L’umana pietas dell’iniziato

In un momento terribile come questo, in cui tantissime persone stanno sperimentando sulla propria pelle la tragedia del terremoto, c’è chi si diverte a filosofeggiare tirando in ballo i segni dei tempi, senza mostrare un minimo di pietà verso chi è stato colpito da questa disgrazia. Come giustifica questa gente il totale menefreghismo per le vicende umane? Col fatto che la realtà fisica in cui viviamo è un’illusione dei sensi, e in quanto tale nulla di ciò che accade su questo piano deve riguardarci. Noi, esseri spirituali decaduti, siamo precipitati nel mondo materiale per opera di un Demiurgo che controlla le sorti del pianeta e impedisce il risveglio delle anime. In sostanza, ci troviamo in un mondo che non ci appartiene per niente perché la nostra vera origine è un’altra, origine che però abbiamo dimenticato, per cui facciamo affidamento su una realtà esteriore che ci sembra reale ma in realtà non lo è. È un inganno, come dicevano anche gli induisti nel loro “velo di Maya”. E del resto lo confermano anche studi recenti di fisica quantistica. Ma forse il film Matrix rende ancora meglio l’idea, presentando il mondo materiale come una realtà virtuale in cui gli esseri umani vengono coltivati come carne da macello. Noi siamo drenati da Potenze che si cibano della nostra energia e veniamo lentamente scaricati come se fossimo delle pile, o munti come delle mucche. Questa è la triste verità. Gesù è stato molto chiaro a riguardo, se leggiamo con attenzione i testi apocrifi che sono stati censurati dalla Chiesa. Riporto questi passi del Vangelo Gnostico di Filippo, dove queste Potenze sono chiamate Arconti. Leggiamo: “Gli Arconti vollero ingannare l’uomo, a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero il nome di coloro che sono buoni e lo attribuirono a coloro che non sono buoni, per poterlo ingannare mediante i nomi e poterlo vincolare a quanti non sono buoni … Essi, infatti, vogliono eliminare chi è libero e farne un loro schiavo per sempre.” (Vangelo di Filippo 13) “Vi sono forze che lottano contro l’uomo perché non vogliono che egli sia salvato … poiché se l’uomo è salvato non avranno più luogo i sacrifici … e non saranno più offerti animali alle forze.” (Vangelo di Filippo 14) Non sono invenzioni quindi. Ognuno è libero di crederci o meno. Per tornare al punto di prima, questo è il motivo per il quale certe persone giustificano la loro insensibilità per le vicende umane. Se tutto quanto accade sul piano fisico è Maya, illusione, nulla deve riguardarci, e la nostra vita deve essere finalizzata esclusivamente alla ricerca interiore per trovare la strada della salvezza. Quindi, noi non dovremmo provare pietà per nessuno né aiutare la gente in difficoltà. Tutte le disgrazie sono volute da Dio e se loro patiscono queste disgrazie significa che così deve essere e noi non ci dobbiamo intromettere. Cosa penso io? Io seguo la Gnosi. La via della salvezza attraverso la ricerca interiore e la conoscenza data dal proprio Intimo. Credo profondamente nei Vangeli Gnostici, nel Velo di Maya, in Matrix, nell’illusione dei sensi, nella terribile verità degli Arconti, come ho detto prima. Non ho problemi a dire che sposo questa visione. Ma… …a differenza di certe persone, provo anche umana pietas verso chi soffre e ha bisogno di aiuto, e non riesco a restare insensibile dinanzi alle ingiustizie sociali, ad animali maltrattati e cose del genere. Essere consapevoli della vera natura di questo mondo e del lavoro spirituale da fare, non ci dà il diritto di disprezzare il prossimo ed essere indifferenti a tutto quanto accade su questo piano. Gesù non si sarebbe mai mostrato insensibile di fronte a certe situazioni, pur sottolineando allo stesso tempo la necessità di andare “oltre” le semplici opere buone. È questo che non si vuole capire. Cosa ci impedisce di esercitare entrambe le cose? Perché la consapevolezza dell’illusorietà della realtà fisica dovrebbe impedirci di essere compassionevoli verso chi ha bisogno di aiuto? Non si può fare una vita solitaria, distaccandosi da tutto per ricercare il contatto col proprio Intimo, e allo stesso tempo intervenire quando qualcuno ha bisogno di aiuto? Credo che quest’atteggiamento menefreghista e indifferente verso le questioni sociali sia di un’ipocrisia unica perché si tratta quasi sempre di discorsi fatti a tavolino senza essere direttamente coinvolti in certe tragedie, ed è facile mettersi a fare filosofia standosene comodamente seduti in poltrona sotto una casa che ci ripara. Invito tutti questi “iniziati” così bravi a interpretare il pensiero di Dio, che si sentono custodi della Gnosi, a mettersi nei panni delle persone che adesso si trovano in difficoltà. Voglio vedere se parleranno ancora così. Se avranno voglia di tirare in ballo i segni dei tempi, la giustizia divina, ecc. Non credo proprio. Il bollettino è tragico. 15mila hanno perso la casa, molti non potranno più lavorare perché gli stabilimenti sono crollati, c’è un’industria in ginocchio, conosco persone terrorizzate che non si sentono più tranquille e hanno paura persino di andare a dormire… e noi? Che facciamo? Andiamo a dirle che non devono lamentarsi, che tutto questo è giusto e voluto dal Padre, e che dovrebbero piangere per essere precipitate in questa realtà illusoria piuttosto che per i beni persi? Siamo alla follia pura! Ma con quale coraggio osate dire simili cose? Ma se foste stati voi ad aver perso casa e lavoro e a dover vivere nelle tendopoli, parlereste ancora così? Non ho parole. Adesso questa gente ha bisogno di affetto, di sostegno morale e di concreto aiuto, non di filosofie e discorsi da salotto. Il percorso spirituale ognuno se lo gestirà da sé e saranno esclusivamente fatti suoi, ma l’aiuto e la compassione non devono essere mai negate a nessuno. E soprattutto non dobbiamo giudicare nessuno e pensare che noi siamo superiori agli altri. Meditiamo…

Svegliatevi gente!

Papa:

Sono senza parole dinanzi a questo squallido teatrino.

Cinquantamila aderenti al “Rinnovamento” dello Spirito si radunano a piazza San Pietro per ascoltare il Papa che, ribaltando completamente il senso delle parole di Gesù, presenta la Chiesa come unico punto di riferimento a cui ispirare la propria esistenza e guida insostituibile per la crescita spirituale dell’uomo.

Quest’essere immondo osa parlare di “casa di Dio” costruita sulla roccia come se Gesù si stesse riferendo alla Chiesa quando usò questi termini. La casa di Dio è il nostro corpo che deve essere edificato come un Tempio per lo Spirito, Gesù non ha mai detto di fondare alcuna Chiesa, anzi ci ha messo in guardia: “Non fatevi ingannare. Il Figlio dell’Uomo si trova solo dentro di voi. Seguitelo. Chi lo cerca lo trova.” Sarebbe comodo fare affidamento su intermediari esterni che facciano il lavoro per noi, dandoci una sorta di assicurazione spirituale, ma non è così. Il Cristo si deve attivare dall’interno e nessuno ci potrà dare la chiave all’esterno, dobbiamo trovarla noi.

Quindi, gente… Svegliatevi una volta per tutte! Bisogna darsi da fare dentro di noi e lavorare per entrare in contatto col nostro Intimo, sarà Lui che dovrà istruirci, non la Chiesa che è un’organizzazione umana corrotta e ipocrita. State venerando delle serpi che vi hanno fatto il lavaggio del cervello. Se volete davvero rinnovare il vostro Spirito seguite l’esempio di Gesù e rinunciate al mondo, invece di andare a fare le scampagnate a piazza San Pietro.

Una storia d’iniziazione e di completa individuazione

Tratto dal libro: “Il principio d’individuazione” di Murray Stein

Il principio d’individuazione junghiano lo troviamo spesso illustrato con vividi particolari in opere dell’immaginazione umana quali le fiabe e i miti.

All’interno di queste strutture narrative, si scopre un’incredibile ricchezza di comprensione ed intuizione psicologiche, particolarmente riguardo ai processi e alle lotte inconsci per diventare liberi e creativi.

In questo e nei successivi due capitoli, guarderò a questa risorsa come a una guida per approfondire ed ampliare la discussione sull’individuazione.

Ho notato che i processi dell’individuazione più efficaci a volte iniziano con qualcosa di “piccolo” e dall’aspetto apparentemente innocuo, come la “curiosità”.

Questo impulso apparentemente innocuo può portare a quella che si potrebbe chiamare “iniziazione accidentale” o, in altre parole, a una significativa sincronicità.

Ecco come inizia la fiaba di Grimm “la serpe bianca”: un servitore s’incuriosisce riguardo al piatto coperto che porta al Re ogni giorno dopo pranzo. Un giorno solleva segretamente il coperchio e guarda dentro. Con sua sorpresa trova nel piatto un serpente bianco e allora decide di assaggiarlo.

Questo segna il decisivo inizio del suo viaggio d’individuazione.

Ecco la fiaba.

C’era una volta un Re famoso per la sua saggezza. Nel suo regno non c’era segreto che lui non conoscesse. Ogni giorno dopo pranzo aveva l’abitudine di chiedere al suo fidato servitore di portargli un piatto coperto. Dopo, il servitore doveva lasciare la stanza. Nessuno sapeva cosa c’era nel piatto, perché il Re non sollevava mai il coperchio finchè non era solo. Un giorno, nel portare via il piatto dalla stanza, il servitore fu preso dalla curiosità.

Lo portò nella propria stanza, chiuse la porta e sollevò il coperchio. Nel piatto vide un serpente bianco. Essendosi spinto così avanti, pensò che avrebbe potuto anche assaggiarlo e così ne tagliò un pezzetto e lo mangiò. Improvvisamente sentì delle voci che chiacchieravano fuori della finestra. Erano i passeri che parlavano di quello che avevano visto, in giro per il regno, quella mattina. Il servitore aveva ricevuto la capacità di comprendere il linguaggio degli animali.

Quello stesso giorno accadde che la Regina perdesse il suo anello più prezioso e i sospetti caddero sul servitore fidato perché a lui era consentito andare dovunque nel palazzo. Il Re lo affronta e minaccia di ucciderlo se non troverà il ladro per l’indomani. Naturalmente il servitore proclama la propria innocenza, ma inutilmente.

Col cuore pesante esce nel cortile domandandosi come farà a difendersi da questa falsa accusa. Mentre è fuori gli capita di ascoltare alcune anitre che conversano tranquillamente mentre si lisciano le piume e si riposano vicino al ruscello. Stanno parlando della colazione, e una di loro dice: “ho qualcosa sullo stomaco; mangiavo troppo in fretta ed ho ingoiato un anello che era sotto la finestra della Regina”.

Il servitore capisce che era quella la ladra, così afferra l’anatra e la porta al cuoco che, vedendola bella grassa, le taglia la testa e la prepara per il pranzo. Nel far questo, trova l’anello della Regina e così il servitore è scagionato. Il Re è dispiaciuto per il suo errore e vuole rimediare al fatto di essere subito saltato ad una falsa conclusione, così offre al servitore di scegliersi la sua posizione a corte. Questi però declina l’offerta e chiede soltanto un cavallo e un po’ di denaro. Vuole esplorare un po’ il mondo per conto suo. Il Re accoglie la sua richiesta e lui parte.

Dopo un po’ di tempo, arriva a uno stagno dove, intrappolati fra le canne, vede tre pesci che stanno morendo per mancanza di acqua. Si stanno rammaricando della loro cattiva sorte e il nostro eroe a cavallo sente il loro lamento. Impietosito, si libera e li rimette nello stagno. Mentre riprende la strada, i pesci, gli gridano: “Ci ricorderemo di te e ti ripagheremo per averci salvato”.

Continua a cavalcare, ma ben presto sente delle vocine nella sabbia, sotto gli zoccoli del suo cavallo. Si ferma ad ascoltare e sente il Re delle formiche che si lamenta di quell’insensibile cavallo che schiaccia il suo popolo senza pietà. Così l’eroe devia il cavallo su una pista laterale e, mentre passa, il Re delle formiche gli grida “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita il bene!”.

Mentre continua la sua strada, s’imbatte in due vecchi corvi che gettano i loro piccoli dal nido, gridando loro d’imparare a badare a se stessi. Ma i piccoli corvi sono ancora giovani e indifesi e cadono a terra dove piangono e si lamentano che moriranno di fame. Così il buon uomo, pieno di compassione per i giovani corvi abbandonati, scende da cavallo, uccide con la spada il suo cavallo e lascia che si nutrano con la carcassa. Con gratitudine, i corvi gli gridano: “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita del bene”.

Ora l’eroe deve andare avanti sulle sue due gambe. Dopo un po’ di tempo, entra in una grande città e per le strade sente l’annuncio che la figlia del Re sta cercando marito. Tutti coloro che vogliono chiedere la sua mano, devono però portare a termine un difficile compito, ma se falliscono, perderanno la vita. Lui sente che molti hanno già fallito, nondimeno, quando vede la principessa, è colpito dalla sua bellezza e, nonostante il grave rischio, si presenta come pretendente. Segue il difficile compito.

Il Re lo conduce in riva al mare e lancia fra le onde un anello d’oro. Il compito è quello di ritrovare l’anello fra le acque agitate, dovrà ritrovarlo altrimenti annegherà. Mentre sta sulla riva domandandosi cosa ne sarà adesso di lui, improvvisamente vengono in superficie dei pesci, e lui riconosce quelli che aveva salvato. Uno di loro depone ai suoi piedi un’ostrica e quando lui la apre, vi trova l’anello. Con grande gioia riporta l’anello al Re e chiede la sua ricompensa.

La principessa però è altezzosa e non vuole accettare quell’umile pretendente, così propone un secondo difficile compito. Questa volta è lei a indicare il modo. In giardino apre dieci sacchi pieni di miglio e, con le sue stesse mani, sparge i minuscoli semi sull’erba. Di nuovo l’eroe si sente impotente e si chiede cosa ne sarà di lui. Si siede nel giardino per tutta la notte e quando l’alba illumina il cielo, si accorge che i sacchi sono pieni e nemmeno un solo chicco di miglio è rimasto per terra.

Durante la notte, il Re delle formiche è venuto con i suoi sudditi e ha ripagato la sua gentilezza.

Quando al mattino la Principessa arriva e vede che il compito è stato portato a termine, il suo cuore altezzoso resiste ancora e propone un altro difficile compito: se vuole diventare suo sposo, deve portarle una mela dell’Albero della Vita. Il pretendente non sa dove si potrebbe trovare l’Albero della Vita, ma si mette comunque in cammino fin dove le gambe lo possono portare. Percorre in lungo e in largo tre regni e una sera giunge in un bosco, entra, si siede per riposare e sopra di lui sente un fruscio e una mela d’oro gli cade tra le mani. Tre corvi osservano la scena, volano giù e si posano sulle sue ginocchia. Gli dicono che sono quelli che ha salvato uccidendo il suo cavallo, e che quando hanno sentito della sua ricerca di una mela dell’Albero della Vita, hanno attraversato in volo tutto il mare fino ai confini del mondo, dove si trova l’Albero della Vita e gliene hanno portata una.

Il pretendente porta la mela alla Principessa, che adesso non ha più motivo di resistergli. Tagliano a metà la Mela della Vita e la mangiano insieme. Allora il cuore di lei si apre e si riempie d’amore per lui, e vivono a lungo felici e contenti.

I temi intrecciati di curiosità, conoscenza e catastrofe

Quando il servitore agisce in base a un po’ di ingenua curiosità, è improvvisamente catapultato in una fase completamente nuova della sua vita. Improvvisamente lui sa.

Un nuovo mondo gli si spalanca. Comprende il linguaggio degli animali, in altre parole, ha preso contatto con i suoi istinti e con un mondo che prima gli era precluso e quindi regalato nell’inconscio. Quel mondo diviene improvvisamente accessibile.

Questo improvviso e sorprendente contatto con l’inconscio e con l’istinto è quello che avviene quando si entra in contatto con emozioni istintuali. Quello che era stato disponibile agli altri, come ai genitori o altri adulti, ma tenuto lontano, fuori dalla vista, dietro porte chiuse, nascosto sottochiave nel ripostiglio, adesso è anche tuo e tu comprendi qualcosa di cui prima non avevi nemmeno avuto sentore. Ma non è il “picco” che è importante, ma la comprensione, la gnosi.

Questa è conoscenza per esperienza, non per sentito dire, e questa conoscenza cambia tutto. Può soprattutto essere usata indipendentemente dall’autorità degli altri.

Il servitore imbocca la via dell’individuazione quando mangia il cibo proibito. E’ un atto di disobbedienza, quindi un rischio. Potrebbe essere scoperto e punito. Ma è anche il suo primo passo verso la coscienza individuale. Afferra la possibilità di un attimo e s’imbatte in una iniziazione alla gnosi. Se non avesse accettato il rischio in quella direzione, avrebbe corso il rischio di non individuarsi mai e rimanere per sempre un servitore. E’ un vicolo cieco: il rischio di non accettare il rischio dell’individuazione è la stagnazione.

L’atto di disobbedienza del servitore fa il pari con la disobbedienza di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. Facendo questo radicale salto nell’ignoto, motivato da pura curiosità, quel servitore infrange il tabù ed esce dal suo ruolo di fedele servitore. Agisce spinto dal suo individuale desiderio di conoscere.

Il desiderio di conoscenza è una forza dell’individuazione e si manifesta a molti livelli della vita emozionale e cognitiva. L’impulso a sapere ci separa da coloro che non sanno e da coloro che non vogliono che noi sappiamo. Quanto più sappiamo, tanto più ci allontaniamo dal collettivo. L’impulso a conoscere e l’impulso a crescere si alleano contro il desiderio di restare fermi e di farlo al sicuro, mescolati tra la folla.

Iniziato improvvisamente ai misteri gnostici del serpente, il servitore riduce la distanza tra sé e il Re e sperimenta per sé la fonte della saggezza del Re, in tal modo interrompe la sua dipendenza spirituale. E’ quindi uscito da un ruolo, grazie ad una conoscenza proibita.

Questo cambiamento fa rapidamente precipitare altri eventi che, a loro volta, producono una drammatica trasformazione nell’intera situazione. Quando la Regina perde l’anello, attacca violentemente alla cieca e accusa il fidato servitore. Anche il Re se la prende con lui e si rifiuta di servirsi della sua superiore saggezza per risolvere l’enigma dell’anello che manca. Adesso la sua vita è a rischio e deve trovare il modo per salvarsi. Sembra che avere la gnosi sia un dono a doppio taglio, porta separazione e tradimento da parte di coloro che hai servito e offre una possibile soluzione se mantieni la presenza di spirito per utilizzarla.

Come abbiamo visto, questo strano errore nel funzionamento, fino ad allora impeccabile del Re e la successiva disobbedienza del servitore si dimostrano essere la chiave della liberazione, anche se lo stato di paradisiaca innocenza giunge ad una brusca conclusione.

James Hillman, nel suo saggio “Il tradimento” propone una brillante riflessione sul potenziale d’individuazione che hanno queste apparenti catastrofi. La catastrofe sembra essere un innesco necessario per l’individuazione.

Quando il Re apprende dell’innocenza del suo servitore, cerca di fare ammenda offrendogli una posizione superiore nel suo governo. E’ questo il momento della decisione. Il servitore può accettare l’offerta e rimanere un servitore, sia pure a livello superiore, oppure può rischiare il tutto e per tutto e lasciare il paese. Il rischio di restare con il Re sarebbe, ancora una volta, un possibile lavoro senza via d’uscita e una finale stagnazione. Il vantaggio sarebbe una certa sicurezza, anche se il Re lo ha tradito! Il servitore decide così per il rischio dell’individuazione e si mette in cammino da solo, con un po’ di denaro ed un cavallo, ma anche la gnosi che ha ottenuto dal serpente bianco. Anche se non mangia più del serpente, e quindi non cade nella dipendenza degli istinti e degli impulsi, gli effetti della sua profonda iniziazione al linguaggio della psiche istintuale rimangono in lui. E’ in uno stato di grazia.

Paracelso chiamava questa sapienza lumen naturae, che è una cosa diversa dalla rivelazione divina dall’alto, perché arriva dal basso, e cioè dalla parte istintuale di sé.

Conservare la coscienza

L’eroe della storia, perché non è più servitore, dal momento che si è separato dal Re, abbandona il regno del familiare e si assume le conseguenze del rischio che ha accettato. Adesso è una persona libera e, da ora in poi, agisce per conto proprio.

Ora è un individuo cosciente, non un’appendice di qualcun altro. Il suo viaggio d’individuazione può iniziare.

Ai giorni nostri, una persona affronta lo stesso rischio e la stessa liberazione dalla dipendenza quando lascia una grande organizzazione dove protezione e benefici abbondano, e fama e potere sembrano a portata di mano, ma al prezzo della libertà e creatività individuali, oppure quando si separa da qualsiasi affetto.

Se ci domandiamo perché alcune persone accettano questo rischio e altre no, forse è utile pensare alla nostra fiaba e accorgerci che questo può dipendere dall’ aver mangiato del serpente bianco che gli ha procurato il contatto con l’inconscio. Una simile gnosi personale connette l’individuo all’autorità interiore e all’istinto. Solo così si apre il canale della comprensione intuitiva. Adesso si tratta di mantenere quel contatto per restare consapevoli.

E il dono della comprensione intuitiva non viene meno al nostro eroe quando si mette in cammino sul suo cavallo, perché ben presto s’imbatte in tre pesci che sono rimasti impigliati fra le canne e si stanno lamentando della loro sfortuna.

Ascolta la loro conversazione e comprende il loro problema ma, cosa più importante, agisce con decisione in base alla comprensione intuitiva: libera i tre pesci e li ributta in acqua. Questo atto di compassione verrà ripetuto tre volte e ogni circostanza è un po’ più significativa della precedente.

Il primo atto è un atto di coscienza. Indica che lui è capace di mantenere la sua connessione cosciente col mondo animale, in breve, con i contenuti dell’inconscio quando si rivelano. Il pesce, a livello simbolico, rappresenta il mondo dell’inconscio e qui lui dimostra la sua capacità di relazionarsi con questa dimensione con accettazione ed intelligenza.

Se avesse ignorato o sottovalutato il lamento del pesce, sarebbe stata la sterilità psichica. Sarebbe caduto nella trappola di diventare un arido intelletto senza contatto con le fonti dell’immaginazione e della creatività. Al massimo avrebbe potuto trasmettere insegnamenti della tradizione. Conservare un’immagine “umida” (il contatto con l’inconscio) (l’acqua in astrologia) è necessario per continuare il viaggio d’individuazione.

La seconda prova di consapevolezza è quella di quando l’eroe sente il Re delle formiche lamentarsi dei cavalli che calpestano i suoi minuscoli sudditi.

Le formiche rappresentano la capacità del Sé di costruire e ricostruire strutture di contenimento emotivo, le cui radici stanno molto al di sotto della portata della coscienza dell’Io, la coscienza del corpo. E’ capace di mantenere il contatto con l’inconscio somatico. Senza il contatto con questo fattore istintivo, una persona cade facilmente in un tipo d’inflazione dell’Io che pensa di essere immortale e simile a Dio, non soggetto a limitazioni fisiche. C’è la tentazione di spingere troppo, di andare troppo veloci e troppo a lungo senza fermarsi, di non tenere conto dei segnali del corpo e dell’anima che ci dicono che abbiamo fatto abbastanza, che abbiamo bisogno di una pausa.

Non tenere conto di questi segnali somatici e psichici, cosa abbastanza facile quando si sta sulla cresta dell’onda, in groppa al nostro cavallo, pieni di vitalità e ambizioni dell’Io, finirà per produrre un crollo permanente.

Dei tre atti di coscienza, tuttavia, è sicuramente il terzo il più sorprendente. L’eroe ascolta una coppia di corvi adulti che si lamentano dei loro piccoli, che vede buttare giù dal nido. Poi ascolta i piccoli piangere e sorprendentemente scende da cavallo, sfodera la spada ed uccide il cavallo. Uno straordinario sacrificio, fuori proporzione. Un sacrificio per ottenere il contatto col lato spirituale del Sé, è questo il sacrificio più grande, più drammatico di tutti. Ci vuole un sacrificio per compiere tutto il percorso verso la piena individuazione, per raggiungere la meta.

Diceva Gesù “chiunque si guarda indietro, non merita il regno”, invitando così le persone ad uno spirito radicalmente nuovo per il futuro. Ai giorni nostri, questo significa abbandonare le tradizioni ed i tesori ereditati per creare un nuovo futuro spirituale per sé e per la specie umana nel suo insieme.

Il Guardiano della Soglia

“I discepoli di una Scuola iniziatica che cercano di accedere al mondo spirituale senza essersi preparati attraverso un lavoro preliminare, si troveranno un giorno senza difese dinanzi a quell’essere terribile chiamato il Guardiano della Soglia. In realtà, il Guardiano della Soglia non è esterno ad essi. Lo si trova in tutti gli esseri umani ed è formato dall’accumulo di ogni loro tendenza inferiore: bramosia, sensualità, aggressività, ecc., e sbarra loro il cammino, non li lascia entrare in quelle regioni dove essi non hanno ancora il diritto di accedere. Un giorno, ciascuno dovrà incontrare il Guardiano della Soglia e affrontarlo. Questo essere si trova nella nona sefirah, Iesod. Con il suo aspetto spaventoso, minaccia l’adepto presuntuoso che cerca di avventurarsi in regioni in cui si può entrare solo dopo aver lavorato sulla purezza, il dominio di sé e la forza d’animo. Riesce a vincere il Guardiano della Soglia soltanto il discepolo che, armato di conoscenze, è riuscito a dominare i propri istinti inferiori. Basta uno sguardo: «Vattene!», e quello scompare liberando il cammino verso le altezze.”

(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

La realizzazione

di Claudio Lanzi

Non esiste via iniziatica o percorso spirituale che non debba imbattersi con questo termine spinoso e ormai totalmente equivoco.

Purtroppo l’esproprio semiologico che la cultura moderna ha operato su molti termini con una radice spirituale, al fine di ridurli all’aspetto più “illuministico” e giacobino, non ha risparmiato neanche questo.

Il termine reale ha una radice nel latino medievale realis, da res, (cosa, bene o affare). Spesso il termine reale viene confuso con regale che deriva dal radicale indoeuropeo rex-regis (ovvero reggitore, simile anche al raja indiano, ecc.). In effetti la semiologia opera delle precise distinzioni: la derivazione da rex dovrebbe originare soltanto regale e non reale come traslitterazione italiana, ma ormai sempre più spesso si assiste ad errori semantici del genere. Il termine realizzazione, derivando dunque da res indicherebbe che si sta parlando di cose, di beni umani o trans-umani. In tal senso la realtà di una cosa dovrebbe essere un rafforzativo, ed indicarne la verità. Mentre la regalità è propria di una valenza, esplicita od occulta, caratteristica della centralità del rex, la realizzazione indica il “compimento” della realtà attraverso l’opera umana o celeste.

L’imbarbarimento consumistico del termine res, ha fatto si che la realizzazione sia diventata sinonimo di successo, di affermazione, di positivo rapporto fra impiego e guadagno, di risultato ottimale fra tempo investito e soluzione del problema, di affermazione sociale e individuale, di “possesso” della cosa desiderata, e così via, svilendo la portata assai più ampia del termine originale.

Tale esproprio indebito ha ovviamente una ricaduta sul piano spirituale, al punto che, molte volte, gli adepti, vecchi e giovani, di “discipline” più o meno tradizionali, s’interrogano sulle “tappe realizzative”, cioè sulle manifestazioni “visibili” a riscontro ed evidenza dell’opera compiuta, e si preoccupano di avere dei testimoni, degli specchi, delle gratificazioni, delle “cose” (appunto), che attestino il progresso compiuto, in una acquiescenza intellettuale forse inconsapevole, verso la massificazione consumistica di tale termine.

Questa deformazione, a nostro avviso, è stata più volte favorita anche in chiave alchemico-ermetica, quando, a partire dal rinascimento, un’accentuazione chimica delle cosiddette fasi dell’opera (dovuta probabilmente al parossistico plagio operato da centinaia di imbonitori nei confronti dei pochissimi veri alchimisti) ha contribuito non poco ad incrementare la confusione sul senso e sullo scopo del cammino ascetico, iniziatico e realizzativo.

E’ invece più difficile attribuire tale responsabilità ai filosofi-medievali, che lasciavano ben intendere il substrato simbolico ma soprattutto anagogico che sorreggeva le loro descrizioni mito-ermetiche (a partire da Dante, da Boccaccio e, ancor prima, da tutti i filosofi sufi e giudaico-cristiani che animarono i filoni ermetici e mistici di mezza Europa e, per ricaduta, anche quelli alchemici).

Ma, sfidando un poco alcune opinioni correnti, mi sentirei di dire che, proprio ad iniziare dalla fine del XV secolo, insieme alla riscoperta entusiastica del mondo classico, si sviluppa anche un piccolo tarlo di degenerescenza che, dietro la “scusa” magica e antropocentrica, porta sempre più verso la ricerca del potere, con una forma mentis sempre più mercantile. A tale forma mentis contribuiscono non poco le ormai affermate “gilde” che si appropriano progressivamente dei feudi gentilizi, dei vescovadi, e, senza averne lo “ius”, dei patrimoni sapienziali in essi contenuti.

Il medioevo, in realtà, non aveva un gran bisogno di creare “ermetismi” perché la potente ascesi religiosa medievale che coinvolge ed unisce tutta l’Europa e parte del Medio Oriente, è “naturalmente” un crogiolo ermetico, in un evidente connubio fra mistica e gnosi. La cherche du Saint Graal, il pellegrinaggio, le guerre Sante, le iniziazioni dei monaci e dei cavalieri, la costruzione delle grandi cattedrali, ecc., ripropongono costantemente un perfetto percorso “realizzativo”, mostrato splendidamente dai romanzi d’amore e guerra, dai racconti trovadorici, dalle agiografie religiose del tempo e non solo dai trattati “specificamente” magici o alchemici.

Non esiste l’angoscia, tutta moderna, di separare il mistico dall’ermetista. I conventi, i vescovadi, i feudi, ospitano frati e laici alchimisti, ermetisti, e… mistici, che studiano insieme gli antichi codici, pregano, e preparano le medicine per il corpo e per l’anima.

Sotto questo profilo la spiritualità medioevale è un libro aperto, e fin dai tempi di Alfonso “El Sabio” ogni poesia, ogni trattato, si propone con molteplici chiavi di lettura; aperte apparentemente a tutti, in quanto la partenza è animata da fervore ed amore, ma presto il cammino diventa spietatamente selettivo, diventa ascesi purissima, contrassegnata da una costellazione di trasformazioni a cui pochissimi accedono. Il medioevo, in questo modo sviluppa una gerarchia naturale. L’iniziale timore benedettino a destinare tempo allo studio, trascurando la meditazione e la contemplazione, si trasforma in un vero e proprio “sistema” operativo in cui tutto l’iter iniziatico del monaco appare come una vera e propria operazione alchemica che presto verrà estesa nelle potentissime “confraternite”.

Quando, dopo il XIV secolo, scompare l’anonimato medievale, principio d’ogni autentica ascesi, inizia la fioritura dei canonici smaniosi d’emergere, dei rampolli di famiglie mercantili a caccia dell’oro solubile o ancor meglio, di quello… in lingotti, e inizia il “collage” fra opere ermetiche e trattati alchemici. E, soprattutto, dal simbolismo “immediato” del medioevo si inizia a arzigogolare con le parole e con i processi, a volte nascondendo la sapienza nell’umiltà, altre, forse, nascondendo la…. presunzione nell’ignoranza.

Lungi da me la pretesa di voler spiegare in poche righe qualcosa di una disciplina e di un excursus meta-storico per il quale sono necessari ben altri approfondimenti (e sicuramente non solo testuali) ma, da quel poco che, per necessità, viene travasato da un sistema ad un altro, possiamo forse limitarci ad alcune considerazioni sul rapporto fra realizzazione e “frammentazione in tappe” di una disciplina spirituale. Per cui quanto segue è soltanto una proposta di lettura, senza alcun supporto o pretesa filologici [1].

Un problema a mio avviso poco esaminato, riguarda proprio la particolare percezione temporale lineare che, in moltissimi trattati (soprattutto alchemici), sembra distinguere il processo ascetico-realizzativo. La successione meccanicistica tra esperimenti, anche se velati nel racconto simbolico, sembra quasi escludere la necessità di una trascendenza.

La descrizione del procedimento può anzi apparire quasi “evoluzionista”, darwiniana..

La letteratura “gotica” dell’Ottocento ha poi ulteriormente accentuato l’aspetto fantasmagorico, ponendo in evidenza gli effetti “speciali” di cui l’operatore poteva essere testimone durante le varie trasformazioni della materia Tali presenze ed effetti sembrano parti dell’opera, quasi “obbligate a manifestarsi” in funzione della buona esecuzione dell’esperimento. Questa successione chimica trova del resto una sua giustificazione nel metodo, fortemente “deduttivo”, che tende a volte a considerare lo sviluppo della coscienza alla stregua della preparazione di un prodotto chimico che, ovviamente, necessita di tecniche in sequenza, di operazioni rigidamente contrassegnate da determinati segni (“stelle”, colori, odori, precipitazioni, soluzioni, fissazioni, e “manifestazioni” di varia natura e ordine). A tali effetti materiali, se ne accompagnano, a volte, altri d’ordine psichico, fluidico o, come si dirà più tardi, eterico. Forse fu anche per questo se, nell’apparentemente scettico secolo dei lumi, le dottrine cialtronesche, professate da maghi fasulli, trovarono un credito enorme e una volgarizzazione assai maggiore di quanto non ne avessero avuto nel rinascimento quelle dei pochissimi… maghi veri.

Tale matematica della chimica (che è tanto più precisa quanto più è moderna) conduce alla confidenza in una sicura realizzazione di un determinato prodotto, purché venga rispettato il metodo quantitativo, sia che tale evento sia accompagnato da “effetti speciali” come che tali effetti non ci siano.

Oggi, che viviamo in un mondo che, dal punto di vista spirituale, ha abbondantemente toccato il fondo, l’industria farmaceutica ayurvedica-occidentalizzata, lavora tranquillamente sul “mercurio”, come su altre sostanze volgari, ai confini fra la chimica e l’erboristeria, e prepara, con sistemi scientificamente codificati, molti prodotti che, una volta, se accompagnati da pratiche d’ordine magico, sarebbero stati definiti come appartenenti all’ermetismo (per la qualifica iniziatica che avrebbero comportato).

Il “prodotto” di tale farmacopea industriale ha dunque ancora qualcosa di ermetico?

Questo per dire che la qualità “morale”, spirituale e filosofica dell’addetto “laico” dell’Arte, non entra assolutamente in relazione con la possibilità o meno di conseguire un risultato chimico (e anche fluidico e psichico) apprezzabile.

Ora, poiché tali “risultati” intermedi vengono normalmente segnalati quali sensibili traguardi per il raggiungimento di una determinata fase realizzativa, ne consegue che schiere di aspiranti maghetti e di aspiranti “maestri” s’imbarcano nello studio di tali discipline alla ricerca dell’effetto, e commerciano con le parti meno nobili del creato pur di scatenare qualche forza nascosta tra le bolle della loro minestra chimica.

Ciò è naturale in quanto nelle scuole di cucina spirituale di ogni genere e grado è ormai da secoli assente qualsiasi tipo di filtro; e tutti quanti guardano affannosamente alla “meta”, trascurando barbaramente la colorazione spirituale sia del cuoco come di ciò che da lui viene cotto nel pentolone magico, assaggiato, esercitato e a volte, ahinoi, distribuito durante il cammino.

Che l’anima s’inzaccheri di protervia, e si sporga sul balcone satanico invece che su quello angelico, ha poca importanza. Quello che interessa è il raggiungimento della scopa o della …bacchetta magica di Harry Potter.

Ora è arrivato il momento di domandarci:

“Quanto si è… realizzato, colui che ha tecnicamente imparato a produrre una pallina di mercurio, più o meno molecolarmente coeso da legami d’ordine chimico”? A che serve far colare dell’argento o dell’oro dal crogiuolo, dopo tante peripezie e tentativi? a che serve prodursi in funamboliche tecniche ritmiche individuali e collettive, se l’anima del praticante è restata la stessa di prima (o spesso è peggiorata) e se la coscienza individuale non ha sviluppato una briciola di fuoco d’Amor di Sapienza in più rispetto allo stato iniziale??

Non sto assolutamente ribadendo l’inattendibilità dei cosiddetti soffiatori nei confronti degli adepti sinceri della Grande Opera (su questo si presuppone d’esser tutti abbastanza d’accordo), ma sto cercando di mettere in evidenza come i tanto attesi segnali, che ogni seguace della via d’Ermete o di Pitagora, o di quella esicasta e di quelle “tantriche” (ah, che disastro ormai con le parole deformate), o di altre, cerca durante il lavoro, NON sono un attestato del Vero successo dell’Opera.

Ci piace ricordare una rara ed eccezionale testimonianza del vero fuoco d’Amore, (che questa volta peschiamo a caso, proprio da quel rinascimento dove ormai si affacciano i futuri miasmi della rivoluzione francese). Tale testimonianza ce la da il Santinelli nel rapporto con la principessa Aldobrandini, che esce con tanta grazia e sapienza ermetica dalle sue rime E’ un caso raro, senza sfoggio di strumenti e vanterie sugli effetti della pratica, ma dove lo spirito passa sovrano attraverso tutta l’Opera (v. A.M.Partini, La rugiada Celeste- Ed Med.).

Queste affermazioni potrebbero sembrare demotivanti, e assai contraddittorie rispetto a quanto affermato da schiere di nuovi e vecchi esoteristi, che parlano specificamente di aspetti plateali. Ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i rudimenti di un vero percorso ascetico (che molti tendono rigidamente a distinguere da quello ermetico) sa benissimo quanto tali effetti possano essere ingannevoli e quindi come sia importante diffidarne, andando invece alla ricerca delle cause.

Per entrare in un dettaglio specifico, abbiamo notato come in molti articoli apparsi anche in riviste “serie” (e quindi non solo in quelle millenariste e “acquariane” che privilegiano il sensazionalismo misterico), stiano dilagando delle fin troppo esplicite esposizioni di alcune fasi (rieccole!) della cosiddetta via a due (estratte, in genere, da testi più noti dei filoni ermetici del rinascimento e, alcune, dalle sezioni che per anni erano state tenute riservate all’interno delle frangedi alcune scuole sopravvissute).

Quella che da sempre è stata considerata via Regia, viene perciò apparentemente spiattellata attraverso la descrizione di una serie di operazioni che coinvolgono le emanazioni fisiche del corpo, dallo sperma al sangue, ad altro (altrove dette “estrazioni”). Insomma, una bella mattina uno si alza dal letto, si legge un bel libro e la sera, coricandosi con la sua compagna (speriamo quantomeno di sesso opposto) inizia a fare l’apprendista della spagiria a due vasi!

Su questo aspetto val la pena spendersi un pochino di più e con un minimo di malinconia, in quanto molte scuole vincolano la “scalata” ai gradi iniziatici ad una specie di curriculum, assai più basato sulla successione delle …fotocopie rubacchiate alla vedova dell’esoterista di turno, che sull’autentica elevazione dell’anima. Ne deriva che molti allievi, nella corsa all’accaparramento di qualche effetto, finiscano per confondere l’esperienza con l’effetto, l’effetto con la causa e la causa con la effettiva realizzazione.

E, proprio quando si parla di vie binomiali, o “tantriche” che dir si voglia, lo sfacelo caotico rappresenta il traguardo più facile da raggiungere. E mentre si accumulano riti ed effetti, più o meno speciali e stimolanti, si isteriliscono le magiche orecchie del cuore alle cause, e l’adepto si trova a sviluppare un ego sempre più grande che non impedisce davvero il conseguimento di apparenti risultati, ma che porta tali risultati a servizio di quel signore con le corna e la coda che abita al piano di sotto. Ergo: realizzazione zero.

C’è da dire che le discipline ermetiche orientali ed occidentali si sono, necessariamente sempre rivolte, più o meno esplicitamente, alla dinamica dei centri sottili, al flusso delle correnti fluidiche e, infine, al cosiddetto risveglio dei forse eccessivamente pubblicizzati chakra (ormai tranquillamente cucinati insieme alle sephiroth in un unico calderone, nel quale qualche sapiente ghirlanda delle lettere si mescola perfino alle turlupinature dei cerchi sul grano). Dal che si deduce che questa, che sia in Oriente come in Occidente era una scienza regalmente (e non solo realmente) iniziatica, è diventata un mercato delle vacche, in tutti i sensi.

Ora, a mio avviso, non è possibile non imputare ai grandi “importatori” ottocenteschi (soprattutto inglesi e tedeschi) delle discipline orientali (vedi Elena Blavatsky e soci) una disastrosa diffusione della dinamica dei centri, come se si trattasse di una passeggiata, in cui il risveglio della povera kundalini è stato progressivamente ridotto ad una specie di viagra per erotomani. Tale rovinosa successione di fraintendimenti sull’eros orientale, è ricaduta massivamente nella affannosa e ansiosa riscoperta delle dottrine ermetiche e dell’eros occidentali.

Ciò che in Occidente era abbastanza confinato nella ristretta cerchia dei conoscitori della Cabala giudaico-cristiana o dell’ermetismo, e in Oriente protetto dalle sette shivaite o dal tantrismo kachimiro e tibetano, viene improvvisamente “commercializzato”, e mescolato attraverso la traduzione massiva di testi che, nello stesso Oriente, erano riservasti ai rishi, ai brahamani o comunque a ristrette confraternite iniziatiche.

E’ dunque proprio l’Occidente che, dopo migliaia di anni di riservatezza, ha reso “democratico” il patrimonio ascetico liturgico immenso delle biblioteche ashramiche e stranamente, dopo aver volgarizzato (non nel senso dantesco, purtroppo) tutto ciò che passa sotto il nome di “yoga” e di “tantra” si è domandato se c’era qualcosa da volgarizzare anche sul nostro fronte.

Ha riscoperto ovviamente che, anche in Occidente…avevamo (ma guarda un po’) i centri sottili (ma quanto saranno sottili?), c’era la spagiria “tantrica”, e c’era perfino il mercurio. E ne ha fatto metodicamente carne da macello. (Sulle ragioni politiche, religiose, metafisiche ed economiche di tale imbarbarimento abbiamo trattato in numerosi articoli ed editoriali).

E’ pazzesco notare come il trambusto enorme che si è creato, ad esempio, intorno all’alchimia mandarina (e al ramo specifico del taoismo che s’interessa di tali processi, con i suoi famosi “campi di cinabro” la cui “diffusione” in Occidente inizia con Matjoi) abbia avuto pesanti ricadute sulla riscoperta e spesso sul fraintendimento dei nostri maestri dell’ermetismo rinascimentale e medievale.

C’è da tener presente infine che, molte delle scuole ri-sorte agli inizi del novecento, hanno un carattere esotico più o meno “ateo”, con una spiccata e contraddittoria tendenza alla riscoperta del paganesimo (come se lo stesso avallasse qualche forma di ateismo). Ciò ha ovviamente affascinato i transfughi occidentali dal cristianesimo, ancor più delusi dopo la “débacle” dei riti post conciliari (e qui le responsabilità della chiesa di Roma, a nostro avviso, sono enormi).

In questo trionfo della “liberazione democratica delle scienze ermetiche”, lo zen e… l’arte di riparare le motociclette (senza alcuna offesa per l’autore) hanno messo d’accordo scienziati atei e… massaie pagane, a volte in funambolici equilibri fra sesso misterico e arti marziali, teorie relativistiche e realizzazioni spirituali. E’ così iniziata, tra i boschi e i campi della sterminata vallata esoterica, la spietata… “caccia alla lepre Mercuriale” che, grazie a Dio, ha le ali sulle zampe e corre come una matta: e quindi non è facile acchiapparla.

Ma se ne possono prendere i surrogati, per cui ormai abbiamo migliaia di apprendisti stregoni o aspiranti iniziati, che profondono parole e a volte sostanze che ritengono adatte alla trasmutazione, in una specie di democratica, e cafonesca orgia dionisiaca collettiva.

“Venghino venghino signori (diceva Trilussa parlando del proprietario del Circo che invitava gli astanti sotto la tenda) più uomini entrano, più bestie si vedono”

Ora mi sia permesso dire che c’è un personaggio particolare, ormai totalmente trascurato e frainteso da tutti i novelli compagni di Nocciola fattucchiera.

E tale personaggio chiamasi Saturno.

Egli ci racconta che il tempo della “realizzazione” non soggiace al tempo ordinario; Il Tempo è la sostanza stessa di cui è composto Saturno, figlio di Urano. Ma ciò che di norma consideriamo “tempo” e cioè la successione degli eventi e delle esperienze lineare, non rappresenta lo Spirito del Dio. L’ingresso nell’universo delle trasformazioni realizzative avviene attraverso due valvole. Due valvole, emblema del Dio con la falce lunare eviratrice del padre, ma procacciatrice di messi; valvole che si aprono e si chiudono nel cuore del grande Dio laziale, ospitato da colui che, queste porte è in grado di aprirle e chiuderle, e cioè da Giano. E senza tale passaggio in tali filtri misterici nessuna esperienza può essere “realizzativa”. Non sto propugnando una variante esotica, una nuova strada spirituale per gli scalatori… delle “piramidi di luce” a modico prezzo, ma sto semplicemente esplicitando una trascuratezza operativa che, se nell’uomo Antico era impensabile, nell’uomo moderno è diventata “norma”. L’uomo moderno misura i suoi spostamenti interiori con l’orologio; e Saturno non ha l’orologio ma la clessidra.

Se non si comprende che la vera ed unica materia dell’opera è tra le mani dell’operatore, che l’unico vero fuoco è fuoco d’Amore, e che l’unico centro in grado di coordinare e regolare gli altri centri (sottili, sottilissimi…. capillari) è il centro della croce, dove, appunto, tutte le clessidre ruotano, si seguiterà a girare in tondo alla continua ricerca di qualcosa di esterno a noi, che modifichi qualcosa d’interno a noi, in una speculazione assurda e inutile.

E questo è bene che seguitino a farlo i cercatori di “realizzazioni” tangibili e di “mete” ben visibili.

Ma, come diceva quel piccolo frate eremita delle montagne toscane, che ho citato in altri articoli, coloro che cercano la Verità, è forse opportuno che s’impegnino a chiedere udienza al grande re del Lazio (questa volta da rex regis) che è stato ospitato dalla più complessa ed ermetica figura dell’universo mitologico laziale; e poi magari capiranno realmente perché il “suo tempo”, viene detto aureo.

[1] Ho cercato di fornire alcune tracce filologiche sulla teoria della maggior chiarezza della scienza ermetica medievale in confronto a quella rinascimentale nel mio Sedes Sapientiae (cap. IV). Ho sempre fatto riferimento ad autori poco coinvolti nell’esoterismo, proprio perché gli interventi degli addetti ai lavori in tale campo sono spesso eccessivamente “di parte”.

Fonte: www.simmetria.org

Matrimonio sacro: sì o no?

Spesso mi sono chiesto se effettivamente sia possibile realizzare un rapporto tra due persone fondato su basi sacre, in cui entrambi condividono la stessa esperienza spirituale in modo da procedere parallelamente lungo la Via. Possiamo chiamarla come vogliamo, nozze sacre, matrimonio mistico, cioè una relazione che rifletta sul piano terreno un’unione che deve avvenire innanzitutto all’interno di noi tra la componente maschile e quella femminile, tra lo spirito e l’anima. Gesù stesso potrebbe aver avuto una vera relazione con Maria Maddalena sia sul piano spirituale che materiale. Non possiamo escluderlo.

Personalmente, sono scettico sul fatto che un legame tra due persone possa contribuire ad innalzare il nostro stato di coscienza perchè, detto molto sinceramente, se si sta vicino ad una persona carina di sesso opposto non si riesce a non pensare a “quella cosa”, quindi la relazione si fonderà prevalentemente su basi terrene. Si possono fare tante belle chiacchiere ma purtroppo è così. Tutti noi sentiamo il bisogno di stare con una persona di sesso opposto, trovare la classica anima gemella con cui poter condividere tutto, e a chi non piacerebbe fare sesso con la persona amata? Sarebbe da ipocriti negarlo. Ma tutto ciò che è salutare per la carne purtroppo è dannoso per lo Spirito. Materialmente staremo anche bene, proveremo piacere e soddisfazione per la piega che avrà preso la nostra vita, ma alla fine a rimetterci sarà la nostra evoluzione spirituale.

Nulla è giusto o sbagliato, tutto dipende da cosa ricerchiamo dalla vita. Se ricerchiamo le gioie mondane allora facciamo bene a legarci affettivamente a qualcuno, se invece ricerchiamo il Logos per risvegliarci allora dovremo rinunciare a tutto questo genere di cose. Pensiamo a una coperta che si accorcia da una parte e si allunga dall’altra. Credo che non ci sia un modo migliore per spiegare il senso della guerra interiore che ogni Figlio della Luce deve fare. Per guadagnare qualcosa bisogna essere disposti a perdere qualcos’altro. Se tiriamo la nostra anima verso il mondo inevitabilmente si allontanerà dallo Spirito, che ci piaccia o no purtroppo è così, evidenza sperimentale. Non è possibile dedicarsi contemporaneamente a Dio e al mondo, non ce la si fa.

Se noi trovassimo all’esterno la nostra parte complementare saremmo felicissimi e ci sembrerà di aver toccato il cielo con un dito, penseremmo di aver raggiunto veramente un rapporto fondato su basi sacre. Ma allo stesso tempo sono convinto che il collante di questa relazione sarà sempre e soltanto il corpo, per quanto sacro e spirituale possa essere questo legame, e non saremmo più spinti a cercare perchè penseremmo di aver già trovato tutto in quella persona. E il tempo che desideriamo passare con lei sarà sempre del tempo sottratto al lavoro interiore che dobbiamo fare su di noi. Insomma, l’amore fisico prenderà il sopravvento e la ricerca interiore si arresterà.

Non voglio dare giudizi, sto solo facendo delle costatazioni pratiche. Se si sta con una persona carina come può non venirci voglia di fare sesso con lei? Come può non venirci voglia di passare tutto il nostro tempo insieme, invece magari di meditare, contemplare e ascoltarci dentro? Anche se vedessimo una parvenza di unione mistica, quello che desideriamo è in realtà sempre il piacere fisico, il sesso. Il matrimonio mistico può essere quasi un pretesto per giustificare il nostro bisogno di stare con qualcuno che non è un peccato, attenzione, ma una necessità che quasi tutti hanno, per cui non ne farei mai una colpa.

Non so, credo che solo quando una persona sta in completa solitudine può davvero innalzare il suo stato di consapevolezza e pensare di poter interagire col suo Spirito. Chi cerca trova. Bene, secondo me è difficile cercare in due perchè, per il solo fatto di stare insieme, la loro percezione del mondo sarà proiettata verso l’esterno e non verso l’interno. Tutta una serie di considerazioni pratiche mi porta a pensare che, se si vuole realmente risvegliarsi dal sonno, bisogna fare una scelta. La nostra dolce metà all’esterno possiamo anche trovarla, affinità spirituale a 360°, ok, ma sono sicuro che poi il filo conduttore della nostra esistenza sarà il piacere che proveremo nello stare con lei, e dubito che allo stesso tempo riusciremo a focalizzarci sulle questioni divine e cioè sul lavoro interiore che va fatto dentro di noi: il risveglio del Figlio dell’Uomo.

Il sogno di Adamo

di Khayel

Mentre prendevo il caffè, mi è venuto questo pensiero… noi dovremmo essere una copia imperfetta dell’ADAM QADMON, una sua FRAMMENTAZIONE, quindi facciamo, anche se in modo peggiore, le stesse cose… ADAM sogna e frammenta, pure noi sogniamo e frammentiamo…

Adesso comprendo quello che mi disse un amico tempo fa: IL SOGNO ADAMICO E’ IN PRIMO LUOGO IL SOGNO DI VEDERE ALL’ESTERNO DI SE LA SUA PARTE MASCHILE E FEMMINILE, E POI VEDERE IN SOGNO CHE QUESTI SI MOLTIPLICANO ALL’INFINITO. IN REALTA E’ LA SUA PSICHE CHE SI FRAMMENTA E DISPERDE… E QUESTO E’ UN PROCESSO ALL’INFINITO, PERCHE OGNI FRAMMENTO DI ADAMO A SUA VOLTA SI DEFRAMMENTA… ALL’INFINITO. IL TEMPO E’ LA MISURA DI QUESTA FRAMMENTAZIONE…

Prima come esseri inconsapevoli abbiamo continuato a frammentare la nostra psiche/coscienza/anima all’esterno, adesso un minimo di consapevolezza dovrebbe permetterci di capire che le persone che ci circondano sono frammenti del nostro intimo proiettati fuori… il problema è la conoscenza dei tanti “io” presenti in ognuno di noi, perché, secondo me è proprio questo che proiettiamo fuori, proiettiamo i nostri tanti “io”, i nostri tanti aspetti/parti/espressioni/presenze, ognuna delle quali si esprime in modo proprio, “positivo” o “negativo”.

Ognuna di queste parti cerca di emergere e realizzarsi, generando così come a una “spaccatura” nel nostro intimo, cioè contribuendo alla frammentazione… credo che l’unica cosa da fare sia tentare di interagire con queste persone/aspetti che sono esterni a noi, ma che in realtà sono nel nostro intimo… ma come farlo?

Riunendo le parti dentro di noi… Con alcuni aspetti è facile, ci sono persone con cui siamo aspetti l’uno dell’altra, fra di noi non c’è tensione ma quiete, quindi direi che abbiamo oltrepassato le barriere egoiche, mettendoci a nudo anche nei lati peggiori, realizzando così all’unione degli opposti/complementari… da parte mia è così, perché quando parlo con alcune persone è come se parlassi a me stessa… non ho bisogno di verifiche ulteriori, so già che capiranno tutto alla perfezione, solo che devo dirglielo perché su questo piano abbiamo ancora corpi diversi, purtroppo! Direi che questo avviene quando proiettiamo le parti “positive”… è anche vero, se guardiamo il simbolo del TAO, che niente è assolutamente positivo o negativo, però penso che con le proiezioni a maggioranza positive sia più facile ricreare l’Unità…

La cosa è molto più complessa quando il nostro intimo proietta le parti “negative”, le “nafs”, o attributi quasi a maggioranza perversi (anche se non del tutto, vedi sempre il TAO) qui occorre, oltre che la famosa “conoscenza del sé” (come nel caso dell’aspetto positivo) davvero lo “sforzo”, la jihad. Credo che qui sia necessario mettere in pratica uno dei miei versetti preferiti Mt 10, 16: “Siate dunque scaltri come serpi e puri come colombe”, nello scontro diretto con l’aspetto di demone occorre diventare demone, e agire con la scaltrezza necessaria, perché calarsi nelle Tenebre non è certo una passeggiata, ma occorre anche rimanere puri, scendere nell’oscurità dell’inconscio come però se fossimo degli osservatori esterni, credo che sia questo il DISTACCO.

A questo proposito desidero farvi partecipe di qualcosa che mi ha detto un’altra persona di mia conoscenza e che mi ha fatto riflettere, dice che QUANDO ESPONGO O RIFLETTO SU FATTI/COSE/CONCETTI LO FACCIO COME SE NE PARLASSI IN TERZA PERSONA, NON IN SENSO GRAMMATICALE, OVVIO, MA PROPRIO COME QUALCUNO CHE NON È COINVOLTO DA QUELLO CHE GLI SUCCEDE INTORNO.

Trovo molto singolare che l’abbia notato, ma se l’ha fatto vuol dire che evidentemente tratto gli avvenimenti esterni come se non mi appartenessero… può anche essere, ma dubito di aver raggiunto questo livello, magari!

Credo, però, che per sublimare il Drago, dobbiamo davvero affrontarlo rimanendo sufficientemente distaccati, ma dobbiamo affrontarlo con le sue stesse armi, nel suo territorio, altro modo, a mio modesto avviso, non c’è dobbiamo solo tener ben presente che l’esito dipende dalla nostra capacità di mantenerci puri di cuore (che è diversissimo da puri nel corpo) mentre adempiamo al compito di ricreare l’unione di tutte le parti dentro di noi e di tutte le parti di Adam… solo PACIFICANDO/PLACANDO le parti RIUNIREMO LA FRATTURA ANTICA, ma non è possibile trionfare prima di aver dominato e assimilato l’Ombra… il Drago si batte in un modo solo con ovvero l’amore superiore, il fuoco sacro e l’umiltà, e trasformando la bramosia, generata dalle pulsioni, in serenità, in quiete.

Come vediamo, ogni cosa riporta a riequilibrare gli opposti/complementari…

So che non serve scriverlo, ma le mie non sono verità assolute, sono solo riflessioni…