Giordano Bruno

di Claudio Lanzi

Giordano Bruno, osservazioni sulle conciliazioni fra fisica e metafisica

Questo è l’estratto di una conferenza tenuta c/o la nostra associazione alla fine del 2003. Su G.Bruno sono state scritte migliaia di pagine, con ammirazione, con esaltazione, con disprezzo, con ironia. In realtà Bruno fu un uomo particolarissimo, irrequieto e con un’ansia maniacale ad ottenere il riconoscimento di un primato in ambito magico.

L’immagine di “antesignano” di un certo illuminismo che ce ne ha rimandato la storiografia dello scorso secolo, è per lo più inficiata da prouderie d’ordine politico e, in questo articolo, non è assolutamente condivisa. In realtà Bruno fu un grosso “problema”, per se stesso e per chi venne in contatto con lui e con la sua natura sanguigna e ingestibile. In questa breve memoria vengono messe in luce alcune delle più significative idee Bruniane concernenti il suo difficile tentativo di conciliazione tra fisica e metafisica evidenziando, unitamente alle geniali intuizioni, anche le diverse enfatiche e indifendibili posizioni che costituirono probabilmente il fondamento della sua drammatica vicenda umana.

Filippo Bruno nasce nel 1548, studia a Napoli fino a 14 anni poi, nel 1546 entra nel convento di S. Domenico a Napoli e prende il nome di Giordano. Senza voler entrare in un’analisi storica, sviluppata da specialisti assai più esperti di noi e per la quale rimandiamo alla bibliografia, possiamo obiettivamente rilevare che, fin dall’adolescenza, il Nostro presenta un carattere assai particolare e, probabilmente, non molto adatto per la vita monastica. Infatti, dopo pochi anni, inizia a contrapporsi ed a litigare (anche violentemente a quanto risulta) sia con i confratelli che con i superiori fino al punto di riuscire a farsi coinvolgere in un pesante procedimento disciplinare. Per nulla disposto a giustificarsi, abbandona il convento e si rifugia a Roma a S. Maria sopra Minerva dove, nel frattempo, lo raggiunge l’accusa di aver ucciso colui che lo aveva denunziato. A questo punto fugge da Roma, depone l’abito talare ed inizia il suo incessante peregrinare. Nel 1579 Bruno arriva a Tolosa e scrive il “De Anima” per confutare Aristotele. Nel 1581, in piena guerra religiosa fra cattolici, luterani e calvinisti, prende le parti degli uni e degli altri, profondendosi spesso in valutazioni, a dir poco aggressive, nei confronti di quasi tutti coloro che, all’inizio lo avevano accolto e protetto e, dopo poco, respinto. Si rifugia Parigi.

Pubblica il “De Umbris ideaurum”, il “Candelaio” e il Cantus Circaeus. Entra in relazione con Enrico III a cui dedica l’”Ars memoriae” e ne riceve un compenso. Nel 1582 pubblica il “De compendiosa architectura et complemento artis Lulli” documento magico per eccellenza derivato dagli schemi di mnemotecnica Lulliana. Indi si reca in Inghilterra dove lavora sulla mnemotecnica e forse progetta il “De immenso”. Desideroso di ricevere un riconoscimento come “filosofo” ottiene di esser nominato lettore a Oxford ma, neanche a dirlo, litiga con i dottori di tale università, insultandoli per la loro lentezza e scarsa inventiva.

Considerato insopportabile da coloro che lo avevano inizialmente accolto con simpatia, torna a Parigi e attacca violentemente la fisica aristotelica nel “Camoracensis Acrotismus”. Viene cacciato anche da Parigi e, nel 1586 va in Germania a Wittemberg dove si immatricola. Si immette, non richiesto, nella polemica fra luterani e calvinisti. In questo caso appoggia i luterani e ottiene di essere cacciato via anche da Wittemberg. Nel 1588 arriva a Praga dove torna sulle opere Lulliane e stampa il “De lampade combinatoria Raymondi Lullii” e anche gli “Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos, atque philosophos”. L’opera pare che sia piaciuta a Rodolfo II che sembra gli abbia regalato una piccola somma. Bruno riparte per Helmstadt dove c’è il duca Giulio di Brunswich che, inizialmente lo difende ma poi, quando Bruno s’infila nuovamente in mezzo alle lotte tra luterani, cattolici e calvinisti, lo lascia a sé stesso. Nel 1590 Bruno lascia Helmstadt e va a Francoforte da cui viene nuovamente espulso per le sue crociate politico-religiose. Finalmente arriva a Zurigo dove lo raggiunge un invito del principe Giovanni Mocenigo veneziano, che lo invita a Venezia. Nel 1591 Bruno è a Venezia ma, dopo un po’ Mocenigo lo denuncia al S. Uffizio in quanto deluso dall’insegnamento del nolano. Da qui in poi, per Bruno, sarà realmente difficile trovare protettori.

Nel 1592 inizia il processo. Le accuse che sembrano pesare maggiormente su di lui sono relative alla Magia. Dopo una serie infinita di ammissioni di colpevolezza, di ritrattazioni, di ripensamenti riesce a farsi denunciare anche da un compagno di cella, certo fra Celestino da Verona che lo accusa d’eresia nuovamente. Nel 1599 il cardinale Bellarmino ottiene l’abiura delle proposizioni eretiche. Presenta un testo in sua difesa. Poi abiura, poi ci ripensa e dichiara di non essere più disposto a ritrattare. Nel 1600 gli viene proposta un’ultima ipotesi di abiura ma lui si rifiuta e viene condannato al rogo a piazza Campo de Fiori. Dove muore il 17 Febbraio.

Queste, in estrema sintesi le tappe della sua burrascosissima esistenza.
Ora, prima di esporre brevi considerazioni su alcuni aspetti particolari del suo sistema filosofico-matematico vorremmo porre in evidenza come, a nostro avviso, la “storia” abbia lo strano privilegio di trasformare le persone in eroi o in esseri abietti, a seconda degli scopi e della tendenza di coloro che la scrivono. Alcuni personaggi poi sono stati letteralmente risucchiati da gruppi di potere, a volte in contrasto fra loro, per avallare tesi politico-sociali. Tale meccanismo è tanto più presente quanto più le persone prese in esame hanno destato clamore. Questo è stato sicuramente il destino di Bruno.

Bruno è stato arso vivo. Questo ha trasformato un uomo intelligente ma, a nostro avviso, invadente, permaloso, aggressivo, presuntuoso, offensivo, turbolento, e sicuramente un po’ paranoico, in una specie di eroe della scienza, in un propugnatore della verità contro la superstizione, in un emblema preilluminista e libertario; insomma il martirio ha fatto di Bruno un personaggio che non si è mai sognato d’essere. Bruno si considerava soprattutto un mago e da mago è vissuto ed è morto anche se, secondo noi, non aveva molti diritti di fregiarsi di tale titolo, sia perché assolutamente al di fuori di qualsiasi filone iniziatico sia perché, buona parte delle sue esternazioni magico-scientifiche, sono dei plagi clamorosi di Agrippa o di Lullo, con delle varianti fumose e declamatorie che snaturano il lavoro dei più ortodossi e sicuramente iniziati alchimisti che lo avevano preceduto.

Ma c’è una parte del pensiero bruniano, che ci ha sempre affascinato ed è quella che, ispirata da Copernico e fortemente ancorata al pensiero degli stoici e degli atomisti greco-romani, recupera la primigenia conciliazione platonica fra cosmogonia e metafisica.

Purtroppo Bruno non riuscì mai a resistere alla ambizione di voler mostrare il suo “primato” di mago, la sua differenza ed originalità, e, nel presentare i suoi sigilli, molti dei quali copiati da Lullo, li coprì di interpretazioni “personali” e spesso contraddittorie dove la fantasia febbrile del nolano seguiva dei percorsi “associativi” del tutto gratuiti, reinventandosi un “simbolismo” a suo uso e consumo.

Tavola 1: Detta Prometheus con significato astrologico e magico tratta da “Articuli centum et sexaginta”

L’universo di Bruno può essere schematicamente diviso in:

  • Divino: archetipico, metafisico (mondo delle idee)
  • Fisico : o naturale (che conserva le vestigia o la traccia di tali idee)
  • Razionale: o umbratile (è ciò che riesce a vedere o immaginare l’uomo)

Cioè la verità è soprasensibile e appartiene a Dio. La “forma” è il modo in cui le idee si “materializzano” e l’ombra è la “rappresentazione” che noi ci facciamo di tali idee e tali forme.Ma proprio l’ombra, come la Maya buddista, diventa illusione e, nello stesso tempo, mezzo di gnosi. Tutto il lavoro di Bruno sarà dedicato a organizzare, strutturare, e far evolvere tale umbratilità (che per Bruno trovasi comunque nella mente) fino a farla penetrare nel mondo delle idee.

Ci si perdoni il parallelismo un po’ forte ma, proprio in questa “chiave”, ci sembra di trovare le radici di quel clamoroso equivoco che coinvolgerà autori quali Corbin e Jung. Cioè la connessione abnorme fra mondo della “idealizzazione” e mondo della “spiritualità” e quindi l’inserzione di tutto il processo mistico o gnostico all’interno…. della testa del filosofo (all’interno cioè del pensiero, sia questo conscio, inconscio o superconscio!).

Tavola 2: Da “Explicatio triginta sigillorum” tavola rielaborata sui testi di Agrippa per il probabile calcolo dei nomi angelici attraverso lettere ebraiche

L’uomo-filosofo bruniano rappresenta e deve impare ad associare le “ombre” in modo simbolico. Questa è la proposta bruniana che utilizza una disposizione naturale della psiche. Poi, con l’ausilio della “mnemotecnica” collega tra loro le immagini che ha creato. Ora tale scienza, che ha affascinato il rinascimento ed ha mobilitato uomini come Pico, Ficino, Lullo, ecc. può avere vari livelli di interpretazione.

Essere cioè un semplice strumento per ricordare meglio storie, fatti, persone: utilizza, a tale scopo semplici schemi associativi (come le icone di un computer, all’interno dei quali vengono memorizzati oggetti o concetti simili fra loro). Si creano in tal modo, nella mente, della specie di “cassetti”, con delle etichette. Ogni volta che si evoca l’etichetta…si apre il cassetto.

In tali processi si può allargare la tecnica “associativa” a schemi grandiosi, sfruttando tutte le possibilità della logica e creando, per così dire, dei percorsi logici preferenziali, basati sulle quattro proposizioni aristoteliche relative al sillogismo. In tali percorsi le proposizioni “assurde” vengono escluse. Nonostante che Bruno affermi come, attraverso gradi successivi in cui il “simbolismo” si “purifica” e attraverso successive “folgorazioni” interiori (o stupore) le immagini da OMBRA diventano “conoscenza” e tutto ritorna verso l’UNO, direi che il processo è terribilmente simile a quello adottato nel software di un computer. Questa cosa non ci sembra affatto tranquillizzante in quanto ci farebbe supporre che il povero cardinale Bellarmino abbia avuto qualche ansia a tale proposito. Aveva forse intuito la nascita del ….grande fratello? Chissà.

Nei moltissimi testi dove Bruno ritorna su questo processo, a nostro avviso appare evidente (anche dal “modo” di scrivere) un grande conflitto psicologico dovuto alla non accettazione dei limiti della mente e al tentativo (sempre tramite la mente) di infrangere tali limiti, con l’ausilio di “macchine mentali” (come le ruote simboliche usate per la mnemotecnica. Ci si perdoni dunque l’azzardo ma, nel leggere le opere Bruniane, ci è sempre più sembrato che il nolano volesse sostituire alla mente umana un computer efficiente, che ricorda tutto, che attraverso una logica “binaria”, come appunto quella delle macchine, potesse arrivare a stendere su un tappeto tutta la realtà concepibile e, da quella, procedere velocemente verso le Idee Supreme.

Le ombre, per Bruno, sono il passaggio tra il buio e la luce. Sono ombre, non sono buio assoluto. Il parallelo con il mito platonico della caverna è evidente. Ma mentre in Platone tale percorso majeutico è, sotto un certo aspetto, sovrarazionale, in Bruno tutto transita attraverso la super-prestazione della “mente” umana, costretta, stressata, impegnata a comprendere attraverso schemi razionali, sillogistici, aristotelici in ogni aspetto della realtà.

Afferma Bruno nel Sigillus: “Solo con la concezione della Simmetria conosciamo qualsiasi cosa composta, connessa, congiunta, mista, ordinata. Infatti, benché contempliamo distintamente all’interno e all’esterno (sensi interiori ed esteriori), parte dopo parte, membro dopo membro, specie dopo specie, non riusciamo a comprendere la ragione della perfezione del TUTTO, se non grazie all’armonica e consonante analogia di tutte le cose con tutte le cose o almeno delle precipue con le precipue”.

E poi, nel “Conceptus” stabilisce che, attraverso sette gradini si ascende al Principio finché si ha la trasformazione del sé nella cosa (transformatio sui in rem) e della cosa in se stesso (transformatio rei in se ipsum). Qui, forse, a nostro avviso, c’è un primo tentativo di conciliare un processo schiettamente razionale, con uno caratteristico della mistica, in cui l’osservatore, o colui che contempla, coincide con la cosa contemplata.

Nel “De immenso” afferma: “Pertanto perseguiamo quella contemplazione che non è ne futile né vana, ma profondissima e la più degna dell’uomo perfetto, quando cerchiamo lo splendore, l’effusione e la partecipazione della divinità e della natura… Allora l’uomo verrà detto un grande miracolo da Trismegisto: l’uomo che si trasforma in Dio..”

Nei “Furori” poi Bruno si sofferma sulla continua osmosi fra la dimensione umana e quella divina e si accosta ed ispira ad Agrippa per i rapporti fra magia, kabala e astrologia, anzi, ne copia interi brani a piene mani, come questo “ Dio esercita il suo influsso sugli angeli, gli angeli sui corpi celesti…ecc.. e, viceversa “l’essere vivente ascende, attraverso l’animo ai sensi, dai sensi alle sostanze miste, dalle sostanze agli elementi, dagli elementi ai cieli, dai cieli ai demoni o agli angeli e attraverso questo a Dio o alle divine operazioni…” E poi prosegue con altri paragoni e conclude: “Per questa ragione gli antichi autori, di profonda filosofia, indicarono tale ascesa e discesa con l’uscita e l’entrata delle due porte del Cancro e del Capricorno, di cui la prima è detta degli uomini e la seconda degli dei”.

Queste “Porte” sono chiamate tali, nel mondo latino, da Porfirio (L’antro delle Ninfe) dove le anime “scendono e prendono “forma” entrando nel mondo dalla porta solstiziale del cancro ed escono verso stati sovraindividuali o divini dalla porta solstiziale invernale.

A questo punto Bruno insegna la tecnica per entrare in tale processo e parla di “quiete”, di “immobilità” e di distacco dal moto dei sensi, di “contrazione” e di tutto quel processo che, anche se descritto tecnicamente nei suoi testi “intender non lo può chi non lo prova”. E’ un qualcosa di molto simile (dice Mino Gabriele nel Corpus iconographicum Bruniano) alla esichya pitagorica. A noi, sinceramente, non sembra così, in quanto la esichya ci sembra assai più simile ad uno stato meditativo, rilassato, pacificato. La contrazione di Bruno, anche se supportata dal silenzio, ci sembra appartenere assai più alla dimensione titanica, prometeica.

C’è un anonimo copista cinquecentesco (riporto dal testo di M. Gabriele) che parla di una “Pratica dell’estasi filosofica del Bruno” che è assai significativa:

“Bisogna eleggere un luogo nel quale non senti strepiti d’alcuna maniera, all’oscuro o al barlume d’un piccolo lume, così dietro che non perquota gli occhi, o con gli occhi serrati. In un tempo quieto e quando l’homo si sente spogliato di ogni passione tanto del corpo quanto dell’animo. In quanto al corpo (e qui introduce prescrizioni che potrebbero sembrare tratte da un manuale di hatha yoga)…poi prosegue: “e così l’anima, non essendo occupata in alcuna attione né vegetabile né animale, si ritira in sé stessa, e servendosi solamente degli istrumenti intellettuali, purgata di tutte le cose sensibili”, non intende più le cose per discorso, come faceva prima, ma senza argomenti e conseguenze, fatta Angelo, vede intuitivamente l’essenza delle cose, nella lor semplice natura, et però vede una verità pura, schietta, non adombrata, di quello che si propone speculare…”

A questo punto inizia il vero e “furioso” processo di “contrazione”. Riducibile in quattro livelli:

a) Un primo stadio di vero e proprio distacco, paragonabile a quello di cui parlano il Francofortese o anche Eckhart. Ma processo di “distacco” di Bruno è sincretico e, se ben analizzato, risulta del tutto privo di quelle due virtù fondamentali che dovrebbero caratterizzare qualsiasi “ascesi. E cioè la carità e l’umiltà che nel nolano, nonostante i nostri sforzi, non siamo mai riusciti a trovare. Bruno utilizza tutto. Dice nel “De Magia” ”con il canto, e la preghiera e la contemplazione e l’estasi dell’anima” si espellono gli spiriti maligni. E altrove specifica che i sapienti non lo sono per dono ma per l’impegno e la fatica, e che solo attraverso la “contrazione”, l’isolamento più spietato all’interno di sé, è possibile separare le ombre e procedere dal molteplice all’Uno.

b) Un secondo stadio il cui il fuoco come desiderium sapientiae, come vero e proprio eros, potentemente ascende all’intelletto e lo incendia. (è facile associare l’idea della kundalini tantrica)

c) Un terzo stadio dove tale fuoco acuisce l’immaginazione e la memoria e la chiarezza dell’intelletto.

d) Un quarto stadio dove l’intelletto ascende al Divino e viaggia nel mondo delle idee. Ecco. E’ proprio questa proposta di speculazione, di indagine, che troviamo nel punto più alto del processo di crescita che mette, a nostro avviso, Bruno in una posizione “difficile”. Egli presuppone un lavorio speculativo, cioè razionale, dove ormai la ragione dovrebbe essere pacificata, dove invece i mistici parlano in genere di sconfitta della logica.

In tale contesto anche la matematica di Bruno è uno strumento astrattivo potente, usato per una specie di gnosi contemplativa. La Matematica è Mathesis, materia prima, non è una successione di algoritmi, ma l’astrazione del concetto fino alla sua forma più pura che è appunto il numero. Così come la geometria è la riduzione “ad unum” fino a definire il punto, aspaziale e atemporale, come principio minimo e, nella sua aspazialità e atemporale, anche espressione della Divinità.

Nel Sigillus dice: “Tutti i sapienti concordano nel sostenere che anche la matematica contribuisce alle operazioni dell’animo….La matematica, insegnando ad astrarci dalla materia, dal moto e dal tempo, ci rende capaci di intendere e contemplare le specie intellegibili. Perciò Pitagora, Platone e tutti quelli che cercarono d’insegnarci cose difficili e profonde, non usarono altri strumenti se non la matematica”.

Ma la matematica bruniana non è mai distinta dalla magia più complessa per cui le speculazioni che compaiono nel “Triplice minimo e la misura” o nel “De immenso”, richiedono una grande attenzione per essere anche solo parzialmente comprese. Infatti, a parte la Yatesin alcune parti, quasi nessuno si è avventurato in una esplicazione dei sigilli bruniani. Forse Mino Gabriele, al quale dobbiamo il merito di quell’opera eccezionale che consiste nella pubblicazione completa della grafica di Bruno, è lo studioso che, più di ogni altro, si è arrischiato a trarre conclusioni nell’arcipelago dei disegni, tentando di trarne una teoria unificata anche se, di fronte a schemi geometrici come quelli dei cosiddetti…atrii di Apollo, della Luna e di Venere depone, come tutti, le armi. Viene il sospetto che Bruno abbia a volte voluto soprattutto stupire, senza la pacatezza necessaria per valutare la coerenza di ciò che stava dicendo, in preda ad una rabbia, propria del suo carattere furioso, che lo portava a voler dimostrare ad ogni costo il suo primato; ma forse non aveva, come invece Campanella ed altri, il carisma e l’equilibrio per poterselo permettere. Peccato.

Bibliografia

G. Bruno : Corpus iconographicum. Adelphi
A Reghini: I numeri sacri . Atanor
G. Bruno: Opere Latine: Utet
G. Aquilecchia: Schede Bruniane. Vecchiarelli
P. Della Mirandola: Heptaplus . Arktos
Marsilio Ficino e il ritorno di Ermete Trismegisto. Centro D.

Fonte: www.simmetria.org

Eraclito

“Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos.”
(Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz)

Eraclito, vissuto ad Efeso tra il VI e il V secolo a.C., è di famiglia aristocratica (addirittura discendente da famiglia regale) e lo stile stesso in cui scrive risente di questa influenza aristocratica (nella sua opera arriverà a dire: “uno è per me diecimila, se è il migliore”). Nel suo libro Peri fusewV (Sulla natura) traspare palesemente un atteggiamento di disprezzo per la massa popolare (definita come un branco di “cani” che gli abbaiano contro). Va subito precisato, però, che l’aristocraticismo di Eraclito non è molto legato alla vita politica, quanto piuttosto a quella intellettuale e culturale. Secondo la tradizione, Eraclito avrebbe depositato il suo libro (di cui ci sono pervenuti parecchi frammenti) nel tempio di Artemide ad Efeso: egli compie questo gesto senz’altro per il fatto che il tempio era il luogo più sicuro per la custodia (all’epoca le biblioteche non c’erano) , ma anche perchè era tipicamente aristocratico riallacciarsi al sapere della casta sacerdotale ed arcaica. Eraclito ritiene dunque che il tempio sia l’unico luogo idoneo a custodire il suo scritto: egli infatti nutre grande sfiducia nella possibilità che il messaggio da lui consegnato allo scritto possa essere compreso dalla maggior parte degli uomini. Ciò dipende dai contenuti di esso, lontani dalle esperienze della vita comune, ma anche dal linguaggio e dalla forma nei quali questi contenuti sono espressi. In effetti ancora oggi non si è riusciti a comprendere la natura dell’opera di Eraclito, sebbene possediamo numerosi frammenti (oltre 100): essa era infatti costituita di aforismi, vale a dire paginette autonome e singole. Il fatto che fosse un libro “aforistico” non significa che fossero idee campate in aria o che Eraclito saltasse di palo in frasca, cambiando in continuo argomenti: ogni frase, ogni pagina può in qualche modo essere collegata ad altre in modo argomentativo. Va senz’altro notato che Eraclito fu probabilmente il primo a fare collegamenti forma-contenuto : dal momento che i contenuti erano complessi , anche lo stile e la forma dovevano essere complessi: è come se Eraclito volesse sottolineare la difficoltà del contenuto tramite la difficoltà della forma (tant’è che veniva spesso denominato “l’oscuro” o “il piangente”): Aristotele stesso, nel tratteggiare le qualità stilistiche proprie dei filosofi, cita Eraclito come esempio in negativo. Socrate stesso dice che per penetrare nel senso dei discorsi di Eraclito occorrerebbe essere dei “palombari di Delo”. Ma Eraclito era pienamente consapevole della difficoltà di interpretazione del suo libro: da buon aristocratico, diceva che non tutti gli uomini erano in grado di capire cosa dicesse: solo i migliori ce l’avrebbero fatta. In Eraclito perfino gli accenti sono ambigui: il termine greco “bios” (bioV) , ad esempio, letto “biòs” significa “arco” , ma letto “bìos” significa “vita” (sono addirittura antitetici i significati: l’arco è un qualcosa che provoca la morte, che è l’opposto della vita). E’ interessante e famoso il frammento in cui Eraclito dice “la natura ama nascondersi” (fusiV filei kruptein) : con ciò, egli intende sottolineare che non è facile trovare la realtà, ma occorre aprire bene gli occhi; lo stesso stile eracliteo – così oscuro – può allora essere inteso come un invito a stare in guardia. In Eraclito vi è una convinzione di fondo: che l’intera realtà sia governata da un solo principio (come dicevano i Milesi), a cui tutto è collegato. Dirà che questi legami che legano la natura sono dettati dal LogoV (Logos) : nel mondo c’è una ragione che lo fa andare avanti e un discorso che lo lega. Sia ragione sia discorso vengono proprio tradotti ambedue con “logos”, termine che riveste una miriade di significati. Logos è anche il discorso che Eraclito consegna al suo scritto, che in questo senso si presenta come espressione adeguata del logos cosmico. Questo è comune a tutti gli uomini, ma essi non sono in grado di comprenderlo perchè restano rinchiusi nel loro orizzonte privato . Eraclito paragona questi uomini a coloro che dormono e li chiama “dormienti”, in contrapposizione con coloro che son desti: quale è la differenza tra le due categorie? Quando siamo svegli siamo in grado di mettere in comune le esperienze: non siamo soli , ma c’è un comune terreno d’intesa . Quando invece dormiamo e ciascuno di noi vive nei sogni in un mondo interamente suo. I dormienti quindi, nel caso degli uomini che Eraclito così definisce, sono coloro che rinunciano al logos cosmico, che ci consente di capire insieme la realtà. Certo suona strano che un aristocratico parli di logos comune-cosmico: in realtà la questione è che quel “comune” logos “cosmico” si riferisce non a tutti gli uomini, ma a pochi : solo ai migliori , e non ai dormienti. Ma cerchiamo di comprendere che cosa Eraclito intenda con “logos comune, cosmico”: come accennato, la parola logos è polisemantica ed è quindi bene non tradurla. Essa si riconnette al verbo greco “lego”, che in origine significava “legare” ma che poi passò a significare “parlare”. Logos vuol dire, tra le varie cose, discorso: c’è l’idea di più parole che vengono tra loro legate per assumere un significato. Può anche significare “discorso interiore” in quanto prima di parlare, si effettua un ragionamento, un dialogo interno a noi stessi. Quindi passò a significare “ragionamento” e da qui “ragione”, ossia la facoltà di effettuare ragionamenti. Per Eraclito però i significati della parola logos sono essenzialmente tre: 1) La ragione che governa l’universo 2) Il pensiero che comprende questa ragione universale 3) il discorso che esprime questa conoscenza (dunque il discorso che Eraclito pone per iscritto nel suo testo). Così come abbiamo un logos dentro di noi (la ragione) , Eraclito dice che anche nella realtà ci deve essere un logos cosmico, dove logos ha valenza di “ragione” : il logos è quel qualcosa che fa funzionare l’universo. Eraclito afferma che il logos che abbiamo nella nostra mente non è diverso da quello cosmico. Per arrivare a dire questo, probabilmente, Eraclito si deve essere sagacemente chiesto: “come è che quello che noi pensiamo esiste anche nella realtà?”. Questo è anche un modo per rispondere alla domanda: “come si ricollegano le leggi della natura e del mondo? “. Di fatto, Eraclito nega l’esistenza di un dio, ma ammette quella di una ragione universale: c’è un nesso tra la ragione che governa il mondo e quella che governa la nostra mente: sono la stessa cosa e dunque l’ambiguità espositiva nell’opera “Perì fuseos” è dettata dal logos stesso, che fà sì che la natura ami nascondersi. Certo è difficile comprendere questo logos universale, ma non è impossibile: l’uomo ce la può fare usando quel frammento di logos a sua disposizione, insito dentro di lui : la ragione, che non è nient’altro che un pezzettino di logos universale di cui tutti disponiamo. Quindi tutti partiamo dallo stesso livello, ma solo i migliori riescono ad emergere e ad avvicinarsi al logos cosmico. I dormienti sono coloro che non ci riescono nè ci provano: per raggiungere il logos universale bisogna cooperare, non agire da soli e nel proprio interesse: Eraclito dice “bisogna seguire ciò che è comune; infatti ciò che è è comune di tutti . Ma pur essendo il logos di tutti , la folla vive come se avesse un proprio ed esclusivo criterio per giudicare”. Eraclito era del parere che una città per funzionare avesse bisogno delle leggi: come il logos cosmico governa il mondo, così le leggi governano la città. Anche le leggi (nomoi), come la mente umana, rappresentano un frammento di logos universale. In Eraclito matura l’idea che la legge umana derivi da quella naturale, della fusiV (natura). Tutte le leggi umane – nella misura in cui sono giuste – attingono ad un’unica legge cosmica. A quei tempi vi era anche chi diceva che le leggi umane fossero puramente convenzionali e non c’entrassero nulla con la natura. Sebbene Eraclito arrivi ad ammettere che il principio sia il logos, un’entità assolutamente astratta, tuttavia egli sente il bisogno di incarnarlo in qualcosa di materiale, e più precisamente nel fuoco. Eraclito dice che l’universo non è il prodotto di dei o uomini, ma un ordine universale unico ed eterno. Egli lo identifica con “il fuoco sempre vivente” . Con il riferimento al fuoco, Eraclito non intende soltanto introdurre una variazione rispetto alla tesi, tradizionalmente attribuita agli ionici a partire da Aristotele (Metafisica, I), dell’unicità del principio. Intende piuttosto insistere sulla peculiarità di comportamento del fuoco: si accende e si spegne regolarmente secondo una misura, come appare anche dal sole, che ora brilla (di giorno) e ora si spegne (di notte). La vicenda cosmica in tutti i suoi aspetti e nelle sue incessanti trasformazioni è infatti regolata da una misura. La mobilità del tutto non è un divenire casuale o disordinato, ma è regolata secondo ritmi precisi. Eraclito sostiene che non si tratti solo della successione di un opposto all’altro, del giorno alla notte, della vita alla morte e così via. La guerra (polemoV) assurge a simbolo e insieme regola di tutto ciò che avviene nell’universo: questo è caratterizzato da un’armonia superiore consistente nell’unità e identità degli opposti in tensione tra loro (coincidentia oppositorum). Quindi anche per Eraclito la ricerca dell’unità, al di sotto dell’apparente molteplicità e dispersione di ciò che appare ai più, è l’obiettivo primario. La guerra (“Polemos è signore di tutte le cose”) tra gli opposti non è espressione di ingiustizia, come ritengono i più e come aveva detto Anassimandro: il divenire di tutte le cose è il risultato del perenne conflitto che permea il tutto e si esprime nell’incessante tensione e trasformazione di un contrario nell’altro. Il fuoco suggerisce bene l’idea di questo costante divenire, di dinamicità, di trasformazione e di identità degli opposti: dove c’è il fuoco c’è la vita, ma il fuoco porta anche la morte (come “bios” denota sia la vita sia l’arco mortifero). Eraclito polemizzerà moltissimo con i Pitagorici (ed in particolare con Pitagora che definirà “inventore di coltelli”, vale a dire dell’arte tagliente della retorica, che mira ad affascinare l’ascoltatore con dialoghi raffinati, ma privi di verità), che sostenevano la pace e l’armonia dei contrasti e che vedevano nella musica la struttura numerica della realtà. Per lui la vera armonia è la tensione tra i contrasti (armonia discors): se prendiamo un arco o una lira, notiamo che essi funzionano fin tanto che la struttura data dal contrasto e dalla tensione degli opposti regge. Divenire significa proprio passare da un opposto all’altro. Mentre nella nostra società si tende a dare un valore negativo alla guerra, Eraclito (e in forza di ciò sarà amatissimo ad esempio da Hegel) dice che polemos (la guerra) è il padre di tutte le cose, è ciò che rende liberi o schiavi gli uomini. Da notare che non si può conoscere pienamente una cosa se non si conosce il suo opposto: non si può conoscere davvero la schiavitù se non si sa che cosa sia la libertà. Per Eraclito la guerra è una grande cosa anche perchè determina quali siano gli uomini più valevoli e quelli inferiori: anche nella guerra c’è dunque un frammento di logos universale. Per Eraclito c’è armonia solo quando i contrari sono in tensione. In un suo frammento, Eraclito afferma che il diametro del sole sia di un piede umano, il che è un’assurdità e lui lo sapeva bene: con quest’affermazione sconcertante egli vuole dire che, così come è assurda la sua affermazione, tali sono anche tutte quelle che si arrestano all’apparenza, giacchè “la natura ama nascondersi”. In un altro frammento dice di aver indagato se stesso (“ho indagato me stesso”): salta all’occhio questa affermazione perchè sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto gnwqi sauton(conosci te stesso): lui dice di aver indagato se stesso ed emerge il legame di Eraclito con il mondo arcaico e sacro, tipicamente aristocratico, quel mondo a cui aveva voluto affidare il proprio scritto. Probabilmente quest’affermazione va riferita ad un’importante constatazione di Eraclito: voleva conoscere il logos dell’anima e dice di aver scoperto che l’anima non ha dimensioni, non è definita: “per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos”. Dice che il suo logos è profondo, quasi con l’idea dello scavare in profondità alla ricerca dell’anima. Eraclito biasima anche Esiodo, l’autore di quella specie di Bibbia dei Greci che è la “Teogonia”, che tra le varie coppie di contrari aveva individuato il giorno e la notte, ma che non le aveva individuate come identità di opposti. In un frammento Eraclito dice “la via in su ed in giù è unica ed identica”: un qualsiasi percorso in pendenza è sia salita sia discesa e ciò significa che le stesse cose possono contemporaneamente essere opposte ed identiche ed in particolare traspare l’identificazione degli opposti: la salita e la discesa sono tra loro opposti, ma si identificano. Interessante è il frammento in cui dice: “il fulmine governa tutte le cose” ; il fulmine è strettamente connesso al fuoco, che governa tutto ed è l’attributo principale di Zeus, il padre degli dei. Gli Stoici pensavano che vi sarebbe stato un grande anno in cui vi sarebbe stato un incendio che avrebbe portato alla conflagrazione del mondo (ekpurosiV) e che dopo ciò ne sarebbe nato uno nuovo. Essi amavano Eraclito perchè pensavano di leggere nei suoi frammenti idee simili, quali la conflagrazione. In effetti c’è un frammento eracliteo in cui si dice che il fuoco può cambiarsi in tutte le cose e che tutte le cose si possono cambiare in fuoco, ma Eraclito intende semplicemente dire che una parte di cose viene di continuo cambiata in fuoco, e una parte di fuoco viene di continuo cambiata in cose. C’è un equilibrio: Eraclito non intendeva assolutamente parlare di conflagrazioni: si tratta di interpretazioni errate da parte degli stoici. Uno dei frammenti senz’altro più famosi di Eraclito è quello che dice : “negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo ” : troppo spesso è stato interpretato come il manifesto della “filosofia del divenire”, del panta rei(“tutto scorre”), come se Eraclito ci stesse suggerendo che non possiamo mai bagnarci due volte nelle stesse acque di un fiume, giacchè esse si rinnovano incessantemente. In realtà l’indirizzo dell’incessante divenire che regola la realtà sarà intrapreso, più che da Eraclito (nel quale pure non è assente), dal suo discepolo Cratilo (futuro maestro di Platone): egli estremizzerà le posizioni di Eraclito e diventerà il filosofo del “tutto scorre”: a suo avviso è addirittura impossibile dare i nomi alle cose perchè esse cambiano di continuo (noi chiamiamo Po un fiume ma non è corretto, perchè le acque si rinnovano in continuazione e il fiume non è mai lo stesso); si fissa artificialmente una cosa che non è fissabile perchè in continua mutazione. Cratilo con il “panta rei” arriva a dimostrazioni sofistiche: è impossibile conoscere qualcosa che cambia sempre. Quindi in teoria, dal momento che non si possono attribuire nomi, bisognerebbe limitarsi ad indicare le cose col dito, senza chiamarle per nome. In realtà Eraclito, con il frammento del fiume, sta argomentando in favore della coincidenza degli opposti, mettendo in luce come quando ci immergiamo in un fiume siamo in esso e al contempo non siamo in esso (poiché nel fiume le acque cambiano di continuo). Circa l’identità degli opposti, egli dice anche che “il mare è l’acqua più pura e impura, per i pesci potabile e salutare, per gli uomini imbevibile e letale” : in questo frammento si può anche scorgere il famoso relativismo assoluto di Protagora, ad avviso del quale il miele c’è chi lo sente dolce e chi lo sente amaro, ma non si può effettivamente dire se esso sia amaro o dolce: dipende da come ciascuno lo sente. Durissima è la critica condotta da Eraclito contro i sapienti del suo tempo (Pitagora, Ecateo, Esiodo, Omero, tutta “gente dalla doppia testa”), accusati di polumaqia, il “sapere molte cose”: la vera conoscenza dev’essere quella dell’unico logos.

Fonte: www.filosofico.net