potenziale con cui lei non vuole avere a che fare, ma solo perché deroga dall’unico modello archetipico in cui si è identificata.

E saranno proprio le emozioni forti e sconvolgenti, le situazioni di “guerra” che vivrà e in cui penserà di essere capitata per caso e contro la sua volontà; saranno le persone violente e prevaricatrici che incontrerà e da cui dovrà difendersi, la molla evolutiva per la sua emancipazione, per scoprire ciò che non conosce ancora della sua natura, ma che le appartiene tanto quanto ciò in cui si è identificata.

E’ questo spesso il caso della donna che, con il Sole o un forte nucleo di pianeti in segni femminili, quali i Pesci o il Cancro, si ritrova a dover riconoscere il suo Marte posto in un segno di Fuoco, ad incontrarsi con la guerriera che è dentro di lei, che – una volta riconosciuta – potrà finalmente difenderla come una vera alleata.

Infatti, gli archetipi che restano inconsci diventano delle mine vaganti che non chiedono il permesso per manifestarsi, ma anzi lo fanno spesso fuori luogo e fuori tempo; sono loro i veri nemici interni che lottano con le nostre resistenze razionali, finché non daremo loro il giusto spazio per potersi esprimere, riconoscendo quando sia il tempo di agirli e servircene in modo appropriato e quando quello di metterli a tacere.

Di contro, se la donna si è identificata totalmente nel suo Marte di Fuoco, dimenticando completamente le radici del principio femminile di Eros che impregna la sua natura di fondo; se ha messo da parte la naturale inclinazione all’amore, alla conciliazione e al perdono che è aspetto specifico del principio femminile, sarà costretta a ridimensionare il suo Spirito guerriero, rivolgendo l’attenzione verso la sua Anima, l’unica che può permetterle di restare in contatto con se stessa e con le radici del suo stesso esistere.

Marte alchemico

Per spiegare il viaggio evolutivo del Marte astrologico, in questo particolare momento che lo vede sollecitare dal segno della Vergine gli altri segni mobili Gemelli, Sagittario e Pesci, si possono osservare alcune stampe che fanno parte del libro dell’alchimista Lambsprinck, “La pietra filosofale”, pubblicato diverse volte tra la metà del ‘600 e gli inizi del ‘700, riportate ed interpretate da Jeffrey Raff, discepolo di Jung, nel suo libro “Jung e l’immaginario alchemico”, dove l’Autore collega le esperienze immaginative degli alchimisti al percorso di individuazione junghiano, ma anche alla forza spirituale di questo percorso, specchio della tensione innata dell’animo umano verso il Divino.

Sappiamo infatti come gli alchimisti fossero fortemente convinti dell’importanza del simbolo e del ruolo immaginativo della psiche come guida nella realizzazione dell’intera Opera ed è per questo che si servivano di dipinti, raffigurazioni, stampe che loro definivano “emblemi” e che potevano fornire una guida, una mappa dove ritrovare i passi fondamentali dell’Opera e quindi, nella loro intenzione di elevazione della coscienza, accompagnare la nascita dell’uomo spirituale.

Secondo Paracelso infatti, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e quella che la filosofia junghiana definisce “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”; diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi ed elevarsi spiritualmente.

Di primaria importanza quindi il ruolo di Marte nell’Opera alchemica, associato sia al ferro, come metallo proveniente direttamente dalle stelle (dal latino, sider), che al fuoco, per il suo fondamentale ruolo di agente purificatore, nonché principio spirituale che permette alla Pietra di rivelarsi.

Gli stadi del processo alchemico infatti, non sono che l’esatta metafora del percorso junghiano di purificazione della coscienza che, resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive, coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, è chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità e permettere la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, il Sé junghiano, che è anche l’archetipo della completezza.

Marte in Ariete, l’azione dell’Io

In questo emblema, il secondo della teoria di 15 stampe, vediamo un guerriero sguainare la spada per difendersi ed abbattere un drago che lo sta minacciando, in una lotta che assume il simbolo dello scontro tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche, tra quella maschile e quella femminile; infatti il guerriero è la personificazione dell’Io che si trova ad affrontare il mondo dell’inconscio, simboleggiato dal drago, così come nel mito di Heracle era simboleggiato dall’Idra.

Il drago e l’Idra sono figure fantastiche dall’alto valore simbolico, perché se da un lato appaiono terribili nella loro ferocia, dall’altro contengono in sé anche qualità positive, simboleggiate, nel caso dell’Idra, dal gioiello che conserva nel cuore della sua natura.
Leggiamo un passo tratto dal testo “Coelum Terrae” di Thomas Vaughan (metà del ‘600), dove il drago parla così di sé: “Sono l’antico drago presente ovunque sulla faccia della terra; sono padre e madre, giovane e vecchio, in discesa verso la terra e in ascesa verso i cieli, altissimo e infimo, leggero e pesante. Sono la tenebra e la luce, scaturisco dalla terra e sorgo dal cielo”.

Sappiamo come nella filosofia orientale il drago occupi un posto d’onore, perché riassuntivo dello Yin e dello Yang e cioè del concetto che non ci può essere luce senza ombra, bene senza male, vittoria senza sconfitta, inizio senza fine.

In questo caso il drago simboleggia il Sé latente, sconosciuto alla coscienza e per questo da affrontare ed il cavaliere, così come era stato per il mito di Heracle e l’Idra, simboleggia l’opera dell’Io cosciente che deve incontrarsi con l’inconscio per dare vita all’integrazione tra i due mondi e quindi permettere all’individuo, attraverso la ricomposizione degli opposti, di raggiungere quell’equilibrio ed integrità a cui aspira la sua psiche.

Scrive Jung: “Il Sé è l’unione di conscio ed inconscio e, come tutti gli archetipi, ha un carattere antinomico, paradossale; è maschile e femminile, vegliardo e fanciullo, potente e fragile, grande e piccolo. Il Sé è un’autentica complexio oppositorum”.

Bellissimo quindi il collegamento che Raff fa tra il drago e l’inconscio, tra il cavaliere e l’Io, che diventa il guerriero intrepido ed ardito del Marte in Ariete, coraggioso ed imprudente nello slancio in avanti, ma forse anche simbolo del passaggio dallo stato istintivo del primo stadio dell’essere marziano verso quello più riflessivo e consapevole del Marte in Leone, secondo Segno di Fuoco e sede del Sole, dove il guerriero diventa l’eroe, il principio di Logos junghiano, dove lo scontro con l’avversario non è più solo dettato da un mero bisogno di primato o semplice reazione all’altro, ma dalla capacità di scegliere razionalmente ed individuare le mosse giuste che permetteranno la vittoria, compresa l’accettazione di possibili sconfitte sulla via.

La stessa spada che il cavaliere sguaina con fare minaccioso contro il drago assume il valore di “acutezza della mente” che riesce ad affrontare il caotico mondo dell’inconscio grazie alla saldezza interiore ed al discernimento razionale; qui l’inconscio ed il Sé latente hanno bisogno della forza razionale della mente, della sua capacità di discriminare e spezzettare i vari contenuti psichici, come sciogliendoli, per permettere loro di ricomporsi in una forma nuova, non separata e totalmente rigenerata (solve et coagula).

Ma si potrebbe trovare anche un’altra lettura in questo bellissimo emblema: il cavaliere indossa elmo e corazza, è equipaggiato di tutto punto forse per simboleggiare le difese che la mente conscia mette alle irruzioni dell’inconscio come prima reazione al contatto. Il terrore di essere sopraffatto da queste forze, caotiche ed irrazionali, deve essere compreso e mai sottovalutato dall’Io, soprattutto nelle fasi iniziali del contatto, ma nemmeno spingerlo a barricarsi dietro un eccesso di difesa, ad organizzare strategie razionali per impedire l’incontro, quando solo dall’incontro è possibile la trasformazione ed il raggiungimento della completezza.

Non è un passaggio facile questo per l’Io, perché prevede anche una spoliazione e cioè la perdita di tutte quelle barriere mentali ed argomentazioni logiche che la ragione mette a difesa dell’immagine che l’Io ha di sé, o che di sé vuole dare agli altri, che devono essere abbandonate o ridimensionate per permettere l’integrazione.

Anche nel mito di Heracle è evidenziato questo passaggio in cui l’eroe deve far morire la sua presunzione di essere invincibile per poter avere la meglio sull’Idra. Allo stesso modo, la lotta alla luce del sole che Chirone lo invita a fare, senza strategie o illusioni della mente, è il simbolo del bisogno di chiarezza verso cui spinge la psiche per permettere alla coscienza di incontrarsi con i contenuti psicologici rimossi ed in ombra, simboleggiati dalla caverna in cui è rintanata l’Idra e che potranno essere illuminati solo con un atto di vero coraggio marziano.

Secondo Jung, solo dopo aver riconosciuto la sua fragilità, la sua vulnerabilità e la necessità di poter contare su un aiuto che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo, l’individuo potrà integrare la parte solare cosciente con quella lunare inconscia della psiche, quella razionale maschile con quella istintiva femminile, attingendo all’aiuto interno delle sue migliori qualità che la buona volontà ed il coraggio che l’analisi richiede gli avranno fatto rintracciare in se stesso.

Infatti, l’inconscio non è soltanto il contenitore di complessi e contenuti infantili rimossi che impediscono una sana individuazione, (individuo: dal latino, non diviso), ma è anche lo scrigno dei potenziali non utilizzati e di tutte le qualità mai sfruttate che, una volta illuminati, possono rendersi disponibili per individuare nuovi canali espressivi capaci di utilizzare l’energia creativa che si è resa fruibile, solo dopo che sia avvenuto il benefico sblocco.

E’ per questo che, nell’attimo in cui il drago-inconscio muore o si arrende alla coscienza, è l’Io stesso che fa morire una parte dell’identità precedente perché possa avvenire la nascita di un nuovo Sé, più maturo e consapevole.

Non a caso il drago in alchimia rappresenta sia l’inizio della “prima materia”, grezza ed indefinita, sia la possibilità del suo compimento, “la terza materia”, la Pietra filosofale, in cui il Sé latente si è trasformato in Sé manifesto.

Marte in Scorpione, la morte dell’Io

Il quinto emblema della Teoria, che ho scelto come passaggio fondamentale del percorso astrologico marziano, ci presenta una scena violenta, dove due animali, maschio e femmina, si stanno aggredendo per uccidersi e vincere l’uno sull’altro.

Si tratta del simbolo della lotta tra gli opposti, rappresentata come un’esperienza di violenza e smembramento, di sangue e morte.

Ma che il percorso stia avvenendo così come è giusto che avvenga, è espresso dall’immagine del ponte che compare sullo sfondo della stampa, assente in quella precedente, simbolo dell’avvenuta unione tra i due mondi, non più divisi ma in contatto tra loro e pronti per essere equilibrati.

Marte in Scorpione trova, a mio avviso, in questo emblema tutta la forza e la potenza dell’archetipo che rappresenta: è infatti il simbolo della lotta tra la parte maschile e quella femminile della psiche che vogliono prevalere l’una sull’altra: la parte maschile cosciente e quella femminile inconscia hanno bisogno di questo scontro perché l’individuo possa indurle a collaborare tra loro, attraverso l’energia psichica che si sprigiona proprio dall’incontro con gli opposti.

Infatti, la visione junghiana della libido, diversa da quella freudiana che la riconduce esclusivamente alla pulsione sessuale, introduce un aspetto positivo nell’azione che gli opposti hanno sulla psiche, perché l’energia di Fuoco che si sprigiona dall’incontro tra i contrari possa dare il meglio di sé.

Le passioni, i moti dell’animo, le contraddizioni ed i paradossi che si generano nella psiche col conseguente desiderio di risolverli ed equilibrarli tra loro sono il necessario presupposto a che si generi quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo ed ascensionale di purificazione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio, per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di tensione spirituale verso il Divino.

Attraverso questo scontro-incontro, la funzione trascendente junghiana, si può compiere un viaggio introspettivo di conoscenza ed illuminazione, che non potrà avvenire se non passando attraverso il coraggio marziano di accettare una spoliazione, un’altra, ancor più cruenta di quella simboleggiata dalla lotta del cavaliere contro il drago, così come ogni passaggio a uno stato d’individuazione superiore prevede che si “faccia spazio”, lasciando andare i sentimenti inferiori, ma anche le suggestioni e rassicurazioni di quello precedente, nonché gli alibi e le strategie di un Io ancora fragile perchè troppo intimorito dall’incontro con la sua Totalità.

Marte in Capricorno, la vera forza

L’ultimo emblema che ho scelto, il nono della Teoria, ci presenta un re, seduto sul trono, all’interno di un tempietto, con un globo nella mano destra ed uno scettro in quella sinistra, una figura che può evocare il Marte che si compie in Capricorno, Segno messo in relazione con l’autonomia e la realizzazione personale.

La figura è in posa ieratica e poggia i suoi piedi sul drago, ormai domato e non più temibile; per salire al trono, sette i gradini che ricordano i sette stadi dell’Opera alchemica, i sette metalli e i sette pianeti fino a Saturno, simbolo del tempo lineare che ci invita ad usare al meglio l’esperienza di vita, così come la ruota che si vede sul trono, potrebbe rimandare al tempo ciclico della Teoria della Rincarnazione, al Kharma e alla filosofia orientale della Samsara.

L’autorevolezza, il buon governo, il senso etico e la padronanza delle proprie emozioni che è facile attribuire a questa figura regale e spirituale possono riscontrarsi solo nel Marte che si compie in Capricorno, Segno in cui si chiude il viaggio evolutivo di questo pianeta, nella Casa di Saturno, il finitore di ogni cosa.

Il re è il simbolo dell’avvenuta trasformazione, è la Pietra Filosofale che, dopo aver attraversato le tappe della purificazione e della mortificazione, della spoliazione e della sublimazione, è simbolo dell’avvenuta trasformazione, del nuovo stato dell’essere: è il Tempio di Dio.

Allo stesso modo, il Marte che si compie in Capricorno ha visto nobilitarsi via via tutti i passaggi astrologici che lo vedono nascere nel Segno dell’Ariete, col suo bisogno imperioso d’individuazione; passare attraverso la morte di tutto quanto non può essere utilizzato e trasformato nel Segno dello Scorpione, fino all’esaltazione nel decimo Segno dello Zodiaco, dove la forza non è mai prevaricazione o annientamento dell’altrui volontà, ma accoglienza e miglioramento innanzitutto della propria natura; dove il bisogno di vittoria a tutti i costi è stato integrato dal discernimento e dalla comprensione dei propri valori; dove la sconfitta non genera più frustrazione, ma il coraggio necessario per continuare a combattere; dove non conta “chi vince e chi perde” ma solo andare avanti sulla strada evolutiva; dove l’azione non è più re-azione ma padronanza dei propri moti interiori, attraverso il dominio su di sé più che di un potere da esercitare sugli altri; dove la spinta inconscia alla distruzione è stata trasformata in creatività e costruzione, così come sono stati trasformati e sublimati i sentimenti inferiori che fanno parte dell’umana natura, indispensabili perché possa avvenire il necessario cambiamento e perché la vocazione e tensione al Divino che è celata in ogni creatura spingano l’individuo a migliorarsi, grazie all’atto di riconoscimento, di perdono ed accettazione della sua Totalità, che non ha avuto timore di fare.

Scrive Paulo Coelho nel suo: “Manuale del Guerriero della Luce”:

Il guerriero della luce ha appreso
che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza.
Si serve della rabbia per mostrare il valore della pace.
Si serve del silenzio per far riflettere sulla responsabilità delle parole.
Si serve della malattia per sottolineare la benedizione della salute.
Si serve del fuoco per impartire una lezione sull’acqua.
Si serve della Terra perché si comprenda il valore dell’aria.
Si serve della morte per mostrare l’importanza della vita.

Bibliografia

Howard Sasportas, Gli Dei del Cambiamento, Astrolabio Ubaldini, Roma 2000
Jeffrey Raff, Jung e l’immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, Roma 2008
Lambsprinck, La pietra filosofale, Edizioni Mediterranee, Roma 1984
Paulo Coelho, Manuale del Guerriero della Luce, Bompiani, coll. AsSaggi
Lidia Fassio, Lezioni di Astropsicologia, Il cammino evolutivo di Marte
www.etanali.it/zen.htm