La nuova concezione dello spazio-tempo tra Relatività, Cubismo e Surrealismo

Le idee di spazio e di tempo hanno un posto preminente nella nostra mappa della realtà. Servono a ordinare cose ed eventi nel nostro ambiente e sono quindi di capitale importanza non solo nella vita quotidiana, ma anche nei nostri tentativi di comprendere la natura. Ogni volta che cerchiamo di raffigurarci una rappresentazione del reale, non possiamo fare a meno di questi due concetti.

All’inizio del secolo scorso, una profonda rivoluzione fa crollare i paradigmi su cui si fondava la classica concezione dello spazio e del tempo, che dalla scienza all’arte erano stati visti sempre come due entità assolute, immutabili, e separate l’una dall’altra. Questa vecchia credenza faceva supporre che fosse possibile dare una descrizione completamente oggettiva della realtà, cioè senza tenere mai conto dell’osservatore umano. Si trattava di una visione decisamente deterministica, che presupponeva una fondamentale divisione tra l’Io e il mondo: fissati lo spazio e il tempo, ogni cosa era quello che era e continuava a permanere nello stesso stato, indipendentemente da chi la osservava e da come la si osservava.

Lo spirito rivoluzionario di inizio Novecento sferra un duro colpo a questo sistema, evidenziandone i limiti, e mette sotto gli occhi di tutti la natura relativistica dello spazio e del tempo, secondo cui non esistono verità assolute, ma tanti frammenti di verità relativi al sistema di riferimento in cui si osservano le cose. Si tratta di un evento unico nell’arco di tutto il percorso conoscitivo dell’uomo perché mina alla base le fondamenta della vecchia concezione del mondo, facendo crollare tutte le certezze che sino a quel momento si riteneva di possedere. Partendo dalla scienza, l’intero fenomeno influenza poi molteplici aree culturali, ciascuna delle quali lo comunica secondo il proprio linguaggio. In questo studio, vediamo come la scienza e l’arte si sono intrecciate per esprimere il relativismo dei concetti di spazio e di tempo.

Il pioniere di questa nuova visione della realtà è stato senza dubbio Albert Einstein, che nel 1905 pubblica la sua Teoria della Relatività Ristretta, unificando la meccanica e l’elettromagnetismo in una struttura comune. Prima dell’avvento di Einstein, infatti, tutta la scienza era sorretta graniticamente dalla meccanica newtoniana, che venne considerata per lungo tempo la teoria definitiva con la quale era possibile descrivere tutti i fenomeni naturali. Lo scenario dell’universo newtoniano in cui avvenivano tutti i fenomeni fisici era lo spazio tridimensionale della geometria euclidea classica: uno spazio assoluto, sempre immobile e immutabile. Tutti i cambiamenti che si verificano nel mondo fisico erano descritti in funzione di una dimensione separata, chiamata tempo, anch’essa assoluta, che non aveva alcun legame con il mondo materiale e che fluiva uniformemente dal passato al futuro, attraverso il presente. Verso la fine dell’Ottocento, però, la scoperta dei fenomeni elettrici e magnetici rese evidenti i limiti del sistema newtoniano, e mostrò che nessuno dei suoi aspetti aveva validità assoluta. Oggi sappiamo che le leggi di Newton sono applicabili soltanto per oggetti macroscopici e solo per velocità piccole rispetto a quella della luce. Quando dobbiamo descrivere il mondo atomico e subatomico, bisogna ricorrere alla meccanica quantistica; quando invece le velocità si avvicinano a quella della luce, è necessario applicare la relatività. La teoria di Einstein sistema finalmente la meccanica e l’elettromagnetismo in un modello coerente, ma nello stesso tempo comporta drastici cambiamenti nei concetti tradizionali di spazio e di tempo, minando alla base uno dei pilastri della concezione newtoniana del mondo.

Secondo la relatività ristretta, lo spazio e il tempo sono connessi in modo inseparabile e formano un continuum quadridimensionale: lo spazio-tempo. Perciò, non si può mai parlare dello spazio senza parlare del tempo e non esiste un flusso universale del tempo come nel modello newtoniano. Prima si supponeva che l’ordine temporale tra due eventi fosse indipendente da qualsiasi osservatore, e a tutte le specificazioni che si riferivano al tempo – quali “prima”, “dopo” o “simultaneamente” – veniva dato un significato assoluto. Nella vita quotidiana, l’impressione di poter ordinare gli eventi attorno a noi in un’unica sequenza temporale dipende dal fatto che la velocità della luce nel vuoto – 300.000 km/s – è immensamente più grande di qualsiasi altra velocità di cui possiamo avere esperienza diretta, che possiamo supporre di stare osservando gli eventi nell’istante stesso in cui avvengono. Ma ciò non è vero poiché la luce impiega un certo tempo per andare dall’evento all’osservatore, e se quest’ultimo si muove ad alta velocità rispetto al fenomeno osservato, il breve intervallo di tempo tra l’istante in cui avviene un evento e l’istante in cui lo si osserva svolge un ruolo decisivo nello stabilire la sequenza degli eventi. Osservatori differenti, che si muovano con differenti velocità relative rispetto agli eventi osservati, ordineranno questi ultimi secondo una diversa successione temporale. Due eventi che un osservatore vede come simultanei possono avvenire in diverse sequenze temporali per altri osservatori. La simultaneità quindi è un concetto relativo, e non è possibile definire un preciso istante di tempo uguale in tutto l’universo.

Ci sono due risvolti sconcertanti di questa teoria: man mano che aumenta la velocità relativa tra due osservatori lo spazio si contrae e il tempo si dilata.

Secondo la relatività, un oggetto non ha la stessa lunghezza in moto o in quiete, ma si contrae nella direzione del movimento, e la contrazione è tanto maggiore quanto più alta è la velocità. È importante capire che non ha alcun senso chiedersi quale sia la lunghezza “reale” di un oggetto perché essa non è altro che la proiezione su uno spazio tridimensionale di un insieme di punti dello spazio-tempo quadridimensionale, ed è diversa in sistemi di riferimento diversi, esattamente come la lunghezza dell’ombra di una persona che è diversa a seconda dell’angolo di proiezione. Anche i tempi, come le lunghezze, dipendono dal sistema di riferimento, ma al contrario delle distanze spaziali diventano tanto più lunghi quanto più aumenta la velocità rispetto all’osservatore. Ciò significa che gli orologi in moto rallentano e il tempo scorre più lentamente.

Nella nostra vita quotidiana non siamo in grado di apprezzare questi effetti relativistici perché essi diventano misurabili solo quando la velocità relativa tra due osservatori è prossima a quella della luce, mentre le velocità con cui ci confrontiamo sono sempre molto basse.

Nel 1915, Einstein propone la sua Teoria della Relatività Generale, che estende il modello precedente sino a includere la gravità, il cui effetto è di “curvare” lo spazio e il tempo. La curvatura è causata dal campo gravitazionale dei corpi, per cui dovunque sia presente un oggetto con massa, lo spazio circostante è curvo, e il grado di curvatura dipende dalla massa dell’oggetto. E poiché nella teoria della relatività lo spazio non può mai essere separato dal tempo, la curvatura prodotta dalla gravità deve estendersi allo spazio-tempo quadridimensionale. Anche il tempo, quindi, è influenzato dalla presenza della materia, e al variare della curvatura da punto a punto, scorre con ritmi differenti in punti diversi dell’universo.

La relatività einsteniana ha dimostrato quindi che tutte le misure in cui entrano lo spazio e il tempo perdono il loro significato assoluto. Non esiste uno spazio tridimensionale e il tempo non è un’entità separata. Entrambi sono profondamente e inseparabilmente connessi e formano un continuum quadridimensionale, chiamato spazio-tempo. Tutti gli effetti relativistici su menzionati ci appaiono paradossali solo perché con i nostri sensi non possiamo fare alcuna esperienza diretta del mondo quadridimensionale dello spazio-tempo, ma possiamo osservarne soltanto le “immagini” tridimensionali, che appaiono diverse in sistemi di riferimento diversi: oggetti in moto appaiono diversi da oggetti fermi, e orologi in moto scandiscono il tempo con ritmo diverso. Lo spazio e il tempo sono soltanto elementi di un linguaggio che viene usato da un osservatore per descrivere i fenomeni dal proprio punto di vista, per cui ciascun osservatore descriverà quei fenomeni in modo diverso. Al centro della relatività, c’è quindi il riconoscimento che la geometria non è qualcosa di inerente alla natura, ma è una costruzione della nostra mente, di conseguenza l’idea stessa di una realtà oggettiva perde completamente di significato.

Mentre la fisica giunge a un nuovo modello di descrizione e rappresentazione del reale, anche l’arte attraversa un momento cruciale che segna l’abbandono dei canoni fondamentali della pittura tradizionale, portando a una ridefinizione dei concetti di spazio e di tempo.

Nella storia artistica occidentale, l’immagine pittorica per eccellenza è stata sempre considerata di tipo naturalistico. Ossia, le scene dipinte devono riprodurre fedelmente la realtà, rispettando gli stessi meccanismi della visione ottica umana. Questo obiettivo era stato raggiunto con il Rinascimento italiano che aveva fornito gli strumenti razionali e tecnici del controllo dell’immagine naturalistica: il chiaroscuro per i volumi, la prospettiva per lo spazio. Con la prospettiva, la visione diviene tridimensionale e su di essa l’artista può finalmente ritrarre tutta la realtà quale essa appare da un unico punto di vista. Ma poiché la prospettiva non considera l’oggetto nella sua totalità, in quanto ne riporta solo un aspetto parziale, essa non è che un artificio, un’illusione imitativa.

All’inizio del Novecento, sale alla ribalta il genio artistico di un solo uomo: Pablo Picasso, che rivoluziona decisamente lo stile pittorico del suo tempo. Nei suoi quadri, le immagini si compongono di frammenti di realtà, visti tutti da angolazioni diverse e miscelati in una sintesi del tutto originale. Ciò demolisce di fatto il principio fondamentale della prospettiva: l’unicità del punto di vista, che imponeva al pittore di guardare solo ad alcune facce della realtà. Nelle opere di Picasso, infatti, l’oggetto viene rappresentato da una molteplicità di punti di vista, così da ottenere una rappresentazione “totale” dell’oggetto che ingloba tutte le possibili sfaccettature. Si ottiene quindi un’immagine completamente diversa dall’esperienza visiva corrente, ma in fondo più “realistica” perché contiene più volti della realtà, più punti di vista da cui si possono vedere le cose. Questa sua particolare tecnica lo porta ad ottenere immagini dalla apparente incomprensibilità, in quanto risultano del tutto diverse da come la nostra esperienza è abituata a percepire le cose. Da ciò nasce anche il termine Cubismo, dato a questo movimento, con intento denigratorio, in quanto i quadri di Picasso sembravano comporsi solo di sfaccettature di cubi. Il Cubismo, a differenza degli altri movimenti avanguardistici, non nasce in un momento preciso né con un intento preventivamente dichiarato. Non fu cercato, ma fu semplicemente trovato da Picasso, grazie al suo particolare atteggiamento di non darsi alcun limite, ma di sperimentare tutto ciò che era nelle sue possibilità.

Il quadro che, convenzionalmente, è indicato come l’inizio del Cubismo, è Les demoiselles d’Avignon, realizzato da Picasso tra il 1906 e il 1907, e oggi custodito al Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Con quest’opera, il pittore distrugge definitivamente le leggi compositive tradizionali: non c’è più la prospettiva usata sin dal Rinascimento.

Vediamo cinque donne completamente schematizzate e deformate da uno stile pittorico tagliente e spigoloso. Cinque nudi femminili che di riferimenti all’eleganza, all’armonia e alla bellezza femminile ne hanno ben pochi, piuttosto sembrano figure quasi “tagliate con l’accetta”. I canoni proporzionali sono stati quindi completamente sconvolti. Le figure sono frammentate e scomposte, così come lo spazio in cui sono disposte. Ma la figura inginocchiata a sinistra ha qualcosa di più sconvolgente: il suo volto è frontale, mentre il corpo è visto di schiena. Da questa figura, da questa scelta di mostrare contemporaneamente due parti del corpo che nessuno potrebbe mai vedere nello stesso istante, parte la poetica del Cubismo.

Cerchiamo di capire meglio in cosa consiste questa rivoluzione cubista. Se siamo di fronte ad una persona, ne vediamo il viso, il petto, il busto, la pancia, le ginocchia, ecc., tutto in versione frontale. Se invece questa persona resta immobile e noi ci spostiamo nello spazio attorno a lei, cambiando punto di vista, ovvero, ponendoci alle sue spalle, avremo un’altra visione. Vedremo la nuca, i capelli, le spalle, la schiena e così via. Non è permesso però, ai nostri occhi, vedere allo stesso tempo un viso e una schiena. Per farlo dobbiamo spostarci, e per spostarci necessitiamo di tempo, anche solo pochi istanti. Ma quei pochi istanti creano un prima (in cui la figura era frontale) e un dopo (in cui la figura è di spalle). Ora, se il pittore avesse voluto rappresentare la realtà per come la vediamo e come tutti gli artisti avevano fatto prima di lui, avrebbe dipinto una donna vista completamente di fronte o completamente di spalle. Ed è proprio qui che sta la rivoluzione cubista, nel principio di relatività: ciò che vediamo di un oggetto è sempre relativo al punto di vista da cui lo osserviamo. Lo stesso oggetto, fermo nello spazio di una stanza, possiamo vederlo infatti in tanti modi diversi a seconda di dove ci troviamo. I punti di vista cambiano non appena cambia la nostra posizione nello spazio. Quello che Picasso cerca è una visione simultanea della realtà in tutti i suoi possibili punti di vista. Come? Scomponendo l’oggetto in tutte le sue possibilità visive, e ricomponendolo poi sulla tela sfaccettato, come se lo vedessimo da tutte le angolazioni. Ecco la realtà non più assoluta, ma relativa al punto di vista da cui la si osserva. E non è solo l’oggetto ad essere frantumato. Viene scomposto anche lo spazio in cui questo si trova, e quindi lo sfondo. Perché quando osserviamo qualcosa, accogliamo nel nostro campo visivo anche lo sfondo, che può essere una parete, un armadio, una finestra, un viale, un prato, qualunque cosa.

Quando il Cubismo rompe la convenzione sull’unicità del punto di vista, di fatto introduce nella rappresentazione pittorica un nuovo elemento: il tempo, una variabile che prima era assente. L’immagine naturalistica, infatti, ha un limite ben preciso: può rappresentare solo un istante della percezione. Avviene da un solo punto di vista e coglie solo un momento. Per poter vedere un oggetto da più punti di vista è invece necessario che la percezione avvenga in un tempo prolungato, che non si limiti a un solo istante, in modo che l’artista abbia il tempo di vedere l’oggetto, e quando passa alla rappresentazione porta nel quadro tutta la conoscenza che egli ha acquisito dell’oggetto. L’introduzione di questa nuova variabile è un dato che non riguarda solo la costruzione del quadro, ma anche la sua lettura. Un quadro cubista, infatti, non può essere letto e compreso con uno sguardo istantaneo. Deve, invece, essere percepito con un tempo preciso di lettura. Il tempo, cioè, di analizzarne le singole parti e ricostruirle mentalmente, per giungere con gradualità dall’immagine al suo significato.

Con Picasso, la dimensione spazio-temporale entra di diritto nell’arte. Nasce così una nuova pittura in cui lo spazio e il tempo non sussistono più come principi assoluti e immutabili, ma si fondono in una stessa rappresentazione che fornisce una visione simultanea della realtà in tutte le sue sfaccettature. È evidente il legame tra la rivoluzione cubista di Picasso e la teoria della relatività di Einstein, nate entrambe nello stesso periodo. L’abolizione dei concetti di spazio e di tempo assoluti, la definizione di spazio-tempo, l’impossibilità di dare una descrizione oggettiva del mondo, la frammentazione della realtà in base ai punti di vista da cui la si osserva, sono gli elementi che accomunano il fisico tedesco al pittore spagnolo. Non è chiaro se ci sia stato un nesso di dipendenza reciproca tra la Relatività e il Cubismo, ma è interessante notare come, in due campi diversissimi tra loro, si avverta la medesima necessità di andare oltre la conoscenza empirica della realtà per giungere a nuovi modelli di descrizione e rappresentazione del reale.

È così quindi che si inaugura nell’arte un nuovo modo di percepire la realtà, che raggiunge poi il suo apice nel Surrealismo, un vastissimo movimento culturale nato ufficialmente nel 1924 ad opera di André Breton. In tutte le manifestazioni surrealiste si esalta il ruolo dell’inconscio nell’attività creativa, per il raggiungimento di uno stato conoscitivo “oltre” la realtà, in cui veglia e sogno sono entrambe presenti e si conciliano in modo armonico e profondo. I pittori surrealisti si lasciano guidare dal proprio inconscio attraverso “l’automatismo psichico”, cioè quel processo in cui l’inconscio emerge anche quando siamo svegli e ci permette di associare libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale. In questo modo, i surrealisti liberano pienamente le potenzialità immaginative dell’inconscio e hanno accesso a ciò che si cela dietro il visibile. Inoltre, esaltano enormemente l’interiorità dell’uomo. Il fine comune che raggiungono i vari artisti, attraverso procedimenti diversi, è lo spostamento del senso, ossia la trasformazione di immagini convenzionali in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà.

Tra i vari esponenti del Surrealismo, chi interpreta al meglio la nuova concezione dello spazio e del tempo che si va delineando ad inizio Novecento, è il pittore spagnolo Salvador Dalí, il quale restò fortemente influenzato dagli sconvolgimenti teorici della teoria della relatività di Einstein. È in uno dei suoi quadri più famosi che Dalí espone la sua concezione del tempo: La persistenza della memoria, conosciuto pure come Gli orologi molli, anch’esso conservato al Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

I quattro orologi – tre che si sciolgono al sole mentre l’ultimo, ancora nella custodia, è ricoperto dalle formiche che fungono da decorazione – rappresentano la nostra concezione del tempo, modificata dalla nostra psiche e la cui velocità e connotazione dipende solo dal nostro stato d’animo e dalla logica del ricordo.

In quest’opera il maestro spagnolo interpreta le indagini relativistiche sulla dimensione del tempo. La deformazione delle immagini è uno strumento per mettere in dubbio le facoltà razionali, che vedono gli oggetti sempre con una forma definita. L’orologio è lo strumento razionale per eccellenza che permette di misurare il tempo, e di dividerlo in modo da piegarlo alle esigenze pratiche e quotidiane. Deformando l’orologio, trasformandolo in una figura liquida, che sembra sciogliersi e adattarsi alle superfici su cui viene posta, Dalí invita l’osservatore a riconsiderare la dimensione del tempo, della memoria, del sogno e del desiderio: il prima e il dopo si mescolano e lo scorrere delle ore e dei giorni accelera e rallenta a seconda della percezione soggettiva. Possiamo notare inoltre che gli orologi segnano ore differenti, infatti la dilatazione o la contrazione del senso del tempo è una caratteristica che dipende dalla singola individualità. Il tempo, quindi, inteso nella razionale successione di istanti meccanicamente determinati, viene messo in crisi dalla memoria umana, che del tempo ha una percezione tutt’altro che razionale. Ciascuno avverte lo scorrere del tempo secondo metri assolutamente personali. In primo piano, poi, è possibile notare un particolare singolare: sopra un orologio ancora chiuso nel suo coperchio sono presenti delle formiche. Questi esseri minuscoli rappresentano l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere, nella soggettiva percezione umana, assume una velocità e una connotazione diversa, interna, che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo.

L’interpretazione di Dalí ci ricorda le proprietà metriche dello spazio-tempo elaborate nella teoria della relatività di Einstein, secondo cui la materia ha l’effetto di curvare lo spazio e il tempo. Infatti, gli orologi molli sciolti al sole, che segnano ore differenti, rappresentano proprio la curvatura del tempo che perde la rigida struttura meccanica per adattarsi alla percezione soggettiva, e scorre con ritmi differenti in punti diversi dell’universo.

Siamo dunque arrivati alla fine della nostra analisi. Abbiamo visto come la scienza e l’arte, nei primi anni del Novecento, hanno comunicato la rottura dei paradigmi su cui si poggiava la classica concezione dello spazio e del tempo. L’intreccio tra la relatività di Einstein da un lato, e le manifestazioni cubiste e surrealiste ad opera di Picasso e Dalí dall’altro, è sotto gli occhi di tutti. Poco importa se la contemporaneità tra i due fenomeni sia stata casuale o se invece ci sia stato un reale nesso di dipendenza reciproca. L’aspetto interessante da notare è come nello stesso periodo due campi diversissimi tra loro hanno avvertito la medesima necessità di abbandonare il vecchio mito della realtà oggettiva, per giungere a un nuovo modello di rappresentazione del reale che pone l’osservatore al centro di tutto e colloca la nostra esistenza in un contesto multidimensionale. Non esiste una realtà al di fuori dell’osservatore. Lo spazio-tempo si adatta automaticamente alla nostra “presenza” e ci permette di cogliere di volta in volta una sfaccettatura piuttosto che un’altra. Tante piccole verità relative. Se riuscissimo ad “oltrepassare” lo spazio-tempo, forse troveremmo quelle assolute…

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La cimatica e l’universo olografico

Tratto dal libro: “Scienza, Mistica e Alchimia dei Cerchi nel Grano” di Adriano Forgione con la collaborazione di Alfredo Di Prinzio

La cimatica

Il primo a interessarsi alle forma d’onda, cioè l’interazione tra suono e materia, fu il fisico e musicista Ernst Chladni (1756-1827) che rilevò il rapporto esistente tra vibrazione e forma. Egli pose una sabbia finissima su un disco metallico e vi fece agire delle vibrazioni generate da un arco di violino, suonato perpendicolarmente lungo la sua circonferenza. Mentre l’arco creava le onde sonore, Chladni osservò che la sabbia si ordinava istantaneamente sul piatto, generando forme simmetriche in risposta al suono prodotto dall’arco di violino.

Il meccanismo era il seguente: le vibrazioni sonore creavano una forma d’onda, una vibrazione, che si distribuiva lungo la superficie, presentando dei punti di convergenza in cui la sabbia si concentrava.

Chladni osservò nei suoi esperimenti molte di queste figure geometriche che oggi portano il suo nome e dimostrò, per la prima volta, che il suono ha un’interazione stretta con la materia e i suoi processi fisici.

Dopo Chladni, nel 1815, il matematico americano Nathaniel Bowditch prese in esame le forme (in gergo tecnico chiamate patterns) che venivano a crearsi attraverso l’intersezione di due onde sonore sinusoidali, generate da due sorgenti perpendicolari l’una rispetto all’altra.
Le figure, oggi osservabili attraverso un oscilloscopio, sono chiamate “curve di Bowditch” o ancora “figure di Lissajous”, in quanto anche il matematico francese Jules-Antoine Lissajous, nel 1857, condusse le proprie ricerche su questi sistemi.

Nei suoi esperimenti è interessante notare che se le due onde non erano in fase l’una con l’altra, ovvero le loro frequenze differivano, il risultato era l’apparizione di una figura a rete più o meno armonica. Se, invece, le onde si trovavano in fase, cioè in perfetta, la figura risultante era un cerchio.

Nel 1827, fu la volta del fisiologo Charles Wheatstone, che realizzò una strana apparecchiatura chiamata “caleidofono”, un insolito insieme di asticelle metalliche con appendici piccole e lucide alle estremità, il tutto montato su una base di legno. Ponendo in vibrazione le aste grazie a una leggera spinta, alla luce di una candela, il riflesso di questa sorgente luminosa sulle piccole superfici riflettenti all’estremità delle asticelle vibranti generava una serie di forme relative alla velocità e al moto vibratorio.

Questi esperimenti gettarono le basi per comprendere il legame tra vibrazione, luce, suono e materia. Lo studio di tali interazioni ebbe, però, il suo principale esponente in Hans Jenny. Nel 1967, questo fisico svizzero parti dallo studio pionieristico di Chladni per dare vita alla “Cimatica”, cioè lo studio delle forme d’onda. Il nome “cimatica” deriva dal greco “kyma”, cioè “onda”.

Le ricerche di Jenny vennero pubblicate nel libro Cymatics – The Strutture and Dynamics of Waves and Vibrations (cioè Cimatica – struttura e dinamica delle onde e delle vibrazioni), purtroppo ancora inedito in Italia. Jenny impiegò nei suoi esperimenti ciò che chiamava “oscillatori cristallini” e una sua invenzione chiamata “tonoscopio”. Attraverso queste apparecchiature fu in grado di generare suoni modulati e sequenziali e di osservarne la risposta in fluidi e polveri sottili come quella di licopodium (una pianta che appartiene al genere delle Licopodiacee). Questi “mezzi” (così sono chiamate le sostanze sottoposte a esperimenti di vibrazione), proprio come accaduto nei test di Freddy Silva generarono forme tridimensionali complesse.

Jenny notò che a ogni frequenza corrispondeva una determinata figura tridimensionale. Incrementando la frequenza, i mezzi rispondevano generando una figura più complicata, formata da un maggior numero di elementi, in genere caratteristici di ciò che viene definita “Geometria pitagorica” (chiamata anche “Geometria Sacra”).

Ciò che stupì Jenny nelle proprie indagini fu rilevare che quando il suono imposto apparteneva a una lingua antica come il sanscrito, ad esempio l’OM, la polvere di licopodium o qualsiasi altra sostanza impiegata rispondeva generando il simbolo che le antiche popolazioni legavano proprio al mantra OM e all’Universo, cioè un cerchio con punto centrale.
Consideriamo anche che il filosofo greco Pitagora affermò, ben 200 anni prima di Platone, che la geometria delle forme era “musica solidificata”.

Indirettamente, ne abbiamo conferma grazie a una notizia diramata dalla redazione giornalistica del network americano ABC, 1’11 maggio 2000. I cosmologi di UCLA hanno rilevato nel Cosmo una vibrazione di fondo, un’eco appartenente al momento in cui lo stesso si creò. «E’ la voce di un Universo appena nato» ha affermato Ned Wright «[…] e sorprendentemente è più simile a un oboe che a un flauto. È proprio il suono dell’OM originario che creò l’Universo, il Do da cui partono tutte le scale armoniche». Rilevazioni confermate anche dagli astrofisici delle Università del Meine e di Carnegie Mellon e pubblicate sulla prestigiosa rivista Science. Questo, non soltanto apre il campo a ipotesi legate al fatto che gli antichi fossero a conoscenza delle forme d’onda, ma anche alla convinzione che essi fossero ben consci del ruolo del suono o delle vibrazioni / oscillazioni nei processi creativi cosmologici. In effetti, tutti i miti della Creazione associano l’atto creativo al “Verbo” o alla “Parola”. Per gli antichi Egizi il dio solare Ra si esprimeva attraverso Thot, la sua “Parola” e dio della Conoscenza, mentre Ptah la “Lingua’.

Poiché Ptah creò il mondo attraverso il potere della parola egli svelava attraverso il suono il proprio potere creativo. La stessa fenice o uccello Bennu di On (Eliopoli), si era posato sul monte primordiale Meru dando vita al tempo attraverso il suo primo grido.
Nella Tradizione ebraica, cristiana e musulmana, Dio manifestato è il “Verbo”. Per gli antichi Greci è Atena a “soffiare” sulla creta per dare vita all’Uomo (proprio come nella Genesi biblica), mentre in India il Dio Krishna compiva la Creazione attraverso il suono del flauto.

Cosmogenesi similari sono presenti nel pensiero sciamanico americano dove, ad esempio, gli Indios Kagaba della Colombia, indicano la loro divinità suprema come “la genitrice di tutte le canzoni”, oppure quello africano ove il suono presiede alla genesi nella maggior parte delle culture tribali.

Quale migliori metafore per indicare l’azione del suono o meglio delle frequenze sonore, nel creare la realtà? Oppure per distruggerla, se pensiamo all’effetto sonoro distruttivo delle trombe impiegate dal patriarca biblico Giosuè nell’abbattimento delle mura di Gerico, oppure nel vedici Mahabarata dove il suono è impiegato per costruire e per distruggere.

Una sapienza in possesso delle classi sacerdotali dell’antichità, un livello di conoscenza cui gli antichi erano giunti, ma che gli storici e gli archeologi di oggi continuano a negare.

La Cimatica, purtroppo, è una branca scientifica ancora non completamente accettata a livello accademico, sebbene illustri, in modo sensazionale, il rapporto esistente tra forma e frequenza, rapporto che è alla base di qualsiasi cosa esistente. D’altro canto molti fisici sono ormai convinti che qualsiasi forma minerale, vegetale o animale sia il risultato di legami energetici aventi una determinata struttura, in quanto ordinati armonicamente secondo la frequenza dell’energia di base. Più si scende nell’infinitamente piccolo e più la materia si trasforma in energia.

O meglio, più si va nell’infinitamente grande e più questa energia si rende visibile mediante legami armonici, divenendo materia solida e percepibile dai sensi. È noto, in ambito scientifico, che ogni materiale sottoposto a una vibrazione specifica assume una sua peculiare forma relativa alla frequenza d’onda a cui è stato sottoposto.

La tela del ragno

Esiste una relazione tra Fisica quantistica, sciamanesimo e cervello umano. Gli sciamani, i veri sciamani, ancora oggi riescono a operare prodigi, riuscendo a far manifestare, durante le loro cerimonie, globi di luce ed energie che chiamano “Spiriti”, grazie a un sapiente uso del suono attraverso i mantra. Questi saggi e la conoscenza di ogni tradizione antica affermano che tutto nel Creato è connesso attraverso una rete di vibrazione. Gli induisti la chiamano “Rete di Indra” e credono che l’Uomo ne faccia parte e che possa interagire con tutto ciò che nella rete è presente.

Gli sciamani Kahuna hawaiani ancora oggi sostengono che tutto l’Universo è infinitamente interconnesso attraverso una struttura a reticolo (proprio come affermava David Bohm). Lo sciamano vede sé stesso al centro di questa rete e vi interagisce influenzando la realtà.

Gli sciamani aborigeni australiani parlano del “Tempo di Sogno” associando al concetto di “Sogno”, un mondo superno e primigenio da cui tutto avrebbe preso forma e in cui dimorano gli Spiriti Superiori.

È il mondo delle idee, quindi delle vibrazioni, che generano la realtà. Collegato al concetto di “Sogno”, quale mondo “matrice”, vi è un oggetto di potere utilizzato dalle tribù native del Sud-Ovest degli Stati Uniti, il “Dream catcher”, il “Cattura Sogni”.

Quest’oggetto dimostra che tali popolazioni conoscevano l’interazione delle due sorgenti vibrazionali che generano la realtà dal mondo superiore e invisibile del sogno, o meglio dalla “Forza indistinta” (da cui il nome “Cattura Sogni”). Il Cattura Sogni è, infatti, formato da due serie di spirali rotanti in senso opposto, ognuna risultato dell’energia di un vortice (sappiamo che la spirale è il movimento primario di creazione di ogni cosa presente nel Cosmo).

La loro doppia rotazione forma una rete e quindi dà vita alla realtà, al mondo visibile e percepibile, giustificandone così il nome. A conferma di quanto detto, l’intreccio del Cattura Sogni e, quindi, il risultato dell’unione delle onde che creano queste figure archetipiche basata proprio sull’interazione delle due sorgenti vibrazionali.

Possiamo associare per analogia a queste due spirali l’immagine dei due swastika, uno sinistrogiro e l’altro destrogiro, espressione delle due polarità del movimento creativo che fanno perno sull’asse centrale, il punto fisso polare da cui tutto è nato e tutto deve tornare.

Il ruolo delle due forze che vibrano e si muovono nel Cosmo formando tutto ciò che è visibile, lo riscontriamo anche in uno dei mandala più importanti della cultura tibetana, il “mandala cosmico”, posto sempre all’ingresso del tempio principale e impiegato da questa cultura non per la meditazione, ma per spiegare l’origine del Cosmo. Il nostro Universo, secondo i monaci tibetani è solo uno dei molti esistenti. Il movimento spiraliforme di questo mandala indica il processo di genesi del Cosmo. Nello spazio ancora senza forma, la spirale del movimento primario, dettata dal suono cosmico primordiale, si plasma con vigore e fa da presupposto alla nascita della materia.

Anche i Dogon del Mali, tribù di remote origini, le cui approfondite conoscenze astronomiche rappresentano un enigma profondo per l’Antropologia, nella loro cosmogonia simboleggiano il “sistema del mondo” come un cesto di vimini, i cui intrecci sono la base della realtà degli Uomini.

Questa concezione trova riscontri anche in altre culture, ad esempio quella assiro-babilonese e caldea, dove le divinità, in quanto dominatrici del sistema di interazione tra il cielo e la terra e, quindi, possessori dei segreti del mondo, sostengono una sorta di borsa, in realtà un cesto intrecciato, a rappresentare la Conoscenza delle leggi di interazione tra mondo celeste e mondo terreno.

La Fisica quantistica, parla di “Universo Olografico“. Gli ologrammi sono immagini virtuali create proprio dall’interazione di due onde luminose, in cui la luce essendo pura e coerente è in grado di generare una forma, analogamente a quanto abbiamo visto per il suono e le figure da esso generate. Se la pellicola che crea l’ologramma, una volta impressa viene illuminata da una sola fonte si vedranno solo cerchi concentrici e nessuna immagine definita. Se però vi si dirige un secondo raggio, allora ecco apparire il soggetto in tutta la sua “apparente” tridimensionalità.

Inoltre, se un ologramma viene diviso in frammenti, ogni frammento presenterà comunque l’immagine intera del soggetto rappresentato, mostrando un’ulteriore similarità con i meccanismi del nostro Universo, dove ogni cosa presenta le medesime impronte di base.

Va notato che le immagini formate dagli ologrammi illuminati da una sola fonte luminosa sono praticamente identiche a quelle risultanti dalle fotografie di atomi “ingranditi” 30 milioni di volte, realizzate con microscopio a campo ionico negli anni ’60, in cui le posizioni degli atomi sono state messe in evidenza.
Un’indiretta conferma che, essendo la nostra realtà composta da atomi, (che ricordiamo si comportano sia come onde che come particelle), essa non è altro che una sorta di gigantesco ologramma.

La teoria dell’Universo Olografico, avanzata dallo scomparso David, Bohm, fisico dell’Università di Londra, propone un Cosmo quale sistema di onde elettromagnetiche che danno vita a un intreccio, proprio come una rete, ai cui nodi si situano gli Universi.

Nella teoria dell’Universo Olografico sono gli intrecci delle onde a rendere visibile un mondo che, in realtà, è tale solo ai nostri occhi.

Non mancherebbero le conferme sperimentali a questo aspetto della Fisica. Nel 1982, un team di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, scoprì che, sottoponendo due elettroni a determinate condizioni, essi erano capaci di comunicare tra loro indipendentemente dalla distanza che li separava, sia che fosse di un centimetro o di 10 miliardi di chilometri.

Ciò presumeva che ogni elettrone conoscesse istantaneamente il comportamento di tutti gli altri, proponendo un modello di Universo in cui tutto è connesso “non-localmente”, cioè che vi fosse una sorta di reticolo energetico che permetteva lo scambio istantaneo delle informazioni attraverso il tempo e lo spazio tra gli elettroni, come se essi facessero parte di uno stesso organismo fondamentale.

David Bohm confermò che il comportamento di tali particelle indicava una realtà più vasta di cui l’Uomo non è consapevole. Secondo Bohm, il nostro Universo cela un livello energetico superiore organizzato come un vasto reticolo bipolare, che dà origine a tutti gli oggetti e le apparenze del mondo fisico, proprio come accade per un ologramma.

Quest’ordine reticolare viene chiamato “implicito” al contrario del nostro livello di esistenza che è definito “esplicito”. Bohm affermò:

«Quello che è sconcertante è il fatto che ogni molecola sa quello che faranno le altre molecole contemporaneamente a essa e a distanze macroscopiche. I nostri esperimenti ci mostrano che le molecole comunicano. Tutti accettano l’esistenza di questa proprietà nei sistemi viventi, ma nei sistemi non viventi essa giunge inaspettata».

Quindi, Bohm conferma l’esistenza di una trama continua che unisce e sottintende a tutto ciò che forma il Cosmo, vivente e non vivente. Lo scienziato ratificò questa visione del mondo in Wholeness and Implicate Order: «La teoria dei quanti comporta un cambiamento fondamentale: è la rinuncia al concetto di analisi del mondo ripartito in frazioni relativamente autonome t … I. Al contrario, si tende a dar peso alla totalità indivisa, in cui lo strumento d’osservazione (l’Uomo N.d.a.) non è separato da ciò che osserva».

I fisici teorici oggi sono sempre più vicini a considerare la materia non più come un sistema “meccanico” di causa ed effetto, ma come un pensiero, una pura e semplice informazione.

Louis De Broglie, vincitore del Nobel per la scoperta dello onde di materia, affermò categoricamente che la struttura dell’Universo materiale ha qualcosa in comune con le leggi che governano il lavorio della mente umana, così come Roger Penrose in Shadows of the Mind sostenne che il cervello umano è un’imponente entità quantica.

Ancora una volta siamo di fronte all’unificazione tra la Scienza e i concetti cosmogonici degli antichi e delle loro tradizioni.

Gli induisti nell’Upanishad, il loro libro sacro, chiamano la realtà “brahman”.
Brahman è senza forma, ma è il luogo di nascita di ogni forma nel mondo visibile, una definizione perfetta per quanto appurato dalla fisica. Inoltre, si evince una stretta analogia tra il concetto di “Sogno” e di “Rete” o “intreccio” degli Sciamani e quello di Universo Olografico reticolare della Fisica quantistica.

Tra i due modelli di vedere il Cosmo non vi è alcuna differenza se non nei termini.
Entrambi considerano l’intero Universo come un “Multiverso” strutturato attraverso l’azione combinata di due energie che si intrecciano a reticolo e la cui fonte è al di là dello spazio e del tempo, dove passato, presente e futuro non hanno più valore e “tutto è uno”.

Lo scrisse Platone nel Filebo con le seguenti parole «Gli antichi, che erano migliori di noi e dimoravano più vicini agli dei, ci hanno tramandato questa rivelazione: quel che viene chiamato “Sempre Essente” è costituito da uno e da molti e ha, congiuntamente nella sua natura, le caratteristiche del limite e dell’illimitato».

La rete energetica che avvolge il nostro Cosmo è oltre lo spazio-tempo, però essendo in-formante è da lei che nascono le forme, essendo la “mater matrice”.
Ciò ci dona la visione della realtà.

Le frequenze emanate da questo reticolo sono dunque, i mattoni matematici o “mater-matrici”, che il nostro cervello interpreta come mondo reale.

Fonte: gabrielemanfre.wordpress.com

Nuovi demiurghi in vista: la guerra dei cloni sta per iniziare

Come forse qualcuno già saprà, attualmente ci troviamo nell’era post-genomica, avendo già superato la fase di lettura e sequenziamento del codice genetico. Ci stiamo avviando, infatti, sempre più alla fase scritturale del genoma che ci consentirà di creare veri e propri DNA sintetici in grado di generare vita artificiale. Dalla lettura alla scrittura del codice.

Il genetista Craig Venter, infatti, è riuscito a sintetizzare in laboratorio un genoma artificiale e successivamente lo ha impiantato in un batterio svuotato del suo DNA, costruendo così una nuova forma di vita che funziona e si riproduce. Di fatto Venter ha creato qualcosa che prima non c’era, un batterio prima inesistente, perché il genoma artificiale che ha costruito con una macchina in laboratorio contiene dei pezzetti di DNA che non esistono nel genoma del batterio presente in natura. Per farla breve, Venter ha creato la vita artificiale. Queste ricerche al momento sono finalizzate alla realizzazione di nuove specie batteriche salva-ambiente con un DNA programmato per eseguire funzioni specifiche.

Potremmo avere batteri che siano in grado di mangiare il petrolio in mare, ripulire l’aria dall’anidride carbonica, disinquinare i terreni, rendere più efficiente la produzione di biocarburanti, o produrre vaccini e medicinali.

Con Venter è partita la nuova era della biologia sintetica. La scrittura del genoma ci consentirà di creare nuovi organismi e programmarli per fargli fare ciò che vogliamo. Il DNA artificiale si appresta ad essere il software della vita sintetica, una sorta di “sistema operativo” in grado di assumere il controllo di una cellula e programmarla per seguire tutte le istruzioni contenute nel software, dando così vita ad un organismo artificiale. Non è difficile immaginare ad una Microsoft del futuro basata non più sull’elettronica ma su forme di vita artificiali.

Ma veniamo alle “nostre” cose. Gnosticamente parlando, le ricerche di Venter hanno un aspetto che definire inquietante è dir poco. Lo scienziato del futuro agirà come una specie di Demiurgo che impianterà quel “soffio vitale” per dare vita biologica al corpo, proprio come gli Arconti hanno programmato la nostra biologia in modo da renderci schiavi dei sensi e dell’illusione esterna.

In questo modo si verrebbero a creare ulteriori sub-creazioni demiurgiche per uno scenario davvero terrificante. La differenza però è che noi disponiamo di un’informazione spirituale che il Padre ha nascosto segretamente all’interno del genoma, e la capacità di riattivarla dipenderà dal lavoro alchemico che faremo sulla nostra anima. In questi esseri sintetici, invece, probabilmente non sarà più presente alcuna informazione di questo tipo per cui in loro mancherà del tutto quella potenzialità divina di poter rigenerare l’Adamo di Luce.

Forse è questa l’ultima risorsa degli Arconti, generare una nuova società di esseri artificiali che non avranno più alcuna possibilità di salvezza, perché il loro DNA sarà programmato specificamente per eseguire i Loro ordini e basta, non disponendo più di alcuna informazione spirituale contenuta in un DNA naturale. Questo materiale gli servirà presumibilmente per la creazione di un nuovo esercito di cloni sintetici che faccia da collante per la stabilità dell’Impero Arcontico, opportunamente addestrato per impedire il risveglio delle ultime Scintille di Luce rimaste nella creazione. Il fine è chiaro, evitare che venga raggiunto il numero delle anime perfette di Melkizedek, perché il raggiungimento di quel numero significa annientamento e distruzione definitiva dell’Impero.

Speriamo che questo numero venga raggiunto al più presto, e soprattutto di rientrarci…

Il DNA divino

Il DNA è una molecola costituita da 4 basi diverse che si ripetono secondo una certa sequenza. Tuttavia, solo il 2% circa dell’intera molecola contiene i geni, ossia quelle sequenze di basi che codificano per le proteine e che specificano le caratteristiche di ogni organismo.

Possiamo pensare il DNA come l’hardware di un computer, il serbatoio di informazioni, la banca dati, mentre le proteine sono il software, il sistema operativo, ossia lo strumento che ci permette di utilizzare questa informazione. Così come noi utilizziamo Windows per richiamare tutte le informazioni del PC contenute nell’hardware, allo stesso modo le proteine utilizzano i dati del DNA per costruire un organismo con tutte le sue caratteristiche.

L’informazione genetica di un organismo, il suo genoma, risiede dunque nei geni, ossia in quelle sequenze di basi che codificano proteine. Ma, come dicevo precedentemente, questo è solo il 2% circa dell’intera sequenza di basi del DNA. Tutto il restante 98% sembra essere vuoto, dal momento che non sono stati identificati geni, e non si capisce quale funzione abbia. Per questo è stato chiamato junk DNA o DNA spazzatura.
Mi risulta difficile però pensare che solo il 2% della molecola abbia una funzione e il restante 98% non serva a niente. Se c’è evidentemente una funzione ce l’avrà. Forse questo 2% serve a specificare le caratteristiche visibili di un organismo ma tutto il resto potrebbe essere associato ad eventuali potenzialità insite in noi ancora inesplorate. Magari, sotto particolari condizioni, queste sequenze mute inizieranno a parlare e riconquisteremo quel potenziale prima solo latente.

Ora mi chiedo…e se quel DNA fosse stato “spento” di proposito da chi non vuole che sprigioniamo certe potenzialità? Una manovra arcontica? Può darsi che nel DNA si trovi racchiusa tutta l’informazione pleromatica delle anime della Luce e gli Arconti, conoscendo il potenziale, ne hanno oscurato la maggior parte per impedirci di attuare questa potenzialità. Così hanno lasciato parlare solo il 2% della molecola che evidentemente ci mantiene al livello della Nephesh, l’anima carnale, quanto basta per rispondere ai bisogni vitali dell’esistenza e nulla più.

Può darsi allora che il processo alchemico di trasmutazione sia finalizzato al risveglio di quelle sequenze mute per attuare il DNA divino dell’uomo pneumatico che, avendo recuperato l’informazione dimenticata, potrà sprigionare il potenziale divino-Luz e riconnettersi alla dimensione pleromatica.

Il moto perpetuo

Pensando qualche giorno fa alla nota legge fisica chiamata secondo principio della termodinamica ho incominciato ad allargare la visuale cercando di captare l’anima di questa formula, percepirne l’essenza, per comprenderne magari il vero significato occulto da applicare a noi stessi. Speravo che mi dicesse quindi qualcosa in più e che mi facesse guardare oltre il puro aspetto esteriore. Desideravo andare in profondità, al cuore di questa legge fisica per percepire gli archetipi che le stanno dietro e ricercarne la vita.

Questa legge ci dice che è impossibile realizzare una trasformazione ciclica il cui unico scopo sia quello di convertire integralmente in lavoro il calore assorbito da un’unica sorgente calda (enunciato di Lord Kelvin).

Ad esempio, un pendolo ridurrà sempre di più l’ampiezza delle oscillazioni a causa dell’attrito dell’aria e prima o poi si fermerà, cedendo calore all’ambiente circostante. Ma non si è mai visto che il pendolo si rimetta in moto da solo sottraendo calore all’esterno per produrre nuovamente energia meccanica. Se così fosse il calore ceduto ad una sorgente fredda (es. l’aria, il mare, l’ambiente circostante) sarebbe completamente riacquistato dal sistema che così potrebbe produrre continuamente lavoro a partire da una sola sorgente di calore. Questo però non è possibile in virtù dell’enunciato di Clausius secondo cui una sorgente fredda non può cedere calore a una sorgente calda (tra due corpi a contatto è sempre quello a temperatura superiore che cede calore a quello a temperatura inferiore e non viceversa). E’ come se una nave sottraesse calore al mare per produrre continuamente energia cinetica, o un pendolo che riacquista il calore ceduto all’esterno per ripristinare l’ampiezza delle oscillazioni. In tal caso verrebbe prodotta energia senza nessuna conseguenza esterna e questo non si è mai visto perchè la trasformazione di calore in lavoro comporta sempre delle modifiche nell’ambiente circostante (es. innalzamento della temperatura) che non possono essere annullate. Il lavoro degradato in calore non è più possibile recuperarlo a meno che non intervenga una fonte di energia dall’esterno.

Un’altra formulazione di questo principio riguarda l’entropia che è una misura del disordine che regna in un sistema. In un sistema isolato l’entropia può solo aumentare. Aumento di entropia = Aumento di disordine. L’evoluzione spontanea di tutti i processi fisici, infatti, è sempre quella che porta ad un aumento di disordine, mai di ordine. Di conseguenza, non è possibile per un sistema isolato invertire la trasformazione verso uno stato ordinato senza un’azione esterna.

Il secondo principio, in definitiva, sancisce l’impossibilità di realizzare un moto perpetuo, un moto in cui venga continuamente prodotto lavoro dal nulla senza alcun apporto di energia dall’esterno, ed inoltre stabilisce una freccia nel tempo in cui tutto si muove dall’ordine verso il disordine.

Le leggi della fisica ci dicono questo, ma ci forniscono anche la chiave per capire quello che si cela dietro queste leggi. Abbiamo capito che l’unico modo per produrre continuamente lavoro senza dispersioni è quello di “recuperare ciò che si è perduto”, in altre parole alimentarsi da sé. Ciò capovolge completamente l’opinione negativa, direi di ribrezzo, che si ha verso le scorie e gli scarti organici, ritenendole cose vecchie, marcie, da buttare. In realtà sono la cosa più preziosa che ci sia perchè grazie ad esse possiamo realizzare una trasformazione ciclica in cui del calore viene convertito integralmente in lavoro. Abbiamo realizzato il moto perpetuo, cioè un sistema che produce energia da sè senza ricorrere ad alcun fattore esterno.

Ecco perchè gli alchimisti parlavano del ciclo dell’Uroboro Alchemico, del serpente che si morde la coda, come il segreto che si cela dietro la Grande Opera. Ecco qual’era la trasformazione ciclica alla quale alludevano: il riciclo della nostra materia, delle nostre scorie. E’ proprio così che viene completata l’Opera. Attraverso il riciclo dei nostri scarti organici, reimmessi in circolo, il forno Athanor viene alimentato continuamente e ci dà il modo di produrre energia da noi stessi, senza alcun intervento esterno. Evidentemente, quell’energia che ci serve per innalzare le vibrazioni e riattivare il potenziale divino in noi. Senza questa operazione andremo per forza incontro al disordine e alla morte termodinamica dell’universo, ossia permaneremo nella condizione di disfacimento che caratterizza l’Adam Kadmon caduto nella creazione arcontica. Il lavoro alchemico invece è l’unico modo per invertire la freccia temporale ed estrarre quell’energia divina in noi che ci permetterà di ritornare allo stato di ordine primordiale da cui siamo usciti. Il risultato di questo moto perpetuo, quindi, sarà la manifestazione finale del Corpo di Luce con cui viaggeremo attraverso gli Eoni diretti verso il Pleroma, la nostra vera dimora.
Per attuare il divino in noi dobbiamo quindi metterci a girare al contrario, proprio come ci mostra la carta L’Appeso dei Tarocchi. Andare controcorrente. Invertire la rotta.
Il secondo principio della termodinamica getta luce sul grande segreto dell’Alchimia.

Fisica esoterica

La scienza moderna si basa sul metodo sperimentale, ossia quella tecnica di indagine del mondo fisico che non può prescindere dall’osservazione diretta dei fatti, quindi un qualunque modello matematico che si proponga di spiegare adeguatamente un dato fenomeno deve essere sempre passato al vaglio della verifica sperimentale, e se anche un solo dato sperimentale non è in accordo con il modello allora quest’ultimo va modificato o, se necessario, sostituito da un altro migliore. Attraverso il modello che ha costruito, l’uomo dunque tenta di descrivere e interpretare la natura della realtà fisica e, qualora possibile, prevedere eventuali scenari futuri. La verifica sperimentale servirà poi a testare la bontà del modello utilizzato, il quale rimarrà in auge finchè riuscirà a giustificare tutte le osservazioni.

Occorre tener ben presente, però, che il modello non è la Realtà, descrivere e interpretare un fenomeno non significa percepire la sua essenza e vederlo nel suo reale aspetto. La formalizzazione matematica che contraddistingue il modello, infatti, è pur sempre una categoria mentale elaborata dall’uomo per rendere traducibile ai suoi sensi la natura della realtà. Basti pensare ai concetti di spazio, tempo, vettori, matrici, ecc., che di per sé non hanno esistenza reale, ma servono esclusivamente per metterci in condizione di interagire col fenomeno e sistematizzarlo in una veste più razionale, e quindi più comprensibile al nostro intelletto.

Nel modello noi ricorriamo ad un nostro alfabeto, figlio della limitata percezione umana, ed è in base a questo che interpretiamo i fenomeni che abbiamo davanti. In tal modo, però, non stiamo facendo altro che fornire una nostra interpretazione della realtà, per quel po’ che siamo in grado di cogliere, ma non riusciamo a penetrare realmente l’essenza del fenomeno e vedere le cose per quello che sono, per il cui scopo dovremmo sintonizzarci con l’alfabeto della Natura, utilizzare il Suo linguaggio e divenire un tutt’uno con essa. Del resto, il nucleo essenziale di ogni manifestazione della realtà certo non costruisce modelli, i quali sono prodotti umani, e quindi ciò che crediamo di sapere attraverso il modello non è il fenomeno in sé ma una sua immagine sbiadita filtrata dai nostri strumenti di indagine. Guardiamo solamente il guscio, il rivestimento esteriore di un complesso meccanismo decisamente inafferrabile con metodi razionali.

Veniamo ora ad analizzare più approfonditamente la questione, e cerchiamo di capire cosa davvero intendiamo per Realtà, alla luce soprattutto del ruolo fondamentale rivestito dall’osservatore che con tale realtà interagisce.

Quindi… Benvenuti nel mondo della fisica esoterica!

L’esperimento di Young e il ruolo dell’osservatore

Desidero iniziare questa trattazione partendo da un noto esperimento di fisica, a mio parere fondamentale perchè apre nuovi scenari di percezione della realtà, per certi aspetti sconvolgenti, sovvertendo completamente i vecchi paradigmi dell’ortodossia accademica.
Si tratta dell’esperimento di Young della doppia fenditura (1801).

In quest’esperimento vengono fatti passare fotoni attraverso una doppia fenditura per poi osservarne l’arrivo su uno schermo. Le misure hanno provato che quando i fotoni attraversano le fenditure liberamente, senza strumenti che ne rivelino il passaggio, essi manifestano proprietà ondulatorie, mentre se in prossimità delle fenditure inseriamo dei rivelatori, ossia un osservatore, allora i fotoni smettono di comportarsi come onde e assumono una natura corpuscolare. L’osservatore quindi ha un ruolo determinante nel modificare il livello di percezione della realtà, per il solo fatto di esserci perturba il sistema e ne vede un aspetto distorto. È come se il solo fatto di osservare qualcosa ci preclude già la totale comprensione del fenomeno.

Questa corrispondenza tra materia e energia è alla base di quello che noi chiamiamo Realtà. La materia possiamo vederla come una forma condensata dell’energia, degradata a una vibrazione più bassa, e il nostro apparato di percezione sensoriale è modellato per ricevere solo la materia, la carcassa, il guscio. Alla dimensione vibratoria non abbiamo accesso con gli stati ordinari di coscienza, i sensi ci inchiodano al regno materiale e filtrano una parte importantissima dell’informazione contenente l’essenza della realtà. Inoltre, riceviamo solo una ristretta banda dello spettro elettromagnetico e una vasta gamma di frequenze sono a noi inaccessibili.

Ma questa materia esiste in sé oppure no?

Il sistema di cose a cui attribuiamo il nome di realtà materiale è nient’altro che un prodotto olografico del nostro cervello che riceve informazioni sottoforma di onde elettromagnetiche e le rielabora proiettando un’immagine esterna. La sensazione di materia, spessore, densità e colore dei corpi è tutta un’illusione, una proiezione del nostro Io, poiché in realtà non esiste niente di tutto questo. Noi non vediamo la Realtà, ma una nostra proiezione della realtà. Non vediamo le cose per quello che sono realmente, ma le vediamo per come noi le stiamo proiettando in quell’istante. Attorno a noi c’è solo energia, vibrazione, siamo circondati da onde elettromagnetiche.

La materia è completamente vuota! Siamo noi che la creiamo!

Ecco perché l’osservatore perturba lo stato della realtà e ne coglie un aspetto distorto per il solo fatto di essere entrato in azione. Ci inganniamo da soli e Qualcuno gioca con noi nel mostrarci le cose diverse da quello che sono. Chi è questo Qualcuno lo vedremo più in là.
Se vogliamo accedere all’essenza del Tutto, si capisce dunque come il metodo sperimentale fallisce!

L’universo olografico

Analizziamo più nel dettaglio la questione dell’universo illusorio.

La natura olografica della realtà è stata avvalorata ulteriormente da recenti scoperte nel campo della fisica, che potrebbero sconvolgere completamente le nostre convinzioni sulla natura dell’universo e della vita stessa, aprendo un ventaglio di possibilità mai ipotizzate prima d’ora.

Nel 1982 un’équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente una con l’altra indipendentemente dalla distanza che le separa. È come se ogni singola particella sapesse esattamente cosa stiano facendo tutte le altre. Poiché la teoria di Einstein esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce, l’ipotesi più accreditata per spiegare l’esperimento di Aspect è che le particelle subatomiche siano connesse non-localmente. Questa connessione non-locale tra le particelle è nota come entanglement.

Il fisico inglese David Bohm cercò di spiegare i risultati di Aspect sostenendo che la realtà oggettiva non esiste. Nonostante la sua apparente solidità, tutto l’universo è una realtà fantasma, un ologramma gigantesco, in cui ogni singola parte racchiude il tutto.

Ma che cos’è in realtà un ologramma?

Un ologramma è una fotografia tridimensionale prodotta con l’aiuto di un laser. Per creare l’ologramma di un oggetto, la luce proveniente da un laser viene divisa da uno specchio semitrasparente (beam-splitter), i due raggi risultanti vengono quindi espansi e convogliati mediante specchi, uno ad illuminare il soggetto e l’altro direttamente su una lastra fotografica. I due fronti d’onda interferiscono e il pattern di interferenza sulla lastra è l’ologramma, che contiene tutte le informazioni sulla luce proveniente dall’oggetto. Quando poi sviluppiamo la pellicola, e inviamo su di essa il laser di partenza, viene proiettato il soggetto originale in tutta la sua tridimensionalità.

Ma questa non è l’unica caratteristica interessante degli ologrammi.

Se spezziamo in più parti l’ologramma, ciascuna di esse mostrerà sempre l’oggetto per intero. Ogni singola parte di un ologramma contiene, quindi, tutte le informazioni possedute dall’ologramma integro.

Adesso capiamo meglio perché Bohm sosteneva l’idea di un universo olografico, per spiegare le scoperte di Aspect. Infatti, il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa, risiede proprio nel fatto che la loro separazione è un’illusione. Ad un livello di realtà più profondo, dobbiamo vedere tali particelle non più come entità separate ma come estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale.

Per spiegare questa teoria, Bohm utilizzava un esempio molto convincente.

Consideriamo un pesce in un acquario, e immaginiamo di vedere l’acquario attraverso due telecamere disposte ad angolazioni diverse. Se osserviamo ora i due monitor, potremmo pensare che i pesci siano due entità separate, infatti la diversa posizione delle telecamere ci darà due immagini lievemente diverse. Ma, continuando nella nostra osservazione, alla fine ci accorgeremo che vi è un certo legame tra di loro, infatti se uno dei due si gira, si girerà anche l’altro. Per cui, finchè rimaniamo all’oscuro dell’esperimento, potremmo pensare che i due pesci stiano effettivamente comunicando tra di loro, istantaneamente e misteriosamente.

Il comportamento delle particelle subatomiche, quindi, indica chiaramente che vi è un livello di realtà del quale non siamo minimamente consapevoli, una dimensione che oltrepassa la nostra. Se le particelle ci appaiono come entità separate è perché siamo in grado di cogliere solo una limitata porzione della realtà, e quindi non riusciamo a spiegarci razionalmente come possa esistere una connessione non-locale tra di esse. Ma la loro separazione è nient’altro che un’illusione, infatti esse non sono separate bensì diverse sfaccettature di un’unità più profonda e basilare.

Ad un livello più profondo, tutte le cose sono intimamente collegate, dagli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano, alle particelle subatomiche di una stella marina, dal cuore che batte, a una stella che brilla nel cielo. Tutto compenetra tutto. E la natura altro non è che un’immensa rete ininterrotta, in cui il tempo e lo spazio perdono completamente di significato.

L’universo intero, quindi, non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente e il futuro coesistono simultaneamente, un magazzino cosmico di Tutto ciò che Esiste, in cui la parte infinitesimale contiene il Tutto. Se fossimo in grado di accedere a questa dimensione più profonda, entreremmo in una specie di Non-Tempo, un Eterno Presente, in cui ci sarebbe possibile attingere qualunque tipo di informazione da ogni punto spazio-temporale, cogliere scene del nostro passato o vedere eventi futuri.

Ma è stata veramente la fisica a scoprire tutto ciò, o erano verità note già da tempo?
In realtà, noi abbiamo solo riscoperto cose che agli antichi erano note perfettamente, e queste recenti scoperte nel campo della fisica non fanno altro che confermare la visione cosmogonica dell’universo delle antiche tradizioni spirituali.

Sono straordinarie le rivelazioni di Cristo sulla natura della Realtà, esprimono alla perfezione quanto è emerso dalle ultime scoperte scientifiche:

“Io sono la Luce che sovrasta tutti loro. Io sono il Tutto. Il Tutto promanò da me e il Tutto giunge fino a me. Spaccate del legno, io sono lì dentro. Alzate la pietra, e lì mi troverete.” (Vangelo di Tommaso 77)

“Non verrà mentre lo si aspetta. Non diranno: ‘Ecco, è qui!’ Oppure: ‘Ecco, è là!’ Bensì il Regno del Padre è diffuso su tutta la terra, e gli uomini non lo vedono.” (Vangelo di Tommaso 113)

“Era una grande meraviglia che essi fossero nel Padre, senza conoscerlo, e che fossero capaci di uscire da soli, dato che erano incapaci di comprendere e di conoscere Colui nel quale si trovavano.” (Vangelo di Verità 12)

“Nell’unità ognuno ritroverà sé stesso. Nell’unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà sé stesso dalla molteplicità…” (Vangelo di Verità 15)

Attraverso l’uomo Gesù, il Logos ci sta semplicemente dicendo che tutta la Realtà è un super-ologramma in cui Tutto compenetra Tutto, e questo Tutto è il Verbo, il Logos, la trama nascosta presente in ogni manifestazione della realtà. Non esistono entità separate dotate di una individualità propria, nulla possiede realtà ontologica, esiste solo il Logos che lega tutte le cose in una rete ininterrotta. Persino la parte infinitesimale non ha realtà a sé stante ma è essa stessa il Tutto. L’Unità nella Molteplicità. Tutto è Uno.

A questo concetto si rifarà poi George Lucas nella memorabile saga fantascientifica di Star Wars, designando il Logos col termine “Forza”:

“La Forza è un campo di energia, ci avvolge, ci penetra, mantiene unita tutta la galassia.” (Obi-Wan Kenobi)

Anche Eraclito aveva compreso perfettamente che tutte le cose provengono da un unico centro, e che sono esse stesse quel centro, anche quelle apparentemente irrelate.

“Per chi ascolta non me, ma il Logos, sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose.” (Dell’Origine, fr. 69)

“Perciò bisogna seguire ciò che è comune. Ma benché il Logos sia comune, i più vivono come se avessero una sapienza loro propria.” (Dell’Origine, fr. 72)

Da qui si capisce cosa sia la vera sapienza. Non è lo sterile nozionismo che ci serve a classificare e sezionare oggetti in base alle loro caratteristiche, bensì quella conoscenza intuitiva posseduta da chi è capace di uscire dal guscio dell’individualità, riconoscendo l’unità di tutte le cose nella legge divina.

Singolare la differenza tra i risvegliati e i dormienti:

“Per i risvegliati c’è un cosmo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si involge in un mondo proprio.” (Dell’Origine, fr. 94)

I risvegliati sono proprio gli iniziati alla conoscenza che sono in grado di riconoscere l’unità e l’interrelazione di tutte le cose, mentre coloro che non si sono aperti a questo stato di consapevolezza vivono chiusi nel proprio mondo e sigillati nell’individuazione, che costruisce reti rappresentative e un sentire illusorio.

Conoscere il Tutto equivale quindi a conoscere Sé stessi, poiché noi stessi siamo il Tutto, così come la singola parte dell’ologramma contiene in sé l’ologramma integro.

L’esperienza iniziatica si basa dunque sulla totale identificazione tra soggetto e oggetto, tra conoscente e conosciuto, dobbiamo guardarci allo specchio e vedere noi stessi in ogni cosa.

Questo Tutto è appunto il Logos, il Figlio dell’Uomo che portiamo dentro di noi e allo stesso tempo fuori di noi:

“State all’erta che nessuno vi inganni con le parole: ‘Vedete qui’ o ‘Vedete là’. Il Figlio dell’Uomo è infatti dentro di voi. Seguitelo! Chi lo cerca lo trova.” (Vangelo di Maria 8, 16-22)

“Se coloro che vi guidano vi dicono: Ecco, il Regno è in cielo! Allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono: È nel mare! Allora i pesci del mare vi precederanno. Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive…” (Vangelo di Tommaso 3)

Particolarmente illuminanti, a tal proposito, sono le parole di Filippo, da cui si deduce che approderemo alla Verità quando ci identificheremo totalmente con l’oggetto del conoscere, fino a vedere nel Tutto la nostra immagine riflessa. Ma finchè resteremo nel luogo angusto della nostra individualità non vedremo mai le cose per quello che sono realmente.

“È impossibile che uno veda qualcosa delle realtà essenziali, se non è diventato come quelle. L’uomo, davanti alla Verità, non si trova come di fronte al mondo: vede il sole pur non essendo sole, vede il cielo, la terra e ogni altra cosa pur non essendo nulla di tutto questo. Ma se tu hai visto qualcosa di Quel Luogo, tu sei diventato quello che hai visto. Tu hai visto lo Spirito, e tu sei diventato Spirito; tu hai visto il Cristo, e tu sei diventato Cristo; tu hai visto il Padre, e tu diventerai Padre. Così in questo luogo vedi ogni cosa, ma non vedi te stesso; ma in Quel Luogo tu vedrai te stesso e diventerai quello che tu vedi.” (Vangelo di Filippo 44)

Come vediamo, agli antichi era tutto noto già da tempo, e noi stiamo semplicemente riscoprendo delle verità da troppo tempo dimenticate.

Dunque, l’universo olografico emerso dalle ultime scoperte della fisica indica proprio la proiezione della Super-Mente dell’Altissimo, che racchiude il Tutto in ogni singola parte. La molteplicità di questo disegno cosmico in realtà è solo apparente, poiché Egli è presente in ogni parte infinitesimale di esso ed ogni parte infinitesimale è Lui. Tutto è Uno. Noi non abbiamo nessuna individualità, nessuna realtà ontologica, solo Dio esiste, solo Lui può dire “Io Sono”.

E l’ologramma è appunto un’immagine virtuale nella quale ogni singola parte contiene il tutto. Ma oltre l’oggetto olografico non esiste niente, non sono presenti parti dotate di una propria individualità. L’unica vera Realtà è l’oggetto sorgente che ha proiettato una sua immagine virtuale.

Da questo punto di vista, potremmo dire persino che lo stesso Regno di Dio è un’illusione, poichè viviamo nell’ologramma dell’Altissimo la cui Vera Immagine è a noi inaccessibile. Non a caso gli gnostici lo chiamavano l’Ineffabile, il Grande Spirito Invisibile, Principio Unico assolutamente inconoscibile.

L’illusione arcontica

Una domanda sorge spontanea, a questo punto.

Noi siamo effettivamente in grado di percepire l’Unità della legge divina e sperimentare la potenza del Logos in noi stessi?

Direi di no, o almeno non negli stati ordinari di coscienza in cui gran parte dell’umanità si trova. Ci sentiamo individualità separate, dotate di una propria realtà ontologica, arroccate nel nostro Ego di cui accettiamo tutte le schiavitù possibili e immaginabili, e ciò non ci permette di rientrare nell’ologramma divino del Padre. Siamo come strumenti che hanno perso l’accordo e stonano per conto loro, lontani dalla melodia celeste dell’orchestra sinfonica universale.

Ma andiamo con ordine, vediamo innanzitutto come collocare la coscienza del “singolo” in questo complesso disegno cosmico.

Numerosi studi negli anni ’20 avevano dimostrato che i ricordi non sono confinati in determinate zone del cervello, tuttavia non ci si riusciva a spiegare quale meccanismo consentisse al cervello di conservare i ricordi, fin quando il neurofisiologo Karl Pribram non capì che il cervello doveva funzionare secondo principi olografici. Secondo Pribram, infatti, i ricordi sono immagazzinati nella rete di impulsi nervosi che attraversano l’intero cervello, in cui ogni frammento di informazione sembra essere sempre istantaneamente correlato a tutti gli altri. Solo così si spiega come mai il cervello sia in grado di contenere miliardi di dati in uno spazio così limitato, e la sua straordinaria capacità di recuperare velocemente una qualsivoglia informazione da questo enorme archivio.

Un altro fatto spiegabile in termini di principi olografici è l’abilità del cervello di tradurre onde elettromagnetiche nel mondo concreto delle nostre percezioni, proprio come un ologramma è in grado di convertire frequenze in immagini coerenti.

Del resto, già due secoli fa l’esperimento di Young aveva prospettato la natura olografica del cervello, mostrando come la realtà concreta della materia fosse un prodotto dell’osservatore che, per il solo fatto di esserci, perturba lo stato del sistema e ne vede un aspetto distorto.

Che cosa resta dunque della realtà fisica che abbiamo davanti agli occhi?

Nulla, il mondo materiale è pura illusione. In questo ammasso di frequenze nel super-ologramma divino persino il nostro cervello è un ologramma, per cui riceviamo tali frequenze e le rielaboriamo creando mondi distorti, non corrispondenti al Vero. Ciò che abbiamo davanti agli occhi, quindi, è solamente una realtà virtuale, fittizia, creata da noi stessi, la quale ci sembra reale in tutti i suoi aspetti, per cui ne siamo completamente schiavi in ogni sua manifestazione.

Ma ciò è proprio quello che sostenevano le antiche tradizioni spirituali, basti pensare alla Maya degli induisti o al mito della caverna di Platone.

Maya è il velo metafisico illusorio che mantiene l’individualità umana separata dalla conoscenza diretta della Realtà, imprigionandola al ciclo eterno di morti e rinascite. La stessa caverna di Platone indica la condizione di cecità spirituale dell’umanità, che accetta come Realtà solamente ciò che ha davanti agli occhi, senza andare oltre l’apparenza dei sensi.

Le immagini che vediamo sono solamente un velo che cela una realtà più profonda.

“Le immagini sono manifestate all’uomo, ma la Luce che è in esse è nascosta nell’immagine della Luce del Padre.” (Vangelo di Tommaso 83)

Anche Eraclito aveva compreso perfettamente il ruolo decisivo rivestito dall’osservatore nel modificare lo stato della realtà. Sintetizzò tutto in questa sentenza secca, che rivela però una profondità di pensiero impressionante.

“Coloro che dormono sono artefici e complici delle cose che sorgono nel cosmo.” (Dell’Origine, fr. 91)

Come vediamo, il grande Eraclito aveva capito tutto. Chi alimenta questo regno illusorio sono proprio i dormienti, coloro che si involgono in un mondo proprio (cfr. fr. 94), che, a causa dell’inconsapevolezza, creano mondi distorti.

Ciò che viene percepito come realtà fisica, quindi, è soltanto una tela bianca in attesa di essere dipinta con tutte le immagini che vogliamo, e tutti coloro che dipingono questa tela sono da considerarsi complici del mantenimento di tale illusione.

Ma come siamo finiti in questo stato di torpore che ci impedisce di vedere le cose per quello che sono realmente? E non abbiamo proprio nessuna speranza di farci ricettacolo del Logos, distruggere questa falsa individualità e reintegrarci nel super-ologramma del Padre?

Vediamo un po’.

Chi ha inquadrato alla perfezione questo scenario illusorio e ne ha delineato tutti i meccanismi sono stati gli gnostici, che certamente non avevano laser, rivelatori di particelle o sofisticate macchine computerizzate. Eppure, più di 2000 anni fa, già sapevano come funzionava il nostro Universo, rivelandoci come l’uomo sia inserito all’interno di un piano divino estremamente complesso. Letti nella prospettiva gnostica, i vari processi fisici ci indicano quanto accade su un piano più profondo di realtà, in cui entrano in gioco potenti forze archetipali.

All’apice dell’universo gnostico vi è l’Ineffabile, il Grande Spirito Invisibile, che costituisce il grado supremo dell’essere, dal quale emana ogni cosa. È il creatore del super-ologramma divino, in cui Egli è presente in ogni singola parte e ogni singola parte è Lui.

In questo disegno cosmico si sviluppano varie regioni coi relativi esseri, a seconda della vicinanza dal Principio Unico, il Motore Immobile da cui tutto procede. L’umanità si trova nella più bassa, il “mondo degli eoni” o “mondo della miscela”, controllato dagli Arconti, in cui si consuma il drammatico scontro tra la materia e la luce.

Riportiamo per maggior chiarezza uno schema di questo complesso sistema cosmogonico.

• Mondo dell’Ineffabile e Inaccessibile
1. Spazio dell’Ineffabile
2. Primo spazio del Primo Mistero
3. Secondo spazio del Primo Mistero

• Mondo della Luce Pura
1. Regione del Tesoro della Luce. Sono raccolte le anime che ricevettero i misteri.
2. Regione di Destra. Vi si trovano i 6 grandi principi aventi il compito di estrarre dagli Eoni e dal Cosmo Inferiore le particelle di Luce e ricondurle nel Tesoro.
3. Regione di Mezzo. Qui si trova Melkizedek, il grande “Ricevitore della Luce”.

• Mondo degli Eoni o “Mondo della Miscela”
1. Regione di Sinistra
• Regione del Tredicesimo Eone, o “Ogdoade”, detto anche Luogo della Giustizia. Gli abitanti del Tredicesimo Eone dominano i 12 Eoni e, vicini al Mondo della Luce Pura, aspirano ad essa.
• Regione dei 12 Eoni. Vi si trovano: gli Arconti, gli Angeli, gli Arcangeli, gli esseri inferiori, il Destino, la prima e la seconda sfera, gli Arconti di Mezzo, il Firmamento.
2. Regione degli Uomini
3. Regione del Mondo Inferiore. Amente (inferi), caos, tenebre esteriori.

Gli Arconti si ribellarono al piano divino preordinato nella Mente del Padre, rifiutarono di essere in Dio per voler essere come Dio, e così si crearono un loro regno di esseri inferiori dipendenti, il mondo degli uomini. In questa loro creazione vi hanno trascinato l’Adam Kadmon, l’Uomo Androgino Primordiale, frammentandolo nelle sue scintille, che originariamente costituivano il Pleroma, il Regno della Pienezza.

Con tale azione, gli Arconti hanno rubato al Padre la Luce Pura, tenendosela per sé, e si nutrono di questa energia per alimentare il loro Regno, la realtà materiale illusoria. Le anime degli uomini sono intrappolate in questo piano e vengono coltivate come carne da macello, fornendo cibo agli Arconti che vanno avanti grazie a questo sacrificio energetico.

“Gli Arconti vollero ingannare l’uomo, a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero il nome di coloro che sono buoni e lo attribuirono a coloro che non sono buoni, per poterlo ingannare mediante i nomi e poterlo vincolare a quanti non sono buoni … Essi, infatti, vogliono eliminare chi è libero e farne un loro schiavo per sempre.” (Vangelo di Filippo 13)

“Vi sono forze che lottano contro l’uomo perché non vogliono che egli sia salvato … poiché se l’uomo è salvato non avranno più luogo i sacrifici … e non saranno più offerti animali alle forze.” (Vangelo di Filippo 14)

Ecco dunque la terribile verità degli gnostici. L’uomo quaggiù si trova in un mondo che non è il suo, che non gli appartiene per niente. È un uomo che si trova nel mondo, ma non è uno del mondo. Il mondo materiale che ha davanti agli occhi è un’illusione esercitata dagli Arconti, che agiscono proprio come dei prestigiatori facendogli credere per vere cose che non lo sono, e così lo intrappolano in una rete diabolica drenandogli energia.

“Colui che ha conosciuto il mondo, ha trovato soltanto un cadavere; e colui che ha trovato un cadavere è superiore al mondo.” (Vangelo di Tommaso 56)

Ma come viene esercitata questa perfida illusione?

Gli Arconti sigillano l’anima con un loro marchio, lo spirito di opposizione, che agisce quale bevanda dell’oblio facendoci dimenticare la nostra origine divina. Attraverso lo spirito di opposizione veniamo inchiodati alla realtà di questo mondo e ci immergiamo completamente nella materia, non ricordiamo più chi siamo realmente e così diventiamo loro succubi. Facciamo tutto quello che Loro vogliono e non facciamo quello che noi vorremmo.

“Gli Arconti danno all’anima antica un calice dell’oblio, proveniente dal seme della cattiveria … non appena l’anima beve dal calice, dimentica tutti i luoghi nei quali era andata, e tutti i castighi tra i quali era passata. Quel calice dell’acqua dell’oblio diventa un corpo esterno dell’anima, rassomigliante all’anima in tutte le forme, e simile a lei: esso è il cosiddetto ‘spirito di opposizione’ … All’esterno dell’anima mettono lo spirito di opposizione, che la sorveglia e le è stato assegnato; gli Arconti lo avvincono all’anima con i loro sigilli, con i loro vincoli, e lo sigillano a lei affinché in ogni tempo la costringa a compiere costantemente le loro passioni e i loro misfatti; affinché essa li serva in ogni tempo; affinché resti in ogni tempo, nelle trasformazioni del corpo, sotto la loro sottomissione; lo sigillano a lei, affinché essa venga a trovarsi in tutti i peccati e in tutte le passioni del mondo.” (Pistis Sophia 131, 5-13)

È lo spirito di opposizione, quindi, a darci una personalità illusoria e a modellare il nostro Ego su tutte le sovrastrutture del mondo, delle quali siamo completamente schiavi. Questo marchio agisce sulla nostra struttura sensoriale spingendoci a proiettare una realtà esterna, alimentando così l’illusione arcontica, che si mantiene in vita proprio grazie a tutte le proiezioni esterne degli umani. Finchè continueremo a dormire e a creare mondi distorti, saremo dunque complici degli Arconti e daremo loro cibo per sopravvivere (cfr. Eraclito fr. 91).

Tra l’altro chi immette questo spirito di opposizione sono i cinque Arconti del Destino, e il riferimento ai cinque sensi umani potrebbe non essere una coincidenza. È proprio attraverso i nostri sensi fisici che noi siamo ingannati e restiamo schiavi della materia.
Queste Potenze Astrali, inoltre, governano completamente la nostra vita, preordinano già in partenza il destino di ogni uomo, decidono come e quando dovrà morire, e poi giudicano il suo karman per scaraventarlo di nuovo nel loro mondo oppure annientare definitivamente la sua anima.

“Gli Arconti di Mezzo valutano lo spirito di opposizione e l’ora fatale, che opera nell’uomo fino ad ucciderlo con la morte che gli è stata assegnata: ora fatale che gli Arconti del grande Destino hanno vincolato all’anima.” (Pistis Sophia 132, 13)

In questo mondo, conteso tra le varie forze arcontiche, l’uomo è in una lotta continua: per riscattarsi dovrà seguire il Cristo e ricevere i suoi misteri. Lui è il Logos inviato dal Padre per la salvezza degli uomini, il solo che può risvegliare chi è caduto sotto il potere degli Arconti, decisi a far dimenticare ad ogni creatura la sua origine divina.

“È per questo motivo che io ho portato i misteri nel mondo: essi sciolgono tutti i vincoli e tutti i sigilli dello spirito di opposizione che avvincono l’anima; essi rendono libera l’anima, la svincolano dai suoi genitori, gli Arconti, la trasformano in Luce genuina; essi la conducono su nel Regno di mio Padre, della prima uscita, del primo mistero, per sempre.” (Pistis Sophia 131, 14)

Ricevere i misteri significa, dunque, sciogliere i lacci dello spirito di opposizione e svincolarsi dall’inganno del mondo materiale al quale siamo asserviti. Non saremo più schiavi dell’apparenza esterna e finalmente vedremo le cose per quello che sono realmente.

“Colmata la mancanza, distrusse l’esterna apparenza. La sua esterna apparenza è il mondo, al quale egli era asservito … da questo momento non appare più l’apparenza esterna: si dissolverà fondendosi nell’unità, mentre ora le loro opere sono disperse.” (Vangelo di Verità 15)

Tutti gli uomini che avranno trovato i misteri della Luce si identificheranno totalmente con Cristo e Cristo stesso sarà quelle persone, nessuna potenza arcontica potrà più trattenerli nel mondo e si reintegreranno nuovamente nel super-ologramma divino.

“In verità vi dico, quegli uomini sono io, e io sono essi.” (Pistis Sophia 96, 15)

“Colui che beve dalla mia bocca, diventerà come me; io stesso diverrò come lui e gli saranno rivelate le cose nascoste.” (Vangelo di Tommaso 108)

È l’identificazione tra conoscente e conosciuto di cui abbiamo parlato precedentemente. Il Logos è dentro di noi e quindi conoscere il Logos significa conoscere noi stessi. Per trovare il Cristo in noi dobbiamo diventare Cristo.

“Colui che conosce tutto, ma ignora sé stesso, è privo di ogni cosa.” (Vangelo di Tommaso 67)

Ma la conoscenza di questi misteri comporta necessariamente lotte e rinunzie. Non si possono servire due padroni, per cui se l’uomo vuole realmente liberarsi dal giogo arcontico e riconquistare la sua natura divina deve essere disposto a rinunziare a tutta la materia che vi è nel mondo. Se non combatte, se non sacrifica il proprio Ego, questi misteri non li troverà mai.

E Cristo ci esorta a farlo in fretta, senza prendersela comoda aspettando di ricevere tali misteri in un altro ciclo di esistenza, perché quando sarà completo il numero delle anime perfette, al termine dell’Eone, si compirà la Giustizia di Melkizedek che verrà a prelevare le particelle di Luce per ricondurle nel Tesoro. Una volta fatto ciò le porte della Luce saranno sbarrate. Chi ha ricevuto i misteri entrerà nel Regno, chi non li ha ricevuti resterà fuori e sarà annientato insieme a tutti gli Arconti.

Ci si può chiedere, adesso, come mai il Padre ha tollerato una simile cosa. Se è Lui il creatore del super-ologramma e se è presente in ogni singola parte di esso, come mai alcuni di questi “frammenti olografici” si sono ribellati?

Evidentemente l’Altissimo voleva mettere alla prova i Figli della Luce e testare la loro Fede, il loro sentirsi parte di un’Unità. Ha quindi usato gli Arconti per sottoporli alla tentazione. Solo così i Suoi Figli potevano provare al Padre quanto desiderassero tornare in Lui.
Filippo è chiaro in merito:

“Gli Arconti pensavano che quanto facevano fosse dovuto alla loro potenza e alla loro volontà; ma era lo Spirito che, per mezzo loro, operava segretamente ogni cosa secondo il suo desiderio.” (Vangelo di Filippo 16)

Chi supererà questo test, al termine dell’Eone, si reintegrerà nuovamente nel super-ologramma divino dove avverrà la consumazione finale nel Padre. L’Impero Arcontico invece sarà sterminato per l’eternità.

Come vediamo, dunque, gli gnostici la sapevano lunga sull’essenza del reale. La fisica ha soltanto riscoperto verità che agli antichi erano note perfettamente.

Il videogame arcontico

Un esempio servirà a chiarire meglio le idee sullo scenario in cui ci troviamo.

Il super-ologramma dell’Altissimo dobbiamo immaginarlo come un programma informatico che prevede ogni Sua emanazione nel proprio luogo di competenza. Tuttavia alcune di queste unità si sono ribellate e hanno creato un sub-programma per dominare altre unità e intrappolarle in un gioco infernale, impedendogli di ricollegarsi al Programma Madre.

I Figli della Luce scaraventati in questo piano materiale si trovano quindi in un ologramma nell’ologramma, controllato dagli Arconti, che ci comandano a loro piacimento. Siamo nel loro gioco, il videogame arcontico, totalmente inconsapevoli della Realtà esistente al di fuori di esso e programmati per eseguire funzioni specifiche, proprio come i personaggi di un videogame non sanno dell’esistenza dell’utente esterno che li pilota.

Il mantenimento della sub-creazione si basa proprio sull’ignoranza delle unità intrappolate che credono di vivere in un mondo reale e di essere completamente libere nelle loro scelte. Permanendo in tale stato di inconsapevolezza, alimenteremo sempre il gioco degli Arconti che potranno fare di noi quello che vorranno.

Lo spirito di opposizione di cui abbiamo parlato è il programma di realtà che ci inseriscono per farci entrare nel gioco ed eseguire i loro ordini. Attraverso questo marchio, crediamo di stare in un mondo reale, ci consolidiamo in una falsa individualità e dimentichiamo chi siamo realmente. Diventiamo i personaggi di un videogame, intrappolati in un’illusione e condannati ad assumere meccanicamente certi comportamenti senza essere consapevoli di chi ci comanda.

Le parole del Logos non lasciano dubbi.

“Colui che vuole entrare nel Regno dei cieli, vi giungerà. Se disprezza il tutto di questo mondo e lo considera un gioco, ne uscirà ridendo.” (Vangelo di Filippo 97)

Se vogliamo uscire dal videogame, dobbiamo dunque metterci a giocare anche noi e sfidare i nostri governatori, senza farci uccidere in combattimento. Vinta questa battaglia, il sistema andrà in crash. Tuttavia, da soli non siamo in grado di intraprendere questo gioco e sfidare gli Arconti. Abbiamo bisogno di un’unità esterna che entri segretamente nel programma, senza farsene accorgere, e ci trasporti l’informazione per annientare il sistema.

Vediamo cosa ci dice la Pistis Sophia a proposito della missione del Cristo.

“Allorché mi manifestai al mondo, andai in mezzo agli Arconti della Sfera e assunsi l’aspetto di Gabriele, angelo degli Eoni; gli Arconti degli Eoni non mi riconobbero: pensavano ch’io fossi l’angelo Gabriele.” (Pistis Sophia 7, 6)

“Nell’eccitazione, le porte del firmamento si scossero l’una contro l’altra e si aprirono tutte insieme. Nell’eccitazione, si scossero tutti gli Arconti, tutte le Potenze e tutti gli Angeli che vi si trovano a causa della grande Luce che era in me; guardarono lo splendente abito luminoso che indossavo e videro il mistero contenente i loro nomi, ed ebbero molta paura; i vincoli che li legavano si sciolsero, ognuno lasciò il proprio ordine, si prostrarono tutti davanti a me e mi pregarono, dicendo: ‘Come, attraverso di noi è passato il Signore del Tutto e non ce ne siamo accorti?” (Pistis Sophia 11, 2)

L’agente segreto è proprio il Cristo, il Logos inviato dal Padre per la salvezza degli uomini, che in incognito attraversa l’universo degli Arconti e degli Eoni per consegnare alle anime i misteri della Luce, ossia l’informazione necessaria per uscire dal videogame.

Ora, chi è che ha la prerogativa di intrufolarsi in un sistema senza essere visto, e farlo collassare dall’interno? Proprio un virus informatico! Il virus è nel sistema, ma non è del sistema, proprio come Cristo è nel mondo ma non è del mondo. Il Logos dunque agisce come un virus informatico che penetra nel sub-programma arcontico senza essere visto, consegnando alle anime intrappolate l’informazione per annientare il sistema dall’interno.
Vediamo cosa succede se l’anima non possiede l’informazione necessaria per uscire dal gioco.

“Quando, dunque, giunge a compimento il tempo di quell’uomo, esce per prima l’ora fatale e, per mezzo degli Arconti e dei loro lacci, con i quali sono uniti dal Destino, conduce l’uomo alla morte … allorché l’anima avrà terminato di subire, nel caos, i castighi meritati in proporzione ai peccati commessi, lo spirito di opposizione, dopo averla trasferita in ogni luogo a motivo dei peccati commessi, la estrarrà dal caos e la condurrà sulla via degli Arconti di Mezzo; qui giunta, gli Arconti la interrogheranno sui misteri dell’ora fatale: se essa non li ha trovati, la interrogheranno sulla loro ora fatale; gli Arconti puniranno quell’anima in proporzione ai peccati di cui è colpevole … la Vergine Luce sigilla quell’anima, la consegna ad uno dei suoi ricevitori e la fa gettare in un corpo degno dei peccati da lei commessi.” (Pistis Sophia 111, 10-13)

Mentre per un’anima che ha ricevuto l’informazione…

“Essa pronuncia il mistero che scioglie i sigilli e tutti i vincoli dello spirito di opposizione con i quali gli Arconti lo avvinsero all’anima: dopo che l’ha pronunciato, i vincoli dello spirito di opposizione si sciolgono, egli si astiene dall’andare in quell’anima, abbandona quell’anima … Quando perviene agli Arconti di Mezzo, questi Arconti – spaventosi, fuoco violento, facce perverse, in una parola, spaventosi al di là di ogni misura – vanno incontro all’anima; ma nel momento in cui l’anima pronuncia il mistero della difesa da loro, essi cadono atterriti di fronte a lei, pieni di paura, avendo lei pronunciato il mistero della difesa da loro. L’anima abbandona a loro la propria ora fatale, dicendo: ‘Prendetevi la vostra ora fatale! Da questo istante io non vengo nei vostri luoghi. Io vi sono divenuta estranea per sempre, dato che andrò nel luogo della mia eredità’ … Essa presenta, in ogni luogo, la sua difesa e i suoi sigilli … Essa dà agli Arconti lo spirito di opposizione, pronuncia davanti a loro il mistero dei vincoli con i quali esso era stato avvinto a lei, dice loro: ‘Prendetevi il vostro spirito di opposizione! Da questo istante io non vengo nel vostro luogo. Io sono diventata estranea a voi, per sempre’; e dà ad ognuno il suo sigillo e la sua difesa. Dopo che l’anima avrà detto questo, i ricevitori voleranno in alto con lei, la sottrarranno agli Eoni del Destino e la condurranno su, attraverso tutti gli Eoni, mentre essa presenta in ogni luogo la sua difesa.” (Pistis Sophia 112, 2-11)

“In quell’istante l’anima diventerà un grande flusso luminoso, diventerà completamente un’ala luminosa, attraverserà tutti i luoghi degli Arconti e tutti gli Ordini della Luce fino a raggiungere il luogo del suo regno, fino a quello del quale ha ricevuto i misteri.” (Pistis Sophia 112, 4)

Ecco quindi come è organizzato questo infernale videogame arcontico.

Ci troviamo in un programma formato da vari livelli stratificati l’uno sull’altro, ognuno dei quali è presidiato dall’Arconte di turno, il guardiano della soglia, il “mostro” che dobbiamo sconfiggere per passare al livello successivo.

Per liberarsi da questa prigione e tornare nel luogo d’origine, l’anima deve possedere una certa informazione che le permetterà di superare i vari livelli del programma fino ad uscire dal gioco. Quest’informazione sono i misteri della Luce che Cristo ha portato nel mondo, attraversando in incognito l’universo degli Arconti. Grazie alla discesa del Logos per la sua opera salvifica, le anime intrappolate avranno la possibilità di uscire dal videogame arcontico, poiché quest’informazione spirituale scioglie i lacci dello spirito di opposizione e gli Arconti non possono più trattenerle.

Ricevere i misteri della Luce significa possedere una parola d’ordine, una password, che l’anima dovrà pronunciare in ogni luogo per poter accedere al livello successivo del programma. Ogni livello però avrà la sua parola d’ordine, per cui, se l’anima vuole liberarsi completamente dal gioco arcontico e tornare nel Tesoro della Luce, dovrà combattere per ricevere tutte le password del programma.

E queste parole d’ordine non vengono elargite gratis. La ricezione dei misteri sarà proporzionale al sacrificio fatto da quell’anima. Quindi, per conquistare il mistero più alto, quello dell’ineffabile, dovrà aver rinunziato a tutta la materia che vi è nel mondo, altrimenti si fermerà al luogo fino al quale ha ricevuto i misteri. Potrà dominare gli esseri che le stanno sotto ma non potrà passare al livello successivo.

L’anima totalmente sprovvista di ogni mistero, invece, non riuscirà a staccarsi dallo spirito di opposizione e resterà schiava del programma di realtà degli Arconti, che la rispediranno nel livello più basso del gioco, in cui tutti la comanderanno.

Ecco un esempio di parola d’ordine che Cristo rivela ai suoi Figli per attraversare indenni il mondo degli Arconti:

“Se vi domandano: ‘Donde venite?’. Rispondete loro: ‘Siamo venuti alla Luce, dal luogo ove la Luce nacque da sé stessa; si eresse e si manifestò nella loro immagine.’ Se vi domandano: ‘Chi siete voi?’. Rispondete: ‘Noi siamo suoi Figli, noi siamo gli eletti del Padre vivo.’ Se vi domandano: ‘Qual è il segno di vostro Padre in voi?’. Rispondete: ‘È il movimento e il riposo’.” (Vangelo di Tommaso 50)

Quando gli Arconti e le varie Potenze vedono che un’anima si sta innalzando tra i livelli per liberarsi dal programma, si precipitano a bloccarle la strada, ma se tale anima possiede la parola d’ordine essi non possono più trattenerla.

“Esse domandano all’anima: ‘Da dove vieni, assassina degli uomini? Dove sei incamminata, superatrice degli spazi?’. L’anima rispose e disse: ‘Ciò che mi lega è stato ucciso, ciò che mi circonda è stato messo da parte, la mia bramosia è annientata e la mia ignoranza è morta. In un mondo sono stata sciolta da un mondo, in un typos da un typos superiore, dalla catena dell’oblio, che è passeggera. D’ora in poi io raggiungerò, in silenzio, il riposo del tempo, del momento, dell’Eone’.’’ (Vangelo di Maria 16-17)

Un’anima che pronuncia queste parole di potenza viene riassorbita nel super-ologramma dell’Ineffabile, ritorna a far parte del Programma Madre. Viene sciolta da un ologramma per entrare in un altro, che però è molto più mite e pacifico del precedente.

“Venite a me, poiché il mio giogo è dolce e mite la mia dominazione, e troverete per voi un riposo.” (Vangelo di Tommaso 90)

Singolare la similitudine tra giogo e gioco. Usciamo da un gioco per entrare in un altro. Del resto, abbiamo già detto come lo stesso Regno di Dio sia un illusione, dal momento che viviamo pur sempre nel Suo ologramma, e il Suo Vero Volto, l’Oggetto Sorgente, è a noi inaccessibile.

Un’anima che si appresta a compiere questo percorso si riveste di una Luce Perfetta e diventerà invisibile agli Arconti, attraversando liberamente tutti i livelli.

“Coloro che si sono vestiti della Luce Perfetta non sono visti e, quindi, non possono essere trattenuti dalle Forze: ci si riveste di questa Luce nel mistero, nell’unione.” (Vangelo di Filippo 77)

“Non soltanto non riusciranno ad afferrare l’Uomo Perfetto, ma non riusciranno a vederlo, poiché se lo vedessero lo afferrerebbero…” (Vangelo di Filippo 106)

Ecco dunque come agisce il videogame arcontico. Per poterlo sconfiggere bisogna possedere la soluzione del gioco, fornita dai misteri della Luce portati da Cristo.

Tra l’altro, soluzione = assoluzione.
Assolvere un’anima significa darle la soluzione del gioco in cui è intrappolata.

Quando un numero prestabilito di unità avrà ricevuto l’informazione completa per superare tutti i livelli del programma, sarà compiuto il numero delle anime perfette di Melkizedek, il virus cristico scatterà e per gli Arconti sarà davvero Game Over. L’infernale videogame arcontico sarà distrutto e le unità in-formate si ricollegheranno al Programma Madre.

La musica delle superstringhe

Ma come è formato esattamente questo Programma Madre, il super-ologramma divino della Mente dell’Altissimo?

Vediamo cosa ci dice la fisica.

Come è noto, due sono i pilastri su cui si fonda la fisica moderna: la relatività generale fondata da Albert Einstein e la meccanica quantistica fondata da Max Planck.

La prima svolge a meraviglia il compito di spiegare il comportamento degli oggetti di grandi dimensioni (stelle, galassie, ammassi di galassie, ecc.) presenti nell’Universo. Nella sua teoria della relatività generale, Einstein realizzò che lo spazio e tempo sono soltanto differenti aspetti di un singolo oggetto che egli chiamò spazio-tempo. Corpi di enormi dimensioni, come pianeti, possono deformare e distorcere lo spazio-tempo, e la gravità, di cui noi abbiamo esperienza come forza di attrazione, è infatti una conseguenza di questa deformazione.

La meccanica quantistica, invece, ci permette di comprendere il mondo atomico e subatomico (molecole, atomi, elettroni, quark, ecc.).

Queste due teorie, che hanno consentito un progresso straordinario della fisica dell’ultimo secolo, presentano tuttavia un difetto insuperabile: non sono fra loro compatibili.
Ciò deriva dal fatto che il loro campo d’indagine è molto diverso. Nello studio degli oggetti piccoli e leggeri prevalgono le forze elettromagnetiche mentre la gravità è trascurabile, per cui si fa ricorso alla meccanica quantistica senza preoccuparsi di cosa afferma la relatività generale. Per lo studio dei corpi più grandi, invece, è la gravità la forza dominante per cui si fa uso della relatività generale senza tenere conto delle interazioni elettromagnetiche.

Tuttavia, oggi c’è una promettente teoria in grado di mettere d’accordo la meccanica quantistica e la relatività generale: è la teoria delle superstringhe, che mira ad ottenere una struttura unica per tutte e quattro le forze fondamentali.

L’idea alla base di questa teoria è che i costituenti fondamentali della realtà sono stringhe o corde infinitamente corte e sottili, che vibrano a frequenze diverse. Queste stringhe sono soggette a tensione, più o meno come le corde degli strumenti, e la forza con cui vengono tese è incredibilmente grande. A seconda della forza di tensione a cui sono sottoposte, le stringhe possono oscillare in un infinito numero di modi differenti, proprio come una corda di violino più o meno tesa genera un numero praticamente infinito di toni musicali. Variando la frequenza di oscillazione, dalla frequenza fondamentale alle armoniche superiori, si generano tutte le particelle elementari da quelle leggere alle più pesanti.

Più alta è la frequenza, maggiore è la massa della particella associata e di conseguenza maggiore è la forza di gravità che questa particella esercita sulle altre. Questo sarebbe l’indizio per il quale la teoria delle superstringhe collegherebbe la gravità descritta dalla relatività generale con la struttura delle particelle elementari descritta dalla meccanica quantistica.

La validità della teoria, poi, necessita di uno spazio-tempo di 10 dimensioni, delle quali 6 sono invisibili, risultando strettamente accartocciate su sé stesse.

Il super-ologramma divino, quindi, non sarebbe altro che la manifestazione di energia vibratoria di sottilissime cordicelle, che suonano in modi più o meno diversi per dare origine a tutti i costituenti della realtà. E il tutto avviene in uno spazio-tempo a 10 dimensioni.

Ma cosa sono queste cordicelle in 10 dimensioni?

Evidentemente si riferiscono alle 10 Sephiroth della Qabbalah Ebraica, che rappresentano i dieci attributi di Dio, le dieci dimensioni della Mente del Padre, stati di coscienza che dobbiamo attraversare per reintegrarci nel Suo corpo divino.

Ma anche a quell’arpa a dieci corde con cui David intona i Salmi all’Altissimo, espressione della vibrazione pura:

“Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.” (Salmi 32:2)

“È bello dar lode al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo, annunziare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte, sull’arpa a dieci corde e sulla lira, con canti sulla cetra.” (Salmi 91:1-4)

“Mio Dio, ti canterò un canto nuovo, suonerò per te sull’arpa a dieci corde.” (Salmi 143:9)

Suonando l’arpa a dieci corde, David fa “cantare” le stringhe del campo quantico nello spazio-tempo a 10 dimensioni, perché è la vibrazione il solo strumento attraverso cui possiamo interagire con il Padre. L’unica realtà di questo super-ologramma sono le stringhe, le corde vibranti, ogni costituente della realtà è la manifestazione di energia vibratoria, per cui se vogliamo reintegrarci nella Mente del Padre dobbiamo sprigionare la vibrazione che è in noi.

Ma come è possibile fare ciò?

Come abbiamo detto in precedenza, la nostra salvezza passa attraverso la missione segreta del Cristo che trasporta l’informazione necessaria alle anime per liberarsi dall’illusione arcontica. Chi riuscirà a trovare i misteri della Luce scoprirà il Logos in sé stesso, diverrà esso stesso Logos e non potrà più essere trattenuto dagli Arconti, per cui si reintegrerà di nuovo nel super-ologramma divino dell’Altissimo.

E il Logos è per l’appunto il Verbo, la vibrazione, che gli antichi sapevano bene fosse all’origine del Tutto e costituisse l’essenza di questo super-ologramma divino.

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” (Giovanni 1:1)

Inoltre, Cristo viene spesso raffigurato con una spada che fuoriesce dalla bocca. Il termine inglese per spada è sword che è strettamente affine a word, parola. Questa corrispondenza non è casuale, tenendo conto anche del fatto che la spada sbuca proprio dalla bocca, per cui il Cristo è il Logos, l’espressione della vibrazione pura, l’energia sottile alla radice del Tutto.

La raffigurazione del Cristo che vediamo qui sopra si trova in una vetrata della cattedrale di Bourges, in cui si nota anche la presenza di sette sigilli, chiaro riferimento ai sette sigilli di Apocalisse, ma potrebbero rappresentare anche le sette note musicali, quindi differenti toni vibratori.

Dunque, gli antichi sapevano bene che la vibrazione è il nucleo essenziale dell’universo olografico dell’Altissimo. Del resto, solo così possiamo spiegare l’identificazione conoscente-conosciuto secondo la quale conoscere il Cristo significa conoscere sé stessi. Essendo Cristo il Logos, la vibrazione, ed essendo il Tutto costituito da vibrazione, anche noi lo siamo per cui potenzialmente portiamo il Cristo dentro e potremo identificarci totalmente con Lui.

L’azione del Cristo in noi è quella di riportarci alle origini, far suonare le stringhe del campo quantico di cui siamo costituiti nell’intimo per accordarci alla vibrazione primordiale, l’energia sottile che lega tutte le cose nel super-ologramma del Padre.

Il programma di realtà degli Arconti ci ha fatto dimenticare chi siamo realmente e il Cristo è il solo che può riportarci allo stato originale. Nasciamo come strumenti “scordati”, che hanno perso l’accordo con la vibrazione del campo quantico, e non a caso dimenticare si dice anche “scordare”. Invece ricordare la nostra vera natura significa ri-accordare, ossia riprendere l’accordo con la vibrazione da cui ci siamo slegati.

Da tutte queste considerazioni, si vede come il segreto di tutto stia nella vibrazione, o meglio ancora nel canto, nella musica.

Le stringhe che costituiscono la realtà, infatti, sono proprio delle corde vibranti che, a seconda del modo di oscillazione, possono dar luogo ad una gamma praticamente infinita di toni musicali. E ad ogni particella è associato un particolare modo di oscillazione. La reintegrazione nel corpo divino del Padre dobbiamo immaginarla, quindi, come una melodia celeste data dalla combinazione dei toni vibratori di tutte le Sue unità, che si accorderanno all’unisono a questa sinfonia universale.

Questa evidenza ci viene fornita anche dal testo biblico, in cui le stelle del mattino sono i Figli di Dio che si sono reintegrati nel corpo divino del Padre:

“…mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio…” (Giobbe 38:7)

Sembra proprio che il ricongiungimento nel super-ologramma dell’Altissimo avverrà sottoforma di una musica cosmica di tutte le Sue unità.

Inoltre nell’Apocalisse leggiamo che Cristo viene chiamato proprio la Stella del Mattino:

“Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (Apocalisse 22:16)

Ecco dunque cosa significa diventare Cristo, significa produrre suono, vibrazione, cantare in coro come fanno le stelle del mattino, proprio come un vero Corista-Cristo.

Non a caso Krishna, che rappresenta il Cristo, viene raffigurato dagli induisti mentre suona un flauto, a simboleggiare il principio emittente della vibrazione primordiale che funge da direttore d’orchestra per tutti i Suoi Figli che si accorderanno all’unisono alla melodia celeste.

La reintegrazione finale nel corpo divino del Padre avverrà, quindi, come un canto in coro collettivo di tutte le Sue unità che, grazie all’azione del Cristo, manifesteranno finalmente ciò che gli è stato nascosto dagli Arconti: la vibrazione, la musica delle superstringhe impressa nel nostro intimo.

“All’inizio, infatti, il velo nascondeva, in certo modo, il controllo del creato da parte di Dio. Ma allorché il velo si squarciò, e l’interno sarà manifesto, questa casa sarà lasciata deserta, meglio, sarà distrutta.” (Vangelo di Filippo 125)

Il velo che abbiamo davanti è proprio la materia che nasconde l’energia vibratoria delle stringhe, ma grazie alla potenza del Logos questo velo sarà squarciato e riconquisteremo la vibrazione che abbiamo perduto, fondendoci finalmente nel super-ologramma divino.
La consumazione finale nel Padre avverrà al termine dell’Eone, quando sarà compiuto il numero delle anime perfette. E questo sarà l’ultimo istante di vita dell’Impero Arcontico, perché la liberazione della Luce Perfetta farà collassare completamente la materia del mondo che si annienterà nelle proprie radici. Tutto ritornerà al proprio luogo di origine, e quindi la materia, che non ha mai avuto esistenza, sarà nuovamente distrutta.

“…la materia sarà distrutta oppure no? Il Salvatore disse: ‘Tutte le nature, tutte le formazioni, sussistono l’una nell’altra e l’una con l’altra, e saranno nuovamente dissolte nelle proprie radici. Poiché la natura della materia si dissolve soltanto nelle radici della sua natura.” (Vangelo di Maria 7)

Vediamo che il Cristo allude anche a diverse nature, diverse formazioni.

Potrebbero essere quegli universi paralleli vibranti a frequenze diverse, come previsti dalla teoria delle superstringhe? Si ipotizza, infatti, che le stringhe possano essere aggregate a p-brane (membrane a p dimensioni) immerse in uno spazio molto più ampio (iperspazio), in cui ogni p-brana è un universo distinto. In tal modo coesisterebbero un numero infinito di universi paralleli di stringhe, che vibrano entro un range di frequenze caratteristico per ogni universo.

Modificando quindi il modo di oscillazione delle nostre stringhe, passeremmo da un universo all’altro. Che alluda ai diversi piani di realtà dell’universo gnostico, in cui ciascun livello risulta popolato da una sua gerarchia di esseri a seconda della loro natura vibrazionale?

Tra l’altro, a partire dalla sua teoria della relatività generale, Einstein aveva previsto anche la presenza di tunnel spazio-temporali (wormhole o ponte di Einstein-Rosen) che potrebbero mettere in comunicazione due parti differenti del nostro universo o persino due universi differenti.

È per mezzo di questi tunnel che Cristo percorre i vari spazi dell’universo gnostico?

La teoria delle superstringhe sembra, inoltre, poter dare una risposta più precisa e convincente al problema relativo all’origine del nostro universo. Secondo alcuni scienziati il nostro sarebbe un universo confinato tra due p-brane, e per di più ciclico, senza un inizio nel tempo e senza una fine, in un alternarsi ininterrotto di contrazioni e di espansioni.
Ciò non farebbe altro che confermare la visione induista del Respiro Cosmico di Brahma che sostiene l’intera creazione, o il principio gnostico dello smembramento del corpo divino che deve essere ricomposto. L’idea alla base è sempre una trasmissione reciproca di energia tra il Padre e le Sue unità, in cui la manifestazione è sempre seguita da un riassorbimento finale.

Conclusioni

Una fisica che si propone di descrivere la realtà attraverso il metodo sperimentale, quindi, non può far altro che giungere a risultati distorti dovuti per l’appunto all’inconsistenza stessa di ciò che noi definiamo reale. È un sistema senz’altro utilissimo per scopi meramente pratici, ma non può avvicinarsi neanche lontanamente a squarciare il velo di Maya e penetrare l’essenza dei fenomeni.

La Tradizione Iniziatica, come abbiamo visto, aveva compreso perfettamente certi meccanismi che la nostra scienza solamente ora sta riscoprendo attraverso esperimenti che dimostrano l’illusorietà del mondo fisico in cui viviamo.

Il dato di fondo è che l’uomo nasce morto al mondo, totalmente inconsapevole della sua vera natura e se vuole tornare alla dimensione che gli compete deve conoscere il Logos, che significa conoscere sé stessi. Questo è lo scopo dell’uomo. Conoscere se stesso.

Il sistema attraverso il quale l’uomo può interagire con il Logos e giungere alla Verità è il linguaggio archetipale dei simboli e delle immagini.

“La Verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e immagini. Non la si può afferrare in altro modo.” (Vangelo di Filippo 67)

Il Logos ci lancia continuamente messaggi subliminali per risvegliare in noi archetipi seppelliti nel profondo e noi dobbiamo essere abili a coglierli per giungere gradualmente alla conoscenza di noi stessi, fino ad identificarci totalmente con Cristo.

L’uomo che realizza ciò avrà conosciuto Colui che è nascosto, e sarà pronto per rientrare nel Padre al termine dell’Eone.

“Egli conosce l’inizio e la fine di tutti. Quando verrà la loro fine, Egli domanderà loro ciò che avranno fatto. Ora la fine consiste nel conoscere Colui che è nascosto. E questi è il Padre dal quale proviene il principio e verso il quale ritorneranno tutti coloro che da Lui provengono.” (Vangelo di Verità 33)