Il percorso dell’anima nei culti solari

di Alessandro Orlandi

Trattare approfonditamente il culto solare nelle diverse mitologie e religioni richiederebbe lo spazio di una enciclopedia. Basti pensare all’importanza del culto solare nell’antico Egitto, presso le civiltà mesoamericane (in particolare per gli Incas, i Toltechi e gli Aztechi), in India, nella civiltà Assiro-Babilonese, presso i greci, nella mitologie celtica, artica e nord asiatica, e al culto orientale del dio-Sole Mitra, che per alcuni secoli divenne la religione ufficiale dell’Impero Romano.

Ci limiteremo quindi in questo articolo ad alcuni aspetti del simbolismo solare e ad alcune civiltà più vicine alla storia dell’Occidente.

Alcune associazioni simboliche tra il Sole e qualità come selettività, coraggio, intelletto, chiarezza, creatività, immortalità, immutabilità sono pressoché universali. Le ultime due caratteristiche sono spesso alla base di proprietà meno evidenti, che molte civiltà (ad esempio i greci ed alcune tribù australiane) hanno attribuito al Sole. Poiché, a differenza della Luna, che nel corso di un mese muta il suo aspetto fino ad oscurarsi completamente, “morendo” e poi rinascendo, il Sole conserva, un giorno dopo l’altro, il suo aspetto immutato, gli viene attribuita la capacità di attraversare l’Oltretomba senza subirne le conseguenze, senza conoscere la morte. Quando il Sole cala oltre l’orizzonte, al tramonto, si immagina che attraversi il regno dei morti e, quando riappare all’alba, che ne sia uscito vittorioso e indenne. Spesso allora il Sole è visto come psicopompo, colui che accompagna le anime dal regno dei vivi a quello dei morti, dalla veglia al sonno e viceversa. Un analoga associazione viene fatta durante il corso dell’anno: dal solstizio di inverno a quello estivo le ore di luce crescono e, viceversa, dal solstizio estivo a quello invernale diminuiscono. Questo fenomeno naturale ha determinato una visione del microcosmo e del macrocosmo secondo la quale i solstizi sono due porte dalle quali la Luce e l’Ombra fanno irruzione nel mondo. Anche i 12 mesi dell’anno, in questa visione, vengono intesi come altrettante tappe che il Sole deve percorrere durante il suo percorso e le dodici costellazioni che sorgono all’orizzonte all’alba durante questi mesi, dall’Ariete ai Pesci, divengono simboli delle “prove” che il Sole dovrà superare per completare il suo cammino. Nella mitologia greca (ma anche in quella assiro-babilonese) l’uomo paragona se stesso al Sole: anche gli esseri umani nel loro cammino evolutivo (che comprende talvolta anche il percorso sotterraneo dell’anima nell’Oltretomba che condurrà alla rinascita) devono superare 12 prove indicate dai 12 segni dello zodiaco celeste. Chi riuscirà in questa impresa (le 12 “fatiche” di Ercole e di Gilgamesh) diverrà un eroe solare, conquisterà l’immortalità, avrà percorso vittoriosamente la via di integrazione dell’Ombra.

Si tratta del percorso di iniziazione ai culti solari: ognuna delle dodici prove è legata a una qualità che l’iniziato acquisirà solo dopo averla superata. Tracce di queste antiche credenze sono sedimentate nelle tradizioni e nel folklore popolari e in particolare nel culto del Natale, giorno della rinascita del Sole invincibile che riemerge dal mondo delle tenebre determinando una durata maggiore delle ore di luce che erano andate decrescendo fino al giorno del solstizio (il “Ramo d’oro” di Frazer è una vera e propria miniera a questo proposito). Nella tradizione alchemica occidentale le dodici stazioni del Sole hanno spesso questo stesso significato: sono altrettante porte che l’alchimista deve superare per conseguire la Grande Opera, altrettante trasformazioni che la Materia Prima dovrà subire prima di poter diventare Pietra Filosofale.

Si pensi ad esempio a trattati alchemici come “Le 12 chiavi della filosofia” di Basilio Valentino o alle “Dodici porte dell’alchimia” di George Ripley.

Anche la vita del Cristo (legato alla simbologia lunare, come del resto Osiride, per il suo destino di morte e resurrezione) è stata messa in relazione con questo simbolismo.

Le due porte dei solstizi hanno significati simbolici non troppo distanti tra loro sia nella tradizione cristiana che in quella induista: nelle Upanishad il solstizio di inverno viene assimilato alla porta dalla quale le anime dei saggi yogin escono dalla catena delle rinascite per non ritornare più in questo mondo, mentre la porta del solstizio di estate è quella che devono varcare le anime ancora legate a questo mondo “lunare” e illusorio per tornare a reincarnarsi in una nuova esistenza: “Prajapati è invero l’anno, due sono le sue vie: una verso il sud, l’altra che volge a nord. Coloro i quali considerano come atto il compimento dei sacrifici e dei doveri religiosi, costoro conseguono il mondo lunare e di nuovo tornano quaggiù. Questo è il motivo per cui i saggi che desiderano prole procedono per il cammino che mena a sud. La fruizione del mondo dei sensi è infatti la via dei padri. Coloro i quali, invece, avendo ricercato per la via del nord il proprio Sé mediante ascesi, studio, fede, conoscenza, conseguono il Sole; costoro invero non ritornano più quaggiù perché hanno raggiunto la sede dei soffi vitali che è l’immortalità, la non-paura, il fine supremo. Questa è l’estinzione del ciclo della rinascita.” [Prasna Upanishad 1.9 e 1.10]

Nella tradizione cristiana troviamo due porte che sono spesso rappresentate in bassorilievo sulla facciata delle cattedrali gotiche (ad esempio a Chartres). Una porta viene detta “della vergine folle”, raffigurata come colei che dissipa il contenuto di un calice rovesciandolo in terra, e una porta detta “della vergine saggia”, che ha cura del calice e ne custodisce il contenuto senza versarlo.

Si tratta di nuovo delle due porte solstiziali e quella legata al solstizio estivo è quella che si colora di significati negativi. René Guenon esaminò questo simbolismo delle due porte nella sua opera “I simboli della scienza sacra” dedicando anche un breve saggio alle due feste di san Giovanni, quella invernale e quella estiva.

La tradizione alchemica ha attraversato e si è intersecata con la tradizione e col simbolismo cristiano, come un fiume sotterraneo che a tratti ricompaia a cielo aperto. L’Opus alchemicum è noto come Opera del Sole e il segreto più gelosamente custodito tra quelli che gli scritti alchemici ri-velano è che esiste qualcosa che la Natura ha orientato verso l’esterno e che l’Arte alchemica deve rovesciare verso l’interno: “…L’esterno è portato all’interno, l’interno è manifestato all’esterno…per questo è chiamato Oro Probo” dice Isacco l’Olandese, e Huginus a Barma aggiunge: “A meno di non invertire l’ordine della Natura, voi non genererete dell’oro che prima non sia stato argento…Nulla di estraneo entra nella nostra Opera, essa non ammette e non riceve nulla che provenga da altrove”. Non per nulla l’Opera alchemica veniva anche denominata “Opus contra Naturam”. Scorgendo significati analoghi nel simbolismo cristiano, l’alchimista Esprit Gobineau de Montluisant in un suo trattatello sui bassorilievi della facciata di Notre Dame a Parigi, fa notare una strana inversione tra i segni zodiacali del Cancro e del Leone…

Si associano erroneamente le divinità solari solo alla luce, all’intelletto, alla forza vitale. Si dimentica che Apollo era anche dio dei serpenti, della mantica e degli oracoli enigmatici, della divinazione delle Sibille, era il dio che aveva il potere di diffondere le epidemie.

Nelle iniziazioni del mondo antico la via solare prevedeva una discesa nelle tenebre dell’Oltretomba e l’incontro con una entità pericolosa e tenebrosa che l’adepto doveva affrontare vittoriosamente.

Questa discesa veniva rappresentata ritualmente nell’antica Grecia con la danza del labirinto (cfr. K. Kerenyi, “Nel labirinto”). I danzatori percorrevano una spirale concentrica che conduceva al centro del labirinto tenendo in mano una corda che rappresentava un raggio di sole. Le volute del labirinto, i cerchi concentrici della spirale, non erano altro che una rappresentazione simbolica degli archi descritti dal sole nell’avvicendarsi dei giorni, sempre più piccoli man mano che si procede dal solstizio estivo a quello invernale. Al centro del labirinto c’era il Minotauro ad attendere i danzatori ed aveva luogo una lotta rituale che terminava con la sconfitta dell’essere teriomorfo. Uno psicanalista junghiano oggi direbbe che la lotta terminava con l’integrazione del principio ombroso e ctonio della personalità, incarnato dal Minotauro. Poi i danzatori cambiavano senso di rotazione, la spirale si svolgeva e si allargava e, alla fine, si trasformavano in gru (la danza prendeva, appunto, il nome di “Danza delle Gru”) e volavano verso il giardino delle Esperidi dove si cibavano delle mele dell’immortalità. Chiunque abbia visitato il museo di Atene sa che sui vasi funerari appaiono labirinti, doppie spirali, uccelli palustri e svastike. Questi simboli alludono alla Danza delle Gru, che riguardava sia gli iniziati ai Misteri che coloro che varcano i cancelli dell’Ade e affrontano l’Oltretomba. Le svastike sono solo una variante del simbolismo di cui abbiamo parlato, perché, a seconda del senso di rotazione, rappresentano l’avvolgersi della spirale e l’incontro col princìpio oscuro, ossia il cammino del Sole dopo il solstizio estivo, oppure il suo svolgersi, che ha termine col volo delle gru verso le Esperidi.

Anche nei Misteri di Dioniso e di Osiride questi dèi conoscevano un destino di morte e resurrezione, di smembramento e ricostituzione delle parti e, nel caso di Dioniso, l’artefice della rinascita del dio era suo fratello Apollo, il Sole [1]. E’ probabile che le dodici fatiche di Ercole fossero anche le dodici prove che gli adepti dovevano affrontare prima di potersi dire iniziati. Si tratta quindi di dodici allegorie che parlano all’anima attingendo il loro significato da ciò che accade alla terra durante l’avvicendarsi delle stagioni. Nel linguaggio dei simboli il mondo è un “Mutus liber” che parla all’eroe solare indicandogli la via verso la Liberazione [2].

Ritroviamo gli stessi temi anche nel culto Mitraico, culto solare per eccellenza nel mondo antico.

Tra il II e il III secolo D.C. il mitraismo era diventato il culto ufficiale dell’Impero romano (per lo meno dell’esercito romano) e Franz Cumont, uno dei maggiori storici del mitraismo, scriveva, citando Ernest Renan, che “se il cristianesimo non fosse mai nato, oggi l’umanità sarebbe mitraica”. Nel culto di Mitra, che aveva origini persiane, l’universo era teatro di una lotta titanica tra le forze del bene, impersonate dal dio del cielo Ahura Mazda, e le forze del male e delle tenebre, impersonate da Ahriman. L’uno e l’altro disponevano, rispettivamente, di schiere di angeli e demoni. Mitra era un dio del sole interiore, schierato con le forze angeliche della luce contro le tenebre e il male. Questo carattere “guerriero” della teologia persiana contribuì a determinarne il successo presso i militari romani. Mitra faceva parte di una trinità con Cautes e Cautopates, i dadofori o portatori di fiaccola, due “doppi” di Mitra raffigurati uno (Cautes) con una fiaccola alzata e un gallo (alba, primavera-estate, giovinezza, crescita e maturità), l’altro (Cautopates) con la fiaccola abbassata e uno scorpione (tramonto, autunno-inverno, vecchiaia, declino e morte). Il culto mitraico si configurava come una vera e propria religione dell’astrologia e gli dèi venerati erano i dodici segni dello zodiaco , i sette pianeti allora noti, le quattro stagioni e le personificazioni delle varie suddivisioni del tempo (secoli, anni, mesi, stagioni, ore). Maestro del Tempo e dei suoi cicli era un dio chiamato Zurvan, o Saeculum, o Aion o Cronos, rappresentato come un uomo alato con la testa di leone, che aveva in una mano un fulmine e nell’altra le chiavi che aprono le porte del cielo. L’ascesa dell’anima, l’attraversamento delle porte dei cieli, era spesso simboleggiata nei templi da una scala con otto gradini, ognuno di un metallo diverso. Questa stessa scala, queste stesse porte, dovevano essere attraversate dagli iniziati ai Misteri di Mitra durante la vita. I gradi iniziatici erano sette, ciascuno legato a un pianeta e spesso durante le cerimonie gli iniziati indossavano maschere di animali (in particolare i Corvi e i Leoni). I preti erano scelti tra i Patres, il massimo grado iniziatico del mitraismo.

Dal grado di Leo in poi, gli iniziati partecipavano alla comunione con acqua e vino e i pani erano marcati con una croce. Il pane e il vino venivano assimilati al midollo e al sangue del toro celeste (che si trasformavano in pane e in vino durante il rito mitraico dell’uccisione del toro).

Il prete di Mitra, capo della piccola comunità di fedeli che si riuniva nel mitreo, (i Pater, venivano detti anche Magi) vegliava su un fuoco perpetuo che bruciava sull’altare. Accanto al fuoco compivano le cerimonie di saluto al sole. Invocavano ogni giorno della settimana come pianeta in un luogo particolare della cripta e ogni mese offrivano sacrifici al corrispondente segno dello Zodiaco, e solenni cerimonie avevano luogo ai solstizi e agli equinozi. Durante la messa mitraica, al suono delle campanelle, veniva scoperta la statua del taurobolio e mediante un tabernacolo mobile, venivano mostrati i vari episodi della vita del dio Mitra, illustrati dal Pater. A questo proposito i magi mitraici narravano agli iniziati un ciclo di leggende sul dio Mitra: il dio nasceva nella notte del 25 dicembre (giorno natale del sole invitto) da una pietra (era chiamato θεος εχ πέτρας e si adorava nei suoi sacrari un’immagine della pietra generatrice), in una grotta o sotto un albero sacro di fico al bordo di un fiume, stringendo in una mano il coltello sacrificale e nell’altra una torcia. Una seconda leggenda sulle origini di Mitra narrava che egli fosse nato in una grotta da una vergine. Il dio veniva anche rappresentato nell’atto di scagliare una freccia contro una roccia, da cui poi scaturiva dell’acqua.

Il primo atto che lo rappresenta in un mito è la lotta con Elios o Apollo, cioè con il Sole. Uno degli enigmi principali della religione mitraica è proprio il fatto che Apollo e Mitra erano due distinte divinità, entrambe raffiguranti il sole, che dovevano riconciliarsi e “fare amicizia”. Dopo aver lottato con il Sole (lo colpisce con una sorta di sacchetto di monete), Mitra riceve da Elios una corona e diviene suo amico (sono rappresentati nell’atto di stringersi la mano destra). Da allora condivideranno le imprese e si aiuteranno l’un l’altro. Questa armonia raggiunta tra i due aspetti del Sole, quello sotterraneo (le grotte del culto del dio Mitra) e quello esteriore, spiega perché Mitra, l’invincibile, venisse invocato sia nei combattimenti esterni, che in quelli interiori (contro le forze delle tenebre inviate da Ahriman) e fosse collegato sia con il mezzogiorno che con la mezzanotte.

Nessun testo scritto ci è pervenuto e le leggende sono desunte unicamente dalle immagini dipinte nelle grotte. Le altre fonti sono le invettive cristiane contro i riti mitraici – molto simili a quelli cristiani – ad es. “Contro Celso”. La più importante tra le leggende narrate dai magi riguardava il duello di Mitra con il Toro Celeste, il primo essere creato da Ahura Mazda.

Apparentemente è proprio Elios che incarica Mitra di catturare il Toro celeste. Dopo una lunga lotta, Mitra riesce ad afferrare il toro per le corna. Il toro, legato, è condotto dal dio, che cammina all’indietro, nella caverna dove Mitra abita. La strada è disseminata di prove che il dio deve affrontare. Questa traversata (transitus) era paragonata alle prove affrontate dai neofiti nell’iniziazione. Il toro, tuttavia, riesce a fuggire. Il Sole-Elios invia allora a Mitra il suo messaggero, il corvo, con l’ordine di uccidere il toro. Mitra compie questa missione controvoglia, ma si sottomette agli ordini celesti e, con l’aiuto del cane, suo fido compagno, insegue il toro e lo sacrifica mentre questo sta rientrando nella grotta. Dal corpo della vittima nascono allora le erbe e le piante salutari che fanno fiorire la terra (il grano dalla coda-spina dorsale, il vino dal sangue). Gli inviati dell’oscurità, di Ahriman, lo scorpione, il serpente e la formica, tentano di nutrirsi del liquido seminale del Toro (in particolare lo scorpione) e di succhiare il sangue della bestia morente. Anche il cane lecca il sangue del toro. Il seme del toro, raccolto dalla luna, produce tuttavia le specie animali, e la sua anima, condotta dal cane, viene elevata in cielo e divinizzata come “Pan” o “Silvano”, guardiano delle greggi.

Alla fine dei tempi il toro scenderà dal cielo e i morti risorgeranno dalle tombe per il giudizio finale. Allora Mitra sacrificherà di nuovo il Toro Divino e farà libagioni con il vino che dà l’immortalità, e Ahriman e le forze del male saranno definitivamente sconfitti. Nella genesi mitraica la prima coppia umana viene chiamata all’esistenza dopo il taurobolio. Ahriman tenta di annientarla con la siccità, ma Mitra fa sgorgare l’acqua da una roccia, colpendola con una freccia.

Dopo l’uccisione del toro, Mitra è rappresentato in una “ultima cena” mistica con pane e vino, con Helios e i vari gradi iniziatici del culto. Quindi ascende al cielo. Dal cielo continuerà ad aiutare gli uomini.

Gli animali che compaiono nella vicenda del taurobolio corrispondono tutti ad altrettante costellazioni, tutte comprese tra la costellazione della Vergine e quella dello Scorpione. Tra gli animali inviati da Ahriman, lo scorpione rappresenta simbolicamente la sensualità, la formica l’avidità e l’accumulazione, il serpente l’attaccamento alla terra e le illusioni della mente. Il cane, amico di Mitra, rappresenta invece gli istinti addomesticati dall’uomo. Comandamenti per gli iniziati, che periodicamente assistevano ad autentici tauroboli e venivano inondati dal sangue dell’animale ucciso, erano la purezza (purificazioni), l’astinenza da certi alimenti, e la continenza assoluta, potendo la sessualità essere utilizzata da Ahriman come suo strumento.

Vorremmo attirare l’attenzione sui principali punti che caratterizzano i misteri mitraici:

  1. Apollo e Mitra rappresentano due aspetti del Sole e la loro lotta appare come una lotta per l’integrazione tra l’interno e l’esterno dell’uomo.
  2. Il Toro come mistero dell’incarnazione dello spirito, resa possibile dall’unione dell’anima con il corpo: vivere con profondità e completezza la propria incarnazione, come un “inziato”, richiede una lotta vittoriosa tra Elios e Mitra. Per i Cretesi ciò corrispondeva a percorrere il labirinto dell’azione, che presenta sempre due aspetti, uno rivolto verso l’esterno e uno verso l’interno (si rifletta sulla probabile etimologia del termine “labirinto”: da Labrys o Lobra, “segno delle doppia ascia”). Nel labirinto si cela il Minotauro (chiamato anche Asterion, la stella), che deve essere sconfitto, cioè integrato, perché l’animus umano di Arianna (Teseo) divenga divino (Dioniso). Quindi Mitra dopo aver lottato con Elio ed averlo vinto incorona il dio del Sole e stringe un patto con lui. Il toro rappresentava, per i seguaci di Mitra, non solo la scaturigine delle energie vitali, l’origine della fertilità, ma anche il corpo psichico sottile. Per un culto che si fondava sulla dottrina della metempsicosi, della trasmigrazione delle anime, il corpo sottile era infatti il risultato delle azioni compiute e dell’attaccamento dell’uomo al frutto di quelle azioni. Non a caso Mitra, che sacrifica il toro, è un dio guerriero ed è il fondatore di una “cavalleria spirituale” (evidente nei gradi iniziatici del Perses e dell’Heliodromos).
  3. Il taurobolio. Cosa deve fare l’uomo, avvinto alla terra dalla forza delle sue identificazioni con oggetti, persone, ruoli, tratti del suo carattere, con il suo stesso corpo? Perché il sacrificio, l’offerta del toro rende “fertile” l’iniziato e dona alla sua anima l’energia per unirsi ai livelli più sottili dell’essere? Cosa rappresenta simbolicamente la ferita che Mitra infligge al toro, cosa il sangue del toro e cosa il coltello sacrificale impugnato dal dio?

E’ presumibile che il percorso dell’Eroe solare abbia rappresentato per il mondo antico un punto di riferimento spirituale, un modello di comportamento capace di indicare una via di evoluzione per le energie maschili.

Oggi non abbiamo più nulla di simile. Abbiamo, è vero, la possibilità della Imitatio Christi, ma troppo spesso il percorso di trasformazione suggerito dalla vicenda del Cristo è mal compreso o del tutto ignorato. L’unico modello operante per molti è quello della autoaffermazione, del successo a tutti i costi, dell’apparire che occulta l’essere.

Abbiamo forse perduto la Via suggerita per millenni agli uomini dai processi naturali, dai segni celesti e dal cammino del sole?

[1] Ho affrontato il tema delle iniziazioni dionisiache nel libro “Dioniso nei frammenti dello specchio”, Irradiazioni, 2007
[2] Questa tesi è sostenuta efficacemente dall’alchimista Dom Pernety nella sua opera “Le favole egizie e greche”

Fonte: www.paxpleroma.it

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Mithra: cenni sul mito e sul simbolo

di Claudio Lanzi

Questo articolo rappresenta lo sviluppo della brevissima intervista richiesta da “Voyager” sui culti orientali nella Roma imperiale dei primi secoli d.C.. Ovviamente, per questioni di palinsesto, nel breve intervento (che va in onda il 17/11/2010) compare solo una parte delle considerazioni a seguire.

Il Mithraismo romano ha avuto tanti studiosi quante sono le… illazioni fatte su di esso. Infatti, da autentico culto misterico, non ha lasciato alcuna testimonianza scritta “diretta” da parte degli adepti ma solo notizie di seconda mano, di provenienza non pagana, come quelle che troviamo in Firmico Materno (IV sec), in Tertulliamo e in San Girolamo (che, oltretutto è l’unico che ci consente un riscontro quasi puntuale con le raffigurazioni dei “gradi iniziatici” presenti nel famoso anche se piccolissimo Mitreo di Felicissimus di Ostia).[1] Il resto sono solo epigrafi (scarse), alcune statue che ripetono lo stesso tema con poche varianti, gli ambienti (spesso trasformati in chiese per lo più dedicate a santi “guerrieri”) e qualche traccia musiva.

Riguardo il famoso papiro 574, aggiunto alla Raccolta Magica conservata nel Museo Nazionale di Parigi, pur essendoci stato un notevole “entusiasmo” intorno al medesimo, dobbiamo rilevare che trattasi di un testo prevalentemente gnostico, databile intorno all’inizio del IV secolo d.C., in cui le formule neo-gnostiche, ebraiche e forse anche cristiane si sovrappongono continuamente.[2]

Mithra non è stato mai ufficialmente importato nel pantheon romano, non ha mai avuto un tempio a lui specificamente dedicato e un collegio sacerdotale “riconosciuto”; cioè non ha mai fatto parte del culto di Stato. Eppure è stato un culto molto seguito, a qualsiasi livello sociale e con una grande diffusione, sia “domestica”, sia in prossimità dei “castra” romani, sia dei punti di incrocio tra le vie dell’impero (soltanto ad Ostia Antica sono stati scoperti oltre 17 mitrei, tra grandi e piccolissimi).

Il simbolismo mitriaco, o almeno quel poco che oggi riusciamo a interpretare, appare assai slegato da quello indoiranico-zoroastriano e non possiamo assolutamente essere certi che esistesse una comunità zoroastriana che conservasse, a Roma, uno specifico culto del Dio. Oltretutto tale comunità avrebbe dovuto inserire Mithra nella assai più complessa mito-teologia zoroastriana mentre una estrapolazione di un culto isolato e sincretico come appare essere quello di cui stiamo parlando, troverebbe maggiore spiegazione e logica in un contesto misterico-iniziatico e, sotto un certo aspetto “esoterico”[3].

A nostro avviso lo stesso simbolismo Toro, che è una costante iconologica nella rappresentazione della liturgia mitriaca, per i romani potrebbe essere stato facilmente ricollegabile a quella ritualità agricola primordiale a cui si riallaccia la stessa fondazione di Roma. Tale ipotesi, che non ha ovviamente alcun suffragio testuale né iconologico (e che nella sua eterodossia potrebbe legittimamente suscitare qualche fastidio) possiede, secondo noi, un forte richiamo simbolicamente inverso alla coppia di buoi, uniti nel magico giogo rituale. In tal senso il toro (domabile soltanto dall’eroe) rappresenterebbe quel complemento ctonio del bue domato e forzatamente pacificato, che consente, in superficie, di stabilire il pomerium, la traccia, il confine. Non sosteniamo affatto che tale ipotesi sia verificabile nella valenza del rito segreto ma poiché l’ascesa dell’iniziato rappresenta, per molti studiosi, una specie di attraversamento delle sfere celesti, non sarebbe così peregrino pensare che tale cammino inizi con la comparsa del fuoco di Mitra che sorge dalla pietra, e si completi proprio nella terra, con una ri-fondazione sacrificale del patto con i cieli.

Nel nostro occidente, come noto, troviamo il toro arcaicamente a Creta come amante di Pasife e padre del Minotauro, mentre in Egitto, in India e in Mesopotamia, appare in varie forme rituali (sempre psicologicamente connesse alla potenza, alla fecondazione, all’impeto indomabile, ecc., ma anche alla “luna” di cui le corna taurine sono sempre state un “sigillo” specifico). Vedi ad esempio la celeberrima raffigurazione dell’altorilievo del V° sec., sul fianco di una scala di Persepoli.

Nella mitologia Greca la sacerdotessa di Hera, “Io” viene trasformata in vacca e tutti conoscono le sue peregrinazioni e i suoi amori con Giove trasformatosi in Toro (stessa forma utilizzata per il ratto di “Europa”). Il toro è la potenza tellurica per eccellenza; è la potenza generativa che può essere orientata, oppure è potenza cieca. Lo stesso Ercole, tra le sue prove ha quella di domare quel Toro che darà origine al mito del Minotauro, e quindi del labirinto Minoico.

L’indagine simbolica su questo mito ci porterebbe molto lontano; a trovare ad esempio, gli innumerevoli riscontri tra il sacrificio del toro mitriaco e la cattura di quello erculeo. Tanto per citare un raffronto tra i più evidenti, rileviamo che in entrambi i casi l’animale viene ricondotto in una caverna, in un antro. Viene cioè riportato nella sua valenza ctonia e nell’ombra. Luogo dove la sua potenza resta intatta ma dove il suo valore e la sua forza generativa lo ricongiungono alla terra. Quella terra che, come detto in precedenza, sarà scavata dai riti di fondazione e poi resa fertile dall’aratro.

Ercole, il cui mito partecipa attivamente alla fondazione di Roma, ha tra le sue proverbiali 12 fatiche quella di domare il toro. Tale toro è simbolicamente il medesimo che sarà oggetto della libidine sfrenata di una donna-maga. Per soddisfare tale libidine sarà necessario un grande architetto in grado di “progettare” una “finta vacca”. Al termine della vicenda, sarà necessario un “eroe” che riconduca la disordinata energia generante della terra nel suo stesso ventre[4]. In tali sacrifici ctonii c’è una compensazione magica che sposta il “fatto” da una sua interpretazione mito storica abbastanza banale ad una simbolico-magica assai più vivace. Non dimentichiamo che Pasifae è sorella di Circe!!
Il toro è la forza primigenia, ma priva di ordine. Astrologicamente è il secondo segno dello zodiaco, quando lo stesso venga fatto partire dall’Ariete. Fin dai primordi ha, in occidente come in oriente, un simbolismo geometrico assai semplice e particolare. Quello del cerchio sormontato dalla falce lunare. La falce di luna che si installa sul cosmo, che ne domina il flusso, seguendo le sue pulsioni[5].

Non possiamo non evidenziare come il toro appaia spesso contrapposto al leone, sia nei combattimenti reali del circo come in quelli virtuali della liturgia mediorientale. Due forze: tellurica, a volte ctonia l’una, celeste e solare l’altra, si oppongono e confrontano con pari dignità.

Alcuni autori hanno messo in evidenza come, nell’iconologia Mitriaca i tre animali che si alimentano del sacrificio del Toro (il serpente, lo scorpione e il cane), compaiano anche nello zodiaco che circonda la costellazione di Perseo ma, in questo caso, bisognerebbe forzosamente abbinare la “assunzione” celeste di Perseo a quella di Mitra e la cosa, a molti studiosi del mito, appare alquanto improbabile (inclusi noi).

E’ invece interessante porre in evidenza come sia proprio lo scorpione (che ha tante valenze mito-storiche nella mitologia ittita) ad aggredire i testicoli del toro, mediandone il “potere” generante, e quindi (a nostro avviso), non è un caso che vada a cercare energia non dal sangue, come fanno gli altri animali, ma dal seme del toro.

Molti hanno voluto vedere in questi tre animali (serpente, scorpione e cane) anche una specie di “attentato” alle virtù salvifiche del sangue taurino, (a parziale similitudine del serpente che tende ad abbeverarsi alla coppa cristica, nella iconologia musiva di molte absidi della chiesa altomedievale, in “concorrenza” ai cervi o ai pavoni che invece sono gli animali “abilitati” a tale eucaristia).

Anche in questo caso ci sembra una prosecuzione della mania d’inizio secolo, di tentare paralleli “ellenizzanti” fra mitraismo e cristianesimo. Ci pare assai più consono a quel poco che conosciamo del processo iniziatico mitriaco (vedi in seguito), seguire quella mitologia mitico-sincretica propria del periodo romano imperiale (quella di Plinio, per intenderci). Fedeltà, energia pura e prudenza non sono forse le virtù proprie del guerriero romano, seguace di tali culti?

A detta della maggioranza degli studiosi l’uccisione del Toro da parte di Mithra avviene quasi per missione divina. E’ un incarico sacrificale, non una mattanza. Il sangue servirà a dare nuovo vigore alla natura (spesso una spiga nasce dalla ferita inferta da Mitra ed è facile evocare, con questo, la epopteia eleusina o anche la mangiatoia piena di spighe dell’iconologia del Natale cristiano).

Ma a nostro avviso queste sovrapposizioni iconologiche (che nei miti si ripetono facilmente in quanto i simboli della natura hanno valori che precedono il rito che li “utilizza”, non possono scadere in equivoci teologici, quasi che il cristianesimo si fosse sovrapposto indebitamente al culto mitriaco usurpandone i simboli). Siamo convintissimi del fatto che il cristianesimo abbaia usato a piene mani ritualità, iconologie e “forme” preesistenti, ma rinviamo ai numerosi articoli su questo sito, nei quali altri autori hanno cercato di mettere in evidenza l’assurdità di certe posizioni semplicistiche.

Rispettare il valore universale di alcuni simboli non dovrebbe mai, a nostro avviso, portare a confondere i riti e gli scopi delle teologie di sostegno[6].

Ma ritornando al toro, noi siamo quasi certi che il sacrificio del medesimo non fosse un rito molto frequente. I Mitrei erano infatti degli ambienti assai angusti e “familiari”, inseriti spesso nelle “domus” romane e coabitanti con stanze, adibite ad altri riti (da quelli orfico-pitagorici a quelli dionisiaci, a quelli cristiani). Per tale ragione è probabile che il sacrificio del toro, rappresentasse soltanto una singola fase, da praticare per iniziazioni collettive o forse che lo stesso venisse praticato in maniera simbolica. Dalla forma di alcuni Mitrei (soprattutto quello vicino all’ara di Ercole ad Ostia) e dalle scarse testimonianze d’epoca cristiana, si immagina che il sangue venisse fatto cadere sugli iniziandi da una feritoia sul soffitto, durante un percorso al buio. Dopo tale effusione si entrava nel tempio dove o la statua di Mitra o l’icona del medesimo, coronavano il percorso, forse con il plauso (o il canto) degli astanti, seduti sul gradino che circondava la sala. Dopo di che l’agape iniziatica completava il sacrificio. Queste operazioni, sulla cui successione si hanno molti dubbi, dovevano comunque avere un notevole impatto emozionale, soprattutto se la loro esecuzione veniva mantenuta segreta e se gli iniziandi erano, come pare quasi sicuramente provato, provenienti dalle file dell’esercito in cui la fede per Roma e il sacrificio purificatore che conduceva verso la trasmutazione dell’adepto, dovevano apparire il perfetto approdo “guerriero ed eroico”.

Ma, come sappiamo, Mithra arriva da lontano: è importato dalla cultura iranica e poi Zoroastriana. Mithra, sintetizzando al massimo in poche righe una mitologia assai sofisticata, è conciliatore fra il “dio buono” Ohrmzad, solidale ad Ahura Mazda (il Principio spirituale benefico) e il principio malefico di Ahriman.

Mithra è il campione della Verità e della Giustizia il suo nome significa “contratto” o forse “patto” e nel X inno degli Avesta zoroastriani appare come il dio dei pascoli terrestri e dei pascoli celesti. Cioè è un dio della “luce” più che del sole. Infatti, alla fine del suo percorso “illumina” la caverna dove avviene il sacrificio.

Il suo passaggio nelle zone celesti per approdare nella terra è preceduto dal sole e dalla luna. In alcune rappresentazione (come quella del Mitreo di Marino) il sole sembra infondergli un messaggio, collegandolo ad uno dei suoi raggi. E, in tale rappresentazione, ricorda tante pitture medievali dove lo “spirito” parla con il santo o con l’eroe, proprio attraverso un raggio di luce.

Il suo manto stellato (non sempre) è ovviamente un manto celeste: E’ perciò un manto planetario e zodiacale. Il fatto di apparire sempre mosso è una caratteristica della glittica arcaica. Il manto mosso rappresenta l’azione in quasi tutta l’iconologia classica, ma anche l’influsso spirituale, il moto dell’anima, la continuità, fissata magicamente nell’istante in cui l’azione diventa liturgia.

Anzi, sotto questo aspetto Mithra è la luce celeste che assicura l’ordine fra due tempi particolari, quello del massimo splendore, assicurato da Cautes (solstizio estivo) e l’altro da Cautopates (solstizio invernale). Ma questi due strani personaggi armati di fiaccole, indicano forse anche i cicli più brevi come quello connesso all’alba e al tramonto e ovviamente il ciclo della vita, dalla nascita alla morte.

In questo modo Mitra, con il suo corvo sul manto (come appare nel Mitreo di Santa Prisca) porta gli ordini degli Dei (i maxima divum) e appare più come un “garante” dell’ordine celeste. Uno stabilizzatore dell’asse cosmico e della luce cosmica (forse addirittura come emblema della regolarità della precessione equinoziale).

L’abbinamento alle costellazioni, come abbiamo già accennato, è invece un pochino forzato in quanto, se è vero che intorno alle Pleiadi ci sono il cane, lo scorpione e il serpente bisognerebbe far assumere a Mithra la funzione di Perseo. E questo tentativo è un po’ più arduo. Alcuni danno anche al mito una interpretazione che avallerebbe il passaggio, nella precessione equinoziale, dalla costellazione del Toro a quella dell’Ariete ma anche questa, a nostro avviso, è una lettura abbastanza “moderna” e forzata.
Per tale ragione, il concetto di “Sole invitto”, attribuito a Mithra in diverse epigrafi, ha spesso affascinato gli studiosi e, soprattutto nel secolo scorso, ha spinto verso i già accennati paralleli con il cristianesimo, enfatizzati dalla nascita del Dio nel solstizio invernale. Ma sono situazioni diversissime. Nelle raffigurazioni in genere poste nell”abside del mitreo, Mithra e il Sole banchettano insieme mangiando probabilmente il Toro e il banchetto rituale, che sicuramente faceva parte del culto mitriaco ne potrebbe rappresentare una omologia: una rivivificazione del patto perenne per l’equilibrio “ecologico” tra cieli e terra.

E’ evidente che l’ingresso e l’uscita del sole dalle due porte solstiziali rappresenta il culmine di un Ciclo.

Sotto questo profilo ha quindi un senso astronomico considerare Mithra come ordinatore dell’eclittica da cui dipendono le fasi stagionali.

Particolare importanza assumono il leontocefalo o le altre figure assimilate al Patres con il serpente arrotolato intorno al corpo, che spesso sono presenti nei mitrei insieme ad altre divinità del pantheon romano.

Molti vedono in tali raffigurazioni un parallelo con l’Ajon o con Phanes o con le figure “saturnie” collegate alla ciclicità del tempo. In tale ottica Mithra assumerebbe una veste di psicopompo, che porta dalla dimensione del tempo ordinario a quella del tempo celeste dove il concetto di “tempo” non ha più le caratteristiche di Saturno ma assume quelle di Crono (come ci dicono anche Giuliano imperatore e Macrobio)[7].

Non dimentichiamoci che il “petrogenito” Mithra nasce dalla terra, armato di fiaccola e spada e che con i suoi due accompagnatori con la fiaccola alzata e la fiaccola abbassata rappresenta quasi una ierofania dei “tre stati” visibili della luce.

Nel suo emergere dalla terra possiede una valenza ctonia. E’ un sole occulto. Forse proprio in questo ci ricorda il Sole nascente, rappresentato da Cristo nella grotta. L’aspetto guerriero lo ritroviamo inoltre nel fatto che molti mitrei sono sostituiti, con l’avvento del cristianesimo, da analoghe grotte dedicate a San Michele come quella bellissima e poco conosciuta di Sutri nel Lazio. Il culto “guerriero” si trasferisce pressoché immutato soprattutto ad opera dei popoli nordici. Anche Michele è un Angelo guerriero, un angelo di giustizia che, non per nulla è armato di spada e bilancia, con cui pesa le anime e porta equilibrio nell’universo. Nel Mitreo di Sutri questa funzione di traghettatore assolta da Mithra è trasferita brillantemente ad uno dei “santi” più misteriosi del Cristianesimo e cioè a da S. Cristoforo. Anche lui porta il Sole-Cristo, da una parte all’altra… del fiume cosmico. E spesso, tra i piedi del Santo, compare l’Anfisibena che, a detta di Ovidio, è figlia della Gorgone.

 

Cenni sui gradi iniziatici del mitraismo

Abbiamo visto che le “iniziazioni” mitriache erano probabilmente, suddivise in sette gradi.
Dobbiamo prendere in debita considerazione il fatto che, ai tempi dell’impero di Roma, il settenario “celeste” più famoso era forse quello lunare. Sette giorni per ogni “fase” per un totale di 28 giorni in cui si compie un ciclo. Ovviamente esistono decine di settenari “magici”: da quello dell’iride, all’eptacordo, ai pianeti tolemaici, alle stelle dell’Orsa, ecc. ecc.

Il simbolismo numerico-geometrico, rappresenta uno degli elementi di maggiore approfondimento nel nostro Centro studi “Simmetria”. Sono moltissime le chiavi di interpretazione dei settenari in ambito ermetico-iniziatico, e si integrano spesso le une nelle altre.

Una delle più affascinanti che, a nostro avviso è applicabile… “cum grano salis” al processo iniziatico mitriaco, può essere collegata al compimento della scala planetaria eptatonale e all’ingresso in una nuova ottava (con una dimensione eroica assai diversa dalla precedente). Tale ipotesi spiegherebbe efficacemente anche l’aspetto “ciclico” dei personaggi come il Patres, avvolti dal serpente, presenti in alcuni mitrei e l’ingresso, in quella dimensione “divina” consentita a colui che ha scalato il settenario.

La dimensione eroica è quella che sicuramente ebbe più presa nell’esercito; infatti gli adepti erano in buona parte soldati. E le “prove” per passare da un livello al successivo tramandate erano assai dure, anche dal punto di vista fisico (con lotte, ferite e a volte vere e proprie torture).

Seguendo S. Gerolamo, ricordiamo brevemente i gradi iniziatici (in ordine crescente):

  • Corvo: (messaggero quindi Mercurio) è lo psicopompo per eccellenza, è la morte iniziatica.
  • Crypius o Ninphus: (lo sposo con fiaccola) quindi collegabile all’annuncio vespertino (Venere)
  • Miles: o il soldato (dotato di sacco elmo e lancia)- Marte
  • Leo: (il leone) (dotato di attizzatoio e folgore (Giove)
  • Perses: (il Persiano) ( abbinato al falcetto e quindi sia a Saturno che alla luna)
  • Heliodromos: (corriere del sole) – Sole
  • Padre: (coincidente o “convivente” con Mitra dotato di anello, copricapo frigio e di una falce di Saturno che lo pone fuori del tempo ordinario).[8]

L’abbinamento con i metalli corrispondenti ai pianeti non è stato sempre coerente per cui, pur trovandoci in un epoca in cui gli albori dell’alchimia greco-alessandrina iniziavano a transitare nei nuovi culti sincretici credo che sia fuorviante insistere su paralleli di tale genere.

Senza entrare esplicitamente nel simbolismo dei vari gradi (vedi nota), mi limiterei al primo che, a tutti gli effetti sembra il più semplice mentre in realtà, come tutti gli inizi… è il più complesso.

Mercurio è per eccellenza l’iniziatore: è l’Hermes, è il Thot, è colui che consente l’ingresso ed è anche lo psicopompo per eccellenza in tutte le tradizioni mediterranee ai tempi dell’impero. Tale ingresso non è casuale, ma è voluto dagli dei, che manifestano il loro assenso tramite il corvo (nero e quindi collegato a volte anche alla cosiddetta “morte iniziatica”).

Tale morte potrebbe trovare avallo nella lustrazione battesimale che viene tramandata come rito d’ingresso proprio di questa fase. Mercurio è rappresentato dal caduceo nel Mitreo ostiense di Felicissimo, ma anche dal vaso. Vaso lustrale forse, oppure contenitore di una bevanda dal significato mistico[9].

Nel bestiario medievale il corvo assume significati complessi ma in quello greco romano è abbinato ad Apollo mentre la cornacchia (sua stretta parente dal punto di vista ornitologico), ad Atena. Strabone lo collega all’Onphalos di Delfi e quindi gli attribuisce un potere oracolare che ben si adatta a tale “ingresso iniziatico”.

Tale aspetto dovrebbe far riflettere sul fatto che, nella scala gerarchica rappresentata nel mithreo, Mercurio è il più lontano dal Patres e da Mitra ma, nello stesso tempo è colui, senza il quale, non è possibile l’iniziazione.

Il corvo-mercurio, infatti, compare nel mantello di Mitra e forse è lui stesso che rende il mantello….spiritualmente agitato.[10]

Come si potrà notare da quanto riportato nelle note, ogni grado si può raffrontare ad una “ascesa” planetaria, ad un vero e proprio viaggio cosmico verso il Sole e, alla fine, verso la Luce stessa che precede il Sole, ma sia l’ordine, come le prove connesse al livello, come il reale senso di ogni gradino avrebbero bisogno di una analisi che, nonostante le infinite ricostruzioni che sono state fatte dalla letteratura “esoterica” e da quella accademica non può mai considerarsi esaustiva.

Per cui accontentiamoci della straordinaria impressione che si può ancora ricevere discendendo in un mitreo, soprattutto in uno di quelli in cui lo scorrere di un ruscello sotterraneo evoca culti e miti sommersi dalla storia, ma ancora viventi nella coscienza di ognuno.

[1] S. Girolamo (Epistole 127-II)- Ammiano Marcellino.

[2] Il “Rituale” a cui si fa riferimento nel papiro occupa circa 1/12 della lunghezza del papiro. Il rituale è accompagnato da una serie di prescrizioni d’ordine certamente magico, interpretate in chiave esoterica dal Dieterich e dal Mead. Ma la sovrapposizione fra elementi egizi, caldaici, romani, greci, ed ebraici (caratteristici del secolo che caratterizza la caduta dell’impero) è tale da rendere il sincretismo operativo assai improbabile e difficilmente sperimentabile. La parte interessante del papiro è quella che presuppone la conoscenza di un uso del respiro e della voce. E’ inutile dire che da parte di molte “confraternite” magiche (compreso il gruppo di “Ur” che ne trasse una prima traduzione italiana negli anni ’30) è stato deciso di tentare di riattualizzare il rito. Ma resta il problema difficilissimo del recupero dei giusti suoni e delle varie operazioni descritte.
Ad esempio nel “Primo Logos” viene detto:
“Silenzio, Silenzio, Silenzio. Simbolo dell’eterno Dio vivente proteggimi, o Silenzio “ nechtheir thanmeloy.
Sibila quindi a lungo S, S, e poi soffia dicendo:
proprophengè morios prophir prophengè nemethire arpsenten pitèmimeòy enart phirchechò psyridariò tyrephilba….”.
Mentre nel cosiddetto “Sesto logos” viene detto:
“Dopo che avrai detto questo vedrai le sette porte socchiuse e sorgere dagli abissi sette vergini in bisso, con un aspetto serpentino. Esse sono chiamate le Sorti dominanti del Cielo… Salve o prima Chrepsenthaès; salve o seconda Mechran; salve ….ecc).
Come si vede trattasi di formulari per i quali è stata tentata varie volte una interpretazione (ad esempio da A. Cepollaro nel 1954 con la sua traduzione ed alcune analisi semiologiche). Ma trattandosi di “formule”, oltretutto scritte in caratteri latini partendo da un greco poco chiaro, gli errori sono probabili e le chiavi di lettura molteplici.
Sempre nello stesso papiro, esistono poi delle liturgie, di carattere prettamente gnostico, quali quelle presenti nelle “Istruzioni per l’azione” dove, a prescrizioni sull’ora di inizio del rito e sulle sostanze da usare (radice di loto, scarabeo solare, unguento di rose, ecc., opportunamente mescolati e usati seguono invocazioni quali: “Io ti ho consacrato affinché la tua presenza divenisse utile a me (pronuncia del nome dell’officiante) solo a me (di nuovo pronuncia del nome) : ie ia èeè oy eia, perché solo a me fosse utile…”.
Molti autori hanno completamente disconosciuto tale rituale come effettivamente “Mitriaco” in quanto il sincretismo che lo pervade e la disomogeneità fra alcune parti, fa pensare a successive re-iscrizioni, trasformazioni e sovrapposizioni. Ne resta l’indubbio fascino che lo accumuna ad altri ritrovamenti dello stesso periodo.

[3] F. Cumont. Les religione orientales dans le paganisme romain. Paris 1906

[4] v. i vari miti del labirinto descritti in questo stesso sito e ripresi nella nostra rivista.

[5] Nel simbolismo Mariano la stessa falce lunare, abbinata al serpente, serve quale sostegno alla Madre Celeste, che si appoggia e, sotto un certo aspetto, si sostiene su entrambi.

[6] P.Scarpi: Le religioni dei misteri- Mondadori- Milano 2002.

[7] V anche Sedes Sapientiae di C. Lanzi.

[8] In questo modo lo vede anche Massimiliano Papini in Il Rito Segreto op.cit.

[9] Estenderci ulteriormente con altri significati del vaso come alcuni hanno fatto sovrapponendo i secoli (dal cuore, al vascello ecc…. ci sembra azzardato in un breve articolo come questo e soprattutto in assenza di documenti di qualsiasi genere a suffragio)

[10] Ricordiamo brevemente gli altri gradi secondo la rappresentazione già citata del Mitreo di Ostia.
Secondo Grado, Ninphus o ninfa ci fa pensare alla crisalide e alla ri-nascita: Viene posto sotto la protezione di Venere ed è appoggiato alla lucerna e al serpente. Le metamorfosi ovidiane così come l’Asino d’Oro di Apuleio, in questo caso, potrebbero soccorrerci ad avallare il senso della “trasformazione”.
Terzo Grado Il soldato. Tertulliano parla di un vero e proprio combattimento che caratterizzava tale fase. C’è la benda che forse, come vedremo in seguito, potrebbe avallare l’ingresso nel labirinto e la rinuncia ai sensi normali. Il “miles” doveva, secondo Tertulliano, combattere simbolicamente “bendato” e riceveva una corona sulla punta di una lancia. Detta corona veniva in seguito deposta sulla spalla mentre l’iniziando pronunciava la celebre frase: “Solo Mitra è la mia corona”. Altri simboli di tale “grado” sono: lo scorpione (che ritroviamo nell’effige finale della tauromachia), il gambero, l’elmo, il berretto frigio, la bisaccia e la lancia.
Quarto Grado: Leone. Forse dei personaggi vestiti da leoni o, o addirittura dei leoni veri e propri partecipavano al rito. L’iniziato, giunto al grado di “leone” era nella dimensione “ignea” e non doveva ave contatto con l’acqua; Forse c’era anche una prova di resistenza alla sete. Sempre Tertulliano ci dice che il leone doveva controllare la fiamma sull’altare e servire il banchetto rituale di pane e vino. Ovviamente il pianeta preposto era Giove e i simboli gioviani erano il cane (anche questo lo ritroviamo sulla tauromachia finale) il cipresso, l’aquila, l’alloro e, elemento particolare, la vespa (in parte collegabile al fuoco per il bruciore della sua puntura).
Quinto grado: Forse è lo stesso Cautopates. Tiene infatti in mano la fiaccola abbassata. E’ il custode e possiede l’arpa (forse quella di Perseo con cui viene uccisa la Gorgone). L’iniziato viene purificato col miele. Il grado è ovviamente sotto la protezione della Luna (la luna è fonte del miele secondo la tradizione persiana) e i suoi simboli sono l’arco, la faretra, il bastone, la falce di luna la civetta, e poi anche la brocca, il delfino e il treppiede. Una tesi che potrebbe essere suffragata da Mithrei come quello vicino all’ara di Ercole ad Ostia, potrebbe far supporre che il labirinto accompagnasse il viaggio iniziatico di Cautopates. Anche la Gorgone, infatti, al pari del Toro, è spesso idealmente rinserrata nelle viscere della terra da cui trae la sua energia. Perseo, come Teseo, compiono un cammino che deve passare nel buio e riuscire alla luce dopo aver compiuto l’esperienza eroica.
Sesto Heliodromo: E’ Cautes, con la torcia sollevata. Una imitazione della levata del sole spettava forse a tale grado ma è assai difficile ipotizzare la complessità o forse la semplicità del rito. Sappiamo che era vestito di rosso e sedeva accanto a Mithra. Aveva la corona a sette raggi (forse simbolo “anche” della totalità dei gradi) e tra gli altri simboli troviamo la sferza, la spiga (anche questa compare nell’effige finale) il globo, il gallo (proprio della levata solare) la lucertola o il coccodrillo e la palma.

Fonte: www.simmetria.org