L’archetipo del Viandante: Dioniso – Orfeo

di Francesca Piombo

“Io sono un viaggiatore e un navigatore
e ogni giorno scopro una regione nuova nella mia anima.”
Kahlil Gibran

Nell’Archetipo junghiano del “Viandante” si potrebbero trovare alcune tematiche psicologiche che lo avvicinano ai modelli divini della mitologia greca, collegati a Dioniso e al suo sacerdote Orfeo.

Sia l’archetipo psicologico infatti che quelli mitologici simboleggiano la tensione innata che spinge l’individuo ad ampliare i propri orizzonti, a spaziare su più piani della conoscenza, in un territorio di confine, di rottura e messa in discussione di tutto ciò che è convenzionalmente accettato dalla mentalità collettiva, perché l’unico modo che possa assicurare l’espressione di se stesso e della totalità della sua natura.

Un archetipo che ritroviamo espresso nella figura dell’Ulisse omerico che, pur avendo dentro di sé la volontà cosciente e determinata di ritornare a casa, ad Itaca, dove lo attendono la sua sposa e la sua gente, esprime quella dimensione mitica altrettanto potente che spinge l’individuo a non fermarsi, a continuare il viaggio, perché sa che solo attraverso il movimento e la scoperta di nuovi mondi può colmare gli interrogativi ed i dubbi su quanto di nuovo e sconosciuto ci sia da illuminare del suo complesso mondo interiore.

E’ per questo che l’archetipo del “Viandante” è anche una costante quasi fissa dell’individuo lacerato tra la scelta di una vita convenzionale ed inquadrata secondo gli schemi tradizionali, familiari e sociali più consolidati, che lo spinge ad obbedire a regole collettive per sentirsi integrato e soprattutto accettato dal mondo “normale” e l’imprescindibile spinta ad essere se stesso, ad esprimere la propria autenticità, nonostante il rischio di incontrare sulla via l’emarginazione, la solitudine e il fallimento.

Un archetipo spesso vissuto dall’individuo con sofferenza ed inquietudine per l’inevitabile lacerazione che si crea tra il forte bisogno di normalità che fa sentire integrati ed il riconoscimento di trovarsi spesso calato in una condizione esistenziale di estraneità totale, in cui nulla sembra allinearsi a quanto gli schemi convenzionali e collettivi spingono a realizzare, che essi siano riferiti alla vita familiare, a quella sentimentale o alla propria realizzazione professionale.

Un conflitto interiore che potremmo ritrovare ben espresso nel progetto astrologico dei Segni mobili, dove il bisogno di normalità e di regola della Vergine, l’amore per lo scambio intellettivo dei Gemelli e la spinta alla ricerca che è viva nel Sagittario possono trovare una sintesi nel sentimento di compassione e condivisione universale a cui tende il dodicesimo ed ultimo segno zodiacale, i Pesci, in cui si compie l’intero viaggio astrologico.

Scrive C. S. Pearson in “L’eroe dentro di noi:” “… l’identità del Viandante è quella dell’outsider; nella vita spirituale egli può dover affrontare il dubbio. Spesso infatti gli è stato insegnato che Dio ricompensa una certa obbedienza alle regole e ad un certo comportamento morale tradizionale, che generalmente sono in contrasto con la sua psiche, che si evolve sperimentando.”

Solo attraverso l’esperienza personale infatti, lui avrà la possibilità di confermare i principi ed i valori ereditati oppure metterli in discussione, aprendosi ad un nuovo modo di concepire l’esistenza, spesso totalmente diverso e sganciato dal pensiero comune, ma che impregna e rispecchia fino in fondo la sua essenza più vera.

Nei testi ermetici è presente il concetto per cui il viaggio, il viandante e la destinazione siano la stessa cosa, tanto è irresistibile la spinta alla ricerca che è racchiusa in quest’archetipo: il “Viandante” non può fermarsi, ma il viaggio non è importante per la meta che propone, quanto per l’esperienza che potrebbe offrire sulla via. Per chi si sia identificato in quest’archetipo, è l’ andare lo scopo del viaggio e non l’ arrivare; la meta non è fondamentale ed importante di per sè quanto ciò che si può sperimentare andando verso la meta, a tal punto che quando il viaggio è finito, anche la tensione energetica che sprigiona la ricerca si spegne.

Da qui il “moto perpetuo” che s’incontra nella persona che si sia identificata soprattutto in questa figura archetipica, un individuo che si serve del movimento all’esterno per poter gestire il movimento interno dei molti dubbi che affollano il suo cuore; proprio attraverso il contatto col mondo geografico e naturale che su di lui ha un richiamo irresistibile, il “Viandante” tranquillizza se stesso e mantiene il contatto col suo centro interiore; attraverso l’incontro con l’altro da sé e ciò che il viaggio geografico illumina della sua Totalità, avrà la possibilità di rileggere il suo passato, di analizzare le motivazioni delle sue scelte e, solo dopo questo confronto, potrà battersi senza cadere nel dubbio per la loro realizzazione, perché avrà definito anche le sue priorità e ciò che può dare un senso alla sua vita.

L’errare è quindi sinonimo del perdersi come l’unico presupposto per ritrovare se stessi, per individuare la vera meta che può appagare completamente, una destinazione psicologica specifica e non più scelta perchè gradita alla psicologia collettiva.
Scrive Aldo Carotenuto, psicologo junghiano, nel suo “Integrazione della personalità”: “Non c’è atto trasformativo senza la riesplorazione del passato nel tentativo di comprendere non solo il significato profondo di quanto è stato, ma soprattutto quanto del perduto dirige ancora il nostro andare”.

Dioniso, il dio del vino.

La spinta inconscia alla sfida e la ricerca di un territorio di frontiera in cui mettersi alla prova; la presa di distanza da un universo di valori che non può essere confermato se non dopo essere stato sottoposto al vaglio personale, si possono ritrovare anche nelle tematiche suggerite dal mito di Dioniso, il Bacco dei Latini, il “Viandante” e lo “Straniero” per eccellenza, dio del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione, così come della sfrenatezza e della liberazione; un archetipo anch’esso messo in relazione al desiderio di sconfinare in dimensioni più allargate della conoscenza che possano riempire quel senso di vuoto e d’inquietudine con cui l’uomo combatte da sempre e che è strettamente collegato alla sua condizione di creatura terrena, fallibile e in cerca di risposte.

Un modello che si colora degli eccessi del dio, simbolo dell’estasi amorosa ma anche della follia e dell’ossessione; della fusione e condivisione emotiva, ma anche del distacco e della fuga, istanze contrarie ed opposte che non sono altro che lo specchio del bisogno di mediare tra le molte tensioni ed i paradossi che tormentano l’animo umano quando sia costretto ad incontrarsi col regno dei contrari: il coraggio e la paura; la forza e la fragilità; la passione e l’indifferenza; la libertà e l’appartenenza, la norma e la trasgressione.

Secondo Jung, solo dall’incontro tra gli opposti psichici e dal tentativo di accordarli tra loro, può essere garantito il salto verso l’equilibrio ed il superamento delle polarità, proprio perché si saranno definiti i valori personali ma anche riconosciuti i limiti del proprio sentire e volere.

Il mito della nascita di Dioniso/Zagreo, il “nato due volte”, ha più versioni, di cui la più diffusa narra di come sua madre, la principessa Semele, dopo essere stata amata da Zeus ed ingannata dalla gelosa Era, fosse stata dal dio stesso incenerita perché impreparata a sopportare la vista della folgore divina. A quel punto Zeus, impietositosi e soprattutto per permettere al bambino che Semele aveva in grembo di nascere nonostante la fine della madre, lo aveva cucito all’interno della sua coscia, come se fosse un’incubatrice, consentendo così a Dioniso di venire alla luce, quando fosse giunto il tempo.

Una volta nato, il piccolo dio era stato allontanato per sfuggire alle ire di Era ed allevato sui monti dell’Arcadia da alcune ninfe, crescendo a contatto col centauro Sileno che gli aveva insegnato l’arte del vino, ma soprattutto era stato introdotto dalle ninfe alla sensibilità del mondo femminile, affinando il carattere e crescendo in un’atmosfera di grazia e sensibilità, a tal punto da essere definito da Euripide Gynnis “dalle forme di donna”.

Alla sensibilità e alla dolcezza tipicamente femminili, in Dioniso si affiancavano doti di grande virilità, forza vitale e coraggio, che ebbe modo di mostrare durante le molte campagne belliche che costellano il suo mito; infatti, una volta adulto, il dio aveva iniziato una vita errabonda, sempre alla ricerca di nuove avventure in cui cimentarsi come valente guerriero, costantemente contornato da Satiri e Baccanti, con i quali condivideva quegli eccessi che avrebbero poi caratterizzato l’ossatura del suo mito.

La tematica dei contrari.

I racconti che ce ne fanno gli storici infatti riportano episodi in cui lui sfidava costantemente l’ordine costituito per portare un impulso vitale e istintivo lì dove vigevano regole rigide e precostituite, dove imperava un allineamento a valori e consuetudini patriarcali che il modus vivendi del dio minava alla base, istillando smanie di trasgressione lì dove l’ordine costituito si stava facendo asfissiante.

Uno scontro tra il vecchio e il nuovo che troviamo ben espresso dagli archetipi astrologici di Saturno e Urano, pianeti messi in relazione al bisogno dell’animo umano di rendere stabile e strutturata la vita ed il contemporaneo bisogno d’innovazione, di aria nuova da apportare lì dove c’è il rischio che la struttura diventi sovra-struttura e blocchi il flusso vitale.

Un rischio che l’archetipo del “Viandante” risolve grazie alla spinta innata verso la conoscenza, verso l’ampliamento dei propri orizzonti e che diventa ossessiva e senza freni nell’archetipo dionisiaco.

Dioniso è il “dio dell’ossessione”, della spinta ad immergersi senza paura in ogni esperienza di vita che, tanto più è estrema, quanto più è ricercata. Dioniso è il simbolo dell’estasi più rapita e dell’euforia più irragionevole che si fanno spasimo e disperazione nell’attimo in cui s’incontrano tra loro le opposte tensioni della psiche, le polarità dell’animo umano, il cui superamento permette all’energia psichica che si sprigiona grazie al contatto tra i contrari, di “andare oltre” per giungere ad una nuova sintesi, uno stadio dell’essere totalmente trasformato e rigenerato.

Dioniso è il “nato due volte” , un dio che nasce e contemporaneamente muore per rinascere ancora; ogni fase del suo mito, a cominciare dalla nascita che lo vuole figlio di un dio e di una mortale, mette l’accento sulla necessità di conciliare l’umano col divino, il maschile col femminile, il materiale con lo spirituale fino ad arrivare alla possibilità di non escludere nessuno dei due poli ma, attraverso la loro visualizzazione, ricomporli in una sintesi nuova.

La stessa pratica del vino, simbolo dionisiaco per eccellenza, rientra in questa tematica di ricerca di quel “non luogo” psichico dove è possibile tentare questa ricomposizione.
E’ per questo che il vino nel mito dionisiaco assume un valore religioso, dal latino “re-ligere” e cioè riunire gli impulsi contrari e troppo a lungo repressi senza temerli, con lo scopo di poter trovare un giusto mezzo tra di loro; il “metaxu” greco, il “bardo” tibetano, l’ “in der mitte” junghiano simboleggiano un “non luogo” trascendentale, che possa permettere il superamento di ciò che è stato visualizzato e, solo dopo questo atto di riconoscimento ed accettazione, superato.

Per lo stesso motivo è legato al dio anche il tema dell’apparizione e sparizione improvvise, quando al culmine dell’estasi più rapita spariva tra le acque del mare, occultandosi agli occhi di tutti; una tematica ben rintracciabile nell’individuo in cui sia vivo questo modello divino di esprimere sia la profonda sensibilità e capacità di sintonizzarsi su dimensioni estatiche dell’esperienza, sia la volontà di distanziarsene per l’incapacità di sostenere la potenza ma anche la continuità di queste emozioni che chiedono tempo per essere visualizzate senza che diventino distruttive, con la conseguenza di rifugiarsi spesso in un mondo tanto irreale quanto indispensabile per potersi incontrare con quella che Aldo Carotenuto definisce “sospensione del tempo dell’esperienza interiore”.

Questo bisogno di estraniarsi, di spostare l’attenzione verso dimensioni “altre” che permettano di prendere fiato dopo che ci sia incontrati con bisogni polari e contraddittori della propria natura, potrebbe essere la motivazione inconscia anche dell’archetipo del “Viandante” quando spinge l’individuo a spostarsi da un confine all’altro della terra, alla ricerca di un’esperienza che possa dare significato alla sua vita e finalmente definire le motivazioni del suo stesso esistere.

“Ri-membrare”.

E’ per questo che i due archetipi sono presenti nell’individuo che pur sognando di raggiungere la completezza e l’interezza, tanto quanto desidera la regola e la normalità, si trova spesso a contatto con esperienze di frammentazione, di “smembramento”, perché solo dopo aver “conosciuto Dioniso” e l’altro da sè, avrà anche compreso quello che lo può veramente appagare e rendere soddisfatto, quanto sarà disposto a fare per ottenerlo e quanto invece dovrà lasciare andare perché non più in linea con la Totalità rivelata.

Questo fa di Dioniso anche l’archetipo della liberazione della parte istintuale dell’uomo, quella che non obbedisce più solo alla ragionevolezza e al Logos, così cari all’archetipo “Apollo”, ma anche alla volontà di esprimere i moti più autentici della sua anima, compresi gli eccessi emotivi, perché solo dopo questo atto di riconoscimento della parte arcaica e ctonia della propria natura, l’individuo può prenderne coscienza e padroneggiarne i lati più oscuri.

Una ricomposizione che può essere dolorosa come uno smembramento, come un “essere in croce”, assimilabile alla simbologia della 12 carta degli Arcani Maggiori, l’Appeso, che raffigura un processo benefico di purificazione, di rottura con quanto giudicato perfetto solo perché inquadrato in un’ottica condivisa.

L’Appeso è a testa in giù e da lì osserva il mondo, rivoluzionando totalmente il suo modo di guardare alle cose; acquista quindi una nuova visione d’insieme che gli consente anche di non ridurre se stesso all’unica identificazione che si è concesso, ma di aprirsi a dimensioni inesplorate legate al suo inconscio, attraverso l’intuizione e una nuova visione; solo così potrà ribaltare i suoi schemi mentali che lo imprigionano in un falso sè ed aprirsi anche ad un modo tutto nuovo d’interpretare se stesso.

Negli Atti di Filippo, il Cristo parla così: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel Regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”

Il tema dello “smembramento”, così diffuso nella mitologia dei popoli antichi, dal mito egizio di Osiride fino a quello cristiano, è in stretta analogia non solo all’incontro tra gli opposti psichici, ma anche alla necessità di spezzettare la propria identità per analizzarla fin nel profondo e riappropriarsi dell’energia di quelle parti che sono state negate e che giace inutilizzata sul fondo dell’inconscio.

Scrive J. S. Bolen nel suo “Gli dei dentro l’uomo”: “Il processo di ricerca è sempre una discesa graduale alla scoperta di sentimenti sepolti, alla scoperta del proprio mondo interiore, dove è possibile riprendere in mano il filo della propria storia. L’uomo scopre così che chiunque abbia sepolto o espulso dalla sua coscienza e lasciato dietro sé nel passato (il bambino che era, i genitori come figure di dimensioni sovraumane, persone che un tempo amava o temeva) è ancora vivo dentro di lui; qualunque cosa sia stata sepolta, esiste ancora nel mondo interiore. Qualsiasi cosa sia stata smembrata, è stata come “sepolta viva” e quando la si scopre, è lì, intatta come allora”.

Per questo la tematica potrebbe trovare un ulteriore passaggio nel mito greco di Procuste, il leggendario personaggio che sostava davanti alle porte di Atene ed obbligava chi volesse entrare nella città divina, simbolo degli ideali collettivi da seguire, a stendersi sul suo letto per testare se fosse degno o meno di entrare tra coloro che erano considerati gli eletti della comunità ateniese.

Procuste ne misurava la lunghezza, allungando le membra se risultavano corte ed accorciandole senza pietà se superavano le dimensioni del magico letto.

E’ il chiaro riferimento al fatto che per sentirsi adeguato alle richieste del collettivo di una società ideale, giudicata perfetta ed uniformata a certe convenzioni, l’individuo potrà essere costretto a rinunciare a molto della propria autenticità ed energia vitale e a modellarsi su quelli che sono le pressioni del pensiero collettivo. Qualsiasi cosa della propria essenza appaia inaccettabile agli occhi degli altri o troppo diversa o avulsa dai modi di comportamento scelti dalla massa che fanno sentire “normali”, verrà sacrificata sul letto di Procuste, per non passare attraverso la vergogna, il rifiuto e l’emarginazione.

Nelle donne, questa “mutilazione” potrebbe riguardare la non accettazione della propria femminilità che verrà vista come un peso, una limitazione all’espressione di sé o quanto meno un impedimento a raggiungere quei riconoscimenti che sono riservati da sempre al mondo maschile e negli uomini potrebbe comportare la non accettazione della propria sensibilità, del proprio mondo emotivo, sempre visto con sospetto e diffidenza perché è pensiero comune che le emozioni e l’espressione dei sentimenti non siano appropriati alla natura razionale e controllata dell’uomo.

Ma che sia stato proprio Teseo, eroe dell’Attica, a sconfiggere Procuste, infliggendogli la stessa pena a cui lui sottoponeva gli sventurati che volevano entrare ad Atene, è il simbolo della difesa coraggiosa e sicura dei valori personali che l’individuo non avrà timore di fare, una volta che li abbia riconosciuti, ma solo perché ha anche ri-conosciuto tutto di sé.

In fondo, quello che si leggeva scritto sul tempio di Apollo a Delfi (γνῶθι σεαυτόν gnosi se auton, conosci te stesso) lo ritroviamo in maniera inequivocabile in molte delle discipline orientali, ma a mio avviso, con una differenza sostanziale: non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Solo a quel punto si può partecipare della totalità dell’universo e dei suoi imperscrutabili fini, senza giudicarli ma semplicemente accettandoli, così come si è accettata l’interezza di se stessi.

Leggiamo ancora Carotenuto: “Bisogna comprendere l’importanza di questo processo di autoconoscenza, il quale procede seguendo un percorso, per così dire, a spirale. Esso non è mai un dipanarsi lineare di sola ascesa, ma un procedere vario che comporta anche l’arresto o la retrocessione, il ritorno ai luoghi delle origini della propria “archè”, quel “da dove” che spiega e chiarifica il nostro “andare verso”.

Dioniso, il liberatore.

Il tema dello smembramento è parte sostanziale del mito di Dioniso/Zagreo.

Tra le molte versioni collegate alla sua nascita, in quella che vede Zeus affidarlo ai Cureti per sottrarlo alle ire della moglie, si racconta come da bambino fu attirato dai Titani, istigati da Era, che per punirlo di aver rubato loro uno specchio, lo fecero a pezzi, pronti a cibarsene, fin quando Atena interruppe lo scempio e, preso il cuore di Zagreo, lo rinchiuse in una teca, regalandogli l’immortalità. Le sue ossa furono raccolte e sepolte nel tempio di Apollo a Delfi, mentre sui Titani infierì la folgore di Zeus fino a quando non ne furono inceneriti.

L’epiteto del dio il nato due volte mette sicuramente l’accento sul cammino psicologico obbligato di frammentazione che dovrà affrontare l’individuo per arrivare all’Unità, passando da uno stato cosciente a quello inconscio dell’essere, dall’Uno al Molteplice per poi ritornare all’Uno e quindi permettere all’Io di ricongiungersi al Sé, obiettivo finale del percorso d’individuazione junghiano.

Un traguardo che potremmo definire mistico, dove non c’è più separazione ma comunione tra conscio e inconscio, tra maschile e femminile, tra materia e spirito, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori, tra macrocosmo e microcosmo, tra Creatore e creatura, quello che Jung definiva “il farsi totale dell’uomo psichico”.

Attraverso l’incontro con Dioniso, si può conoscere la Verità su di sé, si può rientrare in contatto con la propria autenticità e, proprio per questo, unicità. Non a caso, il dio veniva anche venerato come “il dio della Verità” tanto che, nella maggior parte delle raffigurazioni dell’iconografia vascolare greca, il suo viso era frontale, come a voler significare che solo dopo essere passato attraverso il contatto con gli opposti psichici, l’individuo potrà risolvere anche le sue ambivalenze e finalmente scegliere con coraggio, prendendosi anche la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

D’altra parte, se si va alle origini del mito, Apollo e Dioniso non erano divinità contrapposte tra di loro ma complementari; erano infatti venerati come dei fondamentali da accogliere ed onorare, perché entrambi archetipi indispensabili all’uomo per raggiungere l’equilibrio interiore.

Apollo, dio del Sole e simbolo del pensiero lineare, insegnava il distacco dalle passioni e la tensione alla chiarezza mentale; Dioniso, emotivo e carnale insegnava il contatto col corpo, con l’impulso e l’istinto più vitale: due dimensioni che per gli antichi greci non potevano prescindere l’una dall’altra, tanto che la tomba di Dioniso si trovava nel santuario dedicato ad Apollo a Delfi, dove entrambi gli dei erano venerati con pari dignità, il primo durante i mesi invernali e il secondo per il resto dell’anno.

In quest’ottica, non stupisce che anche il tema dei due grandi opposti vita/morte sia strettamente unito al mito dionisiaco.

Il dio infatti, in alcune fonti, era anche adorato come Signore dell’Oltretomba, a tal punto che veniva identificato con Ade stesso, tanto che non c’era alcuna distinzione tra le due divinità.

A lui era consentito scendere nell’Oltretomba, sparendo attraverso le acque del mare e agli Inferi era sceso per andare a cercare la madre Semele, secondo una simbologia che vede l’individuo costretto a continue immersioni nelle acque dell’inconscio alla ricerca della sua anima, delle proprie profondità emotive non sviluppate, che aspettano solo di essere liberate in una forma creativa.

Così come l’epiteto “dio dalla doppia porta” può simboleggiare la capacità di far passare la psiche dalla porta della coscienza a quella dell’inconscio, per ritornare poi a quella della coscienza in una forma totalmente rigenerata e sanata.

E’ per questo che il mito dionisiaco non è solo collegato alla follia e all’ossessione, alla morte e alla disperazione, ma anche alla salvezza e alla liberazione.

Dioniso è il grande liberatore. Dalla prigionia degli Inferi infatti aveva liberato la madre Semele, che fu poi accolta tra gli dei dell’Olimpo e a lui si deve anche il gesto umano di aver salvato Arianna, la figlia di Minosse che, dopo essere stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, era stata riportata dal dio alla gioia di una nuova vita.

Dioniso è il simbolo della prova iniziatica a cui tende la psiche di chi voglia rinascere, ma una rinascita è possibile solo dopo che ci sia stata la fine di tutto quanto non è più in linea con la propria Verità.

Orfeo, musicista e poeta.

Queste tematiche mitiche che vedono in Dioniso un dio di frontiera, straniero, viandante, guerriero e in contatto con le forze della natura, che potrebbero trovare un riscontro astrologico nelle simbologie dell’Asse 3/9, nel binomio Marte/Nettuno, Marte in Sagittario, Marte in Pesci o Marte nel nono e dodicesimo settore dell’oroscopo, sono presenti e pienamente riconfermate anche dal mito di Orfeo, sacerdote di Dioniso e figlio di Apollo, nato dall’esigenza del Greci dell’età classica di dare un volto alla necessità di trovare un “ponte” tra le due divinità, ma anche al principio di distacco e ragionevolezza che esprimeva il dio Apollo.

Innanzitutto, ritroviamo Orfeo nel “Viaggio degli Argonauti” per la conquista del “Vello d’Oro”, anche lui come il “Viandante” alle prese con esperienze tirate al limite del possibile e in quel territorio di confine dove vengano testate le capacità dell’umano potere.

Ma Orfeo non è solo straniero in quanto proveniente dalla Tracia come Dioniso, non è solo viandante e guerriero, ma è soprattutto un artista e un musicista; in qualità di cantore e poeta, nei suoi viaggi incantava chiunque si incontrasse con la sua musica sublime, una musica che guariva, che permetteva uno stato conclusivo di catarsi che riconciliava la testa col cuore, ma anche gli impulsi più sfrenati col bisogno di spiritualità.
Il padre Apollo infatti, gli aveva donato la lira con cui lui deliziava se stesso e tutta la natura, che risultava come risanata dal suo benefico canto.

E’ quindi una figura dionisiaca perché simbolo della rigenerazione che può derivare dal contatto con la natura e con l’impulso vitale, ma anche apollinea perché in grado di controllare le forze naturali e selvagge attraverso il potere terapeutico del canto e della musica.

E nella letteratura greca del VI e del V sec. a.C., così come ci riporta Mircea Eliade, si trovano rimandi ed allusioni a questo personaggio mitico le cui proprietà ricordano la figura dello sciamano che, attraverso una condizione d’estasi andava oltre la razionalità, oltre il mondo del pensiero analitico ed entrava in contatto con forze e presenze ignote, con energie più profonde, intuizioni, visioni, proprie più del mondo femminile che di quello maschile, che gli permettevano di attuare un’opera di mediazione tra il maschile ed il femminile, tra la razionalità e l’impulso, tra la logica e l’intuizione, tra il materiale e lo spirituale.

Ma così come Dioniso, anche Orfeo dovrà passare attraverso uno smembramento, perché il passaggio più forte e conclusivo del suo mito è strettamente collegato ad una trasgressione, al rifiuto che lui oppose ad un ordine divino, di cui pagò il prezzo con la sua tragica fine.

Perdutamente innamorato della ninfa Euridice, lui sperimenterà quasi contemporaneamente il pieno e il vuoto che fanno parte dell’archetipo dionisiaco perché dal momento di massima gioia che proverà nell’unirsi alla sposa coronando il suo sogno d’amore, precipiterà nella disperazione più cupa quando, subito dopo le nozze, Euridice morirà per il morso di uno serpente e verrà portata all’Ade.

Il pianto di Orfeo sarà talmente struggente e dolce ed inconsolabile che tutta la natura sembrerà piangere con lui, a tal punto che si impietosirà lo stesso Ade, che gli concederà di scendere nell’oltretomba per ricondurre Euridice alla luce.

Ma Ade lo avvertirà: una volta trovata la sposa, Orfeo dovrà procedere sulla strada del ritorno senza mai voltarsi, pena la perdita definitiva dell’amata.

Ma Orfeo non ubbidirà e si volterà e perderà la prova, perché non riuscirà a fidarsi dell’insindacabile ordine divino.

Quasi prossimo all’uscita, mentre dimentica in un attimo le parole di Ade e si affretta quasi correndo per guadagnare terreno, non sentendo più i passi dell’amata che sapeva dietro di lui, Orfeo si volta perché vuole accertarsi che lei lo stia seguendo, che sia ancora lì, che non sia svanita.

Orfeo vuole ascoltare la sua voce che lo tranquillizza e lo rassicura; vuole guardarla con i suoi occhi ed essere certo che lei lo segua; vuole inebriarsi del suo profumo, che conserva nel suo cuore; vuole toccare la sua mano perché sente che, solo stringendola con le sue dita, lui potrà sottrarla alla morte e all’abbraccio di Ade.

Il voltarsi di Orfeo ed il contemporaneo dissolversi della figura di Euridice rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo come l’archetipo dell’impossibilità di raggiungere un obiettivo materiale, perché non si ci si sarà aperti anche all’imponderabile che impregna ogni respiro dell’esperienza umana.

E’ quindi la sfiducia di Orfeo che condanna Euridice all’Ade; è la sua presunzione ed incapacità di affidarsi alla vita. Orfeo si fida solo di se stesso e di quello che rimandano i sensi; solo quello che si vede, che si ode, che si gusta, che si odora e che si tocca vuol dire che c’è… tutto il resto non esiste. Solo quello che organizza la mente razionale può essere degno di fiducia perché al di sopra di tutto c’è l’illusione e la presunzione di potersi fidare solo di ciò che è noto e che si può controllare con la volontà, col sapere o col potere personale.

Orfeo è l’archetipo dell’individuo che non riconosce la necessità di lasciarsi guidare da un qualcosa che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo; solo lui sa come condurre al meglio l’impresa, più di quanto qualsiasi altro essere umano potrebbe fare, o qualsiasi altro dio; in fondo lui crede solo in se stesso e non in un disegno superiore, quello che potrebbe regolare la vita dell’uomo sulla terra e al quale lui collabora pienamente col libero arbitrio della scelta, ma che potrebbe essere inquadrato in un progetto più ampio di ricongiunzione col Divino, che a lui non è dato capire ma semplicemente assecondare, accettandone il mistero.

Orfeo, l’unico ad essere sceso all’Ade per amore; lui che era riuscito ad insegnare attraverso la musica come integrare la mente col cuore, la passione col distacco, il tempo con l’eternità; lui che aveva insegnato “la competenza dei sentimenti”, da affiancare a quella della ragione per non sminuire le umane potenzialità, non saprà rinunciare all’illusione di potenza ed il prezzo che lui pagherà sarà altissimo: perderà Euridice e morirà dilaniato dalle Menadi che, offese dalla sua fedeltà al ricordo della sposa, lo faranno a pezzi e lo getteranno nel fiume Ebro.
Ma la sua testa, che cadrà sulla lira, continuerà a cantare Euridice galleggiando fino all’isola di Lesbo, dove verrà raccolta dalla pietà delle Muse e sepolta nel santuario di Dioniso, mentre Apollo decreterà l’immortalità della sua lira ponendola tra le Costellazioni.

Non a caso la Bilancia è il segno zodiacale che decreta il passaggio dalle Case astrologiche sotto l’orizzonte a quelle superiori, realizzato solo dopo che, nel Segno di mezzo della Vergine in cui vengono ridimensionati i deliri dell’Io, si siano ricomposti gli opposti psichici che trascinano l’uomo verso spinte polari, ma solo perché lui metta ordine dentro di sé per obbedire alla tensione innata verso lo spirituale, verso il mettersi al servizio di un ideale superiore, simboleggiato dalle Case zodiacali sopra l’orizzonte, fino alla meta finale del Segno dei Pesci, Segno di Nettuno, simbolo della pietas e dell’Amore Universale.

I tre archetipi potrebbero insegnare che solo la conoscenza completa e l’accettazione della propria interezza possono permettere all’individuo la nascita dell’ homo novus che è silente dentro di lui, un individuo redento, sanato e purificato e che può finalmente contattare il suo fuoco creativo, la scintilla che gli ha donato la Grazia divina e che aspetta soltanto di essere accesa.

Bibliografia:

Jung C.G., Riflessioni sull’essenza della psiche, “Opere”, volume 8, Bollati Boringhieri, 1976
Pearson C.S., L’eroe dentro di noi, Sei archetipi della nostra vita, Astrolabio Ubaldini, 1990
Bolen J.S., Gli dei dentro l’uomo, Astrolabio Ubaldini, 1994
Otto W.F., Dioniso, Il Nuovo Melangolo, 2006
Eliade M., Dioniso o le beatitudini ritrovate, Arianna editrice, 2009
Eliade M., Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974
Carotenuto A., Integrazione della personalità, Bompiani, 2007
Fassio Lidia: Nettuno, i Pesci e la dodicesima Casa

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