L’umana pietas dell’iniziato

In un momento terribile come questo, in cui tantissime persone stanno sperimentando sulla propria pelle la tragedia del terremoto, c’è chi si diverte a filosofeggiare tirando in ballo i segni dei tempi, senza mostrare un minimo di pietà verso chi è stato colpito da questa disgrazia. Come giustifica questa gente il totale menefreghismo per le vicende umane? Col fatto che la realtà fisica in cui viviamo è un’illusione dei sensi, e in quanto tale nulla di ciò che accade su questo piano deve riguardarci. Noi, esseri spirituali decaduti, siamo precipitati nel mondo materiale per opera di un Demiurgo che controlla le sorti del pianeta e impedisce il risveglio delle anime. In sostanza, ci troviamo in un mondo che non ci appartiene per niente perché la nostra vera origine è un’altra, origine che però abbiamo dimenticato, per cui facciamo affidamento su una realtà esteriore che ci sembra reale ma in realtà non lo è. È un inganno, come dicevano anche gli induisti nel loro “velo di Maya”. E del resto lo confermano anche studi recenti di fisica quantistica. Ma forse il film Matrix rende ancora meglio l’idea, presentando il mondo materiale come una realtà virtuale in cui gli esseri umani vengono coltivati come carne da macello. Noi siamo drenati da Potenze che si cibano della nostra energia e veniamo lentamente scaricati come se fossimo delle pile, o munti come delle mucche. Questa è la triste verità. Gesù è stato molto chiaro a riguardo, se leggiamo con attenzione i testi apocrifi che sono stati censurati dalla Chiesa. Riporto questi passi del Vangelo Gnostico di Filippo, dove queste Potenze sono chiamate Arconti. Leggiamo: “Gli Arconti vollero ingannare l’uomo, a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero il nome di coloro che sono buoni e lo attribuirono a coloro che non sono buoni, per poterlo ingannare mediante i nomi e poterlo vincolare a quanti non sono buoni … Essi, infatti, vogliono eliminare chi è libero e farne un loro schiavo per sempre.” (Vangelo di Filippo 13) “Vi sono forze che lottano contro l’uomo perché non vogliono che egli sia salvato … poiché se l’uomo è salvato non avranno più luogo i sacrifici … e non saranno più offerti animali alle forze.” (Vangelo di Filippo 14) Non sono invenzioni quindi. Ognuno è libero di crederci o meno. Per tornare al punto di prima, questo è il motivo per il quale certe persone giustificano la loro insensibilità per le vicende umane. Se tutto quanto accade sul piano fisico è Maya, illusione, nulla deve riguardarci, e la nostra vita deve essere finalizzata esclusivamente alla ricerca interiore per trovare la strada della salvezza. Quindi, noi non dovremmo provare pietà per nessuno né aiutare la gente in difficoltà. Tutte le disgrazie sono volute da Dio e se loro patiscono queste disgrazie significa che così deve essere e noi non ci dobbiamo intromettere. Cosa penso io? Io seguo la Gnosi. La via della salvezza attraverso la ricerca interiore e la conoscenza data dal proprio Intimo. Credo profondamente nei Vangeli Gnostici, nel Velo di Maya, in Matrix, nell’illusione dei sensi, nella terribile verità degli Arconti, come ho detto prima. Non ho problemi a dire che sposo questa visione. Ma… …a differenza di certe persone, provo anche umana pietas verso chi soffre e ha bisogno di aiuto, e non riesco a restare insensibile dinanzi alle ingiustizie sociali, ad animali maltrattati e cose del genere. Essere consapevoli della vera natura di questo mondo e del lavoro spirituale da fare, non ci dà il diritto di disprezzare il prossimo ed essere indifferenti a tutto quanto accade su questo piano. Gesù non si sarebbe mai mostrato insensibile di fronte a certe situazioni, pur sottolineando allo stesso tempo la necessità di andare “oltre” le semplici opere buone. È questo che non si vuole capire. Cosa ci impedisce di esercitare entrambe le cose? Perché la consapevolezza dell’illusorietà della realtà fisica dovrebbe impedirci di essere compassionevoli verso chi ha bisogno di aiuto? Non si può fare una vita solitaria, distaccandosi da tutto per ricercare il contatto col proprio Intimo, e allo stesso tempo intervenire quando qualcuno ha bisogno di aiuto? Credo che quest’atteggiamento menefreghista e indifferente verso le questioni sociali sia di un’ipocrisia unica perché si tratta quasi sempre di discorsi fatti a tavolino senza essere direttamente coinvolti in certe tragedie, ed è facile mettersi a fare filosofia standosene comodamente seduti in poltrona sotto una casa che ci ripara. Invito tutti questi “iniziati” così bravi a interpretare il pensiero di Dio, che si sentono custodi della Gnosi, a mettersi nei panni delle persone che adesso si trovano in difficoltà. Voglio vedere se parleranno ancora così. Se avranno voglia di tirare in ballo i segni dei tempi, la giustizia divina, ecc. Non credo proprio. Il bollettino è tragico. 15mila hanno perso la casa, molti non potranno più lavorare perché gli stabilimenti sono crollati, c’è un’industria in ginocchio, conosco persone terrorizzate che non si sentono più tranquille e hanno paura persino di andare a dormire… e noi? Che facciamo? Andiamo a dirle che non devono lamentarsi, che tutto questo è giusto e voluto dal Padre, e che dovrebbero piangere per essere precipitate in questa realtà illusoria piuttosto che per i beni persi? Siamo alla follia pura! Ma con quale coraggio osate dire simili cose? Ma se foste stati voi ad aver perso casa e lavoro e a dover vivere nelle tendopoli, parlereste ancora così? Non ho parole. Adesso questa gente ha bisogno di affetto, di sostegno morale e di concreto aiuto, non di filosofie e discorsi da salotto. Il percorso spirituale ognuno se lo gestirà da sé e saranno esclusivamente fatti suoi, ma l’aiuto e la compassione non devono essere mai negate a nessuno. E soprattutto non dobbiamo giudicare nessuno e pensare che noi siamo superiori agli altri. Meditiamo…

Svegliatevi gente!

Papa:

Sono senza parole dinanzi a questo squallido teatrino.

Cinquantamila aderenti al “Rinnovamento” dello Spirito si radunano a piazza San Pietro per ascoltare il Papa che, ribaltando completamente il senso delle parole di Gesù, presenta la Chiesa come unico punto di riferimento a cui ispirare la propria esistenza e guida insostituibile per la crescita spirituale dell’uomo.

Quest’essere immondo osa parlare di “casa di Dio” costruita sulla roccia come se Gesù si stesse riferendo alla Chiesa quando usò questi termini. La casa di Dio è il nostro corpo che deve essere edificato come un Tempio per lo Spirito, Gesù non ha mai detto di fondare alcuna Chiesa, anzi ci ha messo in guardia: “Non fatevi ingannare. Il Figlio dell’Uomo si trova solo dentro di voi. Seguitelo. Chi lo cerca lo trova.” Sarebbe comodo fare affidamento su intermediari esterni che facciano il lavoro per noi, dandoci una sorta di assicurazione spirituale, ma non è così. Il Cristo si deve attivare dall’interno e nessuno ci potrà dare la chiave all’esterno, dobbiamo trovarla noi.

Quindi, gente… Svegliatevi una volta per tutte! Bisogna darsi da fare dentro di noi e lavorare per entrare in contatto col nostro Intimo, sarà Lui che dovrà istruirci, non la Chiesa che è un’organizzazione umana corrotta e ipocrita. State venerando delle serpi che vi hanno fatto il lavaggio del cervello. Se volete davvero rinnovare il vostro Spirito seguite l’esempio di Gesù e rinunciate al mondo, invece di andare a fare le scampagnate a piazza San Pietro.

Una storia d’iniziazione e di completa individuazione

Tratto dal libro: “Il principio d’individuazione” di Murray Stein

Il principio d’individuazione junghiano lo troviamo spesso illustrato con vividi particolari in opere dell’immaginazione umana quali le fiabe e i miti.

All’interno di queste strutture narrative, si scopre un’incredibile ricchezza di comprensione ed intuizione psicologiche, particolarmente riguardo ai processi e alle lotte inconsci per diventare liberi e creativi.

In questo e nei successivi due capitoli, guarderò a questa risorsa come a una guida per approfondire ed ampliare la discussione sull’individuazione.

Ho notato che i processi dell’individuazione più efficaci a volte iniziano con qualcosa di “piccolo” e dall’aspetto apparentemente innocuo, come la “curiosità”.

Questo impulso apparentemente innocuo può portare a quella che si potrebbe chiamare “iniziazione accidentale” o, in altre parole, a una significativa sincronicità.

Ecco come inizia la fiaba di Grimm “la serpe bianca”: un servitore s’incuriosisce riguardo al piatto coperto che porta al Re ogni giorno dopo pranzo. Un giorno solleva segretamente il coperchio e guarda dentro. Con sua sorpresa trova nel piatto un serpente bianco e allora decide di assaggiarlo.

Questo segna il decisivo inizio del suo viaggio d’individuazione.

Ecco la fiaba.

C’era una volta un Re famoso per la sua saggezza. Nel suo regno non c’era segreto che lui non conoscesse. Ogni giorno dopo pranzo aveva l’abitudine di chiedere al suo fidato servitore di portargli un piatto coperto. Dopo, il servitore doveva lasciare la stanza. Nessuno sapeva cosa c’era nel piatto, perché il Re non sollevava mai il coperchio finchè non era solo. Un giorno, nel portare via il piatto dalla stanza, il servitore fu preso dalla curiosità.

Lo portò nella propria stanza, chiuse la porta e sollevò il coperchio. Nel piatto vide un serpente bianco. Essendosi spinto così avanti, pensò che avrebbe potuto anche assaggiarlo e così ne tagliò un pezzetto e lo mangiò. Improvvisamente sentì delle voci che chiacchieravano fuori della finestra. Erano i passeri che parlavano di quello che avevano visto, in giro per il regno, quella mattina. Il servitore aveva ricevuto la capacità di comprendere il linguaggio degli animali.

Quello stesso giorno accadde che la Regina perdesse il suo anello più prezioso e i sospetti caddero sul servitore fidato perché a lui era consentito andare dovunque nel palazzo. Il Re lo affronta e minaccia di ucciderlo se non troverà il ladro per l’indomani. Naturalmente il servitore proclama la propria innocenza, ma inutilmente.

Col cuore pesante esce nel cortile domandandosi come farà a difendersi da questa falsa accusa. Mentre è fuori gli capita di ascoltare alcune anitre che conversano tranquillamente mentre si lisciano le piume e si riposano vicino al ruscello. Stanno parlando della colazione, e una di loro dice: “ho qualcosa sullo stomaco; mangiavo troppo in fretta ed ho ingoiato un anello che era sotto la finestra della Regina”.

Il servitore capisce che era quella la ladra, così afferra l’anatra e la porta al cuoco che, vedendola bella grassa, le taglia la testa e la prepara per il pranzo. Nel far questo, trova l’anello della Regina e così il servitore è scagionato. Il Re è dispiaciuto per il suo errore e vuole rimediare al fatto di essere subito saltato ad una falsa conclusione, così offre al servitore di scegliersi la sua posizione a corte. Questi però declina l’offerta e chiede soltanto un cavallo e un po’ di denaro. Vuole esplorare un po’ il mondo per conto suo. Il Re accoglie la sua richiesta e lui parte.

Dopo un po’ di tempo, arriva a uno stagno dove, intrappolati fra le canne, vede tre pesci che stanno morendo per mancanza di acqua. Si stanno rammaricando della loro cattiva sorte e il nostro eroe a cavallo sente il loro lamento. Impietosito, si libera e li rimette nello stagno. Mentre riprende la strada, i pesci, gli gridano: “Ci ricorderemo di te e ti ripagheremo per averci salvato”.

Continua a cavalcare, ma ben presto sente delle vocine nella sabbia, sotto gli zoccoli del suo cavallo. Si ferma ad ascoltare e sente il Re delle formiche che si lamenta di quell’insensibile cavallo che schiaccia il suo popolo senza pietà. Così l’eroe devia il cavallo su una pista laterale e, mentre passa, il Re delle formiche gli grida “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita il bene!”.

Mentre continua la sua strada, s’imbatte in due vecchi corvi che gettano i loro piccoli dal nido, gridando loro d’imparare a badare a se stessi. Ma i piccoli corvi sono ancora giovani e indifesi e cadono a terra dove piangono e si lamentano che moriranno di fame. Così il buon uomo, pieno di compassione per i giovani corvi abbandonati, scende da cavallo, uccide con la spada il suo cavallo e lascia che si nutrano con la carcassa. Con gratitudine, i corvi gli gridano: “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita del bene”.

Ora l’eroe deve andare avanti sulle sue due gambe. Dopo un po’ di tempo, entra in una grande città e per le strade sente l’annuncio che la figlia del Re sta cercando marito. Tutti coloro che vogliono chiedere la sua mano, devono però portare a termine un difficile compito, ma se falliscono, perderanno la vita. Lui sente che molti hanno già fallito, nondimeno, quando vede la principessa, è colpito dalla sua bellezza e, nonostante il grave rischio, si presenta come pretendente. Segue il difficile compito.

Il Re lo conduce in riva al mare e lancia fra le onde un anello d’oro. Il compito è quello di ritrovare l’anello fra le acque agitate, dovrà ritrovarlo altrimenti annegherà. Mentre sta sulla riva domandandosi cosa ne sarà adesso di lui, improvvisamente vengono in superficie dei pesci, e lui riconosce quelli che aveva salvato. Uno di loro depone ai suoi piedi un’ostrica e quando lui la apre, vi trova l’anello. Con grande gioia riporta l’anello al Re e chiede la sua ricompensa.

La principessa però è altezzosa e non vuole accettare quell’umile pretendente, così propone un secondo difficile compito. Questa volta è lei a indicare il modo. In giardino apre dieci sacchi pieni di miglio e, con le sue stesse mani, sparge i minuscoli semi sull’erba. Di nuovo l’eroe si sente impotente e si chiede cosa ne sarà di lui. Si siede nel giardino per tutta la notte e quando l’alba illumina il cielo, si accorge che i sacchi sono pieni e nemmeno un solo chicco di miglio è rimasto per terra.

Durante la notte, il Re delle formiche è venuto con i suoi sudditi e ha ripagato la sua gentilezza.

Quando al mattino la Principessa arriva e vede che il compito è stato portato a termine, il suo cuore altezzoso resiste ancora e propone un altro difficile compito: se vuole diventare suo sposo, deve portarle una mela dell’Albero della Vita. Il pretendente non sa dove si potrebbe trovare l’Albero della Vita, ma si mette comunque in cammino fin dove le gambe lo possono portare. Percorre in lungo e in largo tre regni e una sera giunge in un bosco, entra, si siede per riposare e sopra di lui sente un fruscio e una mela d’oro gli cade tra le mani. Tre corvi osservano la scena, volano giù e si posano sulle sue ginocchia. Gli dicono che sono quelli che ha salvato uccidendo il suo cavallo, e che quando hanno sentito della sua ricerca di una mela dell’Albero della Vita, hanno attraversato in volo tutto il mare fino ai confini del mondo, dove si trova l’Albero della Vita e gliene hanno portata una.

Il pretendente porta la mela alla Principessa, che adesso non ha più motivo di resistergli. Tagliano a metà la Mela della Vita e la mangiano insieme. Allora il cuore di lei si apre e si riempie d’amore per lui, e vivono a lungo felici e contenti.

I temi intrecciati di curiosità, conoscenza e catastrofe

Quando il servitore agisce in base a un po’ di ingenua curiosità, è improvvisamente catapultato in una fase completamente nuova della sua vita. Improvvisamente lui sa.

Un nuovo mondo gli si spalanca. Comprende il linguaggio degli animali, in altre parole, ha preso contatto con i suoi istinti e con un mondo che prima gli era precluso e quindi regalato nell’inconscio. Quel mondo diviene improvvisamente accessibile.

Questo improvviso e sorprendente contatto con l’inconscio e con l’istinto è quello che avviene quando si entra in contatto con emozioni istintuali. Quello che era stato disponibile agli altri, come ai genitori o altri adulti, ma tenuto lontano, fuori dalla vista, dietro porte chiuse, nascosto sottochiave nel ripostiglio, adesso è anche tuo e tu comprendi qualcosa di cui prima non avevi nemmeno avuto sentore. Ma non è il “picco” che è importante, ma la comprensione, la gnosi.

Questa è conoscenza per esperienza, non per sentito dire, e questa conoscenza cambia tutto. Può soprattutto essere usata indipendentemente dall’autorità degli altri.

Il servitore imbocca la via dell’individuazione quando mangia il cibo proibito. E’ un atto di disobbedienza, quindi un rischio. Potrebbe essere scoperto e punito. Ma è anche il suo primo passo verso la coscienza individuale. Afferra la possibilità di un attimo e s’imbatte in una iniziazione alla gnosi. Se non avesse accettato il rischio in quella direzione, avrebbe corso il rischio di non individuarsi mai e rimanere per sempre un servitore. E’ un vicolo cieco: il rischio di non accettare il rischio dell’individuazione è la stagnazione.

L’atto di disobbedienza del servitore fa il pari con la disobbedienza di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. Facendo questo radicale salto nell’ignoto, motivato da pura curiosità, quel servitore infrange il tabù ed esce dal suo ruolo di fedele servitore. Agisce spinto dal suo individuale desiderio di conoscere.

Il desiderio di conoscenza è una forza dell’individuazione e si manifesta a molti livelli della vita emozionale e cognitiva. L’impulso a sapere ci separa da coloro che non sanno e da coloro che non vogliono che noi sappiamo. Quanto più sappiamo, tanto più ci allontaniamo dal collettivo. L’impulso a conoscere e l’impulso a crescere si alleano contro il desiderio di restare fermi e di farlo al sicuro, mescolati tra la folla.

Iniziato improvvisamente ai misteri gnostici del serpente, il servitore riduce la distanza tra sé e il Re e sperimenta per sé la fonte della saggezza del Re, in tal modo interrompe la sua dipendenza spirituale. E’ quindi uscito da un ruolo, grazie ad una conoscenza proibita.

Questo cambiamento fa rapidamente precipitare altri eventi che, a loro volta, producono una drammatica trasformazione nell’intera situazione. Quando la Regina perde l’anello, attacca violentemente alla cieca e accusa il fidato servitore. Anche il Re se la prende con lui e si rifiuta di servirsi della sua superiore saggezza per risolvere l’enigma dell’anello che manca. Adesso la sua vita è a rischio e deve trovare il modo per salvarsi. Sembra che avere la gnosi sia un dono a doppio taglio, porta separazione e tradimento da parte di coloro che hai servito e offre una possibile soluzione se mantieni la presenza di spirito per utilizzarla.

Come abbiamo visto, questo strano errore nel funzionamento, fino ad allora impeccabile del Re e la successiva disobbedienza del servitore si dimostrano essere la chiave della liberazione, anche se lo stato di paradisiaca innocenza giunge ad una brusca conclusione.

James Hillman, nel suo saggio “Il tradimento” propone una brillante riflessione sul potenziale d’individuazione che hanno queste apparenti catastrofi. La catastrofe sembra essere un innesco necessario per l’individuazione.

Quando il Re apprende dell’innocenza del suo servitore, cerca di fare ammenda offrendogli una posizione superiore nel suo governo. E’ questo il momento della decisione. Il servitore può accettare l’offerta e rimanere un servitore, sia pure a livello superiore, oppure può rischiare il tutto e per tutto e lasciare il paese. Il rischio di restare con il Re sarebbe, ancora una volta, un possibile lavoro senza via d’uscita e una finale stagnazione. Il vantaggio sarebbe una certa sicurezza, anche se il Re lo ha tradito! Il servitore decide così per il rischio dell’individuazione e si mette in cammino da solo, con un po’ di denaro ed un cavallo, ma anche la gnosi che ha ottenuto dal serpente bianco. Anche se non mangia più del serpente, e quindi non cade nella dipendenza degli istinti e degli impulsi, gli effetti della sua profonda iniziazione al linguaggio della psiche istintuale rimangono in lui. E’ in uno stato di grazia.

Paracelso chiamava questa sapienza lumen naturae, che è una cosa diversa dalla rivelazione divina dall’alto, perché arriva dal basso, e cioè dalla parte istintuale di sé.

Conservare la coscienza

L’eroe della storia, perché non è più servitore, dal momento che si è separato dal Re, abbandona il regno del familiare e si assume le conseguenze del rischio che ha accettato. Adesso è una persona libera e, da ora in poi, agisce per conto proprio.

Ora è un individuo cosciente, non un’appendice di qualcun altro. Il suo viaggio d’individuazione può iniziare.

Ai giorni nostri, una persona affronta lo stesso rischio e la stessa liberazione dalla dipendenza quando lascia una grande organizzazione dove protezione e benefici abbondano, e fama e potere sembrano a portata di mano, ma al prezzo della libertà e creatività individuali, oppure quando si separa da qualsiasi affetto.

Se ci domandiamo perché alcune persone accettano questo rischio e altre no, forse è utile pensare alla nostra fiaba e accorgerci che questo può dipendere dall’ aver mangiato del serpente bianco che gli ha procurato il contatto con l’inconscio. Una simile gnosi personale connette l’individuo all’autorità interiore e all’istinto. Solo così si apre il canale della comprensione intuitiva. Adesso si tratta di mantenere quel contatto per restare consapevoli.

E il dono della comprensione intuitiva non viene meno al nostro eroe quando si mette in cammino sul suo cavallo, perché ben presto s’imbatte in tre pesci che sono rimasti impigliati fra le canne e si stanno lamentando della loro sfortuna.

Ascolta la loro conversazione e comprende il loro problema ma, cosa più importante, agisce con decisione in base alla comprensione intuitiva: libera i tre pesci e li ributta in acqua. Questo atto di compassione verrà ripetuto tre volte e ogni circostanza è un po’ più significativa della precedente.

Il primo atto è un atto di coscienza. Indica che lui è capace di mantenere la sua connessione cosciente col mondo animale, in breve, con i contenuti dell’inconscio quando si rivelano. Il pesce, a livello simbolico, rappresenta il mondo dell’inconscio e qui lui dimostra la sua capacità di relazionarsi con questa dimensione con accettazione ed intelligenza.

Se avesse ignorato o sottovalutato il lamento del pesce, sarebbe stata la sterilità psichica. Sarebbe caduto nella trappola di diventare un arido intelletto senza contatto con le fonti dell’immaginazione e della creatività. Al massimo avrebbe potuto trasmettere insegnamenti della tradizione. Conservare un’immagine “umida” (il contatto con l’inconscio) (l’acqua in astrologia) è necessario per continuare il viaggio d’individuazione.

La seconda prova di consapevolezza è quella di quando l’eroe sente il Re delle formiche lamentarsi dei cavalli che calpestano i suoi minuscoli sudditi.

Le formiche rappresentano la capacità del Sé di costruire e ricostruire strutture di contenimento emotivo, le cui radici stanno molto al di sotto della portata della coscienza dell’Io, la coscienza del corpo. E’ capace di mantenere il contatto con l’inconscio somatico. Senza il contatto con questo fattore istintivo, una persona cade facilmente in un tipo d’inflazione dell’Io che pensa di essere immortale e simile a Dio, non soggetto a limitazioni fisiche. C’è la tentazione di spingere troppo, di andare troppo veloci e troppo a lungo senza fermarsi, di non tenere conto dei segnali del corpo e dell’anima che ci dicono che abbiamo fatto abbastanza, che abbiamo bisogno di una pausa.

Non tenere conto di questi segnali somatici e psichici, cosa abbastanza facile quando si sta sulla cresta dell’onda, in groppa al nostro cavallo, pieni di vitalità e ambizioni dell’Io, finirà per produrre un crollo permanente.

Dei tre atti di coscienza, tuttavia, è sicuramente il terzo il più sorprendente. L’eroe ascolta una coppia di corvi adulti che si lamentano dei loro piccoli, che vede buttare giù dal nido. Poi ascolta i piccoli piangere e sorprendentemente scende da cavallo, sfodera la spada ed uccide il cavallo. Uno straordinario sacrificio, fuori proporzione. Un sacrificio per ottenere il contatto col lato spirituale del Sé, è questo il sacrificio più grande, più drammatico di tutti. Ci vuole un sacrificio per compiere tutto il percorso verso la piena individuazione, per raggiungere la meta.

Diceva Gesù “chiunque si guarda indietro, non merita il regno”, invitando così le persone ad uno spirito radicalmente nuovo per il futuro. Ai giorni nostri, questo significa abbandonare le tradizioni ed i tesori ereditati per creare un nuovo futuro spirituale per sé e per la specie umana nel suo insieme.