L’esoterismo di Edgar Allan Poe

di Giuseppe Badalucco

Esoterismo e cosmologia in: “Una discesa nel Maelstrom”, “Manoscritto trovato in una bottiglia” e “Le avventure di Gordon Pym”.

Tra tutti gli scrittori appartenenti all’epoca moderna nessuno più di Edgar Allan Poe ha affascinato e attratto milioni di lettori, scrittori e appassionati in genere del gotico, del mistero e della fantascienza. Su di lui sono stati scritti fiumi d’inchiostro, in cui la critica letteraria si è spesso spaccata tra chi l’ha osannato come una delle massime espressioni della letteratura gotica e chi invece lo ha stroncato o comunque ridimensionato come mente creativa.

Cercheremo in questo articolo di spiegare le ragioni per cui si possa considerare il Poe come una delle massime espressioni della letteratura di tutti i tempi per la profondità quasi incommensurabile degli schemi narrativi adottati nei suoi racconti e per una serie di ragioni legate ad un filo conduttore che egli fa risaltare nei suoi racconti o romanzi che lo pone accanto alle più grandi menti della storia della letteratura di ogni epoca.

La vita

Edgar Allan Poe nacque negli Usa, a Boston, il 19 gennaio 1809, figlio di David Poe e Elizabeth Arnold. Morti i genitori mentre era ancora in tenera età venne adottato, anche se non ufficialmente, dalla famiglia del commerciante scozzese John Allan, nella quale ebbe un rapporto con l’Allan che si può definire burrascoso, fino a giungere ad una rottura definitiva in età adulta. Nonostante ciò egli rimase molto legato alla madre adottiva nei confronti della quale nutriva un profondo amore.

All’età di 6 anni si trasferì con tutta la famiglia in Inghilterra, per motivi legati all’attività commerciale del padre e qui il giovane Poe intraprese i primi studi che continuò poi cinque anni dopo, al suo rientro negli Usa, in una scuola privata di Richmond.

Sicuramente nella sua prima infanzia e giovinezza Poe imparò a conoscere la letteratura antica e si distinse per il suo talento letterario.

All’età di 17 anni si iscrisse all’Università di Charlottesville ma la sua carriera universitaria fu presto interrotta a causa del fatto che fu espulso per debiti di gioco e consumo di alcolici.

Dopo vari contrasti sorti con la sua famiglia scappò a Boston dove nel 1827 pubblicò la prima raccolta di racconti e poesie, “Tamerlane and others Poems by a Bostonian”, che non ebbe il successo sperato.

Poe decise di arruolarsi nell’esercito come soldato semplice, ma due anni più tardi interruppe la ferma per correre al capezzale della madre adottiva. La morte della madre adottiva permise un riavvicinamento temporaneo con il padre che lo aiutò ad interrompere definitivamente la leva militare.

Poe si allontanò definitivamente dalla famiglia Allan e nel 1829 si stabilì a Baltimora a casa della zia Maria Clemm che gli stette accanto per il resto della sua vita. In questo periodo uscì la sua seconda raccolta di racconti e Poe decise di arruolarsi (1830) all’Accademia militare di West Point da cui fu espulso un anno più tardi a causa della sua insofferenza nei confronti della rigida disciplina militare.

Si trasferì allora a New York nel 1831 e grazie all’aiuto di alcuni suoi amici pubblicò una nuova raccolta di poesie, “Poems”. Nel frattempo fece ritorno a Baltimora dove pubblicò alcuni fra i suoi più importanti racconti come “Metzengerstein”, “The Duc de l’Omelette”, “A tale of Jerusalem”, “A decided loss”, “The bargain lost”.

Cominciò così un periodo abbastanza positivo della sua vita in cui pubblicò uno dei suoi racconti più belli “MS Found in a bottle” (“Manoscritto nella Bottiglia”) che gli valse un premio letterario e la pubblicazione sul “Baltimore Saturday Visiter”.

Nel 1835 entrò a far parte dello staff del “Southern Literary Messenger” e grazie alle sue spiccate doti giornalistiche riuscì a diventarne vicedirettore. Nello stesso anno sposò la cugina quattordicenne Virginia Clemm e nel 1838 pubblicò il romanzo “The Narrative of Arthur Gordon Pym”, sempre riscuotendo uno scarso successo.

Nel 1839 pubblicò una raccolta di racconti sotto il nome di “Tales of Grotesque and Arabesque” (“Racconti del Grottesco e dell’Arabesco”).

Successivamente lavorò come critico letterario presso il “Gentleman’s Magazine” in cui ebbe modo di pubblicare alcuni dei suoi migliori racconti, ma si allontanò per fondare una sua rivista; iniziativa che fallì nonostante gli sforzi compiuti dallo scrittore. In questo periodo la moglie Virginia si ammalò gravemente di tisi, cosa che gettò il Poe nello sconforto.

Nel 1844 trasferitosi nuovamente a New York pubblicò una serie di poesie tra cui comparve “The Raven” (“Il Corvo”) che fu pubblicata sulla rivista “The Evening Mirror”.
Questo periodo di rinnovato interesse per la sua poesia fu stroncato dalla dolorosa morte della moglie nel 1847. Distrutto dal dolore riuscì comunque a comporre il poemetto in prosa “Eureka”.

Negli ultimi mesi della sua tormentata vita organizzò una serie di conferenze in diversi Stati dell’Unione in cui discuteva di problemi legati alla letteratura. Morì il 7 ottobre del 1849 dopo quattro giorni di sofferenze causate da un attacco di delirium tremens.

La critica letteraria

Su Edgar Allan Poe sono stati scritti fiumi di inchiostro ma tuttavia non è così facile per i critici letterari inquadrare la sua grande e originale figura di scrittore. Cominciamo col dire che dal punto di vista della tecnica narrativa Poe predilesse la lirica e i racconti brevi.

Quasi tutti gli appassionati del mistero conoscono le sue poesie (“The Crow”, “To Helen”) e i suoi racconti più famosi e impressiona il fatto che abbia composto un solo romanzo, “The Narrative of Arthur Gordon Pym” (“Le Avventure di Gordon Pym”). La cosa ha una sua logica se si pensa che morì a soli 40 anni.

È importante capire che il giudizio che le scienze letterarie danno dell’opera di un autore è il risultato di una lunga ed accurata analisi fondata sui criteri adottati dalle metodologie di indagine della psicologia, della sociologia, della storia della letteratura, della psicanalisi e di ogni altra disciplina coinvolta in un’analisi di questo genere. Al termine dello studio condotto dai ricercatori si forma un “pensiero comune” (termine che mi spaventa moltissimo) al quale svariati gruppi di critici e studiosi di letteratura si richiamano più o meno frequentemente, mentre da questo sentir comune si distinguono studiosi più audaci che espongono un pensiero più distaccato o originale sull’opera dell’autore in questione, aprendo nuovi orizzonti interpretativi.

È quindi opinione abbastanza diffusa tra i critici (pensiero che fu esposto da Baudelaire e ripreso dal Krutch) che a parte alcuni rarissimi casi, i racconti di Edgar Allan Poe siano situati al di fuori di una dimensione temporale e storico-sociale; inoltre si ritiene che il pensiero che egli esprime nei suoi racconti per mezzo dei suoi personaggi non tocchi le problematiche morali, sociali e psicologiche dell’individuo uomo che in linea di principio non interessano la sua arte. Questo non significa che la poesia non sia di per se portatrice di un ideale morale, ma non lo sarebbe nell’esperienza di Poe.

L’atmosfera dei suoi racconti è caratterizzata da apparizioni di fantasmi, da personaggi strani che hanno delle manie o strani comportamenti, il tutto avvolto da un potente alone di orrore e di mistero che allontana il lettore da una dimensione reale.

È stato fatto notare che a livello narrativo il Poe avesse, se così si può dire, un debito nei confronti di una corrente letteraria come il Romanticismo tedesco di cui furono espressione autori del calibro di Hoffmann e Arnim, ma il procedimento letterario poetesco partirebbe da presupposti opposti rispetto a quelli degli scrittori germanici. Questi partono sempre da un punto di riferimento reale nei loro racconti, i loro personaggi sono persone che occupano un ruolo nella Società e svolgono precise professioni e nei rispettivi racconti compare il loro lato materiale, viene cioè descritto quello che fanno.

Nel racconto di Poe invece i protagonisti non sembrano delle figure reali, ma piuttosto delle ombre che si muovono sulla scena. In questo contesto secondo i critici sarebbe eccessivo il tentativo di attribuire ai personaggi del Poe una valenza simbolica così come di voler fornire necessariamente una chiave di lettura allegorica del tema narrativo descritto nel racconto. Altrettanto rischioso sarebbe bollare i racconti del Poe come surrealisti.

Queste prese di posizione della critica letteraria sono sicuramente l’espressione di un certo imbarazzo nel definire l’arte del Poe e dimostrano come l’analisi condotta in tutti questi anni da svariati studiosi di diverse discipline sia destinata a risultare fallimentare se condotta in modo parziale sulla base di schemi rigidi e preordinati. Non da ultimo è stata in parte rigettata anche un’interpretazione freudiana dei suoi racconti.

Ma allora è importante chiedersi: se il Poe non è tutto questo, allora che cos’è? Che cosa sfugge alla nostra comprensione e che non è ancora chiaro, sia del suo pensiero sia del modo in cui realizzò la sua produzione letteraria?

Le difficoltà legate all’interpretazione dell’esperienza umana e artistica del Poe possono essere stemperate dalla conoscenza che abbiamo della sua biografia.

I critici hanno fatto ricadere la nostra attenzione sulle difficoltà vissute nella vita dal Poe, che hanno origine dalla perdita in età infantile dei suoi genitori. Il travaglio della sua giovinezza, vissuta senza la presenza di una guida forte e autorevole, che non poteva essere certo sostituita dal padre adottivo, deve aver creato nella mente del giovane Poe un senso di angoscia, disperazione, una mancanza di punti di riferimento che ha determinato una vera e propria caduta di Poe nell’abisso da cui lo stesso forse cercò di risollevarsi lentamente, senza mai riuscirci del tutto.

Persone di questo tipo, anche se la scienza discute sulla predisposizione genetica, manifestano un maggior rischio rispetto a persone che vivono in un ambiente sereno a far uso in età adulta di alcool o droghe con il rischio della tossicodipendenza e l’alcolismo. Certo la morte del Poe sembra andare in quella tragica direzione.

Ecco venirci in mente che il tema dell’angoscia e di un profondo e tragico dolore dell’Umanità sembra forse essere quella chiave di volta che traspare in tutta la produzione letteraria del Poe. Il suo dolore, per certi aspetti, non è forse lo stesso di chi soffre per la fame, per la guerra, per le malattie, per tutti gli orrori di questo mondo?

Esiste un modo per superare e sconfiggere questo orrore? Poe ci ha lasciato un modo per idealizzare un mondo in cui la realtà umana sia trasfigurata verso una dimensione superiore?

I personaggi del Poe sono l’espressione di fughe poetiche fine a se stesse che forse traggono origine dai suoi eccessi alcolici che secondo i critici erano una vera e propria fuga dalla realtà fisica circostante.

Niente esclude che ciò possa essere accaduto realmente perché molti musicisti e scrittori hanno creato le loro produzioni sotto l’influsso di droghe o alcool ma sicuramente alcuni temi narrativi devono essere stati pensati a mente lucida come avremo modo di dire meglio più oltre.

Fondamentalmente si può ritenere che il giudizio definitivo della critica letteraria sul Poe è quello di un grande genio letterario, in parte incompreso nella sua epoca, che ebbe grandi difficoltà a misurarsi con la dimensione reale e storico-sociale della sua epoca.

L’effetto di questa via seguita dal Poe nella sua breve esistenza fu quello di una produzione letteraria di notevole spessore che ebbe un ruolo importante sulla creazione e sullo sviluppo di nuovi generi letterari, ma ciò che forse i critici vogliono dire e mettere in discussione è se la letteratura fantastica e del mistero abbia diritto di cittadinanza nell’Olimpo della cultura di tutte le epoche o se fondamentalmente sia una letteratura di seconda categoria.

Un’altra importante riserva che la critica muove al Poe è quella di aver prediletto l’esercizio poetico fine a se stesso, nella redazione dei racconti, in modo tale da far seguito al proprio ideale estetico piuttosto che focalizzare l’attenzione sul significato o sulla verosimiglianza della narrazione.

Questo va detto a onor del vero per motivi legati al principio per cui le arti umane devono avere necessariamente un fondamento morale. Cioè l’artista deve operare secondo una morale religiosa o laica ma pur sempre una morale che proviene, a seconda dei casi, dall’evoluzione del contesto storico-sociale che caratterizza le istituzioni che dominano la Società.

Nel nostro medioevo gli artisti e i liberi pensatori avevano poche possibilità di scelta dei propri modelli culturali di riferimento e gli uomini che hanno fatto il Rinascimento hanno dovuto combattere grosse battaglie culturali per non essere spazzati via, per non parlare di quelli che hanno fatto una fine orribile come Giordano Bruno.La liberazione del pensiero filosofico e religioso avvenuta con la Rivoluzione illuminista ha dato il via libero allo sviluppo di nuovi generi letterari che prima non avrebbero potuto esistere ed è in questo contesto storico e culturale che si inserisce Poe, che ebbe il modo di spaziare nel breve volgere della sua esistenza in una strada che non era stata praticamente mai battuta da nessun altro prima di lui. Ma ora vogliamo analizzare dettagliatamente il ruolo che ebbe il Poe nello sviluppo della narrativa moderna.

La nascita della narrativa moderna e il ruolo di Edgar Alan Poe

Nella narrativa moderna si possono annoverare nuovi generi letterari quali la fantascienza, i racconti fantastici e dell’orrore, i racconti polizieschi cosiddetti “gialli”.

Alla letteratura moderna sono legati, in ogni genere che abbiamo elencato, grandi nomi come Jules Verne per la fantascienza, Arthur Conan-Doyle per il genere giallo-poliziesco, Bram Stoker per i racconti dell’orrore (Dracula), Agata Christie e così via.

Sulla nascita della letteratura moderna che ruolo ebbe Edgar Allan Poe, che visse prima di questi grandi scrittori?

Si può dire che la critica letteraria ha ammesso che il Poe possa essere considerato come un precursore del genere letterario moderno, avendo scritto alcuni racconti che possono essere considerati, in linea di principio, come dei modelli di riferimenti per chi lo ha seguito.

Tra questi racconti vi sono “I delitti della Rue Morgue”, “Il mistero di Maria Roget” e “La lettera rubata” per il genere poliziesco, “Lo scarabeo d’oro”, “Il crollo della casa Usher”, “Il gatto nero” e altri ancora per il genere dei racconti enigmatici e del mistero.

Ciò non toglie assolutamente nulla all’originalità e alla grandezza di altre menti creatrici, come i grandi scrittori citati più sopra.

Lo stesso vale per i racconti e il romanzo di cui vogliamo parlare in questo articolo.
In particolare infatti dovrebbe richiamare la nostra attenzione il fatto che Poe compose i suoi racconti che parlano di personaggi che hanno meravigliose e sorprendenti avventure per mare, a bordo di navi che subiscono naufragi e tragiche vicende condite di sangue e orrore. Ciò avviene in tre occasioni con i racconti “Una discesa nel Maelstrom”, “Manoscritto trovato nella bottiglia” e il romanzo “Le Avventure di Gordon Pym”.

Ciò che sorprende è che egli pubblica il romanzo prima dell’uscita del Moby Dick di H. Melville e alcuni studiosi accettano l’idea che questi racconti e romanzi di Poe abbiano rappresentato un vero e proprio modello per romanzi che hanno per argomento i viaggi per mare scritti negli anni a venire, come appunto il romanzo di Melville e “L’Isola del tesoro”, di Stevenson.

In alcuni casi si ritiene addirittura che alcuni romanzi come la “Sfinge dei Ghiacci”, di Jules Verne, siano la continuazione ideale del romanzo di Poe, a dimostrazione del notevole influsso che il grande autore americano ebbe sugli scrittori di tutto il mondo nei decenni successivi.

È quindi importante mettere in luce come la nascita della narrativa fantastica moderna non possa essere considerata separatamente dall’arte e dalla produzione di Poe. A parte queste considerazioni, che collocano Poe nel giusto posto che gli compete nella storia della letteratura, vediamo quali sono i temi narrativi che vogliamo considerare in questo articolo e che si ripetono nei due racconti e nel romanzo che consideriamo in questa analisi.

Una discesa nel Maelstrom

“Una discesa nel Maelstrom” fu scritto dal Poe nel 1833 ma pubblicato nel 1841. Questo racconto narra di un gruppo di pescatori che incappa con la propria barca in un’improvvisa tempesta al largo delle coste della Norvegia. La barca viene così sbattuta dai flutti del mare in tempesta e trascinata da fortissime correnti verso il centro di un enorme vortice che esiste da sempre in quella zona e che è conosciuto dai marinai come un fenomeno della natura a cui l’Uomo non può sfuggire.

Una volta che per malaugurata sorte ci si trova imprigionati nel vortice il proprio destino è segnato.

Il Poe racconta che questo vortice (con la forma di un cono in rotazione), che ruota velocemente e imprigiona le barche, si apre su un abisso insondabile che si getta verso il centro della terra.

I poveri marinai vengono risucchiati nel vortice ma il protagonista della vicenda riesce a sopravvivere miracolosamente aggrappandosi ad un barile di legno vuoto che, opponendo maggiore resistenza all’affondamento, gli permette di galleggiare fin quando il vortice si chiude, in modo tale che egli viene sbattuto dalle correnti verso la riva.

La tragica e orribile esperienza vissuta cambia per sempre la vita del protagonista che subisce una vera e propria trasformazione fisiologica, quasi un invecchiamento precoce.
Il racconto di Poe presenta un elemento narrativo molto importante che è il tema dell’abisso che fagocita l’Uomo; la critica ritiene che il tema dell’abisso che stritola l’essere umano tragga origine da problematiche psicologiche di grande importanza per lo scrittore come il senso di angoscia che attanaglia la vita degli esseri umani, le paura dell’Uomo verso l’ignoto e tutto ciò che l’esperienza umana non può razionalizzare.

Tuttavia è importante capire che questo racconto presenta un tema narrativo che ha notevoli riferimenti letterari e scientifici; da un lato si ritiene che sia ispirato alla “Ballata del Vecchio marinaio” del Coleridge e inoltre si ritiene che il Poe sia stato ispirato nella redazione di questo racconto dalla teoria della “Terra cava” di Symmes. esploratore ex militare che propugnò all’inizio dell’800 l’ipotesi che vi siano delle aperture ai poli, transitabili, che permettono di accedere all’interno della Terra e di raggiungerne gli strati più profondi; di conseguenza l’interno della terra sarebbe “abitabile”. Sicuramente è attestato che questa teoria ebbe una certa presa sul Poe, che era ben informato dei progressi della ricerca scientifica, soprattutto dei viaggi di esplorazione geografici, su cui evidentemente aveva letto molto materiale.

Ovviamente fa da cornice al racconto stesso il tema del viaggio per mare da cui origina la vicenda, come espressione figurata del viaggio dell’Uomo verso l’ignoto.

Manoscritto trovato in una bottiglia

Questo racconto venne pubblicato nel 1833 sul “Baltimore Saturday Visitor” e poté pregiarsi di aver vinto un premio letterario. Dai critici viene considerato come il primo racconto di fantascienza del Poe.

La storia narra di un avventuroso viaggio per mare di un vascello fantasma nel quale l’equipaggio è formato da uomini che sembrano delle creature spettrali di straordinaria vecchiaia.

Le correnti oceaniche spingono la nave verso sud fino a giungere in prossimità del polo australe dove il viaggio si conclude tragicamente, perché la nave viene sospinta verso un immenso vortice che si apre nell’Oceano Antartico e che sembra sprofondare nelle viscere della terra.

Anche in questo racconto, con sfumature diverse, ritorna il tema del viaggio per mare verso destinazioni ignote e terrificanti, a cui si aggiunge lo sprofondamento della nave nel gorgo circolare che si apre sull’abisso, gorgo che inghiotte e stritola l’Uomo.

In particolare a questi temi si aggiunge un tema analogo a quello che compare in “Una discesa nel Maelstrom”, che è quello della descrizione delle persone che compongono l’equipaggio della nave come persone molto vecchie che hanno un atteggiamento spettrale e che non si curano della presenza del protagonista del racconto sulla nave.

In “Una Discesa nel Maelstrom”, invece, ad essere invecchiato a causa dell’orrore vissuto nel gorgo è il protagonista del racconto, che narra la sua vicenda ad altre persone giunte a vedere il gorgo sulle rupi circostanti il mare. Egli non è anziano ma l’esperienza vissuta, un’esperienza sovrumana, sovrannaturale, lo ha incanutito precocemente lasciando un ricordo indelebile nella sua memoria.

Le avventure di Gordon Pym

Innanzitutto occorre dire che questo romanzo uscì a puntate sul “Southern Literary Messenger” di cui Poe era stato direttore; successivamente fu pubblicato in volume unico nel 1838.

Dopo essere stato studiato attentamente dalla critica letteraria il giudizio su quest’opera importante di Poe – di fatto l’unico vero romanzo – è quello di aver rappresentato un punto di riferimento fondamentale per la letteratura americana moderna, essendo il paradigma delle “sea novel” ispirato anche ad altri romanzi, ma comunque a sua volta fonte di ispirazione per altri importanti autori che emersero negli anni successivi.

Il Gordon Pym va considerato come una tappa significativa della produzione di Poe anche perché in esso compaiono precisi riferimenti a tematiche care al Poe e che ritornano anche in altri racconti della sua grande produzione letteraria.

Per fare qualche esempio si può ricordare che la sequenza della prigionia di Gordon Pym nella stiva del Grampus, così come la sepoltura sotto la terra che crolla nella caverna dell’Isola di Tsalal, sono scene che mettono in luce con grande maestria il senso di claustrofobia e la paura di essere seppelliti vivi, che è un tema che ricorre anche nei racconti “Berenice” e “Il pozzo e il pendolo”.

La discesa negli abissi e il vortice che inghiotte compare in questo romanzo e si ripete negli altri due racconti di cui abbiamo accennato.

Addirittura vi è una sorta di reminiscenza di grandi leggende popolari, nell’episodio dell’apparizione della nave fantasma carica di cadaveri in putrefazione, che ricorda la leggenda dell’Olandese Volante.

Il romanzo narra la vicenda del giovane Arthur Gordon Pym, che insieme al suo amico August decide di compiere un viaggio per mare, a bordo della baleniera Grampus, per soddisfare la sua “sete” di conoscenza del mondo e il suo spirito di avventura.

Sulla nave si verifica l’ammutinamento di gran parte dell’equipaggio, che prende il possesso dell’imbarcazione, nella speranza di poter poi svolgere vita piratesca. Gordon Pym viene coinvolto, insieme al suo amico e altre persone tra cui Dirk Peters, che lo accompagnerà fino alla fine di questa viaggio, in una serie di avventure al limite dell’incredibile. Dopo essersi liberati degli ammutinati, subiscono gli effetti devastanti di una tempesta che per poco non manda a picco la nave. Rimangono per settimane e settimane senza acqua ne cibo, vedendosi costretti a tirare a sorte tra tutti i presenti per decidere chi deve sacrificarsi per la salvezza altrui, garantendo con la propria morte un lauto pasto ai sopravvissuti. Il protagonista perde poi il suo amico August, che muore per gli effetti di una ferita e viene dato in pasto agli squali, e rimane solo con Dirk Peters, fino a quando vengono raccolti, ormai esausti, dalla Jane Guy che, in navigazione su rotte commerciali, permette loro di proseguire il viaggio.

Il capitano della Jane Guy si dimostra interessato ai propositi di esplorazione di Gordon Pym e compie una serie di esplorazione alla ricerca di isole che non erano ancora state ufficialmente individuate e infine accetta di spingersi sempre più a sud, superando le latitudini che erano state raggiunte fino ad allora, alla ricerca di un passaggio nell’Oceano che porti la nave nel circolo polare antartico.

Dopo essersi imbattuti in sterminate distese di ghiaccio e iceberg vaganti, riescono a trovare un passaggio e approdano in un arcipelago sconosciuto dove vengono accolti dagli indigeni dell’isola, di pelle nera, il cui comportamento è all’apparenza cordiale e rispettoso.
Invitati a visitare l’interno dell’isola, in un apparente clima di cordialità, l’intero equipaggio della nave, esclusi pochissimi rimasti a bordo, si avventura all’interno dell’isola allo scopo di visitarla in modo da poter conoscere ed esplorare questa nuova terra. Qui vengono fatti oggetto di una cospirazione da parte degli indigeni che con l’inganno spingono l’equipaggio in una zona in cui la terra frana in un burrone e tutti i poveri malcapitati muoiono seppelliti vivi.

Gli unici sopravvissuti sono proprio Gordon Pym e Dirk Peters che riescono a fuggire dall’isola a bordo di una canoa dirigendosi verso sud, dopo aver preso in ostaggio uno degli indigeni. Il loro viaggio giunge al termine spingendosi sempre più vicino al Polo Sud, in prossimità del quale notano un grande cambiamento delle condizioni climatiche e ambientali, con una descrizione che sembra sempre più fantastica e irreale. Dopo aver visto da lontano una gigantesca barriera di vapore grigio che si erge come un’immensa cateratta che piove dal cielo, si apre loro davanti, all’improvviso, l’abisso polare che si getta nelle viscere della terra. Lì, nel centro di questo immenso vortice, vengono spinti dalle correnti marine, nella giornata del 22 marzo; proprio nel momento in cui vengono risucchiati nel vortice si pone loro davanti un’enorme figura umana, dal volto velato, di dimensioni che sono molto più grandi di qualunque essere umano e il cui colore è di un bianco che solo la neve vi può assomigliare.

Il romanzo si conclude con questa enigmatica visione che può aver tratto in inganno molti studiosi e scrittori, poiché non si riesce del tutto a capire se il Gordon Pym muore in quella circostanza oppure sopravvive per poi raccontare tutto al suo ritorno.

Sta di fatto che Poe scrive il romanzo-cronaca sulla base delle conoscenze acquisite dal racconto di Gordon Pym e parla in una nota a parte, dove descrive importanti informazioni criptate nello scritto di Gordon Pym, della sua tragica scomparsa, non risolvendo l’enigma della sua morte.

L’interpretazione esoterica e cosmologica degli scritti di Poe

È importante cercare di capire, nella produzione letteraria del grande scrittore americano, se vi siano elementi di analisi a tutto campo che non sono ancora stati considerati, sia per quanto riguarda l’interpretazione del singolo racconto o romanzo, sia per quanto concerne l’interpretazione del pensiero del Poe come sembra trasparire dai temi narrativi adottati e dai concetti espressi.

Ad una prima analisi traspare l’incredibile ossessione del Poe per l’immagine letteraria, che ha dato luogo anche alla produzione di un altro grande romanzo che fu il Moby Dick di H. Melville e di cui abbiamo già parlato in un altro articolo, del vortice abissale che inghiotte e fagocita l’Uomo.

Questa immagine ritorna per ben tre volte nei due racconti e nel romanzo qui descritti e gli studiosi ritengono che abbia influenzato il Melville nella stesura del suo romanzo pubblicato nel 1851.

A questa immagine si affianca quella altrettanto enigmatica dell’enorme figura umana, bianca come la neve, che si erge davanti a Gordon Pym quando sta per sprofondare nell’abisso polare, che alcuni studiosi hanno posto in relazione all’enorme mole della Balena Bianca di Melville, in un gioco di richiami che sembra porre in sintonia i due grandi scrittori, come se avessero voluto lasciare all’Umanità lo stesso messaggio nascosto fra le righe.

Ma quale messaggio, quale interpretazione dare a tutto questo?

È innanzitutto importante precisare che alla produzione letteraria di Poe si sono interessate diverse discipline moderne, come la sociologia, la psicologia, la storia della letteratura, la psicanalisi, cercando ognuna dal suo orizzonte analitico di interpretare, sviscerare e catalogare il pensiero del Poe, il suo contributo originale alla letteratura moderna, il suo rapporto con la realtà storica e sociale, il suo rapporto con le donne, con la religione e così via, per dare una summa del suo modo di pensare.

Al termine di questo cammino interpretativo viene spontaneo chiedersi se vi sia ancora qualcosa da dire sul Poe e se la critica letteraria abbia saputo risolvere i suoi enigmi. La risposta è no, perché in realtà gli enigmi restano tali ad oltre 150 anni dalla sua morte.
Se non tutto quello che si doveva dire sul Poe è stato detto, in che direzione dobbiamo muoverci per capire molti punti oscuri della sua arte e produzione?

La direzione in cui volgiamo lo sguardo ci viene indicata dallo stesso Poe, nel momento in cui ha creato dei temi e immagini che provengono da una tradizione sapienziale antichissima a cui hanno attinto grandi del passato.

Infatti la sensazione che si prova dalla lettura del “Gordon Pym” e anche dei racconti fantastici, è che dietro alla trama letterale del romanzo vi sia un messaggio nascosto, che soltanto poche persone adeguatamente “istruite”, cioè in possesso di conoscenze segrete, riusciranno realmente a comprendere.

Quando parliamo di esoterismo si intende proprio questo, un insieme di insegnamenti o di informazioni nascoste in un testo scritto o in un discorso orale che l’autore ha volutamente inserito e che sarà comprensibile solo per una ristretta cerchia di persone istruite su questa conoscenza segreta.

Questi insegnamenti si contrappongono agli insegnamenti essoterici che sono invece rivolti pubblicamente a tutti coloro che leggono il testo o ascoltano il discorso.
La distinzione trae origine anticamente dall’organizzazione assunta dalle scuole di pensiero filosofico sorte nell’antica Grecia, come per esempio la scuola pitagorica, in cui si distingueva tra queste due forme di insegnamento da parte dei maestri.

Questa usanza antichissima era presente anche in altri popoli come gli antichi egizi, i babilonesi ed anche presso gli Ebrei, che trasmettevano per via orale gli insegnamenti segreti della Cabbala.

Ciò che è importante sottolineare è che questa antica pratica si sia trasmessa anche alla cultura letteraria di ogni epoca per cui si possono riportare infiniti esempi di scritti, anche di natura religiosa, che comprendono un’interpretazione esoterica.

Nel caso di Poe decenni di studi non sono riusciti a colmare queste lacune sull’interpretazione esoterica dei suoi scritti, il che ha aperto nuovi orizzonti interpretativi che solo in questi ultimi anni cominciano ad essere presi in considerazione. Tra tutti quelli possibili, di grande spessore appare l’interpretazione esoterica legata ad un insieme di esperienze iniziatiche, fornita dal giornalista e scrittore Gianfranco de Turris.

Secondo de Turris il romanzo di Gordon Pym prosegue e riprende un’antica tradizione narrativa (con riferimento ad autori come Coleridge, Swift, Cooper), nella quale sono presenti immagini che si ripetono varie volte, come il viaggio per mare, la caduta nell’abisso, le tempeste ed i naufragi che colpiscono i protagonisti, la fame e la pratica del cannibalismo, l’esplorazione di terre sconosciute e il contatto con nuove genti indigene. Tutte queste immagini devono essere considerate anche come elementi di un duro itinerario iniziatico del protagonista che, attraversando l’esperienza del dolore, della morte e della resurrezione, assurge nel finale ad una più sublime e superiore dimensione dell’Essere.

Più in particolare de Turris individua alcuni punti salienti nel romanzo di Poe:

L’avventura di Gordon Pym inizia come un viaggio realistico e, successivamente, cede pian piano all’irrealismo in cui la descrizione della fauna e delle condizioni climatiche non ha riscontri reali.

Giungendo nei pressi dell’isola di Tsalal si nota che tutto in quel posto è nero. Il colore della pelle degli indigeni, il colore dei loro denti, il colore delle pelli che indossano, la flora e la fauna, il colore dell’acqua che scorre nei ruscelli, che sembra una soluzione densa.
Una volta fuggito dall’isola di Tsalal Gordon Pym si dirige con la canoa verso il Polo Sud, dove si apre un immenso vortice che attira la barca fino a inghiottire gli sventurati. Mentre il Pym si avvicina al polo mutano le condizioni climatiche e ambientali, le acque diventano più calde, l’orizzonte è avvolto in una cortina biancastra e opaca e dal cielo nero piove una cenere biancastra. Infine la barca si getta nell’immensa cateratta e Gordon Pym scorge di fronte a sé l’enorme figura umana, il cui colore è bianco perfetto, come quello della neve.

Se i critici ritengono che il bianco sia il colore della morte, poiché tale è l’origine nella cultura occidentale (in comune con quelle orientali), de Turris sostiene che la presenza di questa contrapposizione bianco-nero tra i diversi momenti della narrazione sia l’espressione di una trasmutazione in corso da uno stato all’altro dell’essere, nel rito iniziatico.

Si tratta cioè del passaggio da uno stato all’altro, seguendo lo schema alchemico nigredo – albedo – rubedo, dal nero al bianco al rosso. Questo schema è presente nelle culture antiche in modo massiccio, anche se non sempre di facile individuazione; basta pensare al significato simbolico che assumono questi colori nelle tradizioni culturali, religiose antiche. Lo schema indica il passaggio degli stati dell’essere in un ciclo senza fine, dalla nascita alla morte e alla rinascita.

Il bianco è il colore di chi sta subendo una trasformazione; per esempio in molti popoli antichi chi si sottoponeva a riti di iniziazione indossava vesti bianche (i culti orfici dell’antica Grecia), ma anche le persone che entravano nella comunità cristiana con il battesimo indossavano vesti bianche, così come in ogni sacramento che comporta una trasformazione della propria vita sociale e spirituale.

Il bianco era anche il colore della toga romana, dei sacerdoti druidi e cattolici e della veste regale legata alla funzione sacerdotale, mentre il rosso era legato alla funzione di comando e guerriera.

La trasformazione che subisce il protagonista del romanzo segue questo schema in un ciclo di nascita, morte e rinascita prima di passare all’illuminazione finale.

Gli elementi che de Turris individua per provare questa tesi sono molto interessanti.
Innanzitutto la canoa, su cui viaggia Gordon Pym prima di giungere al polo, si muove attraverso un mare che diventa sempre più denso e lattiginoso.

Questo elemento liquido che è mutevole e instabile è da sempre espressione di trasmutazione, cioè di passaggio da uno stato all’altro, dalla non-forma alla forma, dall’indistinto al distinto. Sotto questo aspetto il più volte citato “attraversamento delle acque” poste tra cielo e terra, presente nella letteratura esoterica di tutte le epoche, fa riferimento alle prove che occorre superare per giungere ad uno stato superiore dell’Essere.

Inoltre sembra divenuto un liquido denso e lattiginoso, biancastro. Questo colore, associato alla fase finale del viaggio, indica un insieme positivo di situazioni legate alla trasmutazione subita dal personaggio.

Nella descrizione fornita dal Poe si parla di una misteriosa sostanza simile a cenere biancastra che cade dal cielo. La cenere che cade ricorda la funzione penitenziale nella religione cattolica, ma questa è il prodotto di una combustione, per cui indica una sorta di purificazione tramite il fuoco, come nei riti alchemici di passaggio e trasformazione.

Un altro elemento interessante è dato dal fatto che il viaggio verso il polo si svolge dentro una “sinistra tenebra” che diventa sempre più buia man mano che la canoa procede verso la meta, mentre i personaggi viaggiano sul mare ormai lattescente da cui sorgono riflessi luminosi che illuminano la barca.

La sensazione che si prova è quella di vedere i protagonisti giunti al termine del loro viaggio navigare all’interno di un orizzonte che per metà è nero e tenebroso e per metà biancastro. Qui i due colori sembrano completarsi vicendevolmente, come nello ying-yang, il simbolo che indica il Tutto (senza inizio e fine), per cui il viaggio di Pym si conclude attraverso un passaggio obbligato verso una dimensione superiore dell’Essere.
Si giunge al momento finale del viaggio in cui, mentre stanno per essere inghiottiti dal vortice polare, Pym e Peters vedono ergersi di fronte a loro la sovrumana figura di dimensioni superiori a qualunque essere umano e avvolta in un sudario.

Qui il romanzo si interrompe lasciando il dubbio se Pym sia morto o sopravvissuto, ma non v’è dubbio secondo de Turris sulla sua sopravvivenza.

Il finale di questo romanzo ha fatto versare fiumi di inchiostro agli studiosi che hanno cercato di interpretare quella misteriosa figura che si erge di fronte a Pym, nella quale alcuni hanno visto la figura del padre, altri del padre adottivo, altri della madre, altri della sposa bambina, altri ancora l’immagine di Gesù Cristo, il Dio vivente, che accoglie Pym e lo salva dalla morte.

De Turris sostiene che l’immagine vista dal Pym sia fondamentalmente la proiezione dell’Io di Pym che ormai si trova dall’altra parte della cortina, pronta per la “resurrezione” spirituale dell’uomo, che ha già raggiunto una dimensione superiore e che si prepara a vivere una vita “rinnovata”.

Pym non cade nel baratro del vortice polare perché quella figura lo salva e impedisce la catastrofe della morte; l’Io ormai trasfigurato di Pym trasforma la morte di Pym nella resurrezione, che è la vittoria finale sulla morte e l’accesso ad una dimensione superiore dell’Essere.

Il viaggio si configura così come una personale iniziazione di Pym-Poe che attraverso questo rito di passaggio giunge a rinascere in una seconda vita, divenendo un uomo diverso, trasmutato nell’anima.

Gli elementi individuati dal de Turris sono simili a quelli dei rituali previsti nei testi esoterici dell’ermetismo (le prove della terra, dell’acqua e del fuoco, la morte rituale con l’iniziando chiuso in una bara e avvolto in un sudario, e la resurrezione), per cui l’interpretazione esoterica, legata ad un rituale di iniziazione del protagonista (e con lui dell’autore) che compie un viaggio iniziatico verso la resurrezione in una dimensione superiore, è degna di grande considerazione, tra le più attinenti mai espresse dalla critica letteraria degli ultimi anni.

Un altro punto di grande importanza riguarda l’ambientazione geografica del romanzo che vede il protagonista spingersi in un avventuroso viaggio verso il Polo Sud, viaggio che permetterà di dimostrare che al polo esistono delle aperture che permettono di transitare all’interno della Terra.

La tesi sostenuta dal Poe nel romanzo si fonda sull’ipotesi, molto discussa all’inizio del XIX secolo, elaborata dall’ex capitano di fanteria John Cleves Symmes (1780-1829), secondo cui ai poli esisterebbero delle aperture che permettono di passare all’interno del pianeta, con la conseguenza che il pianeta sarebbe abitabile al suo interno.

La teoria fu conosciuta come la “Teoria della Terra Cava” e fu sostenuta con vigore ancora per tutto l’800 fino a quando fu dimostrata la sua infondatezza, anche se ancora oggi fa discutere per diversi enigmi legati a questa tesi che non sono mai stati chiariti del tutto.

Le descrizioni fornite dal protagonista del romanzo come le temperature miti delle acque man mano che ci si avvicina al polo, il ribollimento delle acque oceaniche dovute alla presenza di vulcani sottomarini e gaysers, la corrente vorticosa che trascina inesorabilmente la canoa verso l’apertura antartica, si possono spiegare con questa teoria che era molto in voga nell’epoca in cui Poe scrisse il romanzo.

L’ipotesi dell’esistenza delle aperture polari sarebbe stata suffragata da una carta geografica realizzata con la proiezione di Mercatore in cui si notano le acque degli oceani gettarsi nel golfo polare e penetrare all’interno delle viscere della Terra. Proprio di questo fatto ne fa cenno il Poe in una nota al racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” in cui si afferma che quando il racconto fu pubblicato egli non conosceva ancora tali cartine geografiche nelle quali si vedevano gli oceani precipitarsi nelle aperture polari.

È interessante notare che si accenna ad argomenti simili anche in epoca anteriore all’elaborazione della teoria della terra cava, perché ne parla lo studioso Athanasius Kircher (1602-1680) già circa duecento anni prima in alcuni suoi scritti sulla formazione dei gorghi e del Maelstrom (nella sua opera “In folio, Mundus subterraneus”).

L’interpretazione esoterica non è l’unica possibile e si possono individuare ancora altri elementi che non sono stati del tutto messi in luce.

Cerchiamo ora di vedere, nel quadro dell’ipotesi su cui sto lavorando, quali sono altri importanti elementi per un’interpretazione più ampia di quella esoterica, nel quadro del più esteso pensiero cosmologico espresso da Edgar Allan Poe, ipotesi che sicuramente farà discutere chi legge questo articolo.

È importante innanzitutto mettere in luce tutti quegli elementi che nella narrazione dei racconti più sopra citati e nel romanzo di Gordon Pym hanno un significato preciso, da un punto di vista scientifico o anche simbolico. Occorre concentrare l’attenzione su tutti quei dati che non sono presenti casualmente nel testo e che richiamano un preciso concetto scientifico o presunto tale.

Nei due racconti “Una discesa nel Maelstrom” e “Manoscritto trovato in una bottiglia” prevale la descrizione del viaggio e delle caratteristiche dell’imbarcazione su cui i protagonisti effettuano il loro viaggio avventuroso; inoltre il Poe si ferma a descrivere con dovizia di particolari le condizioni del tempo che cambia fino a portare i poveri sventurati nella tempesta, all’interno del vortice del Maelstrom. Nell’altro racconto si parla della corrente marina che trascina la nave verso il polo australe portando il suo equipaggio nell’abisso insondabile. Il tutto avvolto dalla descrizione di angoscia e terrore, insito nei pensieri dei protagonisti, vergati sulla carta dal Poe.

Nel romanzo di Gordon Pym tuttavia, per motivi evidentemente legati al fatto che la forma dello scritto permetteva all’autore di spaziare di più e di inserire più elementi descrittivi rispetto ai racconti brevi, il Poe comincia ad inserire nella trama precisi riferimenti geografici del viaggio compiuto e soprattutto precisi riferimenti temporali. Entrano in gioco lo spazio e il tempo, i due elementi fondamentali dell’Universo.

Poe comincia a lavorare in un contesto che non è più solo quello della proiezione delle sue fobie e delle sue angosce chiuse nella sua mente ma allarga i suoi orizzonti gettando lo sguardo sulla struttura del Cosmo e, quindi, la struttura del Tempo. È come se il Poe alzasse lo sguardo verso il cielo, guardando la sua mutevole struttura e le sue dinamiche, traendone fonte di ispirazione per la realizzazione del romanzo e compiendo un vero e proprio miracolo, perché questo romanzo si può definire tale.

La complessità degli elementi strutturali del Gordon Pym è talmente vasta che ci vorranno anni perché si possa venire a capo delle straordinarie capacità che dimostrò Poe nel realizzarlo, completamente sottovalutate dalla critica letteraria moderna. Io ho cercato di individuarne alcune, che sicuramente saranno state osservate da molti studiosi ma non sono state prese in considerazione nel modo dovuto:

  • Gordon Pym sale sul Grampus nascondendosi nella stiva il 17 giugno e rimane chiuso per tre giorni e tre notti in attesa che Augustus gli venga a fornire notizie sul viaggio. Quando Augustus si fa vivo per dirgli che la nave sta per salpare è il 21 giugno. Per cui il viaggio di Gordon Pym sulla nave ha inizio il 21 giugno, giorno convenzionalmente considerato come il solstizio d’estate, cioè il giorno in cui il sole nel suo cammino apparente nell’eclittica raggiunge la sua massima “altezza” (quindi il giorno è più lungo della notte).
  • Durante la sua “prigionia” nella stiva del Grampus, in attesa che Augustus lo venga a liberare per presentarlo all’equipaggio, essendo un clandestino, si verifica una cospirazione da parte di un gruppo di marinai che prende il possesso della nave allo scopo di fare probabilmente vita piratesca. Soltanto dopo svariati giorni Gordon Pym riesce a saperlo, non potendo comunicare con Augustus, e in questi terrificanti giorni vive l’angoscia della morte, seppellito vivo nella stiva con pochissima aria e scorte alimentari ormai esaurite, in compagnia del suo cane Tiger. Quando Augustus riesce a liberarlo preparano uno stratagemma per rimpossessarsi della nave e vi riescono insieme a Dirk Peters che nel frattempo si era già schierato con Augustus.
  • Quando i quattro sopravvissuti, Gordon Pym, Augustus, Dirk Peters e Parker rimangono in balia delle onde del mare, con la nave ormai quasi a pezzi, senza avere più scorte alimentari, essendo la stiva invasa dall’acqua, dopo aver riflettuto e al tempo stesso rifiutato l’idea che di per sé è disumana, si rendono conto che l’istinto di sopravvivenza li spinge a compiere un gesto estremo che è quello di far si che qualcuno di loro si sacrifichi per la salvezza degli altri, accettando di essere ucciso e mangiato dagli altri, che forse in tal modo potranno sopravvivere. Dopo aver predisposto dei pezzetti di legno da tirare a sorte, questa ricade proprio su Parker che aveva escogitato questo piano e i tre si cibano del suo corpo, dopo aver staccato le mani, i piedi e tolto i visceri e la testa, nei giorni che vanno dal 17 luglio al 20 luglio.
  • Dopo essere sopravvissuti a quei terribili momenti e aver perso il proprio amico Augustus, Gordon Pym e Peters vengono raccolti il 7 agosto dalla Jane Guy che, in viaggio per rotte commerciali, permette a Pym di proseguire il proprio viaggio verso nuove avventure. Il capitano della Jane Guy non rimane indifferente ai propositi avventurosi di Pym e accetta di continuare il viaggio di esplorazione alla ricerca di un varco, oltre le latitudini raggiunte dagli esploratori della propria epoca, tra i ghiacci del circolo polare antartico. La speranza di trovare nuove isole e terre inesplorate e di dimostrare l’esistenza di un continente antartico, anche se man mano che prosegue il viaggio i suoi propositi si fanno meno convinti. Dopo aver incontrato grosse difficoltà, poiché navigando verso latitudini sempre più meridionali si stendeva di fronte ad essi un enorme banchisa polare, finalmente la mattina del 14 gennaio riescono a doppiare l’estremità della stessa e si ritrovano in un mare aperto e perfettamente navigabile nel quale si spingono oltre gli 80° di latitudine.
  • Giunti la giornata del 19 gennaio ad una latitudine di 83° 20’ scorgono un gruppo di isolette su cui vi sono degli indigeni dalla pelle oscura. Vengono così in contatto con questa popolazione sconosciuta e sembra che l’incontro sia positivo e cordiale. Superate le prime diffidenze il capitano dà ordine ad un gruppo di uomini di restare a bordo della nave e con gli altri si avventura nell’isola per esplorarla; tra questi ci sono anche Pym e Peters. Dopo aver visitato l’isola vengono a patti con gli indigeni per svolgere un’attività commerciale legata alla pesca dei molluschi che si trovavano in gran quantità nella zona e, infine, prima di proseguire il viaggio accettano di fare una visita di saluto al sovrano dell’isola, perché se avessero rifiutato sarebbe stato un affronto al capo del villaggio. L’equipaggio si inoltra così verso il centro dell’isola seguendo un percorso tortuoso in mezzo a valli scoscese e qui rimangono vittime di un tranello teso dagli indigeni per ucciderli tutti e impossessarsi della nave. Pym e Peters sopravvivono al massacro, restando nascosti per diversi giorni nel burrone nel quale erano stati scaraventati i propri compagni di sventura e riescono a fuggire dall’isola a bordo di una piroga, prendendo in ostaggio uno degli indigeni, all’inizio del mese di marzo.
  • Il viaggio verso sud prosegue nei giorni successivi e qui Pym descrive una serie di fenomeni nuovi che destano meraviglia in lui e nel lettore. Così recita testualmente Poe: “1 marzo. Insoliti fenomeni si verificarono ad indicarci che entravamo in una regione di novità e di meraviglioso. Un’alta barriera di vapor grigio si stendeva lungo l’orizzonte sud e a tratti s’illuminava di lunghe strisce tremolanti che correvano ora da est a ovest e ora da ovest ad est per poi raccogliersi tutte in una sola linea uniforme col variare stupefacente dell’aurora boreale. L’altezza media di quel vapore, quale ci appariva dal punto in cui ci trovavamo, era all’incirca di venticinque gradi. La temperatura dell’acqua sembrava aumentasse ad ogni istante (…) 3 marzo. L’acqua aveva raggiunto una temperatura alquanto elevata e subito, nel colore, una alterazione tale che le aveva fatto perdere la sua trasparenza e prendere una tinta opaca e lattiginosa (…) spesso, a destra o a sinistra, alle distanze più diverse, vedevamo stupefatti sconvolgersi per vaste estensioni la superficie delle acque: sconvolgimenti che a lungo andare notammo essere preceduti da uno strano palpito luminoso del vapore a sud. (…) 5 marzo. Il vento era completamente cessato, ma noi continuavamo a correre lo stesso verso il sud, trascinati da una corrente irresistibile (…) 6 marzo. Il vapore si era alzato di parecchi gradi e andava gradualmente perdendo la sua tinta grigiastra. L’acqua era calda più che mai, e ancora più lattiginosa che prima. Ci fu una violenta agitazione del mare proprio vicinissimo a noi, accompagnata come di solito, da uno strano balenio del vapore alla sommità e da una momentanea divisione lungo la base. Una finissima polvere bianca, simile alla cenere (…) cadde sulla nostra imbarcazione (…) mentre il balenio luminoso del vapore svaniva e l’acqua ritornava dappertutto calma (…) 9 marzo. La strana sostanza come di cenere continuava a pioverci attorno (…) La barriera di vapore era salita sull’orizzonte sud a un’altezza prodigiosa, e cominciava ad assumere una forma distinta. Io non sapevo paragonarla ad altro che a una immane cateratta la quale precipitasse silenziosamente in mare dall’alto di qualche favolosa montagna perduta nel cielo. La gigantesca cortina occupava l’orizzonte in tutta la sua estensione. Da essa non veniva alcun rumore. 21 marzo. Una funebre oscurità aleggiava su di noi, ma dai lattiginosi recessi dell’oceano scaturiva un fulgore che riverberava sui fianchi del battello (…) la sommità della cateratta si perdeva nell’oscurità della distanza. Nel frattempo risultava evidente che correvamo diritto su di essa ad un’impressionante velocità. A tratti, su quella cortina sterminata, si aprivano larghe fenditure, che però subito si richiudevano, attraverso le quali, dal caos indistinto di forme vaganti che si agitava al di là, scaturivano possenti ma silenziose correnti d’aria che sconvolgevano, nel loro volo, l’oceano infiammato. 22 marzo. L’oscurità si era fatta più intensa e solo il luminoso riflettersi nelle acque della bianca cortina tesa dinanzi a noi la rischiarava ormai (…) Fu allora che la nostra imbarcazione si precipitò nella morsa della cateratta dove si era spalancato un abisso per riceverci (…) Gordon Pym sta per essere inghiottito dal vortice polare (…) Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana dal volto velato, di proporzioni assai più grandi che ogni altro abitatore della terra. E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve.”

Il viaggio di Gordon Pym che era iniziato il 21 giugno si conclude dunque con questa visione nella giornata del 22 marzo, che è considerata astronomicamente come il giorno dell’equinozio di primavera.

Da una prima disamina dei punti descritti più sopra appare chiaro che il Poe fornisce al suo Gordon Pym una precisa collocazione spazio-temporale e inoltre sottolinea un preciso richiamo al ciclo astronomico annuale della terra.

Il viaggio ha inizio nel giorno del solstizio d’estate e si conclude il giorno dell’equinozio di primavera. Perché?

Il motivo va ricercato nel significato simbolico che il Poe ha voluto attribuire al viaggio di Gordon Pym, nella molteplice chiave di lettura che è possibile trovare in questo splendido romanzo.

Se il tema narrativo è quello delle “sea novel”, delle avventure per mare che hanno fatto grande la letteratura anglosassone di quel periodo, è pur vero che il significato di questo romanzo non si può fermare all’apparenza di tale avventura, per quanto eccitante per la fantasia del lettore, essendo legata alla ricerca del nuovo continente antartico.

Giustamente de Turris ha trovato l’anima spirituale di questo romanzo, che è quella dell’interpretazione esoterica legata ad un grande rito iniziatico attraverso il quale il protagonista e con lui l’autore, attraverso svariate prove legate al dolore umano e alla sofferenza, supera la parte mortale di se stesso per risorgere ad una nuova vita in cui l’essere umano è trasfigurato in una dimensione superiore.

Ma allora se l’interpretazione esoterica è la più pregnante, perché racchiudere la vicenda narrata in questo splendido romanzo nei cicli astronomici?

L’unica spiegazione plausibile, compatibilmente con la tesi di de Turris che è condivisibile, è che l’autore abbia voluto inserire una interpretazione più profondamente cosmologica oppure abbia voluto rivestire la narrazione di una “cornice” cosmologica, legata alla dimensione e alla struttura del Tempo. È come se avesse voluto rapportare questo viaggio della mente umana facendo si che gli “occhi della mente” guardassero il Cosmo intorno a noi.

Sotto questo aspetto il Poe sembra essere abbastanza chiaro e non ci sono dubbi che abbia dato un taglio di questo tipo al romanzo. Ma gli elementi in gioco sono talmente tanti che a fatica si può riuscire a ricostruire la via che il grande scrittore americano seguì per realizzare questo piccolo miracolo letterario.

Cominciamo col dire che una serie di elementi narrativi sembrano estrapolati dal mito di Osiride.

Infatti così come il dio egizio dell’oltretomba morì per mano del fratello Seth e risorse grazie ai potenti sortilegi della sua sposa Iside, Gordon Pym vive una vicenda fantastica che lo porta sull’orlo dell’abisso e della morte, ma la sua morte si tramuta in una vittoria perché risorge ad una nuova vita.

Non c’è solo l’aspetto della morte e resurrezione ad attrarre la nostra attenzione ma anche il fatto che i personaggi e protagonisti di questo romanzo divengono oggetto di una cospirazione ordita da diverse persone allo scopo di ucciderli in due occasioni; all’inizio quando Gordon Pym è nascosto nella stiva della nave e alla fine del romanzo quando gli indigeni dell’isola tramano contro Pym e l’equipaggio della Jane Guy per ucciderli.

Questo elemento si ritrova anche nel mito eliopolitano, poiché Osiride cade vittima di una cospirazione dei convitati che avevano partecipato al banchetto in suo onore insieme a Seth.

A questi elementi si aggiunge il fatto che il corpo di Osiride viene smembrato in diversi pezzi e la sua morte avviene, secondo Plutarco, il giorno 17 del mese di Athyr, mese in cui il sole attraversa lo Scorpione (dovrebbe corrispondere secondo il calendario egizio al periodo mensile che va dal 19 settembre al 17 ottobre).

Quando Gordon Pym e i suoi sventurati compagni si ritrovano soli sul Grampus, ormai alla deriva in preda alla tempesta, decidono che una persona sarebbe stata uccisa per fare da nutrimento agli altri nella speranza di sopravvivere. La sorte ricade su Parker che viene ucciso e il suo corpo smembrato, con le mani, i piedi e la testa staccati e buttati in mare; ciò avviene il giorno 17 del mese di luglio, la stessa data numerica della morte del dio Osiride.

Non solo, ma si cibano del suo corpo per tre lunghissimi e indimenticabili giorni dal 17 al 20 di luglio.

Nella tradizione cosmologica dell’Antico Egitto il giorno 17 luglio veniva ricordato per essere uno dei cinque giorni epagomeni, che permettevano di colmare il vuoto fra la fine dell’anno, che avveniva il 13 del mese di Mesori (13 luglio), e il capodanno che era fissato il 19 luglio.

Questi giorni erano il 14 luglio, nascita di Osiride, 15 luglio nascita di Horus, 16 luglio nascita di Seth, 17 luglio nascita di Iside, 18 luglio nascita di Neftys, mentre è attestato che nel periodo del Nuovo Regno (1552 – 1069 a.C.) la resurrezione di Osiride veniva festeggiata nel mese di Khaoiak.

Quindi Poe ambienta questi drammatici momenti della vicenda di Gordon Pym nei giorni epagomeni del calendario egizio, e come Osiride viene smembrato anche il personaggio del Gordon Pym muore e viene smembrato; grazie al suo sacrificio gli altri possono sopravvivere a morte ormai sicura e “risorgono” dopo questi tre lunghi giorni, tra il 17 e il 20 luglio, cioè nello stesso periodo in cui inizia il nuovo anno secondo il calendario egizio.

Si ha notizia anche di alcune tradizioni che attestano la resurrezione del dio Osiride posta al 20 di luglio, proprio il giorno in cui i naufraghi risorgono grazie al sacrificio del loro compagno, così come nella tradizione cristiana la data del 20 luglio era ricordata come il giorno della morte di San Giuseppe, il padre putativo di Gesù.

A questo importante elemento si aggiunge anche quello della prigionia di Pym nella stiva del Grampus all’inizio del viaggio e quello del suo seppellimento, da vivo, insieme a Dirk Peters nella grotta sull’isola di Tsalal. Allo stesso modo il dio Osiride viene chiuso vivo dai cospiratori in un sarcofago che poi viene scaraventato nelle acque del Nilo nella speranza che questo affondi provocandone la morte; ma egli sopravvive così come sopravvivono Pym e Peters in entrambe le occasioni.

Il motivo per cui il Poe possa aver estrapolato diversi elementi del mito di Osiride e averli impiegati per la realizzazione del Gordon Pym potrebbe essere ricercato nel tentativo dello scrittore di ripetere nell’esperienza del suo personaggio, e quindi anche nella sua personale esperienza, lo stesso percorso di iniziazione che è insito nel mito Eliopolitano, partendo dal presupposto che tale mito in realtà comprenda una forte valenza iniziatica.
Qui il parere degli studiosi tende a divergere, perché generalmente ci si limita ad attribuire al mito di Osiride un’interpretazione “naturalistica” legata al significato attribuito al dio Osiride come dio originario della vegetazione.

Il mito rappresenta il ciclo della natura, con l’apparente morte del chicco di grano che viene sepolto sotto terra ma che “risorge” con la nascita della nuova spiga che ci dà il nutrimento e quindi la vita.

A questa interpretazione naturalistica del mito egizio se ne affiancano altre molto importanti tra cui quella che vuole vedere il mito eliopolitano come un grande rito di iniziazione che permette all’Uomo di assurgere ad una dimensione superiore dell’Essere (tesi fatta propria da diverse associazioni segrete che si richiamano continuamente all’antico sapere egizio), annullando il significato della morte; e ancora quella altrettanto importante che vede il mito di Osiride come un grande viaggio simbolico fra le stelle e che permette all’anima del Faraone di transitare nelle regioni celesti del Douat in cui ha sede la dimora di Osiride come dio dell’oltretomba.

Questa interpretazione spesso criticata dagli studiosi accademici è molto importante perché suffragata dall’analisi dei Testi delle Piramidi, incisi sulle pareti della piramide di Unas risalente intorno al 2300 a.C., in cui si parla espressamente del viaggio di Osiride nella sfera celeste dove, per gli antichi egizi, era la costellazione di Orione.

Questi antichi testi, che sono un insieme di formule liturgiche e invocazioni al dio egizio e a suo figlio Horus, fanno riferimento al dio Osiride che naviga con la sua barca nella volta celeste, dirigendosi nella regione che è la sua dimora.

Il viaggio simbolico del dio Osiride ha quindi un’importante interpretazione cosmologica e astronomica che già da tempo alcuni studiosi si sono sforzati di mettere in luce.

Molto importante per esempio il contributo della Prof.ssa J. Sellers che per prima formulò la tesi per cui gran parte degli antichi testi religiosi egizi non possono essere compresi adeguatamente se non si considera l’importanza che aveva per gli egizi l’astronomia precessionale, espressione del sapere sacerdotale che era fondato su una visione circolare e ciclica della struttura del Cosmo e del Tempo che gli egizi di fatto trasmisero ai Greci.

Partendo dal presupposto che il mito di Osiride abbia diverse interpretazioni, bisogna giungere ad una prima importante osservazione sull’operato di Poe; egli fece suoi diversi elementi narrativi dell’antico mito egizio e li intercalò nella struttura del Gordon Pym ripercorrendo attraverso l’emulazione della vicenda del dio Osiride lo stesso percorso iniziatico che porta l’essere umano alla vittoria sulla morte e racchiudendo questo percorso in un ciclo astronomico.

L’effetto che ne deriva è quello della sensazione di una perfetta “simbiosi” finale del personaggio con il Cosmo.

Gordon Pym si getta nel vortice che sta per inghiottirlo ma incontra “una figura umana avvolta in un sudario” o “dal volto velato” che lo salva.

Al di là di quello che si può pensare bisogna ammettere che la sensazione che si prova davanti a queste parole è quella dell’incontro da parte di Pym-Poe con l’Assoluto, tutto ciò che è segreto e che non si può svelare e rimane nei nostri cuori e nella nostra mente. Alla fine di questo viaggio la mente va “oltre” i confini dell’immaginabile e riesce per un attimo a comprendere, o comunque viene a contatto con il mistero del Cosmo.

Ciò che lascia perplessi e che secondo me ha tratto in inganno molti studiosi, anche contemporanei, è il modo in cui Poe realizza questo suo disegno narrativo, dissimulando gran parte delle conoscenze segrete che egli esprime in Gordon Pym con una serie di circostanze che hanno creato un vero e proprio abbaglio degli studiosi sulla storia di questo romanzo.

È opportuno ricordare che molti studiosi ritengono che Poe era perfettamente informato sulle scoperte scientifiche della propria epoca per cui si pensa che sia stato influenzato, nella redazione del romanzo di Gordon Pym e dei racconti fantastici, dalla teoria della terra cava. Ciò è ammissibile ma la cosa è molto più complessa di come gli studiosi l’hanno descritta, poiché non c’è certezza assoluta che solo la teoria della terra cava abbia potuto influire.

Leggendo e analizzando attentamente i testi del romanzo e dei racconti si va incontro a delle sorprese notevoli.

In “Una discesa nel Maelstrom” Poe descrive la sensazione che prova il marinaio insieme al fratello quando si trovano nel mezzo della tempesta che sta per trascinarli nel vortice del Maelstrom:

“Intanto la prima furia della tempesta si era esaurita (…) ma in ogni caso le acque (…) si levavano adesso In vere e proprie montagne. Anche nei cieli era intervenuto un singolare mutamento. Tutt’intorno, in ogni direzione, era ancora un buio di pece, ma quasi sopra di noi s’aprì di colpo uno squarcio circolare di sereno – sereno come non vidi mai – e d’un azzurro fondo, luminoso: e attraverso questo squarcio splendeva la luna piena con un fulgore che non le conoscevo. Illuminava ogni cosa intorno a noi con la massima nitidezza – ma, Dio mio, quale spettacolo illuminava! (…) L’imbarcazione sembrava sospesa, come per magia, a metà della discesa, sulla superficie interna di un imbuto di enorme circonferenza e profondità prodigiosa, i cui fianchi, perfettamente lisci, si sarebbero potuti scambiare per ebano, non fosse stato per la sbalorditiva rapidità con cui ruotavano e la balenante, spettrale luminosità che da essi sprigionava sotto i raggi della luna piena che, da quello squarcio circolare fra le nubi, spiovevano in aureo splendore lungo le nere muraglie e dentro i più profondi recessi dell’abisso (…) I raggi della luna sembravano frugare le profondità dell’abisso senza fine; ma ancora non riuscivo a distinguere nulla chiaramente, per via di una fitta nebbia che tutto avvolgeva e sulla quale si librava uno splendido arcobaleno, che, dicono i Musulmani, è il solo sentiero tra il Tempo e l’Eternità (…)”.

Nel racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” Poe descrive le sensazioni del protagonista che compie il viaggio sulla vecchia nave diretta verso il Polo Sud:

“(…) Noi siamo certo condannati a stare continuamente sospesi sul ciglio dell’Eternità senza mai tuffarci definitivamente nell’abisso (…) Dovunque, nelle immediate vicinanze della nave, è il nero della notte eterna, e un caos di acque senza schiuma; a circa una lega da noi, su ambo i lati, si scorgono a intervalli, indistinti, prodigiosi baluardi di ghiaccio, che torreggiano nel cielo desolato, simili alle mura dell’Universo (…) Di colpo, a dritta e a sinistra, il ghiaccio si spalanca, e noi vertiginosamente ruotiamo in immensi cerchi concentrici tutt’intorno agli orli di un gigantesco anfiteatro, le sommità delle cui mura si perdono nella tenebra e nella distanza. Ma poco tempo mi rimarrà per meditare sul mio destino! Rapidamente i cerchi si restringono – piombiamo nella morsa furibonda del gorgo – e fra i rombi e i mugghii e i tuoni dell’oceano e della tempesta, la nave trema – oh Dio! – sprofonda!”

Così pure nel romanzo “Le avventure di Gordon Pym” nella descrizione delle sensazioni che prova Pym nelle ultime giornate di viaggio Poe ci parla della forma della cortina di vapore grigio che sovrasta l’orizzonte sud:

“(…) La barriera di vapore era salita sull’orizzonte sud a un’altezza prodigiosa, e cominciava ad assumere una forma distinta. Io non sapevo paragonarla ad altro che a una immane cateratta la quale precipitasse silenziosamente in mare dall’alto di qualche favolosa montagna perduta nel cielo. La gigantesca cortina occupava l’orizzonte in tutta la sua estensione. Da essa non veniva alcun rumore (…).

Che cosa ha voluto dire Poe in queste sue opere? Qual è il messaggio nella bottiglia di cui ci parla con insistenza?

Se analizziamo attentamente gli elementi descritti dal Poe ci accorgiamo che cita con insistenza l’immagine del vortice, del gorgo che inghiotte i protagonisti dei racconti e del romanzo, dandone di volta in volta una descrizione terrificante anche se con sfumature diverse. Ci parla della visione da lontano di enormi e terrificanti bastioni che torreggiano all’orizzonte come se fossero le mura dell’Universo, della forma del vortice come un enorme anfiteatro all’interno del quale la nave ruota in giganteschi cerchi concentrici, della forma del Maelstrom come un enorme imbuto dalle pareti perfettamente lisce all’interno del quale il povero protagonista ruota ad una velocità vorticosa con il battello, della forma della barriera di vapore grigio cui va incontro Gordon Pym che egli non riesce a paragonare ad altro che ad un’enorme cateratta che precipita nell’oceano da qualche sperduta montagna posta nel cielo.

L’immagine descritta dei vortici in rotazione ricorda quella di un cono in rotazione e la sua presenza costante in queste trame deve avere un fortissimo significato simbolico che non è stato compreso adeguatamente.

Perché Poe si affanna a dire che all’interno di questi vortici, oppure prima di entrare nei vortici, egli vede il cielo?

Perché in “Una discesa nel Maelstrom” egli dice a un certo punto “Anche nei cieli era intervenuto un singolare mutamento. Tutt’intorno, in ogni direzione, era ancora un buio di pece, ma quasi sopra di noi s’aprì di colpo uno squarcio circolare di sereno – sereno come non vidi mai – e d’un azzurro fondo, luminoso: e attraverso questo squarcio splendeva la luna piena (…)”?

Che cos’è quello squarcio circolare che si apre nel cielo e che è visibile all’interno del vortice? E perché nei cieli si verifica un mutamento? Di quale mutamento ci parla Poe? È un cambiamento che riguarda la struttura apparente della volta stellata? Perché Poe dice che il povero Gordon Pym vede in prossimità della fine del suo avventuroso viaggio la barriera di vapore grigio assumere la forma di una immensa cateratta, di un grande vortice, che precipita nell’immensità dell’oceano da qualche montagna sperduta nel cielo? Perché l’immensa voragine che sta per inghiottire Pym precipita dal cielo quando ci si sarebbe aspettato che fosse un vortice che si apre nel polo australe, in prossimità delle aperture ai poli, previste dalla teoria della terra cava, per scendere in un abisso insondabile nelle viscere del globo?

Il vortice immenso di cui ci parla Poe sembra essere posto sopra le nostre teste e non trovarsi in corrispondenza del Polo Sud geografico per precipitare in un abisso fino al centro della Terra.

Nel testo si parla letteralmente di un paragone che fa il protagonista…” Io non sapevo paragonarla ad altro che a una immane cateratta la quale precipitasse silenziosamente in mare dall’alto di qualche favolosa montagna perduta nel cielo (…)”.

Se il paragone è comunque riferito alla forma concreta che ha l’immensa cateratta, come si può paragonare tale vortice a qualcosa che scende dal cielo, se invece si tratta di qualcosa che si apre nel mare e scende nelle viscere della terra? Che senso avrebbe avuto da parte di Poe dire una cosa del genere?

L’unica spiegazione plausibile è che egli non descrive un vortice che si apre nel polo australe per gettarsi nelle viscere della terra, come avrebbe potuto essere compatibile con la teoria della terra cava, ma descrive bensì un vortice che sta nel cielo. Ma come può esistere un vortice che sta nel cielo?

Egli fu solo marginalmente ispirato dalla teoria della terra cava per la redazione dei suoi strabilianti scritti e impiegò l’immagine del vortice in rotazione, che è quella di un cono in rotazione, per esprimere, attraverso l’uso di quell’immagine figurata, una descrizione della struttura del Cosmo e del Tempo che è fondata sull’astronomia precessionale, descrivendo il diagramma della precessione.

Infatti la precessione, che consiste nel processo di lenta rotazione inversa dell’asse terrestre rispetto al moto di rotazione del pianeta che si compie in circa 26 mila anni, fa si che la terra, movendosi come una trottola, descriva nello spazio un doppio cono con vertice al centro della terra e un angolo di circa 23,5°.

L’immagine che si nota nel diagramma della precessione è quello di un cono in rotazione descritto dall’asse terrestre, che ricorda l’immagine di un vortice in rotazione.

Poe ci parla di un’immensa cateratta o vortice che sembra precipitare dal cielo, perché egli descrive l’effetto visivo che si deduce dal diagramma precessionale.

In “Le avventure di Gordon Pym” egli afferma di vedere l’enorme cateratta precipitare silenziosamente dal cielo e, quando egli entra velocemente nel gorgo, il viaggio si conclude con la visione della figura umana dal volto velato.

Nel racconto “Manoscritto trovato in una bottiglia” il protagonista vede in lontananza, prima di giungere al polo, degli enormi bastioni di ghiaccio che sembrano le mura dell’Universo fino a quando giunge in prossimità del polo australe e vede l’imbarcazione gettarsi nel gorgo polare, ruotando in immensi cerchi concentrici all’interno di un enorme anfiteatro, l’immagine del quale ricorda per la sua forma in cerchi concentrici il movimento circolare della sfera celeste;

In “Una Discesa nel Maelstrom” il protagonista entra nel vortice marino ma prima di entrarvi vede uno squarcio circolare nel cielo dal quale si vedono gli astri ed egli ha questa visione perfettamente luminosa, di una luce che non aveva mai visto prima anche all’interno del vortice. L’immagine dello squarcio circolare che vede il protagonista del racconto sembra il polo dell’eclittica o comunque richiama il movimento circolare del moto precessionale. Nonostante il protagonista del racconto venga risucchiato dal vortice marino egli rivolge lo sguardo verso il cielo, quasi a darci un indizio del significato reale della narrazione.

Sia in “Le avventure di Gordon Pym” che in “Una Discesa nel Maelstrom” Poe inserisce precisi riferimenti alla volta celeste, parlandoci della forma del vortice polare che sembra precipitare dal cielo e descrivendo la visione del pescatore che attraverso il vortice marino vede lo squarcio circolare nel cielo attraverso il quale si ha una visione degli astri quale mai aveva avuto prima.

Nel “Manoscritto trovato in una bottiglia” i riferimenti sono più velati ma egli ci parla della sensazione che prova passando accanto all’equipaggio della nave che sembra essere in viaggio da millenni, per cui anche quelle persone che sembrano fantasmi e ombre hanno un’età avanzata, quasi fossero su quella nave da sempre. Questo riferimento all’esistenza millenaria della nave richiama alla nostra mente la durata millenaria del tempo cosmico legato al fenomeno precessionale, che non è il nostro normale tempo solare, ma un concetto difficile da afferrare. Poe fa suo questo concetto creando quella speciale atmosfera di cui egli stesso ci accenna, affermando che la sensazione è quella di essere come su un sentiero sospeso tra il Tempo e l’Eternità, richiamando alla mente questo insegnamento dei maestri islamici.

L’effetto visivo della precessione è quello di determinare lo spostamento delle coordinate celesti degli astri con un ritmo di un grado ogni 72 anni, per cui il sole ogni anno anticipa sull’equinozio di primavera di circa 50 secondi di arco, spostandosi lentamente a ritroso attraverso la costellazione zodiacale che regge l’equinozio di primavera, fino a passare nella costellazione che immediatamente precede dopo circa 2160 anni.

Non può essere un caso il fatto che Poe fa concludere il suo viaggio a Gordon Pym proprio il giorno dell’equinozio di primavera; Poe introduce tutti gli elementi descrittivi della narrazione che richiamano il ciclo astronomico anche se ciò sembra aver lasciato indifferente la critica letteraria che cerca spiegazioni di carattere socio-psicologico per il romanzo di Gordon Pym.

È oltremodo interessante notare lo schema narrativo adottato da Poe nel romanzo, che è stato sviscerato in modo alquanto intelligente dallo studioso Harold Beaver nel suo saggio introduttivo all’edizione di “The narrative of Arthur Gordon Pym” da lui curata:

“(…) Soltanto alla fine, slanciandosi verso la purezza incandescente del biancore antartico, si trova infine in difficoltà (si riferisce a Dirk Peters n.d.a.). Là dove il nero Nu-Nu muore, lo scuro Dirk diventa debole e svogliato. Poiché il viaggio verso l’esterno – per quanto brutalmente interrotto – è compiuto; il resoconto del diario di bordo, tenuto dal giugno 1827 al marzo 1828, ha raggiunto la sua estrema chiamata; e se la metafisica di quell’ultima rinascita (dopo il ciclo durato nove mesi della gestazione di Pym) non riesce a mettere in guardia il lettore, se una nascita che è insieme una morte – di un eroe il cui finale destino in quel biancore polare implica la sua salvezza spirituale – si limita a lasciare il lettore perplesso, allora forse soltanto la struttura attentamente progettata dell’intero Gordon Pym sarà capace di convincerlo. Perché la fine è anche l’inizio. Con perfetta simmetria le due metà si rispecchiano tra loro, divise a metà da una spina dorsale centrale che (dal punto di vista geografico) rappresenta l’equatore e (dal punto di vista narrativo) è costituita dal salvataggio di Pym da parte della Jane Guy. Il Gordon Pym risulta infatti composto da ventisei capitoli (venticinque più la nota finale): l’intervento della Jane Guy avviene dunque proprio all’altezza dell’esatto centro aritmetico, la fine del capitolo tredicesimo. Andando avanti e indietro rispetto a quel punto nodale, l’iniziale tradimento (l’ammutinamento e la vendetta a bordo del Grampus) è rispecchiato dal tradimento e dalla vendetta a Tsalal; l’omicida Seymour, il cuoco nero, è rispecchiato dal privo di scrupoli Too-wit, il capo nero; la reclusione di Pym nella stiva, è rispecchiata nella sua segregazione tra le colline; il naufragio dell’Ariel è rispecchiato da quello (così almeno si può presumere) della canoa indigena; l’aiuto provvidenziale da parte del Penguin è rispecchiato dal misterioso salvataggio che consente a Pym e Peters di tornare in Nordamerica. Ben lontano dall’essere incoerente e sconclusionato – così era stato giudicato dalla maggior parte dei primi critici – niente potrebbe essere più collegato, strettamente coerente o conciso (come hanno dimostrato per primi Harry Levin e Charles O’Donnel) delle immagini simmetriche di queste due metà congiunte che si riflettono tra loro. Tuttavia, mentre la prima potrebbe essere ancora spiegata alla luce della ragione (da Augustus), la seconda può essere compresa solo attraverso salti dell’immaginazione e schemi simbolici di coesione (…)”.

Che cosa ha messo in luce allora lo studioso britannico Harold Beaver?
Che lo schema narrativo adottato da Poe per il Gordon Pym si fonda su una perfetta simmetria di immagini e temi narrativi affiancata ad un’altrettanto perfetta simmetria aritmetica e geografica.

Il salvataggio di Pym avviene all’altezza dell’equatore, che è l’esatta metà geografica del pianeta e tutti i temi narrativi che si trovano nella prima parte del viaggio si ritrovano anche nella seconda parte dell’avventura di Pym, riproposti in modo simmetrico, come un’immagine allo specchio.

Ebbene, se riflettiamo attentamente ci renderemo conto che questo schema adottato non è affatto casuale ma corrisponde ad un preciso disegno voluto da Poe che è perfettamente coerente con la tesi esposta in questo articolo.

Per effetto della precessione assiale della terra il sole si sposta con movimento retrogrado attraverso le dodici costellazioni zodiacali della fascia dell’eclittica anticipando sull’equinozio di primavera di circa 50 secondi di arco ogni anno. In questo modo attraversa la costellazione che regge l’equinozio di primavera in circa 2160 anni, trascorsi i quali il punto vernale comincia a spostarsi nella costellazione che procede nella fascia dell’eclittica. Questo effetto visivo ha dato origine al meccanismo delle ere cosmiche incidendo sul pensiero cosmologico antico.

Infatti la durata del ciclo precessionale è di circa 26.000 anni (per la precisione 25.776) e comporta la rotazione completa di tutte le costellazioni della fascia dell’eclittica (la fascia zodiacale) che periodicamente (per un periodo di circa 2160 anni) reggono l’equinozio di primavera con una sequenza del tipo toro → ariete → pesci → acquario ecc. in modo tale che, partendo da una determinata epoca, sappiamo che la costellazione che domina l’equinozio di primavera (cioè in cui sorge il sole all’alba equinoziale) ritornerà esattamente nello stesso punto fra 26.000 anni, in quanto tutte le costellazioni della fascia dell’eclittica ruotano lentamente e passano nel punto vernale per poi “sparire” sotto l’orizzonte.

Questa macchina celeste si può dire che sia “perfettamente simmetrica”, poiché comporta che la costellazione che regge in quest’epoca l’equinozio di primavera, fra 13.000 anni si troverà, nel giorno dell’equinozio di primavera, all’esatto opposto della posizione che occupa nella fascia dell’eclittica in questo momento e reggerà l’equinozio di autunno, per poi tornare a reggere l’equinozio di primavera fra 26.000 anni, in un gioco speculare.

Le immagini e i temi narrativi inseriti da Poe in questo schema perfettamente simmetrico, che fa si che tali temi ruotino e si presentino in modo speculare nelle due parti del viaggio, suddivise a metà dall’evento salvataggio all’altezza dell’equatore, che è l’esatto centro aritmetico e astronomico di questo viaggio, è proprio frutto della trasposizione di Poe sulla carta del meccanismo rotativo, sincrono e simmetrico della precessione degli equinozi, che dà origine alle ere cosmiche e che è al centro di una profondissima concezione cosmologica del Tutto.

Una prova schiacciante, se ce fosse ancora bisogno, è data dal fatto che il Gordon Pym si compone di 26 capitoli, così come il ciclo precessionale si compie in 26 mila anni; perfino nella numerologia Poe ci dà gli indizi per scovare il meccanismo nascosto elaborato per trasmetterci i più latenti elementi di questo pensiero cosmologico.

In questo contesto cosmologico è quindi assolutamente possibile lasciare spazio alle diverse congetture su come il Poe abbia immaginato il meccanismo cosmico stesso, in cui tutti gli elementi inseriti nel racconto hanno una significazione speculare. Il bianco e il nero che sembrano – come ha detto de Turris – trasparire dalla visione del cielo e dell’oceano su cui naviga Pym prima di arrivare al polo, hanno proprio il significato di qualcosa di speculare e di complementare al tempo stesso, così come il meccanismo delle ere cosmiche che è eterno nella concezione degli Antichi.

È pure giusto dire – come ha detto Harold Beaver – che la fine del viaggio di Gordon Pym corrisponde all’inizio, poiché non c’è solo il significato simbolico della rinascita nella morte, ma c’è anche una fortissima simbologia legata al moto precessionale che vede l’inizio del ciclo legato alla sua fine.

Quanto detto più sopra ci induce a riflettere su come abbia potuto Poe estrapolare importanti elementi narrativi del mito di Osiride e inserirli in un racconto in cui traspare una così profonda visione cosmologica.

Ciò dipese sicuramente dal fatto che Poe riuscì a cogliere una delle interpretazioni più pregnanti del mito eliopolitano e la fece sua; egli capì che il mito di Osiride può essere visto come un viaggio simbolico dell’anima del dio egizio nella volta celeste in cui Osiride è la costellazione di Orione, come descritto dai Testi delle Piramidi, e in cui vi sono riferimenti più o meno evidenti allo spostamento apparente degli astri nella sfera celeste e quindi alla precessione.

Si parla di Osiride-Orione che naviga sul fiume Nilo, che rappresenta la Via Lattea; per cui in questo contesto è plausibile supporre che il mare denso e lattiginoso su cui naviga Gordon Pym prima di giungere al polo possa essere una raffigurazione della Via Lattea su cui Poe immagina di far navigare il suo eroe.

Al tempo stesso è importante capire che la visione cosmologica degli antichi egizi, come traspare dal mito di Osiride, è legata al culto delle stelle e al ciclo astronomico della precessione, tanto che l’esistenza stessa del culto è in relazione ai monumenti di Giza che presentano allineamenti astronomici perfetti con determinate epoche e possono essere visti come una sorta di misuratore delle epoche precessionali, permettendo a coloro che sono “iniziati” alle conoscenze segrete di vivere il ciclo cosmico e di assurgere ad una dimensione superiore che è quella in cui l’Uomo è un tutt’uno con il Tempo Cosmico.

Poe ripercorre queste tappe del ciclo astronomico della precessione andando proprio alle radici del ciclo stesso e impiegando lo stesso paradigma narrativo insito nel mito di Osiride.

In tal senso Poe compie un vero e proprio miracolo poetico e letterario che lo fa entrare a pieno diritto nell’Olimpo degli scrittori e poeti di tutte le epoche.

Inutile a mio avviso cercare a tutti i costi di capire chi o cosa sia la visione finale del Gordon Pym.

La figura umana avvolta in un sudario o dal volto velato è stato paragonato all’Io ormai trasfigurato dello stesso autore, ormai pronto per entrare in una dimensione superiore, oppure all’immagine della morte (associata al colore bianco), oppure l’immagine della madre o della purezza della sua giovane sposa, o ancora l’immagine di Gesù Cristo, il Salvatore, il Dio vivente che permette di morire e risorgere in modo da emulare il suo percorso che portò all’annientamento della morte.

All’apparizione nell’abisso si può attribuire un significato molto importante relativo al ristabilimento dell’ordine e dell’equilibrio cosmico che erano mutati e perturbati all’inizio dei tempi con la caduta degli angeli e del genere umano.

Quest’ultima ipotesi non va sottovalutata ed è da mettere in relazione alle analogie esistenti tra il mito di Osiride e i racconti evangelici, già descritte nell’articolo Gesù e il mito di Osiride. Ancora potrebbe trattarsi dell’immagine dello stesso Osiride trasfigurato nella costellazione di Orione, ipotesi che può essere validamente considerata pensando alla concreta posizione degli astri nella volta celeste in rapporto al polo dell’eclittica.

Per concludere penso si possa dire che per capire fino in fondo il pensiero cosmologico espresso da Edgar Allan Poe nei racconti fantastici e nel Gordon Pym si debbano citare proprio le parole di Poe come compaiono in uno dei suoi racconti fantastici che s’intitola “Silenzio”, in cui narra di una fiaba che viene raccontata dal Demonio.

Così dice il Poe:

“(…) Le acque del fiume sono tinte d’un malato color zafferano: ed esse non corrono al mare, ma palpitano in sempiterno. In sempiterno sotto l’occhio rosso del sole in un moto tumultuoso e convulso. Per miglia s’estende, su entrambi i lati del letto melmoso del fiume, un pallido deserto di gigantesche ninfee. Esse sospirano, l’una verso l’altra, in quella solitudine, e protendono verso il cielo i loro lunghi colli e spettrali, tentennando le teste immortali. E v’è un murmure indistinto che s’effonde frammezzo a loro, simile allo scorrere d’acque sotterranee. Ed esse sospirano l’una verso l’altra. Ma c’è un limite al loro dominio. Il limite dell’oscura, orrida ed eccelsa foresta. Colà, come l’acque d’intorno all’Ebridi, la bassa boscaglia è perpetuamente agitata. E per tutto il cielo non spira una bava di vento. E gli alti e primordiali alberi oscillano in sempiterno, qua e là, con uno scroscio possente. E dalle loro eccelse vette piovono, ad una ad una, stille d’eterne rugiade. E presso le loro radici, strani fiori avvelenati si torcono in un sonno inquieto. E nell’alto, con rovinoso fruscio, le grigie nubi s’avventano all’occidente in perpetuo, finché non cadono, come una cateratta, oltre l’infuocata parete dell’orizzonte. E in tutto il cielo non v’è bava di vento. E presso le sponde del fiume Zaira non v’è né quiete né silenzio (…)”

Così pure Poe si esprime nel suo racconto “La potenza delle parole” in cui immagina un dialogo sul significato dell’esistenza e della creazione tra due spiriti immortali:

“(…) OINOS Ma dal momento che ogni minuto che passa arricchisce la nostra conoscenza, non è inevitabile che tutte le cose ci siano svelate, infine? AGATHOS Spingi il tuo occhio fino in fondo all’Abisso! Che il tuo sguardo si sforzi di penetrare quelle innumerevoli prospettive di stelle; attraverso le quali noi stiamo lentamente planando…ancora…ancora e sempre! La visione dello spirito non è per nulla arrestata dalle mura d’oro che circondano l’Universo…da quelle mura che son costrutte da miriadi di corpi brillanti che il numero stesso ha fuso in un’unica sostanza? OINOS M’avvedo ora, e in tutta chiarezza, che l’infinito della materia non è un sogno. AGATHOS Non ci sono sogni in Cielo. E nondimeno noi abbiamo in questo luogo la rivelazione che l’unico destino di questo infinito di materia è di apprestare fonti perenni e infinite cui l’anima possa abbeverarsi ed alleviare la sete di conoscenza che è in essa… la quale sete è inestinguibile, dal momento che la sue estinzione starebbe a significare l’annientamento dell’anima medesima. Discutiamo, dunque, e senza timori, il mio Oinos. Vieni! Noi lasceremo alla nostra sinistra l’armonioso lustreggiare delle Pleiadi, e ci spingeremo, lungi dalla folla, nelle stellate praterie oltre Orione ove, in luogo di mammole e di viole selvatiche, troveremo i giacigli di soli triplici e tricolori (…)”.

Queste parole dimostrano che Poe vuole portarci per mano guidandoci attraverso un viaggio simbolico fra le stelle, in cerca del significato dell’esistenza e del significato stesso della Creazione e del Cosmo. Per compiere questo viaggio dobbiamo capire quali siano gli elementi cosmici che rappresentano la struttura del Tempo e del Cosmo stesso, voluti dall’Intelligenza Divina che ha dato origine a tutto questo con il suo pensiero, poiché le dimensioni nelle quali ci muoviamo sono proprio quella spaziale e quella temporale.
Soltanto al termine di questo viaggio, ormai trasfigurati, saremo pronti per entrare in una dimensione superiore che ingloba il Cosmo stesso.

È interessante notare come in questo contesto cosmologico la tesi di chi vuole vedere nel Gordon Pym un romanzo che mette in luce il viaggio simbolico per mare del protagonista, come un duro percorso di iniziazione che permette di giungere ad una più sublime dimensione dell’Essere, si fonde ed è complementare con la tesi del significato cosmologico legato al ciclo cosmico.

Perché il ciclo della vita umana legato alla nascita, morte, rinascita ad una dimensione superiore, ad un rinnovamento della propria vita, rappresenta la trasposizione nel microcosmo umano di ciò che accade nella Creazione e perché nel ciclo della Creazione abbiamo la nascita del ciclo, la fine dello stesso, per poi passare al nuovo ciclo, attraverso una palingenesi del Cosmo, che accade quando il cielo ritorna alla sua configurazione iniziale.

Tuttavia questo meccanismo cosmico non è felicità, così come non è felicità la nostra vita terrena, per la quale possiamo soltanto illuderci.

Là fuori, nella tenebra più buia, nel fondo della notte oscura, c’è solo tempesta e il fragore degli alberi di cui ci parla nel racconto “Silenzio”, e lo scroscio delle ninfee che tentennano le loro teste, mentre nel cielo non c’è un alito di vento. Il Cielo è qualcosa di sovrumano, che sfugge alla comprensione della mente umana, così come i suoi misteri.

Poe vede in questa tenebra oscura l’immagine degli alberi primordiali che oscillano per l’eternità mentre nel dialogo di Agathos e Oinos ci chiede di fare uno sforzo per gettare il nostro sguardo oltre l’Abisso, in cui riusciremo a vedere le stelle.

Gli strumenti di pensiero che utilizza sono gli stessi precessionali del Gordon Pym e degli altri racconti; l’Abisso e la struttura portante del Cosmo (nell’immagine dell’albero che oscilla in eterno).

Questo meccanismo cosmico quindi genera dolore, angoscia, obbliga gli esseri umani a compiere un viaggio difficile (che è quello dell’esistenza) ed è contro questa macchina cosmica, che ha avuto origine all’inizio dei tempi, che dobbiamo lottare per accedere all’Eternità.

In un certo qual senso il messaggio di Poe in questi scritti è lo stesso esposto in modo esemplare dall’altro grande scrittore Herman Melville nel suo Moby Dick.

In questo viaggio compiuto dal Gordon Pym e dagli altri protagonisti dei racconti fantastici viene messo in luce il destino escatologico dell’Uomo, il cui viaggio verso l’ignoto ha come meta finale la speranza di raggiungere una dimensione superiore che è quella dell’eternità, a cui si contrappone la paura di essere annientati nel nulla.

Forse, oltre quella cortina di vapore grigio che rappresenta i contorni dello spaventoso vortice che ci inghiotte e che si apre nella tenebra più buia, c’è una speranza… ed essa è insita proprio nel meccanismo cosmico stesso che si apre su una dimensione a noi sconosciuta in cui c’è la salvezza.

Riferimenti bibliografici

E. A. Poe, Le avventure di Gordon Pym, Ed. Mondadori 1981
E. A. Poe, Racconti, Ed. Garzanti 1974

Fonte: www.edicolaweb.net

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Il senso della visione nella poesia hermetica di William Blake

di Antonio D’Alonzo

Fino a qualche tempo fa, William Blake era sempre stato considerato un grande poeta visionario, oltre che un eccentrico ribelle. La critica letteraria era quasi unanime nel rintracciare nella sua poesia il filo rosso che la univa con i grandi poeti romantici inglesi, come Byron, Shelley, Keats, facendo così di Blake un antesignano pre-romantico, se non addirittura uno dei primi esponenti della corrente. In fondo, in quell’epoca che avrebbe percorso il sentiero che portava all’arroccamento dell’Io nella propria interiore liricità, non poteva certo suscitare scalpore tra i letterati, uno stile di vita anticonformistico, così come il parossismo di certe visioni; l’enfasi era la norma e il riflesso dello spirito del tempo, non certo un’eccezione. Tuttavia, nel novecento si andava delineando anche una chiave di lettura parallela- piuttosto che alternativa – che vedeva nella poesia blakeiana, non solamente i germi del successivo “Io poetante” ottocentesco, ma anche un rimando a suggestioni appartenenti al mondo dell’arcano. T.S. Eliot, ad esempio, fu uno dei primi a tentare di superare la facile lettura del “Blake visionario”, provando a riconoscere nelle sue opere i rimandi e le suggestioni della letteratura mitologica. (tuttavia, Eliot, essendo un uomo di fede, si arrestò di fronte alla possibilità di rintracciare nella poesia e nelle incisioni blakeiane dei simboli appartenenti a delle tradizioni apertamente sconfessate dalla dottrina cristiana). In ogni caso, questa tendenza iniziò a diffondersi e a trovare proseliti anche tra altre personalità della cultura accademica. Si rilessero le sue poesie e si osservarono le sue incisioni con un interesse più marcato a quegli aspetti simbolici e allegorici che potevano rivelare l’influenza, in essa, delle correnti esoteriche occidentali. Ovviamente questo non significa che non esistessero già da tempo delle private letture esoteriche della poesia blakeiana, ma soltanto che fiorirono una serie di studi accademici su questa tendenza, principalmente nel secolo scorso.

William Blake (1757-1827), fin dalla prima infanzia sembra essere afflitto da delle strane apparizioni. All’età di quattro anni, ebbe la sua prima visione: Dio stesso che gli appare alla finestra. Compiuti gli otto anni, le allucinazioni diventarono ricorrenti; raccontò alla madre di aver visto il profeta Ezechiele sotto un albero. Anticipando curiosamente in qualche similitudine il celeberrimo caso clinico freudiano dell’uomo dei lupi, sempre nello stesso anno, sostenne di aver visto degli angeli sugli alberi . A dieci anni, Blake comincia a scrivere le prime poesie e dimostra anche la sua attitudine verso il disegno; frequenta una scuola artistica e compie le sue prime letture giovanili: la Bibbia, Milton, Shakespeare, Dante. A quattordici anni inizia ad interrogarsi sul tema biblico della Caduta. A ventun anni s’iscrive alla Royal Academy e si specializza nella tecnica dell’incisione. Blake, racconta che suo fratello, morto qualche anno prima, gli appare in sogno e gli insegna come incidere sullo stesso foglio, poesia e disegno. La scrittura ed i disegni sono trattati sul rame con un liquido che ha la capacità di resistere agli acidi; tutto il resto della lastra, viene invece attaccato dall’acido, in modo che si producano delle incisioni in cui il disegno e la poesia restino in rilievo. Blake, nel 1795, realizza una serie di dipinti ispirati alle sue tematiche preferite: Elia sul Carro di Fuoco, Newton, La casa della Morte, Elohin che crea Adamo. Negli anni successivi continua a raffinare la sua tecnica, ed incomincia ad assaporare il gusto di una discreta notorietà sia come artista di tempi apocalittici e profetici, che come poeta: escono i suoi Canti d’innocenza e d’Esperienza. Wordsworth, darà un giudizio curioso su Blake, dichiarandosi certo della sua pazzia, nondimeno dichiarandosi interessato ad essa più della salute di Byron e di Walter Scott. Nel 1782 sposa Catherine Boucher, ed i due iniziano una vita coniugale alquanto eccentrica, anche in quell’epoca che aveva conosciuto l’egocentrismo bizzarro di Byron e di Shelley. Un amico comune di Blake e Catherine riferisce di averli sorpresi un giorno nudi nel giardino della loro casa, mentre incuranti di essere osservati, impersonavano le parti di Adamo ed Eva, e William recitava dei passi del Paradiso Perduto di Milton. In questo periodo, Blake continua, tuttavia, con pieno vigore la pubblicazione delle sue opere. Nel 1784, una stamperia aperta in comproprietà con un amico, porta Blake finanziariamente quasi sul lastrico; è questo un periodo di grandi difficoltà per il poeta segnato anche dalle incomprensioni con i suoi occasionali mecenati, anche per via delle sue simpatie rivoluzionarie. Riesce comunque a terminare la pubblicazione e l’incisione dei suoi Libri Profetici. Nel 1793, Blake dichiara apertamente il suo favore per i moti della rivoluzione francese, rifiutandosi di diventare maestro di disegno per la casa reale. Nel 1797, va incontro ad un ulteriore insuccesso nel pubblicare le tavole dei Nights Thoughts di Edward Young. Nel 1803, un soldato del Reggimento dei Dragoni, sorpreso da Blake nel giardino di casa e buttato fuori con violenza, lo denuncia con l’accusa di aver gridato frasi ingiuriose contro il re. Blake, comunque, sebbene con difficoltà riesce ad essere assolto. Nel 1827, il poeta muore a Londra. Blake, nella sua opera si presenta subito, come un acerrimo nemico del razionalismo dei Lumi e un fautore dell’immaginazione, concepita come una facoltà in grado di creare e di operare “magicamente”. Già da questa predilezione possiamo notare l’impronta teosofica, che conferiva una grande importanza a questa facoltà, ritenuta capace di disvelare all’uomo i mondi superiori divini (l’immaginazione rivestiva lo stesso importante ruolo nel paracelsismo, corrente che storicamente precede la teosofia, e che trasmette questa concezione a quest’ultima).Del resto, Blake è da subito influenzato dal pensiero di Jacob Boehme (1575-1624) e soprattutto da quello di Emanuel Swedenborg (1688-1772): in particolare la dottrina di quest’ultimo fu condivisa apertamente dal fratello di Blake, che entrò a far parte della cerchia dei fedeli nella “chiesa swedenborghiana”. Si deve ricordare che Swedenborg rimase storicamente un po’ più marginale alla teosofia, di Boehme, la cui ascesa coincise con il massimo fulgore della corrente. Del resto il pensiero di Swedenborg ricevette forse della linfa vitale da questa marginalità, andando ad influenzare ecletticamente ambiti che eccedono le stesse correnti esoteriche occidentali; di sicuro Swedenborg è un pensatore di passaggio tra la ricezione della teosofia boehmiana e quelle di Martines de Pasqually, Saint Martin, Friedrich Christoph Oetinger. Ovviamente, questa “perifericità” non intacca l’importanza essenziale che ha il pensiero di Swedenborg per la studio delle correnti esoteriche occidentali, perché vi sono pensatori di passaggio destinati comunque a lasciare il segno. Blake, nei suoi Canti d’Esperienza, fa immediatamente suo questo ripudio del meccanicismo newtoniano e del razionalismo lockiano. I versi dedicati all’agghiacciante bellezza belluina della tigre, rivelano che ci troviamo di fronte ad un’energia primordiale, al Chaos sive forma, in cui ciò che ribolle sono le forze elementari della Natura:

Tigre! Tigre! Che bruci luminosa/ nelle foreste della notte, / Quale fu l’immortale mano o l’occhio/ Ch’ebbe la forza di formare/ La tua agghiacciante simmetria? In quali abissi o in quali cieli / Accese il fuoco dei tuoi occhi? / Sopra quali ali osa slanciarsi?/ E quale mano afferra il fuoco?

La Tigre che brucia “luminosa nelle foreste della notte” è appunto questa facoltà essenziale e primordiale, l’immaginazione perduta in seguito alla Caduta, ma anche occultata dal razionalismo illuminista. “Le foreste della notte”, simboleggiano il profondo, il rimosso, ma anche ovviamente la contrapposizione alle illusioni dell’Aufklarung, del rischiaramento positivista. Leggiamo nel passo successivo come quest’energia sia in realtà un archetipo:

Quali spalle, quale arte / potè torcerti i tendini del cuore?/ E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito, / Quale tremenda mano?/ Quale tremendo piede?/ Quale mazza e quale catena?/ Il tuo cervello fu in quale fornace?/ e quale incudine? / Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

La Tigre, archetipo allegorico della immaginazione originaria, è stata creata da un demiurgo estremamente potente, perché la sua genesi richiede un complesso di qualità “terribili” e titaniche che l’artefice proietta nella creatura. L’immaginazione creatrice, quindi appartiene alla Tigre come al demiurgo, perché il secondo ha trasposto nella prima i suoi poteri divini. Rispetto alla dicotomica separazione hobbesiana del regno della natura (“homo, homini lupus”) dall’ordine statale, dove nella prima si scatenano le bestiali compulsioni naturali, nella Tigre blakeiana accanto all’energia primordiale è presente anche l’afflato demiurgico. La Tigre, allora non è solamente l’archetipo della ferocia distruttrice, ma anche del potere dell’Immaginazione creatrice. Pensare la Tigre, non aiuta solamente a liberare le compulsioni del rimosso, ma anche ad evocare questa forza, questa energia che apre le porte alla percezione sovrasensoriale:

Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa veramente è, infinita

Blake quindi aderisce alla classica dottrina platonica dei due mondi, ma a differenza del filosofo greco, ritiene che sia l’Immaginazione la facoltà, che contrapponendosi all’inganno dei sensi, può condurre l’uomo alla conoscenza assoluta. L’Essere divino si svela nel linguaggio del poeta e dell’oracolo, e solo in questo modo, per Sua Volontà può avvenire la gnosi: ma l’uomo deve aver risvegliato ed esercitato quella facoltà divina per accedere all’infinito. Chiunque possieda quest’Immaginazione è in grado di superare sia l’illusorio mondo della materia (“nelle epoche dell’immaginazione, questa ferma convinzione spostava le montagne” ), che l’astrazione della legge morale, da Blake identificata con la sottomissione passiva alle regole della ragione. Per certi aspetti, Blake si rivela quindi uno dei primi “immoralisti”, precursore dei vari Byron, Shelley e Nietzsche, mentre la concezione demiurgica dell’Immaginazione lo allontana, viceversa, dal glaciale e iper-razionale universo sadiano. Sull'”immoralismo” blakeiano ritorneremo in seguito; per il momento continuiamo ad intrattenerci su questo potere della visione che alberga nell’animo del poeta, mentre è latente in quello dell’uomo comune. Per Blake, quindi, l’Immaginazione permette all’uomo di ricongiungersi, almeno per un momento, con l’Universale, riconoscendone l’affinità con la propria natura. Al contrario, sia l’empirismo filosofico sia la matematica applicata sono da Blake svalutati, perché circoscrivono le loro competenze al campo fenomenico, e si privano così della possibilità di oltrepassare il mutevole mondo del divenire, aprendosi contemporaneamente al mondo delle essenze. In questo senso si comprende allora il biasimo di Blake verso Bacone, Newton, Locke, Voltaire, Rousseau: tutti strenui difensori della ragione, tranne l’ultimo- che però in quanto padre del romanticismo- tenderà a cadere nell’eccessiva idealizzazione del regno naturale. Del resto non è certamente la filosofia dei Lumi o il pre-romanticismo di Rousseau a catalizzare il pensiero di Blake:

Poiché un nuovo cielo è incominciato, e sono passati dal suo nascere trentatré anni, l’Eterno Inferno rivive. Ed ecco! Swedenborg è l’Angelo seduto sulla tomba; sono i suoi scritti quel lenzuolo piegato. Ora domina Edom, e Adamo fa ritorno in Paradiso: vedi Isaia, Capp. XXXIV e XXXV

Abbiamo ricordato come Swedenborg possa essere considerato- pur appartenendo a pieno titolo la terza parte della sua speculazione all’universo teosofico- come un autore che segna un passaggio tra una fase e l’altra nella storia della teosofia, vale a dire da Boehme a Martines de Pasqually e Saint Martin. In effetti, le prime due fasi della sua produzione sono consacrate ad interessi che eccedono l’ambito di ricerca dei teosofi: dapprima Swedenborg si dedica alla filosofia scientista e razionalista, poi approda al neoplatonismo che lo porta ad interessarsi agli aspetti visionari e ascetici della mistica.

Successivamente, ed è questo il terzo periodo, aderisce all’impianto concettuale teosofico. Caratteristico del pensiero di Swedenborg è il dualismo manicheo che sboccia in una nitida visione soteriologica: il Male è il peccato che trasforma l’anima intuitiva in coscienza razionale; la storia è la dissoluzione progressiva della prima chiesa, che raggiunge la sua punta di massimo oblio e corruzione nell’età moderna, per essere infine destinata a realizzare l’avvento di una nuova unione spirituale dell’uomo con Dio, in cui la scissione è superata. Il Bene quindi è quella scintilla intuitiva originaria e divina, il Male è la deriva razionalista. Troviamo nel pensiero di Swedenborg i capisaldi caratteristici del pensiero esoterico, cominciando dall’idea delle corrispondenze universali tra macro e microcosmo. Idea che conduce ad una pratica delle stesse, quindi il mondo della materia è ricco di segni e tracce di quello divino. Sono presenti anche tutti gli altri assunti: la Natura vivente, il valore dell’immaginazione e della meditazione, ecc. Blake, senz’altro condivide tutto questo: ma ci sono dei punti in cui il suo pensiero si differenzia nettamente dalla dottrina swedenborghiana. . Leggiamo, il successivo passo della poesia:

Senza Contrari non c’è progresso. Attrazione e Ripulsa, Ragione e Energia, Amore e Odio sono necessari all’Umana esistenza. Da questi contrari scaturisce ciò che l’uomo religioso chiama Bene e Male. Bene è la passività che obbedisce a Ragione. Male è l’attività che scaturisce da Energia. Bene è il Cielo. Male è l’Inferno

A prima vista sembrerebbe di essere alla presenza di una sorta di dialettica hegeliana intrinseca al divenire. Per Hegel, i contrari sono necessari al superamento del presente e coincidono con lo stesso moto storico. Tuttavia, in questo passaggio non appaiono richiami all’aufhebung, alla negazione della negazione, per questo sarebbe forse più plausibile pensare ad una specie di proto “dialettica aperta” o “negativa”: si parla sempre di contrapposti (Amore e odio, ecc.), ma manca il terzo termine della sintesi che raccoglie e supera la scansione dei primi due. Tuttavia, possiamo senz’altro mantenere come punto fermo della visione blakeiana il superamento del rigido manicheismo swedenborghiano: per il poeta inglese il dualismo diventa inerente al tessuto ontologico del Reale. Per Swedenborg il Bene ed il Male sono drasticamente separati, ed il cammino dello Spirito verso la salvezza è orientato unilateralmente. Nemmeno per un istante Swedenborg contempla la possibilità che nel Male sia contenuto un riflesso del suo opposto, che sia possibile una redenzione finale anche del negativo: non a caso intitola la sua opera Cielo e Inferno, mentre viceversa Blake postula letteralmente la possibilità di un Matrimonio tra i due termini antitetici. Nella successiva Jerusalem, il poeta inglese suggerirà che “l’Inferno è aperto al Cielo”. Per Blake il Bene è la passività della Ragione, il Male invece è l’attività straripante Energia; ma appare evidente che siamo in presenza di un rovesciamento ironico in cui la preferenza va piuttosto a quest’ultimo polo. Non a caso il capitolo successivo di Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno è intitolato Proverbi Infernali. Ritroviamo la stessa ontologia energetistica, anche nel passo successivo a quello sopra riportato, in cui Blake si abbandona ad enunciare questa sorta di “rivelazione” satanica, emblematicamente denominata La Voce del Diavolo (molti sedicenti “satanisti”, anche contemporanei, che amano pubblicizzare le loro letture, in particolare quella di una presunta “Bibbia satanica”, in realtà si stanno riferendo per lo più a questi passi di Blake. In particolare, l’organizzazione dei Bambini di Satana, diretta dal discutibile Marco Dimitri, fa sovente riferimento alla concezione energetistica di Blake- oltre che alla solita lettura contraffatta di Nietzsche).

Tutte le Bibbie, codici sacri, sono state causa dei seguenti errori 1. Che nell’Uomo ci sono due principi reali di esistenza, cioè un Corpo e un’Anima. 2. Che l’energia chiamata Male, procede solo dal Corpo, che la Ragione, chiamata Bene, procede solo dall’Anima. 3. Che Dio in eterno torturerà l’Uomo avendo egli seguito le proprie Energie. Ma seguenti Contrari a tali Errori sono Verità: 1. Nell’Uomo non c’è un Corpo distinto dall’Anima; il cosiddetto Corpo è una parte dell’Anima che i cinque Sensi, maggiori antenne dell’Anima in questo evo, discernono. 2. Solo l’Energia è vita, e procede dal Corpo; la Ragione non è che il confine o il cerchio esterno dell’Energia. 3. L’Energia è l’Eterno Piacere.

Certamente siamo in presenza di una sorta d’immoralismo, che potremmo definire pre-nietzscheano; le categorie concettuali di questo passo sembrerebbero appartenere alle successive lebenphilosophie d’inizio secolo: l’ideale ascetico propugnato dal Cristianesimo appare così come una mortificazione degli istinti vitali, a cui solo la riscoperta delle forze primarie e la corrispettiva liberazione delle compulsioni inibite, può porre rimedio. Ma le antitesi blakeiane corpo-ragione, ideale-vita si arricchiscono di tutto un impianto mitico attinto dalla letteratura cabbalistica, gnostica, catarica. Albione è l’Uomo Eterno, primogenito, l’Uno-Tutto, smembratosi nella Caduta nei quattro elementi (Zoa) che abitano all’interno del macro-microcosmo: Urizen, l’intelletto, Luvah, l’emozione, Tharmas, la sensazione, Urthona, l’immaginazione. L’Uomo Eterno, in un primo tempo appartiene alla categoria degli Eterni ed è quindi solo uno degli elementi dell’Universale, ma in una successiva versione del mito s’identifica integralmente con quest’ultimo. Nelle mitologie, le successive riletture operate sull’originale devono essere considerate come effetti inevitabili della circolarità del processo interpretativo; la trasmissione orale stratifica il significato primario in significanti addizionali, destinati a sovrapporsi irreversibilmente ai segni originari. Secondo la prima versione, l’Uomo Eterno si stacca e cade dall’Unità Divina: successivamente gli altri Eterni cercheranno di ricondurlo nel seno di questa; nella seconda, l’Uomo Eterno può essere identificato con l’Adam Kadmon dei cabbalisti, oppure con l'”Uomo esemplare” di Boehme, o con “Uomo” di Swedenborg. Comunque in tutte e due le versioni del mito, sono gli Zoa – guidati dalla ribellione di Urizen – a provocare la Caduta dell’Uomo Eterno: si formano così queste quattro facoltà dalla disintegrazione dell’Intero, ma è la fredda e gelida ragione prometeica la vera radice del Male. I quattro Zoa assumono altri nomi nel regno del divenire: Urizen diventa Satana, Luvah si chiama Orc, Tharmas diventa Cherubino e Urthona, Los. La lotta è ora soprattutto tra Urizen-Satana e Urthona-Los: il primo ha infranto la Divina Totalità e nell’autocoscienza dà origine al mondo della Caduta. Nel riconoscimento della propria individualità distinta dal Tutto, Urizen genera le dicotomie dell’illusione fenomenica: la separazione dei sessi, la nascita e la morte, il tempo. Infatti, in un curioso slittamento di significato Los – identificato con il Tempo – si presenta ora come lo stesso figlio di Urizen e contribuisce fattivamente alla progettazione demiurgica del mondo. Ma contemporaneamente si contrappone radicalmente al principio dell’intelletto raziocinante e normativo, incarnato da Urizen:

Urizen giaceva nelle tenebre e nella solitudine, incatenato nella mente Los afferrò il suo Martello e le sue Tenaglie: si mise al lavoro alla risoluta sua Incudine. Fra Rocce Druidiche indefinite e nevi di dubbio e di dialettica (da “Milton”).

Urizen, Causa Prima del mondo materiale, è condannato lui stesso all’aridità cognitiva e alla morale repressiva imposta alle sue creature; è prigioniero dello stesso universo autoritario e gelido, generato dalla sua ribellione individualistica e da pulsioni emancipatrici.

Los è il Tempo, uno dei due figli o poli in cui Urizen si scinde – l’altro è lo Spazio simboleggiato da Enitharmon, principio femminile al contrario del maschile Los – entrambi determineranno le dimensioni esistenziali della nostra esperienza fisica. Come Prometeo, anche Urizen è mosso dallo stesso sentimento di insofferenza verso l’Ordine costituito, verso la Totalità. Mentre Prometeo disubbidisce al volere di Zeus e ruba la folgore per donarla agli uomini, Urizen afferma la propria volontà di potenza contro l’Unità Indivisa dell’Uomo Eterno: entrambi paladini della ragione strumentale contro l’amorfo ordine della metafisica. L’uomo sarebbe allora, quasi costretto dalla sua stessa essenza a trasgredire e ad assaggiare il frutto della Conoscenza. Nel morso di Adamo al pomo proibito, come nel furto di Prometeo o nella volontà di potenza di Urizen è celato il destino della violenza umana come lacerazione dell’ordine divino. Una prima riflessione s’impone allora.

Malgrado tutte le cosmogonie e le metafisiche della storia, questo strappo, questa volontà-di-lacerazione fa parte dell’essenza propriamente umana? Potrebbe l’uomo non strappar-si dall’Ordine costituito e vivere così inconsapevolmente come le bestie e gli angeli, accontentandosi della propria sorte? Oppure nella storia umana è celato un disegno faustiano che porta gli umani a ripudiare anche i cancelli dell’eden, in favore dell’autocoscienza? Abbiamo quindi visto che Los rappresenta il Tempo. In particolare, secondo Sloss-Wallis, Los avrebbe la funzione di “fissare” i mutamenti di Urizen, secondo una scansione temporale in grado di infrangere l’orizzonte inviolato delle possibilità infinite degli Eterni . Sloss-Wallis rovescia l’impianto classico della metafisica, perché adesso non è più il divenire a sciogliere la rigidità monista dell’Essere, a relativizzare la valenza ontologica dell’istante nel suo superamento diacronico. In altre parole, secondo questa lettura, il divenire non si limita a contestualizzare e a relativizzare l’accadere, ma al contrario conferisce densità al significato, traccia l’irreversibilità del dispiegarsi nell’evento.

L’insegnamento di Los è che il nostro tempo non deve essere letto come espressione della finitezza terrena, per questo nel fiume eracliteo tutto diviene e non è possibile bagnarsi due volte di seguito nelle stesse acque. Ma, viceversa, come restringimento dell’orizzonte del destino esistenziale, perciò la scelta di una determinata possibilità comporta per converso l’esclusione di altre e la concatenazione di successivi eventi. Nel recente film Sliding Doors, la vita futura della protagonista dipenderà dal fatto se riuscirà o no a prendere la metropolitana. È evidente che in quest’ultimo caso diventa più difficile parlare di scelta quando ci troviamo di fronte ad un evento aleatorio, come un ritardo di fronte alla partenza di un treno; ma in fondo, secondo questa concezione, alla radice della concatenazione di eventi ineluttabili c’è sempre un gesto o un atto arbitrario. Il battito delle ali di una farfalla nella foresta equatoriale che provoca un terremoto a Los Angeles, così come un passo più veloce per correre all’appuntamento con il treno del destino: si decida di chiamarlo Moira o Karma. Del resto anche il procrastinare la scelta delle possibilità è comunque una scelta. L’esteta kiekegaardiano o il musiliano uomo senza qualità, scelgono la possibilità della possibilità, il rinvio, la possibilità fine a se stessa. Ma comunque sia, questa scelta comporta la possibilità di sottrarsi ad altre possibilità, come la vita etica o l’impegno politico, ad esempio. È comunque uno smacco, perché come sosteneva Heidegger è la dimensione stessa della finitezza umana, l’essere-per-la-morte, a impedire all’uomo di sottrarsi al tentativo di progettare il proprio esistere (ancora: il progettare di non fare progetti è autoreferenziale, perché è comunque un progetto. Si tratta di un circolo vizioso del pensiero). Los, quindi per Blake simboleggia il Tempo che segna la scansione del punto di non-ritorno (“è così ormai, e non può più essere altrimenti”), ma contemporaneamente anche lo Spirito della Profezia, la certezza che il gelido e arido mondo della materia determinato dalla scissione di Urizen è destinato a finire. Los è la Visione profetica che arriva ad avvertire gli uomini che stanno per essere sciolti dai legacci raziocentrici e dall’inganno dei sensi. In altre parole, Los è per Blake quella stessa immaginazione creatrice o capacità visionaria che pone fine alla Caduta nel mondo della materia. La Visione è quindi connaturata al Tempo che annuncia la profezia: del resto è Los che genera il mondo, sotto la costrizione di Urizen. Ma che funzione ha nel cosmo mitico blakeiano l’altra categoria della nostra esperienza, Enitharmon, lo spazio? Enitharmon, il principio femminile della cosmogonia, si è scissa da Los all’inizio della lacerazione originaria di Albione, l’Uomo Eterno. L’Androgino, fusione perfetta dei due sessi, si lacera in due principi, Los ed Enitharmon, il Tempo e lo Spazio. Enitharmon, lo spazio, è in fondo il principio d’individuazione che conferisce il sesso e la personalità agli esseri viventi. Essa incarna anche, in quanto principio femminile, l’inganno dei sensi e la morale repressiva. A prima vista, la lettura blakeiana di Sloss-Wallis sembra cadere in un evidente ossimoro, perché non si può nascondere la radicale contrapposizione del binomio sensualità-legge. Esiste una fiorente tradizione letteraria che assimila la donna ad un dono, ad un frutto della Natura. La donna dal corpo “sessuato”, che scioglie le trecce nei fluenti capelli che cadono in basso e richiamano il radicamento alla Terra. Le lunghe chiome simboleggiano le radici, l’attaccamento al Suolo, al mondo della Natura. Secondo Kierkegaard l’uomo è un principio dello spirito, perché tende sempre all’assoluto, mentre la donna ha la semplice funzione di distoglierlo dalla contemplazione delle Vette, perché il suo corpo sensuale richiama alla semplicità ed alla naturalezza del creato . Ovviamente si tratta di una lettura che risente degli ingenui stereotipi del tempo; nessuno oggi potrebbe più sostenere una simile tesi. Tuttavia, all’epoca di Blake queste concezioni erano molto radicate; ed inoltre l’arte classica, avvalendosi anche della letteratura mitologica, ha raffigurato a lungo la donna come una ninfa che si bagna nei ruscelli, o come una fata incantatrice in possesso dei segreti della natura, perché lei stessa figlia di quest’ultima. Donne erano anche le menadi che danzavano tutta la notte nei boschi in onore di Dioniso, così come donne erano anche le seguaci di Orfeo e le prime streghe medioevali. Non si deve dimenticare che l’idealizzazione della donna come “dono della natura”, risente profondamente dell’importanza assunta da questa nel neolitico in coincidenza con la scoperta dell’agricoltura. Eliade descrive molto bene la rivoluzione culturale, sociale e religiosa, che porta ad assimilare il lavoro agricolo al rinnovamento ciclico del cosmo, al ritmo delle morti e delle rinascite che si susseguono incessantemente. La fecondità della terra viene allora equiparata simbolicamente a quella della donna, con conseguente identificazione della prima con la seconda e proiezione idealizzata dell’archetipo corrispondente: la Madre-Terra (Tellus Mater) D’altro canto, nell’era moderna la rigida educazione borghese impartita alla donna risentiva pesantemente di questo pregiudizio, perché serviva ad incanalare l’effluvio di compulsioni selvagge, ad “addomesticare” l’elemento sensuale che dimorava pericolosamente nella donna. Si trattava quindi di rimuovere la paura archetipa (la “Donna-lupo”, la “Donna-vampira”), così presente nella cultura letteraria del tempo. Nessun mistero allora che Enitharmon incarni sia l’inganno dei sensi sia la morale repressiva. Secondo Sloss-Wallis, Enitharmon genera tre figli: il “prete bicorne”, la “regina dell’arco d’argento”, il “principe del sole”. I tre rappresentano rispettivamente, la natura animale e la corrispettiva legge morale, la luna e la desolazione dello spirito (possibile interpretazione misogina del simbolo), ed infine il sole ed il brulicante calore dello spirito. La carne e lo spirito sono allora prodotti da Enitharmon, lo spazio, che riafferma il principio d’individualità, ponendolo però – in quanto madre – sotto la morale cristiana (Freud qui parlerebbe del conflitto tra l’inconscio e i meccanismi difensivi del super-io).Da quanto letto, Blake sembrerebbe allora suggerirci di cercare di superare la dicotomia sensualità-morale – le due facce della stessa medaglia – per scrutare il mondo vero delle essenze: “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza” Enitharmon e Los, Spazio e Tempo, s’innestano però all’interno di un progetto escatologico che ha come risultato la ritrovata armonia tra la natura spirituale e la natura intellettuale nell’Uomo Eterno, primordiale. La proiezione messianica, l’éschaton, è destinata a riguardare entrambe le polarità del principio d’interdipendenza universale, sul piano del macro come del microcosmo (Tavola Smeraldina: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto”). Nel macrocosmo la dilatazione del divenire arresterà la Caduta contraendosi in un segmento divino ed imperituro, che segnerà il ritorno del tempo mitico, ma questa volta eternamente e senza più sottostare alla fuga nel ciclo dell’anello eterno. L’avvento del ritorno dell’età dell’oro sarà definitivo e senza più il pericolo di altre discese cicliche, perché in quell’istante il tempo si dileguerà nell’immobile eternità del Regno. Ma anche sul piano microcosmico l’uomo ritroverà la sua essenza spirituale che l’arida ragione e l’insulso empirismo avevano imprigionato, consegnandola all’oblio. Ma l’importanza del progetto escatologico nella visione di Blake è attestato anche dalla subordinazione di Enitharmon a Los; lo spazio, semplice emanazione e scissione negativa, è destinato a non sopravvivere alla frantumazione del tempo profano nell’incontro con l’avvento dell’éschaton messianico.

Atterrito, Los si teneva ritto sull’Abisso, e le sue membra immortali crescevano mortalmente pallide; divenne ciò che guardava; per via D’un rosso Rotondo Globo che gli era grondato dal Seno nell’AbissoSoffrendo mortalmente che il Globo si sciolse in una Femmina pallida simile a nuvola che rechi neve: dalla sua Schiena allora un fluido azzurro trasudò che si formò in Muscoli indurendosi nell’Abisso tanto che si sciolse in una Forma Maschile urlante di Gelosia

È abbastanza chiaro il senso di questo passo. Los, il Tempo, il principio maschile, genera Enitharmon, lo Spazio, il polo femminile, che genera a sua volta una nuova forma maschile: è iniziato il processo del concepimento terrestre perché il primo uomo mortale è venuto alla luce. “Urlante di Gelosia”, perché ovviamente aspira a quel senso di totalità, a quel dimorare-presso-gli-dei che la Caduta gli ha impedito. Perché questa reintegrazione possa avvenire, perché si possano superare le categorie dello spazio-tempo, e riunirsi al Divino, è necessario che l’uomo potenzi la vis immaginativa e superi l’inganno satanico del mondo sensibile e le sue effimere lusinghe. I contrapposti Energia-Ragione, Anima-Corpo, sono entrambi necessari, perché senza di essi non c’è progresso: ma questo solo sul piano storico. Sul piano messianico, viceversa, entrambi devono essere superati in favore della facoltà dell’immaginazione attiva e creatrice, la sola in grado di accelerare il compimento di quel processo che avverrà comunque. È questo il vero senso della visione nella poesia di William Blake. Abbiamo visto quali siano le influenze esoteriche nella poesia di Blake. Principalmente il poeta attinge dai cabalisti la suggestione dell’Uomo Eterno- da lui ribattezzato “Albione” anziché Adam Kadmon- e anche l’idea che alcune parole siano dotate di un potere mistico (Fiat) in grado di incidere sul macrocosmo.

Abbiamo anche analizzato i suoi crediti dalla dottrina swedenborghiana, così come i suoi punti di divergenza. Prima di concludere, raffronteremo le elaborazioni di Blake anche con quelle dell’altro grande esponente della corrente teosofica: Jacob Boehme. In Boehme l’atto divino con il quale l’Assoluto esce dalla propria perfetta ed eterna unità (Padre) per manifestarsi come determinazione (Figlio) – attraverso l’Amore creaturale (Spirito) – è al contempo un’espressione della sapienza divina, un Mysterium Magnum, ma anche un’inevitabile allontanamento della Natura dal Principio. Dio riflette nella Natura le sue sette qualità, quest’ultima è quindi uno specchio divino, ma nello stesso tempo è anche separata e lontana da Dio a causa dell’atto di determinazione (Figlio). Ogni essere creato ha quindi in sé una duplice natura, il bene ed il male, e questo costituisce la cifra tragica della vita. Tuttavia questa tragicità non è radicale, perché mentre rivela all’uomo l’abisso della propria disperazione e limitatezza, getta al contempo anche la possibilità della redenzione. Se l’uomo assume su di sé il senso di questa tragicità, nella consapevolezza della scissione della propria anima nella polarità del bene e del male, allora assicura mediante un atto d’amore il suo ritorno a Dio. La volontà libera allora il suo anelito d’amore, e mediante la redenzione del Figlio, l’essere finito si ricongiunge al Principio Assoluto.

Questa dialettica degli opposti boehmiana, appare senz’altro eccessivamente edulcorata rispetto a quella che scaturisce dal torbido ribellismo di Blake. Fermo restando che anche per Blake la contrapposizione deve essere oltrepassata nella reintegrazione dell’origine, il poeta inglese – rispetto all’equilibrio “scolastico” della dottrina boehmiana – sembra prediligere uno slancio volontaristico e prometeico che Hutin non esita a definire nietzscheano . Blake non si limita ad interiorizzare la volontà in un atto d’amore, egli vuole superare immediatamente la dicotomia e pertanto si affida al potere del negativo, a quella “strada dell’eccesso” che forzando l’equilibrio dei contrapposti, si augura di riuscire a trasmutare dialetticamente l’opposto nel suo contrario (“il castello della saggezza”). Come nel Tantrismo – che certo non era sconosciuto al poeta inglese – si crede che la trasgressione reiterata e sistematica possa condurre prima alla sazietà ed alla nausea dell’eccesso ed infine alla Liberazione. Blake suggerisce questa via come una possibilità per ritrovare l’energia soffocata dai rigidi dettami morali della ragione repressiva; ma, come abbiamo visto, si tratta solo di un traguardo intermedio, perché il vero obiettivo non è la liberazione dei corpi, ma la restaurazione dell’Immaginazione creatrice. Egli oppone il corpo alla ragione per spezzarne il predominio, ma subito abbandona anche il primo in favore del potere della Visione. Blake aderisce invece alla dottrina boehmiana delle creazione per scissione atomistica di elementi che affermano la propria identità nella ribellione al potere omologante dell’Intero. L’anelito individualista è la causa della frantumazione originale che recide dall’Intero e proietta gli elementi nella corrosione della scissione dei due mondi, il sensibile e il sovrasensibile. Per Boehme, le creature che hanno deciso di piegarsi alla volontà di Dio sono angeli, mentre gli altri – i ribelli – sono demoni. Il gesto faustiano della resistenza all’Ordine divino, che allontana chi lo compie dal Principio, è caratteristico delle creature infernali, perché è frutto di una volontà di potenza non irradiata dall’amore: mentre solo la devozione e la sottomissione creaturale possono garantire il ritorno a Dio. Abbiamo visto che Blake non ha mai accettato quest’ultimo punto, tuttavia anche per lui la creazione nasce da un atto di rivolta individualista, quella di Urizen verso Albione. Gli Zoa si sono scissi dal morbido abbraccio panteista, facendoci precipitare nelle tenebre del mondo sensibile; ma all’Intero siamo comunque destinati a ritornare. Blake concorda con Boehme sulla diagnosi del male, per dissentire sulla scelta del rimedio terapeutico; ma su un punto si riconcilia con il secondo. La vera trasformazione interiore può avvenire solo in virtù della forza dell’Immaginazione creatrice: ed allora che si opti per l’amore o per l’eccesso, è la ritrovata capacità visionaria ad assicurare la reintegrazione nel Centro divino.

Bibliografia essenziale

1. W. Blake, Tutte le opere, varie edizioni
2. Gilchrist, The life of William Blake, Londra;
3. M. Wilson, The life of William Blake, Londra
4. Sloss-Wallis, The Prophetic Writing of William Blake… 2 vol.
5. Kierkegaard, Aut-Aut, Adelphi; Diario del seduttore, Mondadori
6. Eliade, Sacro e Profano; La prova del labirinto, Jaca Books
7. Hutin, Les disceples anglais de Jacob Boehme aux XVII°-XVIII siècles, ed. Denoël

Fonte: www.grandetriade.it