L’archetipo del Viandante: Dioniso – Orfeo

di Francesca Piombo

“Io sono un viaggiatore e un navigatore
e ogni giorno scopro una regione nuova nella mia anima.”
Kahlil Gibran

Nell’Archetipo junghiano del “Viandante” si potrebbero trovare alcune tematiche psicologiche che lo avvicinano ai modelli divini della mitologia greca, collegati a Dioniso e al suo sacerdote Orfeo.

Sia l’archetipo psicologico infatti che quelli mitologici simboleggiano la tensione innata che spinge l’individuo ad ampliare i propri orizzonti, a spaziare su più piani della conoscenza, in un territorio di confine, di rottura e messa in discussione di tutto ciò che è convenzionalmente accettato dalla mentalità collettiva, perché l’unico modo che possa assicurare l’espressione di se stesso e della totalità della sua natura.

Un archetipo che ritroviamo espresso nella figura dell’Ulisse omerico che, pur avendo dentro di sé la volontà cosciente e determinata di ritornare a casa, ad Itaca, dove lo attendono la sua sposa e la sua gente, esprime quella dimensione mitica altrettanto potente che spinge l’individuo a non fermarsi, a continuare il viaggio, perché sa che solo attraverso il movimento e la scoperta di nuovi mondi può colmare gli interrogativi ed i dubbi su quanto di nuovo e sconosciuto ci sia da illuminare del suo complesso mondo interiore.

E’ per questo che l’archetipo del “Viandante” è anche una costante quasi fissa dell’individuo lacerato tra la scelta di una vita convenzionale ed inquadrata secondo gli schemi tradizionali, familiari e sociali più consolidati, che lo spinge ad obbedire a regole collettive per sentirsi integrato e soprattutto accettato dal mondo “normale” e l’imprescindibile spinta ad essere se stesso, ad esprimere la propria autenticità, nonostante il rischio di incontrare sulla via l’emarginazione, la solitudine e il fallimento.

Un archetipo spesso vissuto dall’individuo con sofferenza ed inquietudine per l’inevitabile lacerazione che si crea tra il forte bisogno di normalità che fa sentire integrati ed il riconoscimento di trovarsi spesso calato in una condizione esistenziale di estraneità totale, in cui nulla sembra allinearsi a quanto gli schemi convenzionali e collettivi spingono a realizzare, che essi siano riferiti alla vita familiare, a quella sentimentale o alla propria realizzazione professionale.

Un conflitto interiore che potremmo ritrovare ben espresso nel progetto astrologico dei Segni mobili, dove il bisogno di normalità e di regola della Vergine, l’amore per lo scambio intellettivo dei Gemelli e la spinta alla ricerca che è viva nel Sagittario possono trovare una sintesi nel sentimento di compassione e condivisione universale a cui tende il dodicesimo ed ultimo segno zodiacale, i Pesci, in cui si compie l’intero viaggio astrologico.

Scrive C. S. Pearson in “L’eroe dentro di noi:” “… l’identità del Viandante è quella dell’outsider; nella vita spirituale egli può dover affrontare il dubbio. Spesso infatti gli è stato insegnato che Dio ricompensa una certa obbedienza alle regole e ad un certo comportamento morale tradizionale, che generalmente sono in contrasto con la sua psiche, che si evolve sperimentando.”

Solo attraverso l’esperienza personale infatti, lui avrà la possibilità di confermare i principi ed i valori ereditati oppure metterli in discussione, aprendosi ad un nuovo modo di concepire l’esistenza, spesso totalmente diverso e sganciato dal pensiero comune, ma che impregna e rispecchia fino in fondo la sua essenza più vera.

Nei testi ermetici è presente il concetto per cui il viaggio, il viandante e la destinazione siano la stessa cosa, tanto è irresistibile la spinta alla ricerca che è racchiusa in quest’archetipo: il “Viandante” non può fermarsi, ma il viaggio non è importante per la meta che propone, quanto per l’esperienza che potrebbe offrire sulla via. Per chi si sia identificato in quest’archetipo, è l’ andare lo scopo del viaggio e non l’ arrivare; la meta non è fondamentale ed importante di per sè quanto ciò che si può sperimentare andando verso la meta, a tal punto che quando il viaggio è finito, anche la tensione energetica che sprigiona la ricerca si spegne.

Da qui il “moto perpetuo” che s’incontra nella persona che si sia identificata soprattutto in questa figura archetipica, un individuo che si serve del movimento all’esterno per poter gestire il movimento interno dei molti dubbi che affollano il suo cuore; proprio attraverso il contatto col mondo geografico e naturale che su di lui ha un richiamo irresistibile, il “Viandante” tranquillizza se stesso e mantiene il contatto col suo centro interiore; attraverso l’incontro con l’altro da sé e ciò che il viaggio geografico illumina della sua Totalità, avrà la possibilità di rileggere il suo passato, di analizzare le motivazioni delle sue scelte e, solo dopo questo confronto, potrà battersi senza cadere nel dubbio per la loro realizzazione, perché avrà definito anche le sue priorità e ciò che può dare un senso alla sua vita.

L’errare è quindi sinonimo del perdersi come l’unico presupposto per ritrovare se stessi, per individuare la vera meta che può appagare completamente, una destinazione psicologica specifica e non più scelta perchè gradita alla psicologia collettiva.
Scrive Aldo Carotenuto, psicologo junghiano, nel suo “Integrazione della personalità”: “Non c’è atto trasformativo senza la riesplorazione del passato nel tentativo di comprendere non solo il significato profondo di quanto è stato, ma soprattutto quanto del perduto dirige ancora il nostro andare”.

Dioniso, il dio del vino.

La spinta inconscia alla sfida e la ricerca di un territorio di frontiera in cui mettersi alla prova; la presa di distanza da un universo di valori che non può essere confermato se non dopo essere stato sottoposto al vaglio personale, si possono ritrovare anche nelle tematiche suggerite dal mito di Dioniso, il Bacco dei Latini, il “Viandante” e lo “Straniero” per eccellenza, dio del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione, così come della sfrenatezza e della liberazione; un archetipo anch’esso messo in relazione al desiderio di sconfinare in dimensioni più allargate della conoscenza che possano riempire quel senso di vuoto e d’inquietudine con cui l’uomo combatte da sempre e che è strettamente collegato alla sua condizione di creatura terrena, fallibile e in cerca di risposte.

Un modello che si colora degli eccessi del dio, simbolo dell’estasi amorosa ma anche della follia e dell’ossessione; della fusione e condivisione emotiva, ma anche del distacco e della fuga, istanze contrarie ed opposte che non sono altro che lo specchio del bisogno di mediare tra le molte tensioni ed i paradossi che tormentano l’animo umano quando sia costretto ad incontrarsi col regno dei contrari: il coraggio e la paura; la forza e la fragilità; la passione e l’indifferenza; la libertà e l’appartenenza, la norma e la trasgressione.

Secondo Jung, solo dall’incontro tra gli opposti psichici e dal tentativo di accordarli tra loro, può essere garantito il salto verso l’equilibrio ed il superamento delle polarità, proprio perché si saranno definiti i valori personali ma anche riconosciuti i limiti del proprio sentire e volere.

Il mito della nascita di Dioniso/Zagreo, il “nato due volte”, ha più versioni, di cui la più diffusa narra di come sua madre, la principessa Semele, dopo essere stata amata da Zeus ed ingannata dalla gelosa Era, fosse stata dal dio stesso incenerita perché impreparata a sopportare la vista della folgore divina. A quel punto Zeus, impietositosi e soprattutto per permettere al bambino che Semele aveva in grembo di nascere nonostante la fine della madre, lo aveva cucito all’interno della sua coscia, come se fosse un’incubatrice, consentendo così a Dioniso di venire alla luce, quando fosse giunto il tempo.

Una volta nato, il piccolo dio era stato allontanato per sfuggire alle ire di Era ed allevato sui monti dell’Arcadia da alcune ninfe, crescendo a contatto col centauro Sileno che gli aveva insegnato l’arte del vino, ma soprattutto era stato introdotto dalle ninfe alla sensibilità del mondo femminile, affinando il carattere e crescendo in un’atmosfera di grazia e sensibilità, a tal punto da essere definito da Euripide Gynnis “dalle forme di donna”.

Alla sensibilità e alla dolcezza tipicamente femminili, in Dioniso si affiancavano doti di grande virilità, forza vitale e coraggio, che ebbe modo di mostrare durante le molte campagne belliche che costellano il suo mito; infatti, una volta adulto, il dio aveva iniziato una vita errabonda, sempre alla ricerca di nuove avventure in cui cimentarsi come valente guerriero, costantemente contornato da Satiri e Baccanti, con i quali condivideva quegli eccessi che avrebbero poi caratterizzato l’ossatura del suo mito.

La tematica dei contrari.

I racconti che ce ne fanno gli storici infatti riportano episodi in cui lui sfidava costantemente l’ordine costituito per portare un impulso vitale e istintivo lì dove vigevano regole rigide e precostituite, dove imperava un allineamento a valori e consuetudini patriarcali che il modus vivendi del dio minava alla base, istillando smanie di trasgressione lì dove l’ordine costituito si stava facendo asfissiante.

Uno scontro tra il vecchio e il nuovo che troviamo ben espresso dagli archetipi astrologici di Saturno e Urano, pianeti messi in relazione al bisogno dell’animo umano di rendere stabile e strutturata la vita ed il contemporaneo bisogno d’innovazione, di aria nuova da apportare lì dove c’è il rischio che la struttura diventi sovra-struttura e blocchi il flusso vitale.

Un rischio che l’archetipo del “Viandante” risolve grazie alla spinta innata verso la conoscenza, verso l’ampliamento dei propri orizzonti e che diventa ossessiva e senza freni nell’archetipo dionisiaco.

Dioniso è il “dio dell’ossessione”, della spinta ad immergersi senza paura in ogni esperienza di vita che, tanto più è estrema, quanto più è ricercata. Dioniso è il simbolo dell’estasi più rapita e dell’euforia più irragionevole che si fanno spasimo e disperazione nell’attimo in cui s’incontrano tra loro le opposte tensioni della psiche, le polarità dell’animo umano, il cui superamento permette all’energia psichica che si sprigiona grazie al contatto tra i contrari, di “andare oltre” per giungere ad una nuova sintesi, uno stadio dell’essere totalmente trasformato e rigenerato.

Dioniso è il “nato due volte” , un dio che nasce e contemporaneamente muore per rinascere ancora; ogni fase del suo mito, a cominciare dalla nascita che lo vuole figlio di un dio e di una mortale, mette l’accento sulla necessità di conciliare l’umano col divino, il maschile col femminile, il materiale con lo spirituale fino ad arrivare alla possibilità di non escludere nessuno dei due poli ma, attraverso la loro visualizzazione, ricomporli in una sintesi nuova.

La stessa pratica del vino, simbolo dionisiaco per eccellenza, rientra in questa tematica di ricerca di quel “non luogo” psichico dove è possibile tentare questa ricomposizione.
E’ per questo che il vino nel mito dionisiaco assume un valore religioso, dal latino “re-ligere” e cioè riunire gli impulsi contrari e troppo a lungo repressi senza temerli, con lo scopo di poter trovare un giusto mezzo tra di loro; il “metaxu” greco, il “bardo” tibetano, l’ “in der mitte” junghiano simboleggiano un “non luogo” trascendentale, che possa permettere il superamento di ciò che è stato visualizzato e, solo dopo questo atto di riconoscimento ed accettazione, superato.

Per lo stesso motivo è legato al dio anche il tema dell’apparizione e sparizione improvvise, quando al culmine dell’estasi più rapita spariva tra le acque del mare, occultandosi agli occhi di tutti; una tematica ben rintracciabile nell’individuo in cui sia vivo questo modello divino di esprimere sia la profonda sensibilità e capacità di sintonizzarsi su dimensioni estatiche dell’esperienza, sia la volontà di distanziarsene per l’incapacità di sostenere la potenza ma anche la continuità di queste emozioni che chiedono tempo per essere visualizzate senza che diventino distruttive, con la conseguenza di rifugiarsi spesso in un mondo tanto irreale quanto indispensabile per potersi incontrare con quella che Aldo Carotenuto definisce “sospensione del tempo dell’esperienza interiore”.

Questo bisogno di estraniarsi, di spostare l’attenzione verso dimensioni “altre” che permettano di prendere fiato dopo che ci sia incontrati con bisogni polari e contraddittori della propria natura, potrebbe essere la motivazione inconscia anche dell’archetipo del “Viandante” quando spinge l’individuo a spostarsi da un confine all’altro della terra, alla ricerca di un’esperienza che possa dare significato alla sua vita e finalmente definire le motivazioni del suo stesso esistere.

“Ri-membrare”.

E’ per questo che i due archetipi sono presenti nell’individuo che pur sognando di raggiungere la completezza e l’interezza, tanto quanto desidera la regola e la normalità, si trova spesso a contatto con esperienze di frammentazione, di “smembramento”, perché solo dopo aver “conosciuto Dioniso” e l’altro da sè, avrà anche compreso quello che lo può veramente appagare e rendere soddisfatto, quanto sarà disposto a fare per ottenerlo e quanto invece dovrà lasciare andare perché non più in linea con la Totalità rivelata.

Questo fa di Dioniso anche l’archetipo della liberazione della parte istintuale dell’uomo, quella che non obbedisce più solo alla ragionevolezza e al Logos, così cari all’archetipo “Apollo”, ma anche alla volontà di esprimere i moti più autentici della sua anima, compresi gli eccessi emotivi, perché solo dopo questo atto di riconoscimento della parte arcaica e ctonia della propria natura, l’individuo può prenderne coscienza e padroneggiarne i lati più oscuri.

Una ricomposizione che può essere dolorosa come uno smembramento, come un “essere in croce”, assimilabile alla simbologia della 12 carta degli Arcani Maggiori, l’Appeso, che raffigura un processo benefico di purificazione, di rottura con quanto giudicato perfetto solo perché inquadrato in un’ottica condivisa.

L’Appeso è a testa in giù e da lì osserva il mondo, rivoluzionando totalmente il suo modo di guardare alle cose; acquista quindi una nuova visione d’insieme che gli consente anche di non ridurre se stesso all’unica identificazione che si è concesso, ma di aprirsi a dimensioni inesplorate legate al suo inconscio, attraverso l’intuizione e una nuova visione; solo così potrà ribaltare i suoi schemi mentali che lo imprigionano in un falso sè ed aprirsi anche ad un modo tutto nuovo d’interpretare se stesso.

Negli Atti di Filippo, il Cristo parla così: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel Regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”

Il tema dello “smembramento”, così diffuso nella mitologia dei popoli antichi, dal mito egizio di Osiride fino a quello cristiano, è in stretta analogia non solo all’incontro tra gli opposti psichici, ma anche alla necessità di spezzettare la propria identità per analizzarla fin nel profondo e riappropriarsi dell’energia di quelle parti che sono state negate e che giace inutilizzata sul fondo dell’inconscio.

Scrive J. S. Bolen nel suo “Gli dei dentro l’uomo”: “Il processo di ricerca è sempre una discesa graduale alla scoperta di sentimenti sepolti, alla scoperta del proprio mondo interiore, dove è possibile riprendere in mano il filo della propria storia. L’uomo scopre così che chiunque abbia sepolto o espulso dalla sua coscienza e lasciato dietro sé nel passato (il bambino che era, i genitori come figure di dimensioni sovraumane, persone che un tempo amava o temeva) è ancora vivo dentro di lui; qualunque cosa sia stata sepolta, esiste ancora nel mondo interiore. Qualsiasi cosa sia stata smembrata, è stata come “sepolta viva” e quando la si scopre, è lì, intatta come allora”.

Per questo la tematica potrebbe trovare un ulteriore passaggio nel mito greco di Procuste, il leggendario personaggio che sostava davanti alle porte di Atene ed obbligava chi volesse entrare nella città divina, simbolo degli ideali collettivi da seguire, a stendersi sul suo letto per testare se fosse degno o meno di entrare tra coloro che erano considerati gli eletti della comunità ateniese.

Procuste ne misurava la lunghezza, allungando le membra se risultavano corte ed accorciandole senza pietà se superavano le dimensioni del magico letto.

E’ il chiaro riferimento al fatto che per sentirsi adeguato alle richieste del collettivo di una società ideale, giudicata perfetta ed uniformata a certe convenzioni, l’individuo potrà essere costretto a rinunciare a molto della propria autenticità ed energia vitale e a modellarsi su quelli che sono le pressioni del pensiero collettivo. Qualsiasi cosa della propria essenza appaia inaccettabile agli occhi degli altri o troppo diversa o avulsa dai modi di comportamento scelti dalla massa che fanno sentire “normali”, verrà sacrificata sul letto di Procuste, per non passare attraverso la vergogna, il rifiuto e l’emarginazione.

Nelle donne, questa “mutilazione” potrebbe riguardare la non accettazione della propria femminilità che verrà vista come un peso, una limitazione all’espressione di sé o quanto meno un impedimento a raggiungere quei riconoscimenti che sono riservati da sempre al mondo maschile e negli uomini potrebbe comportare la non accettazione della propria sensibilità, del proprio mondo emotivo, sempre visto con sospetto e diffidenza perché è pensiero comune che le emozioni e l’espressione dei sentimenti non siano appropriati alla natura razionale e controllata dell’uomo.

Ma che sia stato proprio Teseo, eroe dell’Attica, a sconfiggere Procuste, infliggendogli la stessa pena a cui lui sottoponeva gli sventurati che volevano entrare ad Atene, è il simbolo della difesa coraggiosa e sicura dei valori personali che l’individuo non avrà timore di fare, una volta che li abbia riconosciuti, ma solo perché ha anche ri-conosciuto tutto di sé.

In fondo, quello che si leggeva scritto sul tempio di Apollo a Delfi (γνῶθι σεαυτόν gnosi se auton, conosci te stesso) lo ritroviamo in maniera inequivocabile in molte delle discipline orientali, ma a mio avviso, con una differenza sostanziale: non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Solo a quel punto si può partecipare della totalità dell’universo e dei suoi imperscrutabili fini, senza giudicarli ma semplicemente accettandoli, così come si è accettata l’interezza di se stessi.

Leggiamo ancora Carotenuto: “Bisogna comprendere l’importanza di questo processo di autoconoscenza, il quale procede seguendo un percorso, per così dire, a spirale. Esso non è mai un dipanarsi lineare di sola ascesa, ma un procedere vario che comporta anche l’arresto o la retrocessione, il ritorno ai luoghi delle origini della propria “archè”, quel “da dove” che spiega e chiarifica il nostro “andare verso”.

Dioniso, il liberatore.

Il tema dello smembramento è parte sostanziale del mito di Dioniso/Zagreo.

Tra le molte versioni collegate alla sua nascita, in quella che vede Zeus affidarlo ai Cureti per sottrarlo alle ire della moglie, si racconta come da bambino fu attirato dai Titani, istigati da Era, che per punirlo di aver rubato loro uno specchio, lo fecero a pezzi, pronti a cibarsene, fin quando Atena interruppe lo scempio e, preso il cuore di Zagreo, lo rinchiuse in una teca, regalandogli l’immortalità. Le sue ossa furono raccolte e sepolte nel tempio di Apollo a Delfi, mentre sui Titani infierì la folgore di Zeus fino a quando non ne furono inceneriti.

L’epiteto del dio il nato due volte mette sicuramente l’accento sul cammino psicologico obbligato di frammentazione che dovrà affrontare l’individuo per arrivare all’Unità, passando da uno stato cosciente a quello inconscio dell’essere, dall’Uno al Molteplice per poi ritornare all’Uno e quindi permettere all’Io di ricongiungersi al Sé, obiettivo finale del percorso d’individuazione junghiano.

Un traguardo che potremmo definire mistico, dove non c’è più separazione ma comunione tra conscio e inconscio, tra maschile e femminile, tra materia e spirito, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori, tra macrocosmo e microcosmo, tra Creatore e creatura, quello che Jung definiva “il farsi totale dell’uomo psichico”.

Attraverso l’incontro con Dioniso, si può conoscere la Verità su di sé, si può rientrare in contatto con la propria autenticità e, proprio per questo, unicità. Non a caso, il dio veniva anche venerato come “il dio della Verità” tanto che, nella maggior parte delle raffigurazioni dell’iconografia vascolare greca, il suo viso era frontale, come a voler significare che solo dopo essere passato attraverso il contatto con gli opposti psichici, l’individuo potrà risolvere anche le sue ambivalenze e finalmente scegliere con coraggio, prendendosi anche la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

D’altra parte, se si va alle origini del mito, Apollo e Dioniso non erano divinità contrapposte tra di loro ma complementari; erano infatti venerati come dei fondamentali da accogliere ed onorare, perché entrambi archetipi indispensabili all’uomo per raggiungere l’equilibrio interiore.

Apollo, dio del Sole e simbolo del pensiero lineare, insegnava il distacco dalle passioni e la tensione alla chiarezza mentale; Dioniso, emotivo e carnale insegnava il contatto col corpo, con l’impulso e l’istinto più vitale: due dimensioni che per gli antichi greci non potevano prescindere l’una dall’altra, tanto che la tomba di Dioniso si trovava nel santuario dedicato ad Apollo a Delfi, dove entrambi gli dei erano venerati con pari dignità, il primo durante i mesi invernali e il secondo per il resto dell’anno.

In quest’ottica, non stupisce che anche il tema dei due grandi opposti vita/morte sia strettamente unito al mito dionisiaco.

Il dio infatti, in alcune fonti, era anche adorato come Signore dell’Oltretomba, a tal punto che veniva identificato con Ade stesso, tanto che non c’era alcuna distinzione tra le due divinità.

A lui era consentito scendere nell’Oltretomba, sparendo attraverso le acque del mare e agli Inferi era sceso per andare a cercare la madre Semele, secondo una simbologia che vede l’individuo costretto a continue immersioni nelle acque dell’inconscio alla ricerca della sua anima, delle proprie profondità emotive non sviluppate, che aspettano solo di essere liberate in una forma creativa.

Così come l’epiteto “dio dalla doppia porta” può simboleggiare la capacità di far passare la psiche dalla porta della coscienza a quella dell’inconscio, per ritornare poi a quella della coscienza in una forma totalmente rigenerata e sanata.

E’ per questo che il mito dionisiaco non è solo collegato alla follia e all’ossessione, alla morte e alla disperazione, ma anche alla salvezza e alla liberazione.

Dioniso è il grande liberatore. Dalla prigionia degli Inferi infatti aveva liberato la madre Semele, che fu poi accolta tra gli dei dell’Olimpo e a lui si deve anche il gesto umano di aver salvato Arianna, la figlia di Minosse che, dopo essere stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, era stata riportata dal dio alla gioia di una nuova vita.

Dioniso è il simbolo della prova iniziatica a cui tende la psiche di chi voglia rinascere, ma una rinascita è possibile solo dopo che ci sia stata la fine di tutto quanto non è più in linea con la propria Verità.

Orfeo, musicista e poeta.

Queste tematiche mitiche che vedono in Dioniso un dio di frontiera, straniero, viandante, guerriero e in contatto con le forze della natura, che potrebbero trovare un riscontro astrologico nelle simbologie dell’Asse 3/9, nel binomio Marte/Nettuno, Marte in Sagittario, Marte in Pesci o Marte nel nono e dodicesimo settore dell’oroscopo, sono presenti e pienamente riconfermate anche dal mito di Orfeo, sacerdote di Dioniso e figlio di Apollo, nato dall’esigenza del Greci dell’età classica di dare un volto alla necessità di trovare un “ponte” tra le due divinità, ma anche al principio di distacco e ragionevolezza che esprimeva il dio Apollo.

Innanzitutto, ritroviamo Orfeo nel “Viaggio degli Argonauti” per la conquista del “Vello d’Oro”, anche lui come il “Viandante” alle prese con esperienze tirate al limite del possibile e in quel territorio di confine dove vengano testate le capacità dell’umano potere.

Ma Orfeo non è solo straniero in quanto proveniente dalla Tracia come Dioniso, non è solo viandante e guerriero, ma è soprattutto un artista e un musicista; in qualità di cantore e poeta, nei suoi viaggi incantava chiunque si incontrasse con la sua musica sublime, una musica che guariva, che permetteva uno stato conclusivo di catarsi che riconciliava la testa col cuore, ma anche gli impulsi più sfrenati col bisogno di spiritualità.
Il padre Apollo infatti, gli aveva donato la lira con cui lui deliziava se stesso e tutta la natura, che risultava come risanata dal suo benefico canto.

E’ quindi una figura dionisiaca perché simbolo della rigenerazione che può derivare dal contatto con la natura e con l’impulso vitale, ma anche apollinea perché in grado di controllare le forze naturali e selvagge attraverso il potere terapeutico del canto e della musica.

E nella letteratura greca del VI e del V sec. a.C., così come ci riporta Mircea Eliade, si trovano rimandi ed allusioni a questo personaggio mitico le cui proprietà ricordano la figura dello sciamano che, attraverso una condizione d’estasi andava oltre la razionalità, oltre il mondo del pensiero analitico ed entrava in contatto con forze e presenze ignote, con energie più profonde, intuizioni, visioni, proprie più del mondo femminile che di quello maschile, che gli permettevano di attuare un’opera di mediazione tra il maschile ed il femminile, tra la razionalità e l’impulso, tra la logica e l’intuizione, tra il materiale e lo spirituale.

Ma così come Dioniso, anche Orfeo dovrà passare attraverso uno smembramento, perché il passaggio più forte e conclusivo del suo mito è strettamente collegato ad una trasgressione, al rifiuto che lui oppose ad un ordine divino, di cui pagò il prezzo con la sua tragica fine.

Perdutamente innamorato della ninfa Euridice, lui sperimenterà quasi contemporaneamente il pieno e il vuoto che fanno parte dell’archetipo dionisiaco perché dal momento di massima gioia che proverà nell’unirsi alla sposa coronando il suo sogno d’amore, precipiterà nella disperazione più cupa quando, subito dopo le nozze, Euridice morirà per il morso di uno serpente e verrà portata all’Ade.

Il pianto di Orfeo sarà talmente struggente e dolce ed inconsolabile che tutta la natura sembrerà piangere con lui, a tal punto che si impietosirà lo stesso Ade, che gli concederà di scendere nell’oltretomba per ricondurre Euridice alla luce.

Ma Ade lo avvertirà: una volta trovata la sposa, Orfeo dovrà procedere sulla strada del ritorno senza mai voltarsi, pena la perdita definitiva dell’amata.

Ma Orfeo non ubbidirà e si volterà e perderà la prova, perché non riuscirà a fidarsi dell’insindacabile ordine divino.

Quasi prossimo all’uscita, mentre dimentica in un attimo le parole di Ade e si affretta quasi correndo per guadagnare terreno, non sentendo più i passi dell’amata che sapeva dietro di lui, Orfeo si volta perché vuole accertarsi che lei lo stia seguendo, che sia ancora lì, che non sia svanita.

Orfeo vuole ascoltare la sua voce che lo tranquillizza e lo rassicura; vuole guardarla con i suoi occhi ed essere certo che lei lo segua; vuole inebriarsi del suo profumo, che conserva nel suo cuore; vuole toccare la sua mano perché sente che, solo stringendola con le sue dita, lui potrà sottrarla alla morte e all’abbraccio di Ade.

Il voltarsi di Orfeo ed il contemporaneo dissolversi della figura di Euridice rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo come l’archetipo dell’impossibilità di raggiungere un obiettivo materiale, perché non si ci si sarà aperti anche all’imponderabile che impregna ogni respiro dell’esperienza umana.

E’ quindi la sfiducia di Orfeo che condanna Euridice all’Ade; è la sua presunzione ed incapacità di affidarsi alla vita. Orfeo si fida solo di se stesso e di quello che rimandano i sensi; solo quello che si vede, che si ode, che si gusta, che si odora e che si tocca vuol dire che c’è… tutto il resto non esiste. Solo quello che organizza la mente razionale può essere degno di fiducia perché al di sopra di tutto c’è l’illusione e la presunzione di potersi fidare solo di ciò che è noto e che si può controllare con la volontà, col sapere o col potere personale.

Orfeo è l’archetipo dell’individuo che non riconosce la necessità di lasciarsi guidare da un qualcosa che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo; solo lui sa come condurre al meglio l’impresa, più di quanto qualsiasi altro essere umano potrebbe fare, o qualsiasi altro dio; in fondo lui crede solo in se stesso e non in un disegno superiore, quello che potrebbe regolare la vita dell’uomo sulla terra e al quale lui collabora pienamente col libero arbitrio della scelta, ma che potrebbe essere inquadrato in un progetto più ampio di ricongiunzione col Divino, che a lui non è dato capire ma semplicemente assecondare, accettandone il mistero.

Orfeo, l’unico ad essere sceso all’Ade per amore; lui che era riuscito ad insegnare attraverso la musica come integrare la mente col cuore, la passione col distacco, il tempo con l’eternità; lui che aveva insegnato “la competenza dei sentimenti”, da affiancare a quella della ragione per non sminuire le umane potenzialità, non saprà rinunciare all’illusione di potenza ed il prezzo che lui pagherà sarà altissimo: perderà Euridice e morirà dilaniato dalle Menadi che, offese dalla sua fedeltà al ricordo della sposa, lo faranno a pezzi e lo getteranno nel fiume Ebro.
Ma la sua testa, che cadrà sulla lira, continuerà a cantare Euridice galleggiando fino all’isola di Lesbo, dove verrà raccolta dalla pietà delle Muse e sepolta nel santuario di Dioniso, mentre Apollo decreterà l’immortalità della sua lira ponendola tra le Costellazioni.

Non a caso la Bilancia è il segno zodiacale che decreta il passaggio dalle Case astrologiche sotto l’orizzonte a quelle superiori, realizzato solo dopo che, nel Segno di mezzo della Vergine in cui vengono ridimensionati i deliri dell’Io, si siano ricomposti gli opposti psichici che trascinano l’uomo verso spinte polari, ma solo perché lui metta ordine dentro di sé per obbedire alla tensione innata verso lo spirituale, verso il mettersi al servizio di un ideale superiore, simboleggiato dalle Case zodiacali sopra l’orizzonte, fino alla meta finale del Segno dei Pesci, Segno di Nettuno, simbolo della pietas e dell’Amore Universale.

I tre archetipi potrebbero insegnare che solo la conoscenza completa e l’accettazione della propria interezza possono permettere all’individuo la nascita dell’ homo novus che è silente dentro di lui, un individuo redento, sanato e purificato e che può finalmente contattare il suo fuoco creativo, la scintilla che gli ha donato la Grazia divina e che aspetta soltanto di essere accesa.

Bibliografia:

Jung C.G., Riflessioni sull’essenza della psiche, “Opere”, volume 8, Bollati Boringhieri, 1976
Pearson C.S., L’eroe dentro di noi, Sei archetipi della nostra vita, Astrolabio Ubaldini, 1990
Bolen J.S., Gli dei dentro l’uomo, Astrolabio Ubaldini, 1994
Otto W.F., Dioniso, Il Nuovo Melangolo, 2006
Eliade M., Dioniso o le beatitudini ritrovate, Arianna editrice, 2009
Eliade M., Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974
Carotenuto A., Integrazione della personalità, Bompiani, 2007
Fassio Lidia: Nettuno, i Pesci e la dodicesima Casa

L’archetipo del guerriero

di Francesca Piombo

Chi è in grado di domare il proprio cuore, è capace di conquistare il mondo. (Manuale del Guerriero della Luce – Paulo Coelho)

Nella mitologia greca l’archetipo junghiano del Guerriero può trovare una rispondenza nella figura e nelle gesta del semidio Heracle, l’Ercole dei Latini, ricordato per le sue “dodici fatiche”, di cui la più rappresentativa per l’alto valore simbolico che racchiude, la lotta con l’Idra di Lerna, potrebbe aiutare a comprendere il valore della vera forza, qualità specifica dell’archetipo compiuto, quando si siano ormai integrati in un tutt’uno il coraggio con la paura, l’impulso con la ragione, la volontà con la flessibilità, l’aspirazione alla conquista col limite personale, attraverso l’incontro con gli opposti psichici, unico ponte e collegamento tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche.

Heracle e l’Idra

Ripercorriamo allora le fasi del mito, secondo la versione che ne dà l’astrologo junghiano Howard Sasportas (1948-1992) nel suo “Gli dei del cambiamento, Urano, Nettuno, Plutone”.

Molto famoso per la sua forza e per il coraggio che l’aveva fatto distinguere già nella sua prima fatica, l’uccisione del Leone di Nemea, Heracle fu chiamato da Euristeo alla seconda fatica, in cui avrebbe dovuto uccidere il mostro a più teste che da tempo faceva strage di uomini ed animali nella città di Lerna, funestando la piccola città.

Prima di cominciare a cercare l’Idra, Heracle si reca da Chirone, guaritore e suo maestro e gli chiede cosa debba fare per sconfiggere il mostro, perché nessuno tra quanti avevano provato ad ucciderlo c’era riuscito.

E Chirone gli parla così: “Lotta frontalmente e alla luce del sole e chiedi aiuto se non ce la fai; se c’è da inginocchiarti, fallo, ma soprattutto predisponiti a perdere, perché solo così potrai vincere”.

Questo responso sulle prime sembra molto oscuro ad Heracle: un eroe come lui non poteva certo avere bisogno d’aiuto né tanto meno predisporsi a perdere. Nonostante ciò e fidandosi ciecamente del suo maestro, Heracle si mette in cammino alla volta di Lerna.

Arrivato alla palude, non riesce subito a trovare l’Idra, non la vede; poi si accorge che è immersa dentro una caverna piena di sudicio e di fango e decide così di entrare, cominciando però ad affrontare il mostro solo lateralmente, perché non si vuole sporcare; comincia così a tagliare via via le teste a lui più vicine, ma per ogni testa che mozza, ne rispuntano altre due, che vanificano ogni sforzo di avere la meglio sul mostro.

A quel punto, si ricorda le parole del maestro: “lotta frontalmente e alla luce del sole” e comprende che finché agirà in difesa o con l’inganno non potrà vincere l’Idra; esce così allo scoperto e costringe il mostro a doversi rivelare, ma l’impresa diventa ancor più difficile perché l’Idra fa uscire tutte le sue teste che si moltiplicano con una rapidità impressionante, non appena Heracle le afferra e le taglia via. La lotta sembra impossibile, ma soprattutto ìmpari e destinata ad essere perduta.

Proprio quando Heracle sta per soccombere, ecco che ricorda ancora una volta le parole di Chirone “solo l’aiuto di un vero amico ti potrà salvare”. Riconoscendo che ha bisogno di chiedere e che non potrà superare la prova da solo, va da Iolao, suo nipote a lui affezionato, che lo aiuta così nell’impresa: l’eroe accende un fuoco e non appena stacca una testa del mostro, la passa a Iolao che la raccoglie e la brucia, impedendo così alla testa di potersi rigenerare.

Quando i due stanno per tirare un sospiro di sollievo perché manca solo la testa centrale, l’unica ad essere mortale, Heracle si accorge che l’Idra mantiene la testa nel basso, sfidandolo a scendere giù… più giù e ad esporsi molto più che con le altre ed ancora una volta l’eroe si ricorda le parole di Chirone: “se c’è bisogno, inginocchiati”.

E così farà: inginocchiato nel fango della palude, si avvierà verso l’uscita costringendo l’Idra a seguirlo fuori della caverna, alla luce del sole e solo lì sarà in grado di staccare di colpo l’ultima testa, raccogliendo il gioiello in essa incastonato, nonché il veleno mortale che renderà vittoriose da quel punto in avanti tutte le sue imprese future.

La versione di questo mito è sicuramente molto illuminante sulle risorse a cui l’individuo può attingere nei momenti di prova, in cui dovrà fare appello alla sua forza, che dovrà essere non solo fisica, o collegata all’astuzia, al sapere, o alla semplice volontà, ma soprattutto psicologica, perché basata innanzitutto sulla conoscenza dell’interezza della sua natura e sull’analisi delle sue finalità.

Infatti, il mito suggerisce che l’individuo/eroe potrà acquistare una reale forza solo nell’attimo in cui, attraverso la visione chiara delle sue qualità così come dei suoi limiti; attraverso la valutazione razionale e sincera di quelle che sono le sue intenzioni ed i motivi per cui sta lottando; attraverso la conoscenza della profondità delle sue emozioni, comprese quelle più primitive e difficili da accettare, avrà anche imparato quando contare solo sulle sue forze e quando chiedere aiuto, quando continuare a combattere e quando rinunciare, fino al punto di predisporsi anche a perdere, nella consapevolezza che il vincere una prova potrebbe dover passare attraverso un momentaneo atto di resa.

Ma si sarà soprattutto interrogato sulla sua scala di valori, su quanto le pressioni familiari, sociali e collettive hanno ancora potere su di lui e sulla sua volontà; quanto ci sia di “suo” in quello che desidera e per cui si batte e solo a quel punto potrà visualizzare il suo “mito personale”: realizzare ciò che è importante per lui e va perseguito con tutte le forze e lasciare andare ciò che è totalmente privo di importanza e solo zavorra nel viaggio della sua vita.

La figura di Chirone quindi, così come quella di Iolao, guaritore e maestro di vita il primo, amico fidato il secondo, sono particolarmente illuminanti in questo percorso di consapevolezza. Il primo sarà il simbolo della necessità che l’individuo deve saper cogliere in alcuni momenti della sua vita di fidarsi di visioni diverse non solo da ciò che pensa sia la miglior scelta possibile, ma anche dall’immagine che il suo Io culla di se stesso, a cui dovrà rinunciare perchè non lo rappresenta nella sua interezza; il secondo è il simbolo dell’ “amico interno” più che esterno e cioè delle parti nobili dell’umana natura che sanno come venire in soccorso nell’attimo in cui verranno riconosciute quelle meno nobili, che potranno essere trasformate e sanate solo dopo questo atto di riconoscimento, indispensabile per arrivare alla conoscenza completa di se stessi e non solo di ciò in cui è stato più facile identificarsi.

Ares, il dio della guerra

La figura di Heracle trova un ulteriore passaggio evolutivo in quella del dio della guerra della mitologia greca, l’archetipo per eccellenza della forza fisica: Ares, che si trasforma gradualmente nel modello più maturo ed evoluto del Marte latino.

Infatti, così come l’Ares greco era venerato come un dio invincibile perché dotato di una forza quasi bruta, mai domata dalla ragione; era un simbolo di furia che si faceva cieca e che lo trascinava in ogni battaglia con lo scopo di “lottare e basta”, per rispondere a un affronto o per un semplice bisogno di primato, alla lotta superiore e salvifica si associa invece il Marte latino che, se pur sempre divinità guerriera, era onorato dagli antichi romani come la massima divinità dell’Olimpo, perché non solo valente guerriero, ma anche dio della natura e della fertilità.

Nel Marte latino infatti, l’archetipo mitico del dio della guerra si affina e per così dire si spiritualizza nell’intento delle scelte, che spingeranno la persona in cui vibra quest’archetipo a lottare principalmente per cause giuste e superiori, più che per un utile solo personale, o per antagonismo, o mero desiderio di vittoria sull’altro.

In quest’archetipo infatti viene sottolineato, oltre al coraggio e all’energia fisica, anche una grande forza interiore che crede nella dignità stessa del combattere, che considera l’avversario non come un nemico e si fa eroico ed altruistico se c’è da intervenire per sorreggere persone innocenti ed incapaci di difendersi da sole, ma anche cedevole nel momento in cui si riconosca la necessità di farsi da parte, se la situazione lo esige per un bene superiore.

Chi abbia scelto questo modello divino in cui identificarsi, può rintracciare l’essenza di sè non più nella sfida del combattimento come scelta a priori, né per un bisogno di vittoria che lo spinge anche ad essere scorretto nei confronti degli altri, ma nel discernere attraverso la visione interna suggerita dal suo Spirito, quando valga la pena combattere e quando no; quando sia giusto lottare e quando ritrarsi dalla battaglia; ma soprattutto ha imparato ad essere diretto nelle azioni che non scaturiranno più da una re-azione all’altro o da sterili strategie di difesa, né a produrre un effetto per ampliare il senso di sé, ma da un intimo convincimento di operare nel rispetto di ciò che gli suggeriscono non soltanto la testa e l’impulso, ma soprattutto lo Spirito ed il cuore.

Questo insegnamento fondamentale da seguire nell’azione è ben colto dal pensiero orientale, come leggiamo in www.etanali.it/zen.htm: “le azioni che derivano dall’esperienza e la esprimono non sono tese a produrre un effetto. Le azioni che affermano la vita piuttosto che negarla, che rivelano piuttosto che nascondere, che esprimono piuttosto che reprimere, sono in un certo senso non azioni. L’azione infatti contrariamente alla manipolazione (di se stessi o degli altri), viene sperimentata come fluente dall’interno verso l’esterno invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci”.

“Non uscendo dalla porta si conosce il mondo. Non guardando dalla finestra si scorge la via del cielo. (Lao Tzu)”.

Secondo la filosofia orientale quindi, è solo attraverso l’azione “non azione” che si può ricondurre l’identità non a ciò che si fa, né a ciò che si possiede, meno che mai a ciò che si mostra, ma solo e semplicemente a quel che si è.

Marte in Astrologia

In astrologia, l’archetipo della forza è simboleggiato da Marte, pianeta maschile di Fuoco, Signore dell’Ariete e dello Scorpione, il cui glifo simboleggia la forza centrifuga dell’energia marziana, che fluisce dal dentro al fuori.

E’ quindi un archetipo strettamente collegato all’azione, all’attacco e all’affermazione, all’impulso vitale e alla sessualità, il cui viaggio nei segni di Fuoco illustra pienamente il passaggio simbolico che l’individuo dovrà fare per raggiungere uno stadio conclusivo di completezza, in cui la forza fisica non potrà avere alcun valore se non affiancata dalla forza morale, dalla capacità di lottare per i propri ideali con etica e senso del limite, senza scivolare nel fanatismo o nell’utopia e quindi anche dalla necessità di discriminare il momento dell’azione e quello dell’attesa, il momento della lotta e quello della resa, perché si saranno illuminati anche gli obiettivi inconsci, lasciando andare ciò che non può aggiungere nulla all’emancipazione e soddisfazione personale.

Queste fasi di perfezionamento e rafforzamento della volontà, sono ben simboleggiate dalle tre sedi astrologiche del pianeta, il primo che incontriamo dopo la nascita, messa in relazione col segno dell’Ariete, che dà il via all’intero viaggio zodiacale, come la miccia dà il via al processo di combustione; è infatti Marte che spinge l’individuo ad affermare se stesso, a portare avanti la sua volontà e a difendersi quando sia messa a rischio la sua incolumità. Marte è simbolo del sangue che scorre nelle vene, della vita stessa che ci spinge in avanti e, proprio grazie al suo significato originario di “azione”, assume coloriture specifiche nei tre Segni di Fuoco: è fuoco primordiale in Ariete, simbolo dell’impulso all’azione e istinto di sopravvivenza; è fuoco in pienezza in Leone, simbolo dell’azione misurata ed affinata dalla forza interiore e fuoco della rinascita in Sagittario, dove l’azione si fa prospettica e lungimirante, perché sono stati integrati il valore della rinuncia e quello dell’attesa.

Allo stesso modo, fondamentali sono le Sedi in cui Marte fa sentire la sua azione evolutiva: infatti nasce in Ariete come simbolo d’impulso irrazionale, si affina nel Segno dello Scorpione dove deve attraversare una fase di perdita e spoliazione e si compie nel Segno del Capricorno, simbolo della forza interiore raggiunta ed ultima tappa del viaggio marziano.

Marte nella donna

L’archetipo junghiano del Guerriero trova nell’archetipo dell’Amazzone Guerriera il suo equivalente femminile.

E’ un archetipo che si sta rivelando sempre più attivo negli ultimi tempi, dopo secoli di sudditanza al potere maschile da parte della donna, che appare sempre più consapevole della sua capacità d’azione, del suo intimo valore e ruolo fondamentale proprio in quanto donna, al di là della possibilità di vederlo riflesso o meno negli occhi di un uomo, ma anche al di là di uno sterile antagonismo per puro bisogno di rivalsa sul mondo maschile.

Quando l’archetipo è forte all’interno della psiche, di solito per la presenza di un Marte in Ariete, Leone o Sagittario, la donna sarà incline ad affrontare la vita con coraggio ed impulsività, senza far passare la mente attraverso valutazioni razionali e soprattutto senza uniformarsi al pensiero collettivo, per cui il femminile deve essere innanzitutto passivo e rinunciatario.

Se la donna è in contatto con la sua Totalità e quindi è riuscita ad illuminare la parte inconscia, collegata all’energia indifferenziata, rabbiosa e distruttiva dell’archetipo marziano, riuscirà anche a riconoscere quando attivare la guerriera che è dentro di lei e quando metterla a tacere; quando servirsi della parte maschile della sua natura, quella che le impone di osare, facendo scelte coraggiose, anche a costo di doversi scontrare e scoprirsi aggressiva e quando rivolgersi ad archetipi più femminili e ricettivi, quelli a cui inclina naturalmente il suo principio di Eros e le radici stesse del suo “essere donna”.

Se invece la donna non si conosce nella sua interezza, se non è consapevole dello spirito guerriero inconscio che vibra dentro di lei; se ha voluto identificarsi soltanto in archetipi ricettivi per il bisogno di conciliazione che guida ogni scelta, il suo inconscio la spingerà automaticamente in situazioni limite in cui si dovrà incontrare con questa forza nascosta, dovrà scoprire un potenziale con cui lei non vuole avere a che fare, ma solo perché deroga dall’unico modello archetipico in cui si è identificata.

E saranno proprio le emozioni forti e sconvolgenti, le situazioni di “guerra” che vivrà e in cui penserà di essere capitata per caso e contro la sua volontà; saranno le persone violente e prevaricatrici che incontrerà e da cui dovrà difendersi, la molla evolutiva per la sua emancipazione, per scoprire ciò che non conosce ancora della sua natura, ma che le appartiene tanto quanto ciò in cui si è identificata.

E’ questo spesso il caso della donna che, con il Sole o un forte nucleo di pianeti in segni femminili, quali i Pesci o il Cancro, si ritrova a dover riconoscere il suo Marte posto in un segno di Fuoco, ad incontrarsi con la guerriera che è dentro di lei, che – una volta riconosciuta – potrà finalmente difenderla come una vera alleata.

Infatti, gli archetipi che restano inconsci diventano delle mine vaganti che non chiedono il permesso per manifestarsi, ma anzi lo fanno spesso fuori luogo e fuori tempo; sono loro i veri nemici interni che lottano con le nostre resistenze razionali, finché non daremo loro il giusto spazio per potersi esprimere, riconoscendo quando sia il tempo di agirli e servircene in modo appropriato e quando quello di metterli a tacere.

Di contro, se la donna si è identificata totalmente nel suo Marte di Fuoco, dimenticando completamente le radici del principio femminile di Eros che impregna la sua natura di fondo; se ha messo da parte la naturale inclinazione all’amore, alla conciliazione e al perdono che è aspetto specifico del principio femminile, sarà costretta a ridimensionare il suo Spirito guerriero, rivolgendo l’attenzione verso la sua Anima, l’unica che può permetterle di restare in contatto con se stessa e con le radici del suo stesso esistere.

Marte alchemico

Per spiegare il viaggio evolutivo del Marte astrologico, in questo particolare momento che lo vede sollecitare dal segno della Vergine gli altri segni mobili Gemelli, Sagittario e Pesci, si possono osservare alcune stampe che fanno parte del libro dell’alchimista Lambsprinck, “La pietra filosofale”, pubblicato diverse volte tra la metà del ‘600 e gli inizi del ‘700, riportate ed interpretate da Jeffrey Raff, discepolo di Jung, nel suo libro “Jung e l’immaginario alchemico”, dove l’Autore collega le esperienze immaginative degli alchimisti al percorso di individuazione junghiano, ma anche alla forza spirituale di questo percorso, specchio della tensione innata dell’animo umano verso il Divino.

Sappiamo infatti come gli alchimisti fossero fortemente convinti dell’importanza del simbolo e del ruolo immaginativo della psiche come guida nella realizzazione dell’intera Opera ed è per questo che si servivano di dipinti, raffigurazioni, stampe che loro definivano “emblemi” e che potevano fornire una guida, una mappa dove ritrovare i passi fondamentali dell’Opera e quindi, nella loro intenzione di elevazione della coscienza, accompagnare la nascita dell’uomo spirituale.

Secondo Paracelso infatti, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e quella che la filosofia junghiana definisce “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”; diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi ed elevarsi spiritualmente.

Di primaria importanza quindi il ruolo di Marte nell’Opera alchemica, associato sia al ferro, come metallo proveniente direttamente dalle stelle (dal latino, sider), che al fuoco, per il suo fondamentale ruolo di agente purificatore, nonché principio spirituale che permette alla Pietra di rivelarsi.

Gli stadi del processo alchemico infatti, non sono che l’esatta metafora del percorso junghiano di purificazione della coscienza che, resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive, coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, è chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità e permettere la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, il Sé junghiano, che è anche l’archetipo della completezza.

Marte in Ariete, l’azione dell’Io

In questo emblema, il secondo della teoria di 15 stampe, vediamo un guerriero sguainare la spada per difendersi ed abbattere un drago che lo sta minacciando, in una lotta che assume il simbolo dello scontro tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche, tra quella maschile e quella femminile; infatti il guerriero è la personificazione dell’Io che si trova ad affrontare il mondo dell’inconscio, simboleggiato dal drago, così come nel mito di Heracle era simboleggiato dall’Idra.

Il drago e l’Idra sono figure fantastiche dall’alto valore simbolico, perché se da un lato appaiono terribili nella loro ferocia, dall’altro contengono in sé anche qualità positive, simboleggiate, nel caso dell’Idra, dal gioiello che conserva nel cuore della sua natura.
Leggiamo un passo tratto dal testo “Coelum Terrae” di Thomas Vaughan (metà del ‘600), dove il drago parla così di sé: “Sono l’antico drago presente ovunque sulla faccia della terra; sono padre e madre, giovane e vecchio, in discesa verso la terra e in ascesa verso i cieli, altissimo e infimo, leggero e pesante. Sono la tenebra e la luce, scaturisco dalla terra e sorgo dal cielo”.

Sappiamo come nella filosofia orientale il drago occupi un posto d’onore, perché riassuntivo dello Yin e dello Yang e cioè del concetto che non ci può essere luce senza ombra, bene senza male, vittoria senza sconfitta, inizio senza fine.

In questo caso il drago simboleggia il Sé latente, sconosciuto alla coscienza e per questo da affrontare ed il cavaliere, così come era stato per il mito di Heracle e l’Idra, simboleggia l’opera dell’Io cosciente che deve incontrarsi con l’inconscio per dare vita all’integrazione tra i due mondi e quindi permettere all’individuo, attraverso la ricomposizione degli opposti, di raggiungere quell’equilibrio ed integrità a cui aspira la sua psiche.

Scrive Jung: “Il Sé è l’unione di conscio ed inconscio e, come tutti gli archetipi, ha un carattere antinomico, paradossale; è maschile e femminile, vegliardo e fanciullo, potente e fragile, grande e piccolo. Il Sé è un’autentica complexio oppositorum”.

Bellissimo quindi il collegamento che Raff fa tra il drago e l’inconscio, tra il cavaliere e l’Io, che diventa il guerriero intrepido ed ardito del Marte in Ariete, coraggioso ed imprudente nello slancio in avanti, ma forse anche simbolo del passaggio dallo stato istintivo del primo stadio dell’essere marziano verso quello più riflessivo e consapevole del Marte in Leone, secondo Segno di Fuoco e sede del Sole, dove il guerriero diventa l’eroe, il principio di Logos junghiano, dove lo scontro con l’avversario non è più solo dettato da un mero bisogno di primato o semplice reazione all’altro, ma dalla capacità di scegliere razionalmente ed individuare le mosse giuste che permetteranno la vittoria, compresa l’accettazione di possibili sconfitte sulla via.

La stessa spada che il cavaliere sguaina con fare minaccioso contro il drago assume il valore di “acutezza della mente” che riesce ad affrontare il caotico mondo dell’inconscio grazie alla saldezza interiore ed al discernimento razionale; qui l’inconscio ed il Sé latente hanno bisogno della forza razionale della mente, della sua capacità di discriminare e spezzettare i vari contenuti psichici, come sciogliendoli, per permettere loro di ricomporsi in una forma nuova, non separata e totalmente rigenerata (solve et coagula).

Ma si potrebbe trovare anche un’altra lettura in questo bellissimo emblema: il cavaliere indossa elmo e corazza, è equipaggiato di tutto punto forse per simboleggiare le difese che la mente conscia mette alle irruzioni dell’inconscio come prima reazione al contatto. Il terrore di essere sopraffatto da queste forze, caotiche ed irrazionali, deve essere compreso e mai sottovalutato dall’Io, soprattutto nelle fasi iniziali del contatto, ma nemmeno spingerlo a barricarsi dietro un eccesso di difesa, ad organizzare strategie razionali per impedire l’incontro, quando solo dall’incontro è possibile la trasformazione ed il raggiungimento della completezza.

Non è un passaggio facile questo per l’Io, perché prevede anche una spoliazione e cioè la perdita di tutte quelle barriere mentali ed argomentazioni logiche che la ragione mette a difesa dell’immagine che l’Io ha di sé, o che di sé vuole dare agli altri, che devono essere abbandonate o ridimensionate per permettere l’integrazione.

Anche nel mito di Heracle è evidenziato questo passaggio in cui l’eroe deve far morire la sua presunzione di essere invincibile per poter avere la meglio sull’Idra. Allo stesso modo, la lotta alla luce del sole che Chirone lo invita a fare, senza strategie o illusioni della mente, è il simbolo del bisogno di chiarezza verso cui spinge la psiche per permettere alla coscienza di incontrarsi con i contenuti psicologici rimossi ed in ombra, simboleggiati dalla caverna in cui è rintanata l’Idra e che potranno essere illuminati solo con un atto di vero coraggio marziano.

Secondo Jung, solo dopo aver riconosciuto la sua fragilità, la sua vulnerabilità e la necessità di poter contare su un aiuto che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo, l’individuo potrà integrare la parte solare cosciente con quella lunare inconscia della psiche, quella razionale maschile con quella istintiva femminile, attingendo all’aiuto interno delle sue migliori qualità che la buona volontà ed il coraggio che l’analisi richiede gli avranno fatto rintracciare in se stesso.

Infatti, l’inconscio non è soltanto il contenitore di complessi e contenuti infantili rimossi che impediscono una sana individuazione, (individuo: dal latino, non diviso), ma è anche lo scrigno dei potenziali non utilizzati e di tutte le qualità mai sfruttate che, una volta illuminati, possono rendersi disponibili per individuare nuovi canali espressivi capaci di utilizzare l’energia creativa che si è resa fruibile, solo dopo che sia avvenuto il benefico sblocco.

E’ per questo che, nell’attimo in cui il drago-inconscio muore o si arrende alla coscienza, è l’Io stesso che fa morire una parte dell’identità precedente perché possa avvenire la nascita di un nuovo Sé, più maturo e consapevole.

Non a caso il drago in alchimia rappresenta sia l’inizio della “prima materia”, grezza ed indefinita, sia la possibilità del suo compimento, “la terza materia”, la Pietra filosofale, in cui il Sé latente si è trasformato in Sé manifesto.

Marte in Scorpione, la morte dell’Io

Il quinto emblema della Teoria, che ho scelto come passaggio fondamentale del percorso astrologico marziano, ci presenta una scena violenta, dove due animali, maschio e femmina, si stanno aggredendo per uccidersi e vincere l’uno sull’altro.

Si tratta del simbolo della lotta tra gli opposti, rappresentata come un’esperienza di violenza e smembramento, di sangue e morte.

Ma che il percorso stia avvenendo così come è giusto che avvenga, è espresso dall’immagine del ponte che compare sullo sfondo della stampa, assente in quella precedente, simbolo dell’avvenuta unione tra i due mondi, non più divisi ma in contatto tra loro e pronti per essere equilibrati.

Marte in Scorpione trova, a mio avviso, in questo emblema tutta la forza e la potenza dell’archetipo che rappresenta: è infatti il simbolo della lotta tra la parte maschile e quella femminile della psiche che vogliono prevalere l’una sull’altra: la parte maschile cosciente e quella femminile inconscia hanno bisogno di questo scontro perché l’individuo possa indurle a collaborare tra loro, attraverso l’energia psichica che si sprigiona proprio dall’incontro con gli opposti.

Infatti, la visione junghiana della libido, diversa da quella freudiana che la riconduce esclusivamente alla pulsione sessuale, introduce un aspetto positivo nell’azione che gli opposti hanno sulla psiche, perché l’energia di Fuoco che si sprigiona dall’incontro tra i contrari possa dare il meglio di sé.

Le passioni, i moti dell’animo, le contraddizioni ed i paradossi che si generano nella psiche col conseguente desiderio di risolverli ed equilibrarli tra loro sono il necessario presupposto a che si generi quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo ed ascensionale di purificazione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio, per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di tensione spirituale verso il Divino.

Attraverso questo scontro-incontro, la funzione trascendente junghiana, si può compiere un viaggio introspettivo di conoscenza ed illuminazione, che non potrà avvenire se non passando attraverso il coraggio marziano di accettare una spoliazione, un’altra, ancor più cruenta di quella simboleggiata dalla lotta del cavaliere contro il drago, così come ogni passaggio a uno stato d’individuazione superiore prevede che si “faccia spazio”, lasciando andare i sentimenti inferiori, ma anche le suggestioni e rassicurazioni di quello precedente, nonché gli alibi e le strategie di un Io ancora fragile perchè troppo intimorito dall’incontro con la sua Totalità.

Marte in Capricorno, la vera forza

L’ultimo emblema che ho scelto, il nono della Teoria, ci presenta un re, seduto sul trono, all’interno di un tempietto, con un globo nella mano destra ed uno scettro in quella sinistra, una figura che può evocare il Marte che si compie in Capricorno, Segno messo in relazione con l’autonomia e la realizzazione personale.

La figura è in posa ieratica e poggia i suoi piedi sul drago, ormai domato e non più temibile; per salire al trono, sette i gradini che ricordano i sette stadi dell’Opera alchemica, i sette metalli e i sette pianeti fino a Saturno, simbolo del tempo lineare che ci invita ad usare al meglio l’esperienza di vita, così come la ruota che si vede sul trono, potrebbe rimandare al tempo ciclico della Teoria della Rincarnazione, al Kharma e alla filosofia orientale della Samsara.

L’autorevolezza, il buon governo, il senso etico e la padronanza delle proprie emozioni che è facile attribuire a questa figura regale e spirituale possono riscontrarsi solo nel Marte che si compie in Capricorno, Segno in cui si chiude il viaggio evolutivo di questo pianeta, nella Casa di Saturno, il finitore di ogni cosa.

Il re è il simbolo dell’avvenuta trasformazione, è la Pietra Filosofale che, dopo aver attraversato le tappe della purificazione e della mortificazione, della spoliazione e della sublimazione, è simbolo dell’avvenuta trasformazione, del nuovo stato dell’essere: è il Tempio di Dio.

Allo stesso modo, il Marte che si compie in Capricorno ha visto nobilitarsi via via tutti i passaggi astrologici che lo vedono nascere nel Segno dell’Ariete, col suo bisogno imperioso d’individuazione; passare attraverso la morte di tutto quanto non può essere utilizzato e trasformato nel Segno dello Scorpione, fino all’esaltazione nel decimo Segno dello Zodiaco, dove la forza non è mai prevaricazione o annientamento dell’altrui volontà, ma accoglienza e miglioramento innanzitutto della propria natura; dove il bisogno di vittoria a tutti i costi è stato integrato dal discernimento e dalla comprensione dei propri valori; dove la sconfitta non genera più frustrazione, ma il coraggio necessario per continuare a combattere; dove non conta “chi vince e chi perde” ma solo andare avanti sulla strada evolutiva; dove l’azione non è più re-azione ma padronanza dei propri moti interiori, attraverso il dominio su di sé più che di un potere da esercitare sugli altri; dove la spinta inconscia alla distruzione è stata trasformata in creatività e costruzione, così come sono stati trasformati e sublimati i sentimenti inferiori che fanno parte dell’umana natura, indispensabili perché possa avvenire il necessario cambiamento e perché la vocazione e tensione al Divino che è celata in ogni creatura spingano l’individuo a migliorarsi, grazie all’atto di riconoscimento, di perdono ed accettazione della sua Totalità, che non ha avuto timore di fare.

Scrive Paulo Coelho nel suo: “Manuale del Guerriero della Luce”:

Il guerriero della luce ha appreso
che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza.
Si serve della rabbia per mostrare il valore della pace.
Si serve del silenzio per far riflettere sulla responsabilità delle parole.
Si serve della malattia per sottolineare la benedizione della salute.
Si serve del fuoco per impartire una lezione sull’acqua.
Si serve della Terra perché si comprenda il valore dell’aria.
Si serve della morte per mostrare l’importanza della vita.

Bibliografia

Howard Sasportas, Gli Dei del Cambiamento, Astrolabio Ubaldini, Roma 2000
Jeffrey Raff, Jung e l’immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, Roma 2008
Lambsprinck, La pietra filosofale, Edizioni Mediterranee, Roma 1984
Paulo Coelho, Manuale del Guerriero della Luce, Bompiani, coll. AsSaggi
Lidia Fassio, Lezioni di Astropsicologia, Il cammino evolutivo di Marte
www.etanali.it/zen.htm

Robin Hood: il leader dei disperati

Vista la situazione di degrado a cui stiamo assistendo dove i potenti si arricchiscono sempre di più a scapito della gente onesta, per non parlare del crollo dei valori che sta caratterizzando la società contemporanea sempre più materialista, invito tutti quanti a meditare sulla figura di Robin Hood, Colui che sottrae ai ricchi per dare ai poveri. Non è infatti un personaggio immaginario, ma l’Archetipo del Cristo, Mithra, Horus, Prometeo, che ruba la Luce della Conoscenza agli Arconti Tiranni per guidare la riscossa delle anime intrappolate in questo mondo di Tenebra. Il leader dei disperati!

L’archetipo dello Spirito – l’Anima

di Francesca Piombo

“Vocatus atque non vocatus deus aderit”
C. G. Jung

L’archetipo junghiano dello Spirito è un bisogno energetico della psiche che si attiva quando si presenta una situazione in cui la conoscenza personale, la razionalità o la semplice volontà non si rivelano sufficienti a risolvere l’esperienza che si prospetta, che potrà essere superata solo grazie ad un ampliamento di coscienza.

Di solito, si tratta di situazioni limite, spesso giudicate impossibili da risolvere perché prospettano la perdita obbligata di un qualcosa che è sentito come irrinunciabile da chi sta vivendo l’esperienza e che si trova come di fronte ad un bivio, ad un momento di dubbio o di paura, in cui appare difficile fare una scelta senza entrare in una dinamica psicologica paradossale.

Ricordiamo infatti che gli Archetipi, così come li ha definiti Jung, contenendo in sé i contrari, sono polivalenti e paradossali perché prospettano “una pienezza di tali riferimenti che rende impossibile ogni univoca formulazione” e proprio perché la psiche va automaticamente verso la completezza, diventa anche necessario il lavoro d’integrazione per trovare quel punto di mezzo che consenta di dare comunque significato e profondo valore all’esperienza difficile che si sta vivendo.

Lo Spirito infatti viene attinto direttamente dall’inconscio che, proprio perché atemporale ed aspaziale, è l’unico a poter fornire la risposta arcaica, istintiva ed immediata di come potrà essere risolta una situazione o uno stato d’animo che appaiono incomprensibili, ma soprattutto non gestibili facendo ricorso soltanto a parametri razionali.

Differenze tra Spirito e Anima. Interazione.

Potrebbe essere interessante riflettere sulla notevole differenza che esiste tra l’archetipo dello Spirito e l’altro grande archetipo junghiano dell’ Anima, l’immagine della donna nell’uomo, così come l’Animus è l’immagine dell’uomo nella donna; precisa Jung: “L’Anima è la figura che compensa l’energia maschile. L’Animus quella che compensa l’energia femminile”.

Spirito ed Anima sono entrambi collegati all’emisfero destro del cervello, quello preposto ad elaborare i contenuti collegati alla percezione delle emozioni e di ciò a cui rimandano i sensi. Infatti, se l’emisfero sinistro elabora le connessioni logiche e verbali, attraverso la ragione e la linearità della mente conscia, quello destro è inconscio, analogico e simbolico; è collegato alla fantasia, al mito, alla poesia, alle attitudini artistiche e musicali, all’intuizione.

L’Anima è quindi la parte ricettiva della psiche che ha connotazioni prettamente femminili: è attenta al flusso emotivo, alle atmosfere, i ricordi, i sogni e l’immaginazione, ma anche in stretto contatto col mondo notturno e quanto esso rimanda, non esclusa l’irrazionalità.
Scrive Jung: “Tutto quello che l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico; in quanto vuole la vita, l’Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all’umanità antica”.

A differenza dell’ Anima, invece, lo Spirito è un archetipo dinamico con connotazioni essenzialmente maschili che aspira all’Unità.

E’ un principio attivo che scuote e vivifica la mente, facendola entrare in contatto col potenziale intuitivo che scavalca non solo le statiche suggestioni dell’Anima, ma anche le strategie razionali che l’Io pone a difesa di se stesso, ed offre la risposta più appropriata all’esperienza inedita che si sta vivendo.

Infatti, di solito ciò che attiva lo Spirito è il rivelarsi di situazioni improvvise ed estreme che portano la mente “fuori dal seminato”; portano l’individuo in un territorio inesplorato di emozioni e sensazioni sconosciute che non possono essere affrontate né con le soluzioni della mente conscia, né col quelle proposte dall’Anima, senza il rischio di trascinare l’individuo in una fase di stallo da cui non riuscirà ad uscire.

Ricordo infatti che gli Archetipi dell’inconscio collettivo hanno in sé tutto il bene e tutto il male possibile dell’esperienza umana nei secoli e solo l’incontro della coscienza con l’inconscio personale può dare all’individuo la possibilità di disciplinare le irruzioni spontanee dell’inconscio collettivo, riconoscere quando servirsi della parte luce archetipica e quando visualizzare la parte ombra, perché possa essere illuminata e, solo dopo questo atto d’accettazione ed integrazione, trascesa.

E, nella sua parte luce, l’Anima è davvero l’unica via per metterci in contatto con la nostra ispirazione creativa, le nostre profondità emotive, le passioni intense, per farci partecipare del flusso delle emozioni e delle percezioni, aprendo la porta ad un mondo immaginativo più sensibile ma proprio per questo più aderente alla totalità della realtà.

L’archetipo, infatti, se pur strettamente femminile, non è un dato acquisito per la donna, così come scrive James Hillman, psicologo junghiano, nel suo “Anima”: “Ma la psiche, il senso dell’anima, non è data alla donna solo perchè è nata femmina. Essa non ha un’anima già congenitamente salva e non è quindi privilegiata in questo rispetto all’uomo, che sul destino dell’anima deve arrovellarsi per tutta la vita. Come l’uomo, non è esonerata dal compito di coltivare l’anima; trascurare l’anima per lo spirito è per la donna non meno biasimevole dal punto di vista psicologico di quanto lo sia per l’uomo, al quale la psicologia analitica non si stanca di predicare il sacrificio dell’intelletto, della Persona e dell’estroversione a favore dell’Anima”.

Possiamo comunque dire che la donna è più incline a restare in contatto con la sua Anima, perché se, come teorizza Jung, l’Animus è collegato al principio di Logos, messo in relazione alla capacità che c’è nell’uomo di risolvere ogni situazione della vita attraverso l’azione ragionata ed il pensiero, l’Anima è collegata al principio femminile di Eros e quindi alla capacità di entrare in empatia, di riconoscere il valore dei sentimenti e l’importanza di scambiare amore, ma anche di saper cogliere il senso profondo della vita.

E nel suo “Fuochi Blu”, parlando dell’incontro tra Spirito ed Anima, così scrive Hillman : “È possibile avere esperienza dell’interazione tra l’anima e lo spirito. Nei momenti di concentrazione intellettuale o di meditazione trascendentale, è l’anima che invade con impulsi naturali, ricordi, fantasie e paure. In momenti di nuove intuizioni o esperienze psicologiche, lo spirito vorrebbe immediatamente estrarre da esse un significato, metterle all’opera, concettualizzarle in regole. L’anima resta aderente al regno dell’esperienza e alle riflessioni entro l’esperienza. Si muove indirettamente, con ragionamenti circolari, dove le ritirate sono altrettanto importanti delle avanzate; preferisce i labirinti e gli angoli, dà alla vita un senso metaforico servendosi di parole come chiuso, vicino, lento e profondo. L’anima ci coinvolge nella massa confusa dei fenomeni e nel flusso delle impressioni; è la parte «paziente» di noi. L’anima è vulnerabile e soffre; è passiva e ricorda. Essa è acqua per il fuoco dello spirito”.

Ma se nel suo lato luce l’Anima fa accedere a sfumature più sottili e sensibili dell’esperienza, se riesce ad arricchire la coscienza di quella “competenza dei sentimenti” che non può trovarsi in una mente solo razionale, nel suo lato ombra può essere un principio destabilizzante che irrompe nella coscienza sommergendola come un’onda gigantesca e facendole perdere in un attimo l’aderenza alla realtà e quindi impedendole quella lucidità di pensiero e presenza a se stessi che la stessa condizione terrena esige.

Leggiamo invece quanto scrive Hillman sullo Spirito: ”Lo Spirito è pieno di immagini sfolgoranti, di fuoco e di vento. Lo Spirito è rapido e rende vivo quello che tocca. La sua direzione è verticale ed ascendente; è diretto come una freccia, affilato come un coltello, arido come la polvere. E’ maschile, è il principio attivo che produce forme, ordine e distinzioni chiare. Sebbene vi siano molti Spiriti e molti tipi di Spirito, la nozione “spirito” è venuta concentrandosi nell’archetipo apollineo, nella sublimazione delle discipline superiori e astratte, nella mente intellettuale, negli stati di raggiunta perfezione e purificazione”.

E’ per questo che, tanto quanto un’Anima ancora prigioniera dell’Ego può far indulgere la mente in fantasie e ricordi quasi ripiegandosi su se stessa per paura dell’ignoto; tanto quanto preferirebbe ritirarsi nei suoi territori antichi, che sembrano rassicurare e proteggere la mente dall’imprevisto e dall’imponderabile, altrettanto lo Spirito irrompe come un fulmine a ciel sereno che squarcia la coscienza e trascina la mente in un mondo tanto sconosciuto quanto affascinante; la chiama imperiosamente e le impedisce di sostare, la spinge a squarciare il velo protettivo dei ricordi e la proietta verso l’inesplorato, impedendole di elaborare l’esperienza sempre con le stesse modalità che non fornirebbero quella risposta lucida, logica ed immediata, che resta anche la migliore per risolvere l’esperienza stessa.

Scrive ancora Hillman: “Se l’anima è un “cavernoso deposito di tesori”, per usare un’immagine di sant’Agostino, è confusione e ricchezza insieme, lo Spirito, al contrario, sceglie la parte migliore e si sforza di ricondurre tutto all’Uno. Guarda in alto – dice lo Spirito – distanziati; c’è qualcosa al di là e al di sopra e quello che sta sopra è da sempre e per sempre, ed è sempre superiore”.

E’ per questo che lo Spirito è anche la parte immortale dell’essere umano: tanto quanto l’Anima ha il terrore della mortalità, altrettanto lo Spirito è l’unica via che può spalancare per lui la visione sull’Eterno, sulla sua spiritualità.

L’archetipo, con la sua linearità e verticalità, si innalza sopra i labirinti circolari dell’Anima e guida la mente nel futuro; dopo che l’Anima ha strutturato le sue basi emotive e i suoi attaccamenti, li ha riconosciuti, apprezzati ed amati come si ama la culla, lo Spirito prospetta un mondo nuovo, un balzo in avanti, un ampliamento in consapevolezza e verità.

In più, tanto quanto le soluzioni soggettive dell’Anima potrebbero rivelarsi irrazionali, arbitrarie ed incoerenti, altrettanto quelle intuitive dello Spirito si presentano logiche e lineari nella loro semplicità; l’energia che si contatta è fortissima, la prospettiva da confusa si fa chiara.

E’ quindi anche un archetipo che spinge a rintracciare e conoscere il senso superiore della vita e d’unione col Creato, perché libera l’individuo dai pregiudizi e convinzioni soggettive, lo libera dalle paure personali e quelle che derivano dai condizionamenti del collettivo, facendolo aprire ad una visione globale e più allargata dell’esistenza; gradualmente lo introduce a riflettere sull’arbitrarietà delle proprie conclusioni mentali e sulla necessità di lasciare andare le rigidità di pensiero che inevitabilmente chiudono al nuovo, quando è solo nel nuovo che si può trovare la risposta inedita e risolutiva all’inatteso che si prospetta, al mistero della vita.

Lo Spirito chiama l’uomo “dal futuro”, anticipando per lui quella risposta ricca di senso che non potrà essere trovata né negli intellettualismi della mente razionale, né nel ripiegamento su se stessi, su un nostalgico e sterile passato.

Solo dall’integrazione tra Spirito ed Anima, può nascere una nuova prospettiva di vita, quella che assicura all’individuo, sia uomo che donna, di mantenere il contatto con le sue radici emotive, ma contemporaneamente gli permette di dispiegare le sue ali verso la Verità.

Lo Spirito personificato.

Una personificazione esatta di questo bellissimo archetipo junghiano è certamente il “Vecchio Saggio”, o “Il Mago”, che ritroviamo nei miti, nelle leggende e nelle fiabe di tutti i tempi come figura di sostegno, che compare quasi sempre all’improvviso e si materializza dal nulla per fornire all’eroe, schiacciato da una condizione drammatica e spaventosa, la soluzione che gli permetterà di superare ciò che lo sta mettendo alla prova e che ferma in qualche modo il suo viaggio.

Lo Spirito è il dio Mercurio che si materializza ad Ulisse per esempio, quando gli dona “l’erba moli” perché si difenda dagli incantesimi dell’Anima Circe; lo Spirito è anche lo sconosciuto che incontrerà il protagonista della bellissima fiaba di H. C. Andersen “Il compagno di viaggio” e che lo aiuterà ad indovinare gli enigmi della spietata principessa e infine lo Spirito è il vecchio Matara che accompagna Karain nel racconto “Karain, un ricordo” di Joseph Conrad e che gli darà un amuleto, simbolo del bisogno di Karain stesso a ritrovare la fede.

La figura del “Vecchio Saggio” è quindi una costante delle fiabe, che contengono riferimenti puntuali agli archetipi, così come leggiamo in Jung: “Le fiabe sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa”.

Il Vecchio Saggio è di solito un personaggio maschile che compare all’eroe per dargli dei suggerimenti: gli indica per esempio un’altra via da seguire (non passare di là) o gli dona un qualcosa (una noce, un amuleto, una monetina) che gli permetterà il superamento della prova stessa, rimettendo l’eroe in contatto con la sua forza originaria e con la certezza di potercela fare.

Solo seguendo questo personaggio e quanto gli suggerirà, o gli donerà, o farà balenare in lui grazie a una qualsiasi forma d’aiuto, l’eroe sarà costretto a riconoscere che, nonostante la sua forza e il suo coraggio, nonostante lui goda di conoscenza, sapienza e scaltrezza, nonostante lui sia munito di tutte le armi possibili per potersi difendere e nonostante le strategie razionali che escogiterà la sua mente, non potrà contare solo sulle sue forze, non potrà risolvere da solo la prova.

E’ proprio l’attimo di sgomento ed il riconoscimento consapevole della propria fragilità che smuoverà ed attiverà quasi immediatamente nella mente la visualizzazione di quest’archetipo, che traghetterà l’eroe oltre il momento critico che sta vivendo.

Secondo Jung, l’eroe può definirsi tale non solo se le sue azioni andranno oltre il tornaconto personale, ma soprattutto se passerà attraverso quest’atto di riconoscimento, attraverso l’accettazione della sua fallibilità e della necessità di ricercare un aiuto all’esterno, di un qualcosa che sia posto “fuori” di lui e cioè fuori dalla sua sfera di controllo.

E’ chiaro che l’aiuto “esterno” non è altri che lo specchio dell’accettazione interna della sua capacità di resa; non è altri che il riconoscimento che sia possibile un fallimento, una rimessa in discussione delle proprie certezze, che l’hanno sostenuto, forse per una vita intera e che è tempo di rivedere.

E’ l’individuo/eroe stesso che, raccogliendo tutte le sue forze e pescando dal “pozzo fondo” del suo inconscio personale, in stretto contatto col grande mare dell’inconscio collettivo, ma anche riconoscendo i limiti del suo essere uomo, potrà agganciare attraverso lo Spirito liberato una nuova energia che si rende disponibile perché non più bloccata dall’ostinazione, dall’orgoglio e dalla presunzione di poter risolvere solo con la volontà, col sapere e col potere personale ciò che sta vivendo. Ma neanche bloccato dalle ombre della sua Anima, dove sedimentano le sue più antiche paure.

Questa figura magica può anche animare il mondo dei sogni, che è il tesoro più bello del mondo dell’Anima.

La buona volontà e disposizione ad accedere a queste dimensioni più sottili della percezione, quella che gli orientali chiamano “la seconda attenzione” per distinguerla dalla “prima attenzione” legata solo ai sensi e a risposte prettamente mentali, può permettere all’individuo di entrare in contatto con un ricco mondo onirico ed immaginativo in grado di traghettarlo in un viaggio di conoscenza, dove incontrare personaggi e figure simboliche, che possano fornirgli la motivazione di ciò che lo affligge nella vita ordinaria, permettendogli di contattare lo straordinario che c’è dentro di lui, il soprannaturale, il trascendentale, la sua spiritualità.

Un vero e proprio “balzo di fede”, dove il termine “fede” non è certo collegato a questa o quella confessione religiosa, non è solo un credo dogmatico in cui riconoscersi e potersi identificare, ma piuttosto una filosofia di vita che permetta all’individuo di rintracciare in se stesso il senso superiore della sua esistenza, quello spirituale, in sinergia perfetta non solo col proprio destino, ma con quello dell’intero Creato; è un invito ad avere fiducia e a “guardare lontano”, mantenendo però il contatto col proprio “vicino”, col proprio centro interiore, il Sé junghiano, che è anche la totalità; solo così l’uomo scoprirà la sua religiosità, dal latino “religere” e cioè “riunire” gli opposti interni, i dualismi, i paradossi e le ambivalenze che coabitano nella sua natura, riuscendo a trovare quel punto d’incontro che gli permetterà di elaborare i contenuti rimossi ed appianare le sue tensioni, ma soprattutto di conoscere chi è, cosa vuole davvero il suo cuore e come fare per raggiungerlo.

“Vocatus atque non vocatus deus aderit, cercato o no il dio verrà”, farà scrivere Jung sul frontone della sua casa. Una volta interrogato sul significato di questa citazione, Jung spiegherà in un’intervista: “Non è una dichiarazione di fede cristiana. Risale all’oracolo di Delfi e la parola dio va intesa come “domanda ultima”. Misi quell’iscrizione per ricordare ai miei pazienti e a me stesso che il timore di Dio è l’inizio della sapienza; tutti i fenomeni religiosi, che non siano meri rituali della Chiesa, sono strettamente intrecciati con le emozioni”.

Lo Spirito è quindi il bisogno imprescindibile di ogni creatura di “voler credere” in se stessa e nella vita, prima che in qualcosa posto fuori di lei; è il riconoscimento non passivo ma collaborativo col fluire stesso della vita, che diventa così l’unica depositaria della Verità superiore.

Leggiamo ancora Jung: “Il vecchio Saggio appare nei sogni come medico, mago, sacerdote, maestro, professore o persona comunque autorevole. L’archetipo dello Spirito in forma di uomo anziano o gnomo o animale si presenta sempre in una situazione in cui perspicacia, intelligenza, senno, decisione, pianificazione ecc. sarebbero necessari, ma non possono provenire dai propri mezzi. L’archetipo compensa questo stato di carenza con contenuti capaci di colmare la lacuna”.

E’ per questo che l’attivazione dello Spirito va spesso di pari passo con il manifestarsi di tappe evolutive obbligate e momenti molto particolari dell’esistenza, spesso accompagnati da stati di confusione o di perdita di certezze o in quelle fasi di passaggio in cui “non si è più quello che si era, ma non si è ancora diventati quello che si sarà”: dall’infanzia all’adolescenza innanzitutto, dalla giovinezza alla maturità, nei momenti in cui si diventa madre o padre, nei momenti in cui c’è una scelta importante da fare, una malattia o una perdita da affrontare, fino allo stadio conclusivo della vecchiaia e del declino.

Ma come tutti gli archetipi, anche quello dello Spirito ha un’ombra che può farsi altamente pericolosa e fuorviante; è quando l’archetipo si distorce e spinge l’individuo verso idee fisse, ostinazioni mentali, idealizzazioni ed illusorie visioni che indulgono in fantasie utopiche e senza senso; è quando lo fa smarrire nel deserto dell’intellettualismo, dell’Animus più negativo, dove vagherà in cerca di luce; lo Spirito diventa “Il Briccone” o “Il Mago folle” che lo inganna e lo induce a pensare che può contare sulla sua scaltrezza e potere della mente per perseguire scelte individualistiche e solo personali, oppure che lo illude a negare la realtà immanente per potersi rifugiare in un mondo irreale ed artefatto, il mondo delle ombre dell’Anima… dove non sarà costretto ad affrontare il complesso delle proprie paure, ma dove anche non avverrà nemmeno l’incontro con se stesso e con la propria essenza più vera.

Solo la luce dello Spirito può spingere all’incontro con se stessi, può farci dubitare che possiamo essere molto diversi da quello che pensiamo, da come ci vediamo o vogliamo ci vedano gli altri, ma può anche farci comprendere che possiamo essere molto di più.

Ma se è troppo forte la paura della verità su se stessi, se è troppo forte la sensazione di non essere all’altezza di questa “chiamata”, sarà la parte negativa dell’Anima e le sue seduzioni antiche a vincere sullo Spirito; e l’acqua spegnerà il fuoco e il fuoco farà terra bruciata; “la porta sulla vita” rimarrà chiusa e sarà come impantanarsi per antiche vie, un tornare indietro perché andare avanti presupporrebbe anche un atto di coraggio che non si è ancora tanto forti da poter fare.

La Grande Madre – La Sophia.

Lo Spirito, che è presente indifferentemente nell’uomo e nella donna, non è solo rintracciabile nell’archetipo del “Vecchio Saggio”, del “Mago” o di altri personaggi spiccatamente maschili, lo si può infatti facilmente individuare anche nella sua forma femminile, presente tanto nell’uomo quanto nella donna: è l’archetipo della “Magna Mater”, la “Grande Madre”, la “Madre Terra”.

Anche quest’archetipo, così come quello dello Spirito ha due facce da illuminare; infatti, se nella sua forma luce, è riassuntivo della totalità del femminile e della sua capacità di esprimere una completa integrità; se è l’espressione più bella del senso materno e della capacità di nutrire, proteggere ed amare le proprie creature attraverso la compassione e l’accettazione incondizionata del loro essere; “amarle per come sono”, senza pretendere che diventino “altro”, il suo lato ombra è oscuro e terrificante, è quello che genera maggiore angoscia ed inquietudine, quello che sottrae tranquillità, anziché aggiungere sostegno e comprensione. E’ il “drago divorante” simbolo di un contenuto femminile avido e bramoso di trovare identità attraverso le conferme che arrivano dall’esterno, spesso da un ruolo, che viene usato per colmare non solo le proprie inadeguatezze, ma anche la mancanza di coraggio di offrirsi ad un’esperienza di vita partecipata e soprattutto personale.

Infatti, tanto quanto lo Spirito può diventare visionario e velleitario nell’attimo in cui l’individuo si fa prendere da conclusioni arbitrarie e soggettive, altrettanto la “Grande Madre” si fa divorante e castrante di una individualità a cui viene impedito di esprimersi in autonomia, di scegliere cosa fare della propria via, quando solo lo scegliere in prima persona può insegnare a prendersi la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

Una volta invece che l’archetipo sia stato illuminato nelle sue parti ombra, una volta che si sia stato trasformato e “reso sacro” dal rispetto per l’altrui individualità; una volta che abbia incontrato l’altro e lo abbia rispettato come creatura di Dio; una volta che non venga più proiettato all’esterno, soprattutto da parte dell’uomo, delegando alle figure femminili un ruolo che le mortifica nella loro interezza, può mettere in luce l’aspetto più evoluto del femminile, quello della Madre dispensatrice di vita che, dopo aver generato a livello fisico, garantisce una nascita anche a livello psicologico alla sua creatura; è lei che permette allo Spirito di potersi manifestare, perché è lei stessa Spirito che fa elevare da una condizione solo materiale ad uno stadio mistico e trascendentale, è lei che può fornire all’individuo la risposta intuitiva e contemporaneamente saggia per scoprire la sua spiritualità.

E’ così che la donna e l’uomo, onorando da dentro la radice femminile che vibra in entrambi e quindi restando in contatto con la propria Anima, possono diventare “madri di se stessi”, senza aspettare o pretendere che arrivi qualcun altro da fuori, uomo o donna che sia, a farlo al posto loro.

Una volta che si abbia la buona volontà e la disposizione coraggiosa dell’animo a quest’analisi, che si sia disposti ad accettarsi, perdonarsi e rassicurarsi in prima persona, ma anche migliorarsi in ciò che va cambiato perché non più in linea con la naturale tensione al Divino, la Grande Madre può trasformarsi in Sophia, l’archetipo della Saggezza e dello Spirito femminile, l’emblema dell’autotrasformazione, uno dei simboli più potenti che s’incontri nell’Arte alchemica.

Erich Neumann in Die grosse Mutter (La Grande Madre) parla così di Sophia: “Nella parte femminile dell’inconscio che genera, nutre, protegge e trasforma, agisce una saggezza infinitamente superiore alla saggezza della coscienza diurna, che interviene nella vita degli uomini come origine di visione e simbolo, rito e legge, poesia e contemplazione della verità, liberatoria e orientativa, spontanea. Questa saggezza femminile-materna è una saggezza di amorevole simpatia, non una scienza astratta e incapace di interesse. Così come l’inconscio reagisce e risponde, così Sophia è viva, presente e vicina, una dea che ama ed è sempre accanto a noi, cui ci si può sempre rivolgere e che è pronta ad intervenire, non una dea che si mostra irraggiungibile, nella sua lontananza luminosa e solitaria. Perciò Sophia, come forza spirituale, è piena d’amore e salvifica, il suo cuore generoso porta contemporaneamente sapienza e nutrimento.”

La Sophia, prendendo vita dalla “Grande Madre”, proprio perché ingloba dentro di sé il materno, non rischia mai di diventare pura astrazione o farci perdere nei meandri di un sapere freddo ed interessato, né ci costringe dentro i confini di un Logos che si fa sterile e lontano, ma è presente e vicina, andando oltre il materno, è fonte di vera vita, è colei che conduce verso la liberazione e la piena espressione del Sé interiore.

E’ quindi un archetipo specifico dell’Anima cognitiva dell’uomo e della donna; una custode delle verità nascoste e dei principi universali, collegati ai valori etici e alla ricerca spirituale a cui aspira ogni creatura e che possono emergere ed essere affinati soltanto intraprendendo un viaggio, quello di ricerca verso il proprio Sé.

L’Immaginazione attiva.

Jeffrey Raff, che è stato alunno di Jung a Zurigo, nel suo “Jung e l’immaginario alchemico”, attraverso l’elencazione dei vari emblemi alchemici, insiste sulla necessità di approfondire l’importanza del simbolo come strumento di riconnessione tra il razionale e l’irrazionale, tra il conscio e l’inconscio, tra Animus ed Anima, servendosi di quella che Jung chiamava “Immaginazione attiva”, una tecnica molto diversa da quella delle “libere associazioni” creata da Freud.

Il metodo dell’Immaginazione attiva infatti, applicato al mondo onirico per esempio, punta su un dialogo immaginale tra l’Io ed i contenuti dell’inconscio, non rifiutando ciò che emerge come irrazionale, ma accogliendolo ed interagendo con lui. Assumendo una posizione attiva che permetterà di raggiungere un piano intermedio di confronto immaginale, non del tutto conscio né solo inconscio, si potranno anche visualizzare e dipanare i contenuti opposti che provocano tensione.

Attraverso l’immaginazione attiva, alla quale si può accedere anche attraverso la meditazione e l’incontro con la propria interiorità, ci si può sintonizzare sull’ascolto di alcune parti inconsce che stentano ad entrare in contatto con la coscienza; si possono approfondire lati della propria natura collegati ai vari archetipi e la capacità di riconoscere quale attivare in quel momento dell’esperienza e quale mettere a tacere. Attraverso il confronto etico tra l’Io e l’inconscio, si può trascendere la tensione che si genera tra gli opposti (Funzione Trascendente) e permettere un ampliamento di coscienza che ricomponga i contrari in una sintesi completamente nuova. Solo attraverso la Funzione Trascendente, si può giungere ad una visione “alta” che permetta anche di operare una scelta che non sia collegata solo a valutazioni razionali o a schemi collettivi, che imprigionano la tensione innata verso l’individuazione.

E’ molto bella a questo proposito la distinzione che Raff fa tra fantasia ed immaginazione attiva, così come leggiamo dal libro: “L’immaginazione, trascendendo l’Ego, è il mezzo col quale l’anima fa esperienza di Dio e partecipa dell’espressione creativa del Divino. La fantasia invece non trascende mai l’Ego; in quello che si fantastica (il raggiungimento di ricchezze o il successo nel lavoro, ecc.) non si contatta lo Spirito interiore, c’è solo la messa in scena di desideri dell’Ego, di un’immagine dopo l’altra per trastullarsi, divertirsi o anche spaventarsi: l’Ego è sempre la star dello spettacolo. Nell’esperienza immaginativa, invece, l’Ego incontra “l’Altro”, deve trascendere le proprie idee ed avventurarsi nell’ignoto. E’ per questo che, se la fantasia dà spesso luogo a delusione, inflazione e stagnazione, l’immaginazione dà vita ad intuizioni, a trasformazioni vere e proprie. Senza l’aiuto delle forze immaginative, non c’è alcun modo per arrivare al Sé”.

Questo era anche il pensiero di Jacob Bohme, mistico del XVI secolo che, se pur non dedito all’alchimia, utilizzò la terminologia ed i simboli alchemici per chiarire meglio il suo pensiero. L’ “Immaginazione Divina”, così come lui definiva la Sophia, aveva un ruolo fondamentale nel suo pensiero, come simbolo guida per condurre alla redenzione e alla partecipazione col Divino.

In questo emblema alchemico, l’Atalanta Fugiens di Michael Maier (1618), la Saggezza guida l’alchimista attraverso le orme sulla sabbia che lascia al suo passare; è un femminile ricco d’abbondanza e creatività, simboleggiato dai fiori e dai frutti che regge in mano, mentre l’alchimista la segue, sorreggendosi sul suo bastone, alla luce della sua lanterna.

Si tratta quindi di una forza transpersonale, compassionevole e creativa, ma anche “principio ordinatore”, in astrologia si direbbe “di Terra”, perché strettamente collegato al riconoscimento dell’importanza da dare ai cicli della vita, il rispetto da dare alla natura, perché solo così per l’uomo ci può essere salvezza.

E se nel mondo occidentale e nel mito giudaico cristiano il valore/archetipo di un femminile-Spirito si è perso perché si è voluto riconoscere nella Madonna solo un potenziale essenzialmente materno, di soccorso e rifugio nelle prove, nel mondo orientale la Sophia è viva e ben rappresentata dalla Tara Verde del buddismo tibetano (dal sanscrito: “colei che conduce sull’altra sponda”), che si impone come forze energetica primordiale della totalità del femminile, perchè simboleggia la forma più evoluta della tensione della trasformazione energetica verso l’unità, risolvendo il dualismo degli opposti, a tal punto che, come Prajnaparamita – Saggezza intuitiva e conoscenza perfetta – è ritenuta avere priorità persino sul Buddha stesso.

“Benchè per sua natura Tara sia pacifica ed il suo viso, attraente come un loto sbocciato, esprima dolcezza e serenità, al fine di sottomettere e sconfiggere le forze del male assume un’espressione fiera, corrucciata ed accigliata per l’ira e lo sdegno contro le negatività. In realtà, le apparizioni pacifiche e furiose di una medesima divinità non sono che due aspetti di una sola ed identica realtà : pace e furore non si escludono a vicenda, ma sono debitori l’un dell’altro, perché se ci si aggrappasse solo alla bellezza e si escludesse il terrore dalla propria mente non si potrebbe pervenire alla non-dualità”.

Secondo la filosofia orientale quindi, la dea è vista come artefice dell’illuminazione stessa, quando si diviene intuitivamente consci della Shunyata, la vacuità che ingloba e trascende i contrari, al punto che Tara si identifica col Nirvana stesso e la possibilità di estinguere la Samsara, il doloroso ciclo di nascite e rinascite cui, secondo gli orientali, è legato il destino terreno.

La Sophia nel cinema.

Solo per fare un esempio, la personificazione di Sophia nel cinema si potrebbe trovare nel bellissimo film del 2003 “Ritorno a Cold Mountain”, di Antony Minghella, nella figura della vecchia eremita che il soldato Inman incontra nel suo viaggio di ritorno verso Cold Mountain, dove l’aspetta l’amata Ada, simbolo della sua Anima da ricontattare.

E’ una vecchia saggia, che vive solitaria all’interno di un bosco, in un mondo selvaggio ma ospitale, e che accoglie senza timori Inman e lo soccorre, curandolo e conservandolo in vita con le sue erbe medicamentose, mentre riversa su di lui un grande senso materno che non la fa interrogare se sia un amico da aiutare o un potenziale nemico da cui difendersi; la vecchia saggia esprime contemporaneamente la compassione della Grande Madre per ogni creatura e la saggezza della Sophia, di colei che, come donna, “sa” della vita; infatti, dopo averlo curato e nutrito, lo mette in guardia sui possibili pericoli che potrebbe incontrare nel viaggio verso casa e gli infonde un coraggio nuovo, perché lo fa rientrare in contatto col suo coraggio, con la sua saggezza, col suo potere intuitivo, col suo credere in se stesso e quindi gli fornisce la soluzione giusta che lui non avrebbe potuto trovare in se stesso per superare quel momento di paura.

Per concludere, penso che in questa frase dell’analista junghiano Aldo Carotenuto (1933-2005): “Incoerenza ed ambivalenza rappresentano la regola e non l’eccezione”, possa essere importante riflettere sulla naturalezza del manifestarsi nella psiche di sentimenti e bisogni contrastanti, da non rifiutare ma accogliere come strettamente collegati alla natura umana, alla dialettica tra spirito e materia, tra ragione e sentimento.

Solo il riconoscimento di questa ambivalenza come molla evolutiva della propria crescita spirituale ed il successivo impegno al miglioramento di ciò che deve essere modificato, può essere giudicato “progresso” e cioè la possibilità di andare avanti sulla strada evolutiva ed accogliere il viaggio terreno come una Grazia di Dio che può rendere sacro il cammino di ogni creatura.

Bibliografia:

Hillman James, Fuochi Blu, Adelphi, Milano 1966
Gimbutas Maria, I nomi della dea, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1992
Neumann Erich, La Grande Madre, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1981
Raff Jeffrey, Jung e l’Immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, 2008
Von Franz M. L., Aurora Consurgens, Pantheon, New York, 1966
Fassio Lidia, Lezioni di Astropsicologia, Seminario sui sogni

Fonti:

guide.supereva.it/sogni/interventi/2007/01/282585.shtml
taraverde0.wordpress.com/category/aspetto-ultimo/
www.geagea.com/17indi/17_03.htm

L’archetipo Atena: le Dee come modelli interiori

di Francesca Piombo

Secondo la filosofia junghiana, le sette dee della mitologia greca sono lo specchio di bisogni specifici della psicologia della donna per indagare sui suoi potenziali, per conoscersi nella sua interezza, per differenziarsi da modelli solo collettivi, nei quali sarà portata ad identificarsi come primo atto indispensabile per farla accedere ad una differenziazione specifica, a seconda della sua natura e del bisogno di completezza a cui tende la sua psiche.
In particolare, Jung sosteneva che la donna non potrà ritenersi “individuata” se non dopo l’incontro con quanto simboleggiato dagli archetipi collegati a queste dee, proprio attraverso il riconoscimento che lei saprà fare “della dea giusta a cui rivolgersi” per esprimere al meglio se stessa in quel momento specifico dell’esperienza che la vita le propone.

Le Dee greche

Secondo l’analista junghiana e studiosa di miti J. S. Bolen (“Le dee dentro la donna” – Astrolabio), sei dee della mitologia greca rientrano in due categorie di divinità femminili: quella delle così dette “Dee Vulnerate”: Era, la moglie; Demetra, la madre e Kore, la fanciulla/figlia e in quella delle così dette “Dee Vergini”: Atena, dea della guerra e della saggezza, Artemide, dea della caccia e della Luna Nuova ed Estia, la dea dei templi e del fuoco.

Venere invece, dea dell’Amore e della Bellezza, si pone a metà tra queste due categorie, come “dea alchemica”.

Così, durante la giovinezza per esempio, sarà frequente per la donna vivere “l’Artemide che c’è dentro di lei”, quando avrà bisogno di esprimersi soprattutto nel mondo del lavoro; il modello Artemide darà alla donna la forza di rinunciare a tutto ciò che non sia strettamente collegato alla sua emancipazione e le donerà la sensazione di potersi affermare come persona di valore nel mondo che lavora e produce.

Attorno ai venticinque, trent’anni, ma in questi ultimi tempi anche oltre quest’età, si attiva di solito l’archetipo Demetra, per permettere alla donna di incontrarsi col suo senso materno, con la capacità di dare la vita, nutrire ed amare le sue creature.

Le età in cui si attivano gli archetipi infatti sono sempre meno fisse, ma piuttosto legate al cammino evolutivo storico della donna, alle conquiste del mondo femminile, senza preclusioni di sorta e nel rispetto dei percorsi e delle individuali personalità.

Infatti, proprio perché i modelli interiori sono inconsci e collegati a specifici bisogni della psiche che non conoscono tempo, non hanno mai una linearità o consequenzialità temporale a ciò che il collettivo giudica “normale” ed inquadrato nei modelli convenzionali: il modello Artemide per esempio potrebbe attivarsi anche in tarda età, in una donna che si è sempre e soltanto curata della famiglia, così come il modello Demetra potrebbe essere espresso anche in un’età che deroga dal modello collettivo, oppure non esprimersi affatto nel senso più classico della parola e cioè con la nascita di un figlio, ma semplicemente come capacità di essere madre di un progetto personale, di un ideale da concretizzare, di un qualcosa che possa arricchire la donna emotivamente e psicologicamente, che possa farle toccare con mano la sua forza creativa, al di là dell’essere o meno madre biologica di un figlio.

Un discorso a parte viene fatto per Venere, la dea alchemica, perché il suo modello, così come è naturale si viva nell’età della giovinezza, potrebbe comunque attivarsi in tutte quelle fasi della vita in cui la donna voglia entrare in contatto col suo potenziale femminile, col suo stesso essere donna e non solo in relazione ad un ruolo come quello di figlia, di sposa, di madre o di donna che lavora.

Approfondiamo adesso la distinzione tra “Vulnerate” e “Vergini” in cui sono distinte le dee greche, termine che nella psicologia mitica junghiana non è certamente collegata alla sessualità, ma ad uno stato psicologico di maggiore o minore integrità interiore, tale che corpo, mente ed anima della donna possano mantenersi liberi o meno da qualsiasi dipendenza psicologica ed emotiva ed è su questo aspetto specifico che si concentrerà questo mio studio.

L’archetipo della Dea Vulnerata e della Dea Vergine

Secondo la Bolen, l’archetipo della “Dea Vulnerata”, dal latino “vulnus”, “ferita”, si ritrova di solito nella donna che ha necessità di stringere rapporti molto intensi con le persone a lei care, perché certa di potersi realizzare solo se in relazione affettiva stretta con un’altra persona, mentre l’archetipo della “Dea Vergine” è prescelto dalla donna che aspira a bastare a se stessa, “essere una in se stessa” e quindi autosufficiente soprattutto dal punto di vista psicologico, a tal punto da rifiutare ogni legame sentimentale ed affettivo che si riveli a lungo andare limitante per la sua libertà o che comunque venga da lei interpretato come gravoso o troppo impegnativo.

Tra queste due categorie la Bolen colloca Venere perché, se pur fortemente autonoma ed indipendente dal punto di vista psicologico, come una dea Vergine, s’immergeva totalmente nell’esperienza del “qui ed ora” che stava vivendo, come le dee Vulnerate, senza però lasciarsi imbrigliare in alcun modo dall’esperienza stessa, obbedendo solo al bisogno contingente di armonia ed espressione del suo potenziale femminile.

Per riassumere, col termine “Vulnerate” s’intende una condizione psicologica che può indurre la donna che si sia identificata soprattutto in Era, Demetra o Kore a dipendere da un’altra persona per sentirsi realizzata o valorizzata, a delegare ad altri la sua realizzazione, ma nello stesso tempo la espone al rischio di soffrire per inevitabili stati di perdita, di abbandono e tradimento, proprio da parte delle persone da cui lei si è resa materialmente, psicologicamente o emotivamente dipendente, perché dovrà imparare a credere di più nelle sue capacità e a fare da sola.

E se si vanno a guardare i destini delle tre dee “Vulnerate”, si nota che tutte e tre erano dipendenti da specifici bisogni interiori o da ruoli: Era, la Giunone dei Latini, era dipendente dal suo bisogno di “essere la moglie” di Zeus, ma anche dal ruolo d’essere riconosciuta “Regina di tutti gli dei”; Demetra, la Cerere dei Latini, era dipendente dal suo bisogno di “essere madre” e di dedicarsi esclusivamente alla figlia Kore e agli impegni che il ruolo materno le procurava e Kore/Persefone, la Proserpina dei Latini era dipendente dal suo “essere figlia” e quindi in una condizione che le permetteva di continuare a condurre una vita spensierata e serena, perché era la madre ad occuparsi totalmente di lei e dei suoi bisogni materiali.

Tutte e tre le dee “Vulnerate” ebbero un destino di sofferenza, di violenza e di perdita: Era perché ripetutamente tradita dal marito Zeus sempre in cerca di nuove avventure erotiche; Demetra e Persefone perché separate l’una dall’altra in una maniera tanto drammatica quanto improvvisa, che avrebbe cambiato per sempre il loro destino.

L’archetipo della Dea Vergine – Atena

Tra le dee così dette “Vergini”, oltre ad Artemide, dea della Caccia e della Luna nuova, messa dalla psicologia mitica in relazione al bisogno di indipendenza e libertà dagli schemi patriarcali e alla ricerca della propria realizzazione al di là delle imposizioni della psicologia collettiva; oltre a Vesta, la dea dei templi e del focolare, messa in relazione al bisogno della donna di esprimere la dimensione “sacra” che vive dentro ogni creatura come una scintilla divina che la riconnette all’intero Creato attraverso la spiritualità, ho voluto analizzare in questo studio il modello di Atena, la dea della saggezza e della ragione, ma anche della guerra e della tessitura; un archetipo che l’astrologia umanistica mette in relazione con la Luna in aspetto a Saturno, la Luna in Capricorno o la Luna nel decimo settore dell’oroscopo.

Atena, nata direttamente dalla testa di Zeus, con elmo, lancia, scudo e corazza è il simbolo di un femminile guerriero che porta avanti un messaggio di indipendenza e di autonomia rispetto al mondo maschile, non concedendo quasi nulla al sentimento e al mondo delle emozioni, perché ha imparato che solo immergendosi nelle emozioni e nei sentimenti, si può più facilmente essere feriti, si può fallire e provare dolore.

La dea Atena aveva un rapporto particolare col mondo maschile, prediligendo gli eroi, ma anche col mondo femminile, di cui non tollerava la fragilità. Era quindi molto più in contatto col suo Animus maschile, che con la sua Anima femminile.

Animus ed Anima secondo Jung sono due Archetipi primari: L’ Animus, esprime la parte maschile della psiche, quella che ragiona, propone, agisce e lotta per conquistare ciò che vuole, mentre l’ Anima è la parte femminile, quella che vuole dipendere e creare legami affettivi, che vuole emozionarsi e relazionare.

Ecco perché Atena è espressione molto più dell’Animus che dell’Anima, essendo collegata al principio junghiano maschile di Logos più che a quello femminile di Eros: infatti, se il Logos è strettamente collegato alla capacità che c’è nell’uomo di risolvere ogni situazione della vita attraverso l’azione ragionata ed il pensiero, l’Eros elegge la donna a custode primaria del valore dei sentimenti e della capacità di mediare nelle relazioni attraverso il cuore, ma anche attraverso l’intuizione e la spontaneità del suo impulso vitale.

Il fatto che la dea non avesse conosciuto né madre né infanzia e quindi simbolicamente che non avesse coltivato dentro di sé quella sfera di accoglienza e nutrimento che si sperimenta da bambini attraverso il contatto coll’amore materno e che forma all’Eros, ma soprattutto che fosse nata già vestita ed armata di tutto punto direttamente dalla testa di Zeus, può simboleggiare sia le poche concessioni che la donna Atena fa al mondo dei sentimenti o alla sfera emotiva, sia l’imprescindibile bisogno di risolvere ogni aspetto dell’esperienza soltanto con il ragionamento, con la logica ed il controllo mentale.

Atena è la dea “impenetrabile”: tanto quanto le dee Vulnerate si rendevano vulnerabili perché mosse dal bisogno di intrattenere relazioni intense e partecipate, altrettanto Atena rimaneva fredda nella sua olimpicità, in un distacco ragionato che le permetteva di gestire ogni situazione attraverso il pensiero, attraverso la logica ed il controllo dell’impulso vitale.
E’ per questo che la donna che si sia identificata soprattutto in questo modello divino si porge in maniera tale da scoraggiare ogni scambio affettivo ed emotivo col mondo esterno: tutto viene valutato e risolto da lei all’interno della sua “testa”, come se fosse un filtro capace di setacciare tutto ciò che può indurre sofferenza o l’incontro con una profondità emotiva che lei non vuole sondare. Solo così può restare “Vergine” e incontaminata dal desiderio e dalla dipendenza che può comportare il “sentire”, il partecipare.

Atena non vuole “sentire”, Atena innanzitutto ha bisogno di ragionare.

La verginità di cui parla la psicologia mitica quindi, in contrasto con la vulnerabilità, è sinonimo della volontà della donna che abbia aderito a questo modello divino di “non farsi toccare dentro”, nella parte più intima di sé, perché timorosa di perdere la sua tranquillità emotiva che potrebbe essere messa a rischio da una relazione coinvolgente, perché solo una relazione coinvolgente può far esporre il fianco alla sofferenza e alla sconfitta.

E la donna Atena che non abbia ancora completamente evoluto questo archetipo divino teme soprattutto la sconfitta… sarebbe troppo doloroso per lei e la farebbe precipitare di nuovo in una condizione di fallimento che è stata sicuramente sperimentata nell’infanzia quando era vulnerabile, bisognosa e dipendente dal potere di qualcun altro, tanto da rifuggire nell’età adulta le esperienze che semplicemente balenino una tale evenienza.

La psicologia junghiana infatti, dà un’importanza fondamentale al vissuto infantile, a tal punto da affermare che tutta la struttura razionale della persona adulta poggia su sensazioni ed emozioni che sono state sperimentate nell’infanzia.

E la donna Atena ha avuto un’infanzia in cui ha dovuto fare soprattutto da sola. Se c’era appoggio, lo aveva dal padre più che dalla madre, che era assente o le rifletteva un modello femminile che condannava ogni fragilità.

Questa incapacità di contattare la sua parte emotiva e dare un valore positivo al principio di Eros come parte fondante della sua identità femminile si è legata a sensazioni spiacevoli sperimentate nell’infanzia, che hanno segnato anche la struttura mentale, a tal punto che la bambina Atena è forte, responsabile e capace di fare da sola in ogni problema pratico della vita, ma via via sempre più in difficoltà con la sfera affettiva ed emotiva, in difficoltà con le richieste del cuore.

Infatti, nell’età adulta, la donna Atena è pragmatica, efficiente e sa muoversi con competenza proprio in quei settori che la tradizione assegna come dominio del mondo maschile. E’ costante, determinata e capace di risolvere ogni problema pratico ancor più dell’uomo perché attinge dal suo innato buon senso che è sicuramente in analogia con la sfera della razionalità.

Ma soprattutto Atena non ha paura di combattere, di scontrarsi con coraggio per affermare la sua volontà, perché certa della bontà delle sue scelte, che lei porta sempre avanti con scrupolo e grande lealtà.

L’unico settore che le può creare difficoltà è quello del cuore… Infatti, proprio nell’attimo in cui riesce a stabilizzare la sua esistenza, il destino le riserva esperienze emotive particolari, che la invitano a scendere dentro di sé, ad abbassare lo scudo, a scoprire le sue profondità emotive, perché solo l’immersione nelle acque profonde della sua anima potrebbe mostrarle chi è, al di là dell’identificazione che ha scelto per sentirsi sicura.

E a questo punto che di solito la donna Atena si ritrae e rinuncia alla lotta, l’unica lotta che teme davvero: quella con se stessa e col suo bisogno inconscio di verità.

Ed anche quando cede all’amore, perché nessun altro archetipo è più desideroso d’amore quanto questo, è solo per un attimo perché, dopo l’immersione in sentimenti positivi e fiduciosi, gradualmente tutto si confonde; è come se lei automaticamente s’infilasse in un labirinto senza uscita e in storie complicate, con l’inconscia paura che possano funzionare, mettendo a rischio l’unica immagine di sé in cui ha scelto di identificarsi per proteggere il suo cuore, ma anche per l’imprescindibile bisogno di libertà e d’indipendenza, che è fortissimo in questo archetipo divino.

Il rischio più grande per la donna che debba ancora far evolvere l’archetipo e non farsi “rapire” da lui, è il rifiuto a sperimentare la gamma completa delle emozioni perché ne è spaventata; è il non volersi innamorare per non rischiare di soffrire; è la paura di mettersi in gioco ed esporsi a perdere; è il non partecipare spontaneamente alla gioia e alla sofferenza degli altri, perché ha il timore di ascoltare la propria; è l’incapacità di ridere e di piangere quando sarebbe naturale farlo, perché la sua tranquillità emotiva ed il bisogno di distacco sono più forti del bisogno di dare e scambiare amore.

La donna Atena si rifugia dietro un muro di roccia alto fino al cielo e si sente sicura: è la sua corazza, è il suo rifugio, nessuno potrà valicare quel muro, nessuno la potrà più ferire e soprattutto nessuno le potrà far male. Lei rimarrà “Vergine”, inviolabile, ma si allontanerà anche ogni giorno di più dal suo cuore, dall’essenza di sé e soprattutto dalla sua immensa capacità di amare.

Ma il mito ci viene ancora una volta in aiuto, ricordando che Atena non era solo la dea della guerra e della ragione; Atena era anche la dea della tessitura.

Atena, la tessitrice

La tessitura nei vari miti antichi, un’arte che era riservata esclusivamente alle donne, era un simbolo ben preciso di chiarezza interiore, ma anche di buon senso perché rappresentava la necessità che, ad un certo punto dell’opera, la filatrice riconoscesse “quando continuare a filare e quando stuccare il filo” della tela su cui era intenta; quando inserire un colore, abbandonandone un altro, in modo tale da impreziosire e portare avanti al meglio l’intero disegno.

Si può ricordare che Signore della “tessitura della vita” erano le tre Moire, le Parche dei Latini: Lachesi, Cloto ed Atropo. Erano figlie di Zeus e di Temi, la dea della Giustizia, sorelle di Ananke, la Necessità.

Le dee erano preposte a far sì che il disegno della vita assegnato ad ogni persona venisse portato avanti nel tempo stabilito, di conseguenza erano superiori a Zeus stesso perché fosse rispettato l’ordine naturale dell’Universo, a cui anche gli dei erano soggetti.

Platone, ne “La Repubblica”, ci parla delle tre dee nel “mito di Er”. Sedevano in circolo e ciascuna di loro era su un trono: le anime si presentavano dapprima a Lachesi che assegnava loro il “tessuto” della vita, stabilendone i tempi e la durata; poi passavano da Cloto, che confermava sotto il giro del fuso il destino assegnato e infine Atropo, l’inesorabile, tagliava il filo quando arrivava il momento stabilito, perché il “disegno” si ritenesse ultimato.

Otre alle Moire, ricordiamo che comunque il tessere e filare erano azioni riservate alle dee femminili, soprattutto “lunari” che si preoccupavano che le leggi del divenire, della fine e della rinascita fossero sempre garantite e rispettate.

E ad Atena il mito assegna l’invenzione stessa della tessitura, sconosciuta prima di lei.
Nell’Odissea, Omero ci narra di quando i compagni di Ulisse si fermarono davanti alla casa della maga Circe e videro Atena che “cantava e tesseva una grande e immortale tela, come sono i lavori delle dee, sottili e splendenti e graziosi” .

Questo attributo tipicamente femminile di Atena, perché non collegato né alle sue doti guerriere né a quelle razionali di saggezza e capacità intellettive, mette l’accento sulla capacità che ha la donna che abbia compiuto questo modello divino dentro di sé di esprimere al meglio l’intera gamma del potenziale femminile, anche se non ne è cosciente, anche se riconosce le qualità intellettive come le sue migliori qualità.

Ecco perché la vita sistematicamente la invita ad abbattere quel muro, a lasciare elmo e corazza, anche a farsi ferire, se occorre, perché le ha anche donato l’ostinazione di volersi incontrare con la sua totalità, compresa la capacità di ascoltare il suo cuore, rivendicando il diritto all’amore che spetta ad ogni creatura.

Lei lo sa che il suo cuore è la sua più bella qualità, è la capacità di essere vera con se stessa; solo scegliendo col cuore, lei riuscirà a capire quando è giusto “continuare a filare e quando stuccare il filo”… e cioè battersi per i suoi ideali e le sue convinzioni, o lasciar andare certi atteggiamenti mentali ostinati che non potrebbero più darle alcuna felicità; o lasciare andare delle storie deludenti che umiliano la sua dignità; riuscirà a capire quando stuccare il filo, così come la tessitrice stucca il filo con cui ha tessuto fino a quel momento la tela ed inserisce quello che, per colore e bellezza, appare il più adatto per completare il disegno.

La donna che abbia scelto di attivare il modello della vergine Atena quindi, una volta che si sia resa vulnerabile per esperienze di vita partecipate e trasformanti, è anche riuscita a capire quando sia il tempo di lottare e quando no; quando valga la pena battersi per ciò che l’appassiona e rappresenta una priorità della sua esistenza e quando è necessario invece cogliere altre opportunità che la vita in quel momento le sta offrendo; è riuscita a comprendere quando seguire l’istinto e quando la ragione, quando la testa e quando il cuore, senza dover abdicare ad uno dei due modi di essere ma miscelandoli tra di loro, ma soprattutto è riuscita a perdonare i suoi paradossi e le sue contraddizioni perché, non avendole negate, se ne è anche distaccata, padroneggiandole dall’alto come la filatrice padroneggia la tela.

E questo perché ha anche raggiunto un’immagine chiara di ciò che vuole conquistare in quel momento specifico della sua esistenza, di ciò che è prioritario esprimere per la sua felicità, di cosa la può appagare, così come la tessitrice ha chiaro dentro di sé in ogni momento come procedere nel suo lavoro per compiere al meglio l’intero disegno.

Gli orientali hanno un detto per cui “ogni particolare del piccolo disegno danza con l’insieme del grande disegno”, il che significa che se la donna riesce a comprendere l’obiettivo che di volta in volta la vita le sottopone, acquista quello sguardo d’insieme che le può garantire la scelta migliore per la sua felicità e non soltanto per la felicità di chi le sta a cuore.

Non dimentichiamo infatti che di fronte al Capricorno c’è il segno del Cancro… così come nella donna Atena, accanto alla forza interiore, al senso di responsabilità e serietà nel portare avanti le sue scelte, c’è un immenso cuore… c’è un’immensa capacità di rinuncia, la capacità di anteporre ai suoi bisogni quelli degli altri, per i quali lei si prodiga con attenzione e disponibilità, ma allo stesso tempo la tendenza a ritrarsi quando sarebbe naturale chiedere aiuto, perché “chiedere aiuto” è giudicato una debolezza.

Prendendo invece consapevolezza della sua totalità, della sua ricchezza interiore, della sua grande capacità di dare, ma anche dei limiti e delle fragilità che fanno parte dell’umana natura, la donna Atena può diventare “la tessitrice della sua vita” e non affidare più a nessuno il compito di indicarle la via o di proporle un “disegno” che non sia quello che ha scelto in prima persona.

Ma per fare questo, la donna Atena ha bisogno di rimanere in contatto con la bambina che è dentro di lei e che lei ha confinato nella stanza più buia della sua psiche; la deve riprendere in mano come se prendesse in mano un fiore ed aiutarla ad esprimersi, ad esprimere le sue emozioni senza vergogna e senza paura e con quella dignità che Atena le ha insegnato a non svendere a chicchessia, a lusinghe di nessun tipo, né di bellezza, o di potere, nè di vittoria, di immagine o di riconoscimento.

Nessun archetipo infatti ha tanta dignità quanto l’archetipo Atena. Un mondo emotivo serio e responsabile, che lei deve coltivare con cura e con pazienza come fosse un campo di fiori, irrigandolo di tanto in tanto con l’acqua dei suoi sentimenti, con l’acqua delle sue emozioni, non vergognandosi più delle sue lacrime perché è solo grazie a quest’ “acqua” rigeneratrice e pacificatrice che lei potrà far crescere in quel campo il fiore più bello.

Non è un percorso facile questo… è irto di rovi, ci si ferisce continuamente, ma è l’unico cammino che può dare alla donna la consapevolezza del proprio valore femminile e cioè una persona che dopo aver lavorato su di sé, sia riuscita a mediare tra la ragione ed il cuore, tra la ragione e l’istinto perché, pur non sottraendosi ad una vita di intensità e profondità affettiva, ha imparato a perdonare se stessa, ha imparato a volersi bene, a stemperare le sue rigidità e ad integrare gli opposti psichici come “tessendoli su di una tela”, col risultato di rimanere lucida anche nel bel mezzo di una tempesta emotiva ed attingere da questa sua ritrovata forza e maturità le potenzialità e le risorse che le permetteranno di risolvere al meglio il qui ed ora dell’esperienza che la vita le sta proponendo.

Ma soprattutto ha imparato a darsi importanza, riconoscendo le sue molte qualità al di là del riconoscimento del mondo maschile, che non sarà più lo specchio con cui confrontarsi o da sfidare per dimostrare le sue qualità, visto che le sue qualità di donna non deve dimostrarle a nessuno, perché sono lì, come il miracolo d’amore di cui lei è ricca e capace.

Recuperando la stima nel suo essere donna e nel potenziale del femminile, credendo nella possibilità di infrangere una tradizione di secoli che vuole assegnarle un ruolo subalterno rispetto al potere maschile, lei potrà iniziare a scambiare con l’uomo senza rivalsa ma in totale parità, perché attingerà le sue risorse non dalla parte maschile della sua natura, ma da quella femminile, quella che è in contatto con la sua Anima, col suo cuore, col suo stesso “essere donna”.

Un cammino doloroso ed irto di spine, per il quale è richiesto coraggio ed amor di sè, perché gli unici in grado di portare la donna a riconoscere che è affidata a lei e a lei soltanto, è affidata alla sua sensibilità, alle sue capacità intuitive e di buon senso, la possibilità di comprendere intimamente il mistero della vita; che è affidata a lei la capacità di amare, di perdonare e collaborare così per un ritorno ai veri valori. In un momento di oscuramento delle coscienze e di sopraffazione collettiva, è di fondamentale importanza che la donna prenda consapevolezza dell’importanza del ruolo in cui sarà necessario identificarsi: quello di guida paziente ed amorevole nel percorso di crescita non solo individuale, ma di tutta l’umanità.

Bibliografia:

C. G. Jung, Tipi psicologici, Boringhieri, Torino, 1968, pagg. 463-465
J. S. Bolen, Le dee dentro la donna, Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1991
M. E. Harding, La strada della donna, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1973
L. Fassio, Lezioni di astropsicologia – Gli archetipi del femminile

L’astrologia umanistica

di Francesca Piombo

“Nessuno può rivelarvi nulla se non ciò che già si trova in stato di dormiveglia nell’albeggiare della coscienza” (Kahlil Gibran).

L’astrologia umanistica si differenzia dall’astrologia tradizionale perché si rifà direttamente alla filosofia di Carl Gustav Jung (1875-1961) sia per il “percorso d’individuazione dell’Io”, inteso come la spinta innata in ogni creatura a compiere se stessa, a conoscere la sua essenza più vera, la propria totalità (individuo, dal latino: non diviso), sia per la possibilità di rintracciare nei simboli planetari dei modelli comportamentali di riferimento, avvicinabili agli “Archetipi primordiali” di cui parla Jung nel suo “Gli Archetipi dell’inconscio collettivo”, attraverso i quali l’individuo ha la possibilità di conoscere le risorse energetiche di cui dispone e servirsene nell’esperienza di vita.

I pianeti quindi non influenzano in nulla la vita dell’uomo, sono semplicemente il riflesso di ciò che è già dentro di lui e che lui stesso vuole esprimere per “individuarsi”.

Scrive Jung in “Tipi psicologici”: L’individuazione è in generale il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva. L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale”.

L’inconscio personale e quello collettivo

Già Sigmund Freud agli inizi del ‘900, aveva teorizzato a lungo sulla presenza all’interno della psiche dell’uomo di un’area specifica che lui definiva “inconscio” in cui, a partire dall’infanzia, si era depositato tutto un complesso di ricordi, fantasie, desideri e pulsioni infantili, giudicati spiacevoli e negativi dall’Io cosciente che, attraverso i due principali meccanismi di difesa della mente, la Rimozione e la Negazione, venivano confinati in questa sorta di contenitore temporaneo della psiche, da cui sarebbero stati ripresi più avanti, quando la mente fosse stata pronta ad elaborarli e gestirli in maniera adeguata e soprattutto senza provare quella sofferenza che risultava insostenibile in quell’età così precoce.

Ma se Freud collegava questi processi di difesa psicologica a problemi e contenuti strettamente connessi con la sfera sessuale, Jung aveva una visione diversa, dando alla libido che si generava dalla tensione ad elaborarli, il valore di “energia psichica”, una riserva energetica potente, che rivalutava il ruolo dell’inconscio: “L’inconscio percepisce, ha intenzioni ed intuizioni, prova sensazioni ed ha dei pensieri proprio come la mente conscia. È ogni cosa che so, ma che al momento non penso; è tutto ciò di cui ero cosciente, ma che ora ho dimenticato; è tutto ciò che viene percepito dai miei sensi, ma che non viene annotato dalla mia mente conscia; è tutto ciò che – involontariamente e senza prestarci attenzione – sento, penso, ricordo, voglio e faccio; tutte le cose future che dentro di me stanno prendendo forma e che ad un certo momento perverranno alla coscienza”.

Si tratta quindi di un’area psichica che racchiude in sé il passato e il presente della persona, ma in nuce anche il suo futuro, perché è in quest’area che saranno anticipati i futuri processi a cui darà vita la mente conscia.

In più, l’inconscio è duale e contiene ogni aspetto della natura umana nella sua polarità: maschile e femminile, positivo e negativo, luce ed ombra, bene e male, materiale e spirituale e così via.

Oltre alla presenza dell’inconscio personale però, Jung ha ipotizzato anche la presenza di un inconscio collettivo o sovrapersonale, un substrato psichico innato e rintracciabile in tutti gli individui fin dall’infanzia; una sorta di “fonte psicologica” universale che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che rappresenta la comune eredità del genere umano.

Scrive Jung: “L’inconscio personale poggia su di uno strato più profondo che non deriva da esperienze o acquisizioni personali, ma è innato”.

Cosa sono gli “Archetipi”

Potremmo a questo punto vedere l’inconscio collettivo come una specie di “pozzo” dove si sono stratificate a partire dai primordi della vita dell’uomo le esperienze del genere umano, le modalità originarie del comportamento, che incideranno potentemente sull’inconscio personale a tal punto da condizionare anche le scelte che la persona farà a livello individuale e cosciente nell’età matura.

Scrive Jung: “Gli archetipi sono predisposizioni latenti che conducono verso identiche reazioni”, e ciò avviene al di là di ogni differenza di cultura, stato sociale, appartenenza etnica, razza e religione.

Questo implica anche che l’inconscio collettivo non sia assoggettato a regole spazio-temporali, a tal punto che l’uomo, nell’entrare in contatto con questa dimensione psichica, può trascendere la sua storia personale ed agganciarsi direttamente alla storia di tutta l’umanità.

Ed è questo il motivo per cui i miti, le favole, le leggende ed i riti dei popoli più antichi precedono la storia stessa ed hanno tutti una matrice universale che li accomuna e che può essere attivata e contattata dall’individuo, attraverso la funzione simbolica della mente, quella collegata al suo emisfero destro, magico ed analogico.

Leggiamo ancora Jung: “Ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome o anche una rappresentazione che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che, tuttavia, possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale. Perciò una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che va al di là del significato immediato e possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato”.

Indispensabile quindi per accedere a questo pozzo dell’inconscio collettivo in cui sono andati a confluire ricordi, emozioni, intenti, sogni, pulsioni ed istinti dell’esperienza umana nei secoli, è saper leggere il simbolo, l’unico che possa traghettare la mente dell’uomo verso dimensioni più sottili, verso intuizioni spontanee, che altrimenti non si genererebbero se l’approccio fosse soltanto razionale.

E gli archetipi sono essi stessi dei simboli, delle energie primarie degli istinti primordiali, da cui hanno origine i comportamenti stessi e la modalità di espressione di ogni individuo.
Il principale archetipo junghiano è il “Sé” ed occupa il centro della psiche. Infatti, se l’ “Io” è il riassunto della personalità cosciente, il “Sé” è l’insieme di quella cosciente e di quella inconscia; il “Sé” è l’impulso o la motivazione innata che spinge la persona a completarsi e realizzare se stessa.

Gli altri archetipi che vi si dispongono intorno sono a due a due ed opposti tra di loro: “Maschile-Femminile”; “Nemico-Eroe”; “Morte-Rinascita”.

Da questi modelli basilari prendono vita altri archetipi con caratteristiche più specifiche: il “Maschile” contiene per esempio l’archetipo del “Padre” ed il “Femminile” quello della “Grande Madre” e via dicendo. Basilari sono poi i due archetipi di “Animus” ed “Anima” e di “Luce” ed “Ombra”.

L’ “Animus” è un archetipo collegato alla parte maschile della psiche, quella che ragiona, propone, agisce e lotta per conquistare ciò che vuole, così come l’ “Anima”, è collegata alla parte femminile, quella che vuole dipendere e creare legami affettivi, che vuole emozionarsi e relazionare.

Allo stesso modo la “Luce” è la parte cosciente della psiche che contiene il riassunto delle qualità positive di cui l’individuo è consapevole e di cui potrà servirsi per raggiungere i suoi obiettivi, così come l’ “Ombra” è il deposito dei contenuti inconsci, dei complessi e delle tematiche inferiori che devono essere portati alla coscienza per essere illuminati, trasformati e quindi risolti.

Gli Archetipi astrologici

Anche in Astrologia, tutti i pianeti che ritroviamo nel cielo hanno un valore simbolico, sono essi stessi Archetipi, sono modelli innati che daranno una coloritura particolare alla persona, definendola nel suo Animus e nella sua Anima: ciò che vuole realizzare (Sole), ciò che la fa emozionare (Luna), ciò che costituisce il suo bagaglio intellettivo (Mercurio), la sua scala di valori e la tensione all’amore (Venere) e ciò che la spinge a mettere in atto un particolare comportamento per affermare la sua volontà (Marte).

Accanto ai pianeti personali, ci sono quelli più lenti, espressione di ciò che la persona persegue per la sua crescita (Giove), ciò che la riconduce al senso di realtà e al limite (Saturno), ciò che le permette di evolvere e cambiare (Urano), ciò che la spinge verso un ideale spirituale (Nettuno) e ciò che rappresenta la capacità di trasformazione e di rinascita (Plutone).

“E il mio amico disse: “Guardalo, è l’uomo più saggio della nostra terra”.
Lasciai allora il mio amico, e mi accostai al cieco, e lo salutai.
E ci mettemmo a conversare.
Dopo un po’ dissi: “Perdona la mia domanda: da quanto tempo sei cieco?”.
“Dalla nascita”, egli rispose.
Dissi io: “E quale via di conoscenza tu segui?”.
Disse: “Sono un astronomo”. Posò la mano sul suo petto e disse:
“Guardo qui dentro tanti soli, tante lune e tante stelle”.

Ecco, queste parole del grande filosofo e poeta libanese Kahlil Gibran (جبران خليل جبران Jibrān Khalīl Jibrān, Bsharri 1883 – 1931) compendiano in maniera mirabile il modo in cui l’astrologia umanistica e psicologica guarda allo straordinario corredo astrologico di simboli e modelli psicologici che va molto al di là dell’unico messaggio predittivo che la tradizione storica assegna a quest’arte.

L’Astrologia infatti è un’Arte o meglio, una scienza umana perché, sebbene molto distante dalle scienze così dette “esatte”, propone una lettura dinamica, strettamente legata al cammino evolutivo e collettivo della coscienza umana e lo fa partendo dal preciso calcolo delle orbite planetarie e cioè dagli scambi in gradi che i pianeti fanno tra di loro al momento della nascita e che riflettono il potenziale energetico che avrà a disposizione il nativo per compiere se stesso.

Attraverso l’analisi del Segno Solare, che può dare già ottime informazioni generiche e collettive, si può ottenere un’analisi più dettagliata e personalizzata proprio analizzando tutti gli altri pianeti, in che Segno transitavano al momento della nascita e che tipo di scambi facevano tra di loro e con quel Sole, riuscendo così ad ottenere un profilo astrologico e psicologico, la carta astrale, abbastanza preciso.

E dico “abbastanza preciso”, perché penso che nessuna carta astrale possa essere interpretata in maniera assoluta; infatti, ci sarà sempre quella variabile, quella particolare condizione in cui si trova la persona in quel momento della sua vita a garantire la possibilità di utilizzare la carica energetica di cui dispone fin dalla nascita in maniera personale, anche del tutto innovativa rispetto alla modalità che la tradizione assegna ad un particolare aspetto planetario, una modalità che non può essere fissa, ma in linea con il divenire stesso della persona, con il grado di evoluzione raggiunto e soprattutto con il progetto spirituale che la sua anima intende realizzare per avanzare sulla strada evolutiva. Ma anche in linea con “l’aria dei tempi” e cioè con quello che l’umanità intera sta sperimentando a livello cosciente ed inconscio sul piano collettivo e che sente risvegliarsi dentro di sé per allinearsi al grande progetto universale che unisce il Creato ad ogni creatura, naturalmente spinta e bisognosa di ricongiungersi col Principio Divino.

Certo è che la mappa astrale può visualizzare “il cuore” della personalità, perché ne rispecchia l’essenza più profonda; attraverso l’esame dei vari aspetti planetari e del tipo di energia di cui la persona potrà servirsi nell’esperienza di vita, si potrà individuare se ci sarà maggiore facilità nell’impiegarla (nel caso di trigoni o sestili), oppure minore facilità (nel caso di opposizioni o quadrati), ma anche gli aspetti così detti “difficili” non dovranno comunque essere giudicati come impedimenti, come blocchi insormontabili ma anzi, stimoli positivi per acquistare sempre maggiore consapevolezza del proprio potenziale energetico, di come poterlo trasformare ed utilizzare al meglio per la propria felicità.

E’ questo l’assunto base dell’astrologia umanistica o psicologica, che si serve della carta astrale per spingere la persona ad ampliare la conoscenza che ha di sé, a migliorare il rapporto con se stessa, perché questo è il presupposto indispensabile per migliorare anche i rapporti col mondo in cui vive, in cui scambia e si muove.

Partendo da questo assunto, è chiaro che l’uomo non è più la vittima di un destino beffardo, che gli concede gioie e dolori a capriccio, ma l’artefice stesso del suo destino; è lui che, attraverso la completa conoscenza di se stesso, delle sue qualità così come dei suoi limiti, della sua parte cosciente come di quella inconscia, può costruire il suo futuro proprio a seconda di come si porrà e che atteggiamento avrà nei confronti di quello che la vita, ma anche il suo stesso inconscio, gli metteranno davanti.

Secondo l’astrologia umanistica infatti, niente è per caso, ma è tutto inserito in un discorso più ampio di evoluzione della coscienza umana in cui saranno proprio gli incontri e le esperienze che faremo a fornirci gli strumenti per compiere questo percorso di conoscenza interiore, che ci permetterà di avanzare sulla strada evolutiva, rafforzando le nostre qualità e modificando ciò che deve essere modificato perché solo di impedimento alla crescita individuale.

Sarà importante riconoscere che tutto quello che riguarda la nostra vita non è altro che il riflesso esterno del nostro mondo interiore e che “ciò che capita” non è estraneo alla nostra volontà, ma è strettamente conseguente agli intenti, alle azioni, alle scelte coscienti, ma anche a quelli prodotti dal nostro inconscio che spinge la coscienza ad andare naturalmente verso la completezza.

Ecco perché l’astrologia umanistica si rifà alla filosofia junghiana, che accanto a una parte che ci è chiara di noi stessi e nella quale ci identifichiamo e che abbiamo accettato come nostra, definita parte luce, simbolo del potenziale energetico di cui siamo consapevoli, ce n’è anche un’altra meno chiara, spesso totalmente oscura strettamente collegata alla nostra parte inconscia, la parte ombra, dove sono racchiuse le nostre paure, i nostri blocchi, le contraddizioni e le polarità che ci comportano tensioni e sofferenza e che siamo perciò portati a negare.

Questo bagaglio interiore inconscio però è come se fosse un iceberg, la cui parte cosciente è solo una piccolissima parte della totalità e ci spinge tanto quanto l’altra, quella di cui ci rendiamo conto, verso esperienze, conoscenze, incontri che magari non avremmo mai avuto intenzione di fare a livello cosciente o razionale e che quindi ci sembra che ci “capitino per caso”.

In realtà, per l’astrologia umanistica, così come per gran parte delle filosofie orientali, è tutto mosso dalla potente energia planetaria che noi raccogliamo e che il nostro inconscio riflette, facendoci diventare dei punti di fortissima attrazione, come potrebbe fare una calamita che ci fa attirare nella nostra vita incontri, persone ed esperienze, che diventano lo strumento per illuminare ciò che ancora non conosciamo di noi, sia ciò che dobbiamo modificare per raggiungere l’individuazione, sia ciò che costituisce un’incredibile fonte di energia creativa, un potenziale energetico da utilizzare e che si rende fruibile solo dopo quest’atto di illuminazione.

Infatti, l’inconscio non è solo il collettore di tensioni, contraddizioni e complessi da elaborare, ma una fonte nascosta di potenzialità, di cui noi non abbiamo consapevolezza e verso la quale siamo naturalmente spinti per esprimere l’interezza della nostra natura.

E’ per questo che è di fondamentale importanza incontrarci con la nostra totalità per indirizzare anche le esperienze e gli incontri della vita, perché, a seconda di quanto saremo riusciti a ricongiungere dentro di noi le parti opposte della nostra natura, le polarità che ci creano tensioni o contraddizioni perché siamo bisognosi di esprimerle entrambi; a seconda di quanto saremo riusciti a vedere queste parti e ad accettarle, rispettandoci ed amandoci nella nostra interezza; a seconda di quanto sapremo distinguere le priorità e ciò che ci potrà rendere davvero appagati, potremo anche attirare nella nostra vita persone altrettanto integre ed individuate, mature e consapevoli, che ci rifletteranno l’unità interiore che abbiamo raggiunto.

Disconoscere questa parte interna, porta inevitabilmente incontro a dei “punti morti” in cui, nonostante l’assoluta certezza di quello che volevamo ottenere e raggiungere a livello cosciente, operando certe scelte, spesso il risultato di questa ricerca è molto diverso da ciò che ci aspettavamo, spesso è doloroso ed incomprensibile.

E’ per questo che mi piace definire la carta astrale una mappa dell’anima, una guida che può indicarci le tappe del viaggio immaginario che dobbiamo fare alla ricerca di noi stessi, in cui sono segnate le varie stazioni che incontreremo in questo viaggio da compiere, perché è l’anima stessa che lo ha scelto per andare avanti sulla strada evolutiva.
In questo viaggio, potremo decidere di scendere e fare certe esperienze, oppure proseguire perché non siamo ancora pronti; potremo darci un’opportunità in più di ampliare la conoscenza di noi stessi, oppure potremo rimandare perché non ancora interessati a questo approfondimento, ma saremo noi a scegliere e noi soltanto, nessuno ci costringerà a fare quello che poi sceglieremo di fare e nessuno ci potrà giudicare se non saremo disposti a farlo, ma sarà necessario prendere consapevolezza che siamo soltanto noi gli artefici della nostra vita, a tal punto che – visti sotto questa luce – destino e libero arbitrio coincidono.

Quindi le stelle non sono solo fuori, ma anche dentro di noi, come ci ricorda la parabola di Gibran e se soltanto le seguissimo, e cioè seguissimo il nostro cuore ed il bisogno di verità interiore a cui tende il nostro inconscio, potremmo sicuramente rispettare di più noi stessi e la nostra totalità, facendo scelte consapevoli, al di là di come sarà poi il risultato delle scelte stesse, perché saranno scelte fatte col cuore ed in linea con i nostri bisogni più veri, in linea con ciò che siamo davvero e con ciò che noi stessi vogliamo diventare.

E’ questo, a mio avviso, l’aiuto che può fornire l’astrologia, al di là della sua capacità di leggere il futuro: ci potrà aiutare ad individuare di che stoffa è fatta la persona, illuminare i suoi desideri più profondi, le sue speranze, i suoi sogni, quello che muoverà le scelte per realizzare se stessa a livello cosciente e ciò che può ancora giacere nel fondo del suo inconscio, ma non potrà dirci con esattezza né come la persona reagirà a questo potenziale interno, né come intenderà usarlo, visto che questo è strettamente collegato al libero arbitrio di ogni creatura, al suo mistero e al mistero della vita stessa, che dobbiamo rispettare.

L’Astrologia è una bussola di orientamento, uno “strumento di viaggio”, ma come effettueremo questo viaggio dipenderà da noi, da quanto coraggio dimostreremo lungo la strada e quanto saremo disposti ad accettare le prove che incontreremo sulla via, visto che sarà un viaggio non sempre facile, non sempre chiaro e semplice, ma certamente ricco di meraviglie, le meraviglie che può incontrare ogni creatura di buona volontà per migliorare e vivere in pienezza il miracolo della vita.

La Via del Matto

di Domenico Turco

L’interpretazione dei simboli rappresentati nelle carte degli arcani maggiori, comunemente chiamati Tarocchi, rivela molti e inaspettati motivi immediatamente riconducibili agli archetipi della Tradizione spirituale originaria, rinviando spesso a profonde verità, di carattere esoterico.

È appunto questo il caso del Matto, metafora viva nel senso che Ricoeur dà del termine, figura di vagabondo e viandante che intraprende il cammino dell’autocompimento esistenziale, dell’evoluzione dell’io in chiave spirituale.

Nel mazzo degli arcani maggiori, quella del Matto è l’unica carta a non essere numerata. Il Matto esprime diversi aspetti correlati ad una iniziazione spirituale alternativa: la follia, la Verità, il caos e l’energia delle origini, la libertà dell’essere, la creatività. Al Matto vanno ricollegate altri personaggi delle normali carte da gioco, come il Jolly, che non s’identifica con nessuna carta in particolare, rappresentandole camaleonticamente tutte.

Dal punto di vista iconografico, la più antica immagine del Matto è forse quella presente nel mazzo Visconti-Sforza, che ne individua i tratti fondamentali. Si tratta di un vagabondo, come dimostra l’abbigliamento lacero, cencioso, un uomo dall’espressione stralunata, non rasato, con una mazza in mano e sette piume in testa. Ci sono evidenti analogie con Il Misero del mazzo detto “del Mantegna”. In seguito al Matto furono associate le figure della lince o del cane, che appare già nei Tarocchi Goldsmith; tale associazione di immagini può indicare la probabile adesione a qualche società segreta d’ispirazione esoterica, o ad una setta di eretici. In entrambi i casi, siamo in presenza di una spiritualità che sconfina nell’eresia esoterica o religiosa, e che come tale si contrappone all’ortodossia pur manifestando un’implicita tensione metafisica.

La Via del Matto descrive un cammino solare di avvicinamento all’Assoluto svolto all’insegna della divina follia di marca platonica.

È una follia che appare tale solo agli occhi del mondo, ma che in verità è la forma suprema di saggezza, per chi sa varcare col pensiero le porte della percezione, e i limiti di un’esistenza pensata solo in termini materiali, puramente terreni…

Il Matto è colui che abbandona tutto per conquistare apparentemente niente, ma un niente che è tale solo se ci poniamo nell’ottica della vita mondana e delle sue regole borghesi. Il Matto rappresenta il Viandante eterno, che gira per il mondo svincolato da qualsiasi legame, libero di quella libertà totale ed estrema che può condurre alla distruzione, ma ad una distruzione creativa, che genera la vita dalle rovine e rinnega la morte. La fine a cui mira il Matto è in fondo il principio di una nuova esistenza…

Il Matto ricorda altri personaggi emblematici: il pellegrino medioevale che a un certo punto parte per la Terra Santa, l’Ebreo errante condannato a un’infelice immortalità, il Figliol prodigo dei Vangeli, tornato a casa dopo aver conosciuto l’abisso di un’esistenza completamente immersa nell’orizzonte materiale e nichilistico…

Queste incarnazioni del Matto raccontano dell’impervio viatico dell’uomo che, attraverso i sentieri dell’autorealizzazione, cerca di ricongiungersi ad una realtà trascendente che lo sovrasta, al Regno di Dio come dominio sconfinato dello spirito e delle sue infinite risorse…

La Via del Matto è la via del nomade solitario sulla rotta dell’esperienza iniziatica. Questo personaggio può scegliere di seguire l’insegnamento di un guru o di un maestro esoterico, ma conservando la sua specificità individuale, senza impegnarsi più di tanto a rispettare il voto di silenzio richiesto all’aspirante iniziato. Infatti, nel viaggio d’iniziazione del Matto verso l’autorealizzazione spirituale, non è sufficiente riferirsi soltanto al pur rilevante insegnamento dei maestri.

C’è una fonte di conoscenza originaria, che ognuno deve scoprire dentro di sé e non fuori, ed è la conoscenza a cui aspira il Matto nel corso della sua ricerca…

La Via del Matto, che è la strada dell’esperienza per antonomasia, s’identifica con la stessa prospettiva spirituale, perché rappresenta simbolicamente l’accesso a tutt’altro pensiero, tutt’altra vita, tutt’altra visione del mondo e dell’essere…

L’eccentricità del folle-sapiente è segno di una diversità radicale rispetto alla normalità borghese, rappresentata da un modello di umanità analitica, pervasa di spirito anti-Tradizionale, e come tale formata da individui del tutto o quasi asserviti a quella “ragione raziocinante” che nega approcci alternativi alla conoscenza metafisica.

La Via del Matto è la strada maestra che conduce ad una saggezza totalmente diversa da quella ordinaria; coloro che abbracciano questa via non hanno paura di essere fraintesi, di essere considerati pazzi sul serio e non per metafora. Ma in realtà l’accusa d’irrazionale, pura e cieca follia andrebbe più coerentemente rivolta all’uomo-massa del mondo di oggi, sempre più immerso in una cronica e generalizzata crisi d’identità, nutrita dai “gloriosi” miti del nichilismo, dell’indifferentismo etico-religioso, e del materialismo.

La Via del Matto, il cammino di verità che è la vocazione intima ma spesso nascosta o soffocata di ognuno di noi, intrattiene un rapporto estremamente privilegiato con la ricerca dell’autorealizzazione spirituale, a discapito dei rischi e delle incomprensioni che questa ricerca sperimentale comporta, a causa dell’oscuramento del Divino nel cuore di tenebra dell’attuale ciclo umano…

Chiaramente, spingendoci ad operare in un ambito così ostile al ritorno alle radici, agli orientamenti teorici e pratici del Mondo della Tradizione, la Via del Matto si rivela come tremendamente ardua da percorrere: è come camminare su una fune sospesa su un precipizio mortale, imboccando la Via dell’estremo pericolo ma anche dell’estrema possibilità di redenzione, nel nome e nel segno della sfera spirituale…

Il folle-sapiente rischia davvero di cadere nell’abisso di una ragione che non è ragione, secondo i pregiudizi dell’Età postmoderna. Ma la non-ragione dell’aspirante iniziato ai misteri delle più alte verità – la Via indica in fondo questo – nasconde in realtà l’affermazione di una razionalità “sana”, perché educata ai valori dello Spirito, e quindi autenticamente libera.

Infatti la vera libertà corrisponde alla liberazione ascetica dall’illusorio potere di rappresentazione dei cinque sensi, l’ek-stasis come fuga dalla dimensione terrena, per raggiungere l’Infinito che si spalanca limpidamente davanti ai nostri occhi, ma che pure non siamo più in grado di vedere, abbagliati dagli splendori effimeri della Superficie…
La Via del Matto afferma le ragioni di quell’Altro Pensiero che intende difendere il DNA spirituale proprio dell’uomo, specialmente dopo Nietzsche e il suo annuncio della Morte di Dio.

La tradizione iniziatica indica una Via che si serve del mondo per raggiungere il sovramondo, al fine di rimarcare una distanza ascetica da tutto ciò che è umano, troppo umano…

Compagno di strada dell’asceta o del mistico, il Matto sperimenta in prima persona la rivelazione delle ultime verità, di carattere divino, ma lo fa dopo aver conquistato il regno della vita reale e compreso la sua limitatezza.

È l’eroe della trasformazione, dell’erranza e del viaggio, un viaggio che si compie nel profondo spazio interiore dell’anima, secondo i dettami della Tradizione spirituale originaria.

Diversamente da chi attraversa le vie del mondo non concependo altre dimensioni, il Matto viaggia avendo consapevolezza della propria unicità di figlio di Dio e di aspirante iniziato, parte in causa di un processo di iniziazione che segnala di un nuovo inizio per l’esistenza e le sue grandissime potenzialità.

Come un secondo Adamo, il Matto viene cacciato dal giardino terrestre dell’Eden non per scontare una pena sovrannaturale ma, al contrario del primo uomo, per scalare l’Albero della Vita divina senza abbandonare il piano fisico della Terra…

La Via del Matto, infatti, perviene allo spirito restando ancorato alla materia, al mondo sensibile. Il Matto vive in maniera dinamica la dialettica tra esistenza e pensiero, illusione e verità, tensione creativa che genera una visione della realtà eccentrica, fuori dagli schemi, delle facili apparenze, dei dogmi e delle imposizioni dottrinarie. Una realtà che si radica sulla sfera spirituale senza rinunciare alla concretezza, ai doni dell’essere e del divenire…

Il Matto, abbiamo detto, viaggia scientemente e coscientemente dentro se stesso e nel mondo, ma il suo percorso lo conduce alla fine al di là del mondo, verso il Divino, che costituisce l’oggetto privilegiato del suo lavoro interiore.

La Via seguita dal Matto è infatti il cammino della realizzazione dell’Io individuale, Io che è una scintilla della luminosa Mente divina. Nell’Induismo questa connessione tra l’Io e Dio è resa ancora più pregnante grazie all’uso di un termine unico per entrambi i concetti, cioè manas, espressione sanscrita che indica sia l’individuo immortale che la mente superiore. È la scintilla divina che ha cercato l’esperienza spirituale mediante un contatto diretto con la materia, con il mondo, al fine di ritrovare se stessa come cellula infinitesimale dell’Eterno…

Libero ricercatore della verità, il Folle-savio si rinnova ad ogni tappa del suo viaggio ascetico-sapienziale, che lo induce a varcare la soglia del finito per raggiungere la sfera dell’Infinito, consapevole che il cambiamento è possibile, che la trasformazione della persona in personalità è sempre possibile…

Il Matto imita il destino del bruco, che vive su un ramo d’albero prima di diventare farfalla, ed evolvere in qualcos’altro, in una dimensione superiore dell’essere che gli consenta veramente di spiccare il volo e raggiungere la sua Patria celeste…

Fonte: www.mondo3.it