L’esoterismo Maya

di Mike Plato

La Tradizione sacerdotale maya è parte integrante di un più antico sistema di conoscenza conosciuto come Tradizione Primordiale. Una breve analisi dei suoi simbolismi conferma il legame con il nucleo iniziatico del Vecchio Mondo.

Credo che la tradizione spirituale Maya sia solo apparente più complessa di altre. In realtà, trattandosi di una cultura assai lontana dalla nostra, che poggia su una lingua anch’essa assai distante, la tradizione Maya non è più complessa ma meno penetrabile. Il suo corredo simbolico, se ben decifrato, ci induce a pensare che la sua tradizione si inserisca nel più ampio bacino della Tradizione Primordiale. Se la Tradizione Primordiale non è tale senza la presenza di un Re-Sacerdote (in Occidente Melkisedeq o Cristo), noto come Figlio di Dio, avente le funzioni di un intermediario-Vicario tra la divinità assoluta e l’uomo (non necessariamente in stato di manifestazione ma agente occultamente attraverso gli uomini) parimenti nella tradizione Maya, nel suo aspetto più esoterico, è concepita l’azione invisibile di un Dio-Re primordiale il cui nome è Cucumatz-Kukulkan, il Quetzalcoatl degli aztechi, Colui che sempre torna, Colui che sempre viene, il serpente-piumato archetipale, Colui che congiunge le energie terrestri (serpente) con quelle celesti (l’uccello quetzal): in breve l’energia-intelligenza che si sprigiona lungo il ponte-spina dorsale. Sia il Cristo-Melkizedek che il Quetzalcoatl erano associati alla Stella del Mattino: Venere nel suo aspetto più basso, la stella Sirio in quello più alto, ossia la Madre Terra-Natura e la Madre Cielo (Sophia o Sapienza Cosmica). Sia il Melkizedek che il Quetzalcoatl rappresentano non solo l’aspetto Figlio ma soprattutto l’aspetto Madre che prima lo genera e poi vi si unisce: lo Spirito Santo della cattolica Trinità divina. Rappresentavano anche l’aspetto Padre nella figura del Vecchio dei Giorni, dato che entrambi sono spesso descritti con una fluente barba. Altro nome del Mediatore era Itzamnà, figlio di Hunab Ku, l’essere divino supremo, datore di misura e movimento. Itzamnà era venerato come l’Anziano, al pari di Melkizedek, e il suo attributo era il calice, proprio come Melkisedeq. I Maya veneravano questo archetipale mediatore anche sotto il nome del Dio Giaguaro. Il Dio giaguaro è un’altra forma del Dio Sacerdote eterno, e le macchie del giaguaro rimandano all’ideale principio del Dio-Vigilante con mille occhi addosso, replicato nelle iniziazioni egizie dalla pelle di leopardo indossata dagli sciamani-sacerdoti Shem di Heliopolis e parimenti dagli alti sacerdoti Maya con la loro pelle di giaguaro, il corrispondente americano del leopardo. Peraltro, come nella tradizione Primordiale il principio “morte-rinascita” è fondato sul sacrificio di sé stessi, altrettanto tra i Maya, quantomeno quelli delle origini, il sacrificio del fedele di Quetzalcoatl era indispensabile affinché il Dio rinascesse nell’uomo attraverso la morte mistica dell’uomo stesso. Il sacrificio al modo di Melkisedeq non è altri che il sacrificio al modo di Quetzalcoatl. Ho sempre pensato che la Tradizione Primordiale, nel momento in cui si smembrò, prese tre direttrici diverse, il cui nucleo rimaneva tuttavia il medesimo: l’esoterismo egizio, l’esoterismo caucasico-mesopotamico (zoroastrismo, induismo), e l’esoterismo delle civiltà pre-colombiane, in particolare quello Maya che raggiunge vette di assoluta eccellenza. Nella fattispecie, analizzerò l’esoterismo dei Maya Quichè, perché dei Maya dello Yucatan sappiamo molto poco.

La memoria storica

Risalente al III secolo a.c. il sito di Copàn è molto ricco di bassorilievi raffiguranti la vita della casta sacerdotale maya. Rappresenta, quindi, la memoria storica della tradizione esoterica maya, allo stesso modo in cui le cattedrali funsero da libro di pietra per la custodia del segreto sapere dell’Ordine dei templari. Copan è nota per il “cortile delle palle” poiché qui veniva giocato il “pitz” o gioco della palla. Tale gioco era una metafora del “gioco della passione” del Dio che moriva e risorgeva attraverso il taglio della testa, a cui la palla era associata, tant’è che pare contenesse un teschio, da sempre simbolo di morte-resurrezione. Questo Dio a cui veniva mozzata la testa era Hunahpù, l’antenato o uomo primordiale, riproponendo così il mito giovanneo della decollazione, che rappresenta la prima morte mistica dell’iniziato (taglio dell’ego) e che costituisce realmente un “decollo” e una trasformazione verso stati di coscienza più alti. Tale simbologia è presente anche nell’iconografia alchemica laddove si parla di decollazioni, di taglio della testa del drago, e di conclusione della fase corvina. L’iniziato entra in una sfera animica (i piccoli misteri), non essendo solo più condizionato dalla sfera fisica e si prepara ad accogliere la sfera spirituale (i grandi misteri). Il pitz era il simbolo della partita-conflitto (guerra santa interiore) contro le forze oscure del subconscio, ed in generale delle forze della luce contro lo psichismo degenerato colletivo. Nel corso di tali spaventose partite, i re-atleti indossavano tenute che richiamavano i “Signori della Vita” , mentre gli avversari indossavano gli ornamenti dei terribili diavoli infernali di Itzam-Yeh, nemici del Dio gemellare giaguaro noto come Ixbalanqué, il fratello di Hunahpù. La partita vedeva due schieramenti di sette contendenti ciascuna, una associata alle virtù e l’altra ai vizi. Le forze delle tenebre venivano fatte trionfare nell’equinozio d’autunno, e perdere definitivamente nell’equinozio di primavera, universalmente associato alla resurrezione, alla rinascita della luce e del Dio solare nell’uomo. Di fatto l’uomo di Tenebre viene trasmutato in uomo di Luce. La sconfitta delle Tenebre e l’assimilazione delle sue energie attraverso il taglio della testa dei sette atleti che la rappresentavano era di converso un potentissimo simbolo della vittoria della Vita, quella eterna naturalmente, svincolata dal perverso gioco del ciclo delle reincarnazioni. Sui bassorilievi del sito è possibile ammirare scene che non si discostano molto da quelle egizie, pur caratterizzate da una formalismo espressivo diverso. Come in Egitto il Faraone-iniziato è descritto con il proprio o i propri nemici legati, a cui egli sembra stia per tagliare la testa, parimenti nelle raffigurazioni maya il sacerdote assassino mozza la testa alla vittima (sé stesso) per sbrigliare la forza vitale, che i Maya chiamavano “ch’ulel”. I sacerdoti maya conoscevano quindi la verità della rinuncia e del sacrificio di una parte di sé stessi per far trionfare un’altra parte. Presumo che col tempo, tuttavia, il principio del sacrificio si sia corrotto, per così dire esternalizzato, un po’ come avveniva tra gli ebrei, e si cominciò ad uccidere persone terze anziché sé stessi misticamente. Ciò significa che la casta sacerdotale, con l’esteriorizzazione del rito, iniziarono a non assumersi più la propria responsabilità per la rinascita del Dio. Si tratta di un problema universale che Gesù pose in evidenza in modo drammatico, perché l’essere umano preferisce il “capro espiatorio” piuttosto che lavorare faticosamente su sé stesso per la trasmutazione dei vizi in virtù.

Analogie con l’Occidente

E’ noto che la mistica sacrificale del pane e del vino, attraverso cui è possibile far risorgere sé stessi, è l’asse portante della tradizione del Melkisedeq. Gesù la manifesta al massimo grado attraverso la cena mistica. Nei miti maya è possibile rintracciare questo principio poiché è ritenuto che gli dei creatori, paragonabili agli Elohim di biblica memoria, avessero creato gli esseri umani dal bianco mais e dal proprio sangue sacrificale. L’insistenza di Gesù sul seme, analogo del mais, era finalizzata a rafforzare il concetto del sacrificio di sé stessi, perché se il seme non muore non porta frutto, ossia non si rigenera. Sotto un certo aspetto, l’iniziato è il seme che muore nella sua stessa terra e risorge incorruttibile. Come il sacrificio del Dio, secondo i Maya, genera l’uomo, parimenti il sacrificio dell’uomo porta alla rinascita del Dio. Non è possibile alcun compromesso tra la Luce e le Tenebre, in tal senso: “mors homini, vita Dei”. Paolo disse: “che c’è in comune tra Cristo e Beliar?”. Non vi può essere alcun compromesso quindi tra il vero Bene e il vero Male. Se in questo mondo esistono contestualmente il bene e il male, essi non appartengono alla sfera divina e sono solo i due volti attraverso cui le Tenebre del Male cosmico possiedono l’intero mondo materiale. Quello che disse Gesù: “il Regno di Belzeebù non può essere diviso in sé stesso” era lo stesso pensiero profondo dei Maya, che credevano anch’essi nell’illusione cosmica del mondo esterno a noi, a tal punto che essi portano lo stesso nome che gli induisti assegnarono all’inganno: maya. Questa maya era orchestrata, secondo la tradizione maya, dalla forza tenebrosa raffigurata su un dipinto realizzato su un piatto decoratorio tripode appartenente al periodo classico, e le cui illustrazioni ricordano da vicino il viaggio del “defunto” (iniziato sulla via) e le sue lotte con le forze infere per emergere alla luce, la medesima lotta di Gesù in croce. Il piatto mostra la terra circondata (astralmente) dall’enorme coccodrillo-serpente bicefalo. Ondeggiando senza posa attorno al vaso universo nel proprio eterno viaggio, il mostro sferza il cielo con zampe armate di artigli, simbolo della predazione. Come non pensare al Leviatan biblico, il mitico mostro che circondava il mondo? Si tratta segretamente delle Forze dello Zodiaco che possiedono tutti i destini umani e che nella Bibbia solo YHWH può sgominare; ciò significando che solo la resurrezione in vita può portare l’anima dell’iniziato al di sopra delle forze del destino, dei principati e delle potenze angeliche. Secondo i miti, queste forze demoniche e dominanti, guidate da Itzam-Yeh, governatore degli inferi (il corrispondente gnostico del demiurgo Jaldabaoth) avrebbero tagliato la testa e rubato la forza all’antenato. Nel Popol Vhu, la bibbia maya, Itzam Yhe, chiamato Vucub-Caquix, strappa il braccio del Primo Signore e lo infila nella sua pentola, un po’ come Seth e i suoi accoliti avevano smembrato Osiride, l’Omo archetipico, non prima di averlo rinchiuso in una cassa da morto (simbolo del corpo biologico). E’ quindi ovvio che, in tutti miti, colui che vuole riprendersi la sua forza viene a sua volta chiamato “ladrone” dal sistema mondo. Quelli di Prometeo, Robin Hood, Mithra e il Cristo (chiamato segretamente Barabba il ladrone nei Vangeli) sono l’universalizzazione di un principio ancora poco noto. Lo stesso Cristo nei Vangeli parla di ladroni, alludendo segretamente ai suoi temibili nemici astrali: gli Arconti, le forze leviataniche sempre a caccia di energia vitale. Sta di fatto che come Osiride viene spinto nel divenire e privato di forze (il re ferito e sofferente dei miti graaliani), l’antico Uomo dei Maya (Antenato) viene sprofondato in uno stato di incoscienza e bisognoso di aiuto da parte dell’uomo che lo possiede e lo ospita. Credo che anche tra i Maya, pochi si siano assunti l’onere di liberare questa luce nascosta.

Fonte: mikeplato.myblog.it

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Commento al Popol Vuh

di Sebastiano B. Brocchi

Avrei esordito dicendo che il “Popol Vuh” è la più grande opera letteraria dell’America precolombiana, ma affermarlo in senso assoluto sarebbe sbagliato. Certo esso, oltre ad essere (cito dagli esperti) “un capolavoro della letteratura mondiale”, è il testo principe della civiltà Maya; ma, è necessario precisarlo, è anche uno dei pochissimi frammenti superstiti di quella che, prima della conquista spagnola, era una produzione letteraria vastissima e quanto mai evoluta.

“Insieme con i conquistadores, nelle terre del Guatemala arrivarono molti sacerdoti, i quali, nell’aspirazione di convertire gli indigeni alla “vera” religione, distrussero ogni cosa che potesse avere un nesso con la sacralità locale: templi, statue, colonne, steli e libri di codici. (…) Delle migliaia di codici maya allora esistenti, come riferiscono le cronache, soltanto quattro ne restano oggi al mondo” (dall’introduzione di Ugo Stornaiolo alla traduzione da lui curata del “Popol Vuh”).

Il “Popol Vuh” è il libro che contiene la storia della creazione e i miti delle origini tramandati dai Maya-Quiché. Quel che ci interessa maggiormente, in questa sede, è tuttavia l’aulico livello raggiunto dai Maya, con questo testo, nel campo del sapere iniziatico e della simbologia sacra.

Va detto infatti che “fino ai nostri giorni non è stato possibile decifrare tutto il suo significato esoterico, né cogliere la portata storiografica del documento, e ciò semplicemente perché è stato scritto in una lingua simbolica che va oltre la capacità di comprensione per chiunque non sia un Maya-Quiché, anzi, uno vissuto durante la Conquista” (Ugo Stornaiolo).

Non sarà certo il mio contributo a cambiare le cose. In primo luogo non posso ritenermi una voce autorevole nello studio delle civiltà precolombiane; e comunque il mio livello di approfondimento nella lettura del “Popol Vuh” non può che essere marginale rispetto a chi dedica la vita all’analisi e alla traduzione di libri come questo. Perciò mi esprimerò, come è mia consuetudine, a titolo di semplice pensatore, condividendo con voi alcune delle riflessioni natemi dalla lettura di questa “Bibbia dei Maya”, come alcuni l’hanno definita.

Alcune constatazioni preliminari: la storiografia accademica ritiene che le civiltà centroamericane abbiano avuto uno sviluppo del tutto indipendente dal resto del mondo, e che di conseguenza la loro cultura non abbia risentito di influenze esterne; mentre un numero per la verità sempre crescente di studiosi arriva a formulare ipotesi in contrasto con questa visione, credendo cioè che dei contatti siano avvenuti, a più riprese, nel corso dei millenni, anche prima della “scoperta” di Colombo. Il fatto che io sia tendenzialmente aperto ad accettare questa seconda linea di pensiero, non influisce sulle mie considerazioni riguardo alla simbologia del “Popol Vuh”. Il fatto che in questo libro esistano numerosissimi elementi comuni alla mitologia, all’iconografia e ai testi religiosi ed esoterici delle civiltà africane, asiatiche ed europee, è innegabile. Detto questo, non si può escludere a priori l’idea che tali similitudini siano da ascriversi a all’”inconscio collettivo” di junghiana memoria. Per cui, se mi capiterà di sottolineare similitudini o collegamenti concettuali fra il “Popol Vuh” ed elementi del retaggio culturale del “Vecchio Mondo”, sarete liberi di interpretare questi legami come frutto o del caso, o dell’effettiva comunicazione fra separati continenti nelle epoche passate, oppure come segno evidente di un immaginario comune agli esseri umani di diversa origine.

Un’altra premessa che ritengo fondamentale, è ricordarvi che quasi tutti gli antichi racconti creazionistici (“Popol Vuh” compreso), sotto il velame di miti sull’origine del mondo celavano anche, spesso, imprese simboliche legate al cammino iniziatico, allegorie di come doveva essere creato e ordinato il mondo interiore, dal chaos al cosmos, fino alla comparsa dell’essere umano che in questo caso rappresentava l’uomo nuovo, l’Iniziato che avesse compiuto la sua rinascita.

In principio, ci dice il “Popol Vuh”, esistevano soltanto il cielo tenebroso e il mare piatto, il silenzio e l’immobilità. Sulle acque, circondato da un bagliore, si trovava Dio. I Maya avevano una concezione della divinità estremamente evoluta e sofisticata: la divinità preesistente alla creazione del mondo, chiamata con molti nomi fra cui Cuore del Cielo, è immaginata duplice: femminile e maschile. Esso è Creatore (femminile, “Colei che concepisce i figli”) e Modellatore (maschile, “Colui che li genera”).

Questa visione, che richiama il concetto induista del Dio maschio indissolubilmente unito alla sua Shakti, serve a ripartire fin dal principio in modo equilibrato la presenza di Yin e Yang nel racconto della creazione. Il “Popol Vuh” supera in questo modo la dicotomia fra religione patriarcale e religione matriarcale, basandosi sulla constatazione che in natura ogni cosa trae la sua origine dall’equilibrata comunione dei due poli sessuali.

È interessante notare che presso le religioni abramitiche ma soprattutto nel Cristianesimo, la mancanza di un aspetto femminile della divinità è stato sentito ed evidentemente sofferto fin da subito, se consideriamo che al culto vero e proprio di Jaweh e di Cristo si sono affiancati una più che accentuata devozione mariana e, soprattutto in ambito gnostico, una divinizzazione della Sophia divina (che compare anche su alcune icone della Chiesa Ortodossa).

La divinità creatrice nel “Popol Vuh”, inoltre, appare svincolata da appartenenze etniche e regionali: non è “il Dio dei Maya”, o di qualche popolo eletto o ristretta cerchia di fedeli. Divinità minori di tipo totemico appariranno solo nell’ultima parte del libro, e saranno gli idoli delle varie tribù (penso a Tohil, Auilix o Hacauitz). Ma Cuore del Cielo, il Creatore e Modellatore, è una divinità a carattere universale. In questo i Maya dimostrano di possedere concezioni teologiche estremamente raffinate; come e più di molti popoli del Vecchio Mondo.

La duplice divinità creatrice è chiamata anche Gucumatz (quel “Serpente Piumato” chiamato con diversi nomi dai popoli precolombiani). È sicuramente significativo il fatto che il serpente appaia nei miti creazionistici di moltissimi popoli antichi. Penso ad Ananda, il serpente a sette teste su cui sono assisi Brahma e la sua Shakti, Lakshmi, secondo la tradizione induista. Penso ad Ofione, il serpente del vento boreale con il quale si accoppia la grande Dea Eurinome nel mito pelasgico, partorendo poi l’uovo cosmico. Penso al Serpente Arcobaleno degli Aborigeni australiani…

Il ruolo del serpente in tutti questi miti non è casuale: esso è infatti un simbolo dell’energia, definita dalla moderna fisica come “la capacità di un corpo o di un sistema di compiere un lavoro”. La tradizione yogica individua nel serpente la rappresentazione zoomorfa dell’energia generativa (kundalini). In questo senso il serpente è certamente il requisito sine qua non della creazione universale, e si ricollega a quanto detto sul Fuoco Segreto (cfr. “Il Fuoco che anima tutte le cose”,).

A smuovere la fissità dell’universo primordiale, il “Popol Vuh” chiama in causa, proprio come il “Vangelo di Giovanni” nel Vecchio Mondo, il Verbo. Compariamo:

“Vi era immobilità e silenzio nell’oscurità, nella notte. Unicamente il Creatore e il Modellatore (…) si trovavano sulle acque circondati di chiarore. (…) Allora giunse la sua Parola. Si riunì qui con il Sovrano Serpente Piumato, qui nell’oscurità, nella notte, e parlarono fra loro e meditarono; si misero d’accordo, congiunsero i loro vocaboli e i loro pensieri. (…) Allora decisero la creazione” (“Popol Vuh”).

“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di ciò che esiste” (“Vangelo di Giovanni”, 1, 1-2).

Senza dimenticare il logos eracliteo o i diversi inni alla Parola creatrice (Vāk) che troviamo nella tradizione vedica indiana, dove si canta del Verbo (aksaram) nato “al primo brillare dei primi mattini” (“Rig Veda”).

Mi sembra fondamentale sottolineare che “”Quelli che conoscono la rivelazione, sanno che questo universo è una trasformazione della parola” (BV I: 120). Questo verso di Bhartrhari, l’illustre filosofo e grammatico sanscrito del V secolo, compendia un tema dominante – quello del potere cosmogonico della Parola – nelle tradizioni esoteriche e religiose, diffuso pressoché universalmente sin dai tempi più remoti” (da Arturo Schwarz, “L’immaginazione alchemica, ancora”).

Il racconto creazionistico del “Popol Vuh” prosegue con la creazione del mondo con i suoi monti, boschi, campi, animali. Ci viene detto però che, una volta creati gli animali, il Creatore e Modellatore si scontrano con un primo rilevante ostacolo, accorgendosi che questi non erano in grado di parlare. “Non si palesò la forma del loro linguaggio, e ognuno produceva un grido o un suono diverso. Quando il Creatore e Modellatore (…) si resero conto che non conseguivano di farli parlare, ragionarono fra loro: “Non è stato possibile che pronunciassero i nostri nomi, i nomi dei loro artefici. E questo non sta bene”” (“Popol Vuh”). Da qui la necessità di creare l’essere umano.

Si tratta di un passo fondamentale dal punto di vista esoterico. Simbolicamente, la parola indica, in questo caso, la consapevolezza. Significa cioè che sia sul piano macrocosmico (creazione del mondo, naturale) che su quello microcosmico (creazione interiore, iniziatica), la necessità di raggiungere un livello di coscienza di tipo umano è il requisito perché l’universo creato (natura naturata) prenda consapevolezza della propria Causa (natura naturans).

Ho detto anche sul piano microcosmico della creazione interiore, poiché sub specie interioritatis anche ogni essere umano deve superare il livello di coscienza animale ed acquisire il livello di coscienza definito humanitas prima di poter “pronunciare i nomi dei propri artefici”, ovvero ottenere la consapevolezza della propria origine. È questo il dono della nostra condizione umana. Anche i sassi, gli alberi e gli animali hanno ognuno un proprio livello di coscienza, dal più semplice al più complesso, dalla coscienza fisica a quella sentimentale e razionale, ma solo l’essere umano può rendersi conto di essere Dio che osserva sé stesso nel cosmo.

Il “Popol Vuh” ci insegna quanta pazienza ci voglia prima di poter conseguire la condizione di umanità. La creazione dell’uomo, avviene infatti per tentativi successivi e una lenta preparazione. Il primo esperimento infruttuoso è quello di creare uomini con l’argilla. Il secondo con il legno. Per il successo bisognerà aspettare la terza prova, consistente nella creazione dell’uomo di mais.

Il fallimento dell’uomo d’argilla, un essere molle e deforme, dalla vista annebbiata, incapace di muoversi e dal linguaggio sconclusionato, è causato dal suo disfacimento a contatto con l’acqua.

La seconda generazione, fatta di uomini di legno – passaggio dal pupazzo di legno all’uomo autentico verrà affrontato nel mio libro “Favole Ermetiche” (novembre 2009), a proposito dell’esoterismo della fiaba di Pinocchio – fallisce perché: “non vi era niente nei loro cuori e niente nella loro mente, nessuna memoria dei loro artefici. Semplicemente andavano e venivano dovunque volevano. Non si ricordavano più di Cuore del Cielo” (“Popol Vuh”).

Questi racconti andrebbero intesi al di là del significato letterale: gli uomini d’argilla e gli uomini di legno non sono delle razze del passato, bensì delle condizioni di umanità tutt’ora presenti e presenti in ognuno di noi. Così come l’uomo di mais, ovvero l’uomo compiuto, non rappresenta l’umanità attuale, bensì una condizione di compiutezza che si può attuare in ognuno di noi.

Le tre generazioni rappresentano tre gradi di sviluppo della consapevolezza, in cui l’uomo di mais è simbolo dell’Iniziato che abbia compiuto il suo cammino gnoseologico.

Ora, va detto che la creazione dell’uomo di mais avverrà solo a seguito di una serie di eventi “preparatori”. Dalla disfatta dell’uomo di legno, si apre nel “Popol Vuh” una lunga parentesi, in cui vengono narrate imprese mitiche ritenute necessarie a predisporre la venuta dell’”uomo nuovo”. Fra l’altro, tutto quanto è stato detto finora avviene in un periodo antecedente alla prima alba. Lo spuntare del giorno verrà visto per la prima volta soltanto dagli uomini di mais. Ci si chiederà come è possibile che il sole sorga dopo la creazione dell’uomo. È presto detto: si tratta, con ogni probabilità, della nascita non di un sole fisico ma di quel sole metafisico che simbolizza l’illuminazione della mente. Prima venga creato l’uomo, poi si avrà il sole. Un’allegoria abbastanza chiara: prima si diventi realmente uomini (si raggiunga il vero grado dell’humanitas), solo allora si avrà la luce, e si comprenderà che siamo Dei (cfr. “Salmi”, 81,6).

Questa luce, questa gnosi, non è in realtà qualcosa che viene “creata”, ma, potremmo dire, “attivata”, “risvegliata”. Infatti, già precedentemente, il “Popol Vuh” ci dice che “vi erano già il cielo e la terra, ma le facce del sole e della luna erano annebbiate”. La luce andava rivelata, ovvero portata alla consapevolezza.

Ma come si è detto, l’uomo di mais e la prima alba sono eventi dell’ultima parte del “Popol Vuh”. Nel mezzo, è descritta in forma simbolica la lunga opera che conduce al prezioso risultato.

In primo luogo, assistiamo all’annientamento di tre “superbi”: Uucub Caquix e i suoi due figli, Zipacná e Cabracán; che rappresentano tre grandi illusioni che l’Iniziato è chiamato a superare.

“”Io sono grande e la mia posizione è superiore a quella di tutti gli esseri creati e formati (…)”. In questa maniera parlava Uucub Caquix” (“Popol Vuh”).

Colui che giustamente personifica il padre delle tre illusioni, rappresenta la scissione della coscienza dall’Unità del tutto, e la formazione di un ego individuale.

Zipacná e Cabracán, sono invece definiti, rispettivamente, il “creatore” e il “distruttore” delle montagne. Insieme, rappresentano cioè le illusioni della creazione e della distruzione, della nascita e della morte, della comparsa e della scomparsa. Zipacná rappresenta l’illusione che qualcosa che prima non esisteva possa essere concepita e comparire poi in essere; mentre Cabracán indica l’opposta illusione, ovvero che qualcosa fra ciò che esiste possa smettere di essere.

“Uucub Caquix e i suoi figli proclamavano il loro orgoglio: “Ascoltate! Io sono il sole”, diceva Uucub Caquix. “Io sono quello che ha fatto la terra!”, diceva Zipacná! “Io sono quello che scuote il cielo e fa agitare tutta la terra!”, diceva Cabracán. (…) Ciò sembrava molto male (…) perché non potevano essere ancora creati la nostra prima madre e il nostro primo padre” (“Popol Vuh”).

Infatti, colui che dentro di sè vuole creare la prima madre e il primo padre (ossia i primi semi) di una nuova umanità, dovrà superare una soglia coscienziale che lo conduca ad una forma di consapevolezza unitaria. Nulla di quanto esiste, esiste indipendentemente. Tutto è Uno. Nulla si crea, e nulla si distrugge. Ecco cosa significa l’uccisione simbolica dei tre superbi nel “Popol Vuh”. Significa superare l’illusione del distacco dalla totalità.

Sicuramente, il fulcro del “Popol Vuh” è la vicenda dei due eroi Hunahpú e Xbalanqué, i due veri protagonisti del libro. Sebbene si tratti di due gemelli maschi, essi rivestono nondimeno le caratteristiche di maschio e femmina, solare e lunare (la connessione ai due astri sarà resa evidente al termine delle loro imprese): sono infatti i due fratelli dell’Ars Regia, Zolfo e Mercurio, Sole e Luna, Spirito ed Anima.

Se ho citato l’Ars Regia, la Scienza dei Savi, non è un caso, poiché proprio il “Popol Vuh” è la dimostrazione lampante dell’alto livello raggiunto dai Maya nella conoscenza dell’Alchimia. I suoi simboli coincidono spesso in maniera impressionante con quanto possiamo leggere nei trattati alchemici eurasiatici e arabi. L’ennesima conferma del valore universale degli archetipi utilizzati dai cercatori dell’Oro filosofico.

Cominciamo dunque con il padre di Hunahpú e Xbalanqué, Hun Hunahpú, il quale rappresenta l’Iniziato. Si racconta che egli venne udito dai Signori di Xibalbá (gli Inferi), mentre, insieme a suo fratello Uucub Hunahpú, giocava alla pelota. Infastiditi, i Signori del sottosuolo fecero convocare a Xibalbá i due fratelli con l’intenzione di ucciderli.

Simbolicamente, questo significa che il “gioco” intrapreso da un Iniziato, ovvero il suo avviarsi sul sentiero dell’Opera, lo conduce all’incontro con l’arcano della Morte. Il gioco della pelota “è legato al culto del sole che deve rinascere ogni giorno abbandonando le tenebre: il campo da gioco rappresenta la terra, mentre la palla rappresenta il sole” (da http://www.abakab.com, “Il gioco della pelota”). Quindi in senso iniziatico esso rappresenta il tentativo della coscienza di emergere e mantenersi nella luce. Potremmo dire che i Signori di Xibalbá (ognuno dei quali, ci dice il “Popol Vuh”, è responsabile di un tipo di decesso), che dal sottosuolo odono il frastuono del gioco della pelota e chiedono che i giocatori si presentino al loro cospetto, rappresentano l’inconscio dell’Iniziato.

L’inconscio, scosso dal cambiamento esistenziale in corso, impone alla coscienza di presentarsi nella propria dimora occulta. L’Iniziato, avendo intrapreso il gioco dei Misteri, è chiamato alla Nigredo (Opera al Nero). In questo senso il “Popol Vuh” è abbastanza esplicito, dicendo che Hun Hunahpú e suo fratello, nella loro discesa all’Oltretomba, “andarono avanti fino a trovare un posto dove si incrociavano quattro strade, e in quell’incrocio si decise la loro sconfitta. Di queste quattro strade, una era rossa, una nera, una bianca e l’ultima gialla. E fu quella nera a parlare in questa maniera: “Sono io quella che dovete seguire, perché sono la strada che porta dal Signore””.

Giunti a Xibalbá, Hun Hunahpú e suo fratello vengono ingannati e derisi a più riprese dai Signori, che riescono nel loro intento, condannando a morte i due giocatori di pelota. Hun Hunahpú viene decapitato (decapitazione iniziatica molto cara alla tradizione alchemica), il suo corpo sotterrato, la testa appesa ad un albero di zucche. “E quando vi fu messa la testa, subito si riempì di frutti quell’albero che non aveva mai fruttificato prima di allora” (“Popol Vuh”). La testa a quel punto non fu più riconoscibile, poiché divenuta un tutt’uno con i frutti dell’albero.

Questo episodio rappresenta la scissione avvenuta nella coscienza dell’Iniziato a seguito della Nigredo: ora egli ha “diviso la testa dal corpo”, ovvero ha preso consapevolezza di chi è veramente. Se prima identificava sé stesso con il proprio corpo, ora ha invece scoperto la sua essenza imperitura, il suo seme divino. Allo stesso tempo, è diventato un tutt’uno con i mille altri frutti dell’Albero della Vita; ovvero, ha scoperto che quella fiamma divina imperitura che risiedeva dentro di lui, è intimamente legata, da un filo immaginario, alla vita di ogni altro essere.

In questo modo la sua “sconfitta”, la sua “morte” filosofica, è diventata lo strumento della sua salvezza. Ora l’Iniziato è divenuto consapevole di Anima e Spirito, che nel mito vengono personificati dai suoi figli, i gemelli Hunahpú e Xbalanqué. Come quasi tutti i salvatori degli antichi miti, Hunahpú e Xbalanqué sono figli di una vergine, ovvero di una coscienza pura.

Il “Popol Vuh” ci racconta la storia della vergine Xquic. La fanciulla è un’abitante del mondo inferiore, figlia dei Signori di Xibalbá. Significa che la “coscienza pura” nasce quando l’Iniziato ha compiuto la sua visita dell’inconscio, e qui è morto alla sua vecchia coscienza. Solo dopo la fanciulla verrà fatta emergere al mondo in superficie, fondendosi alla coscienza ordinaria.

Xquic si avvicina all’albero delle zucche, incuriosita dalla notizia della miracolosa fruttificazione. Giunta all’albero, Xquic intrattiene un breve ma significativo dialogo con il teschio di Hun Hunahpú, il quale le trasmette la sua discendenza sputandole sulla mano destra. Sarà la saliva (che subito scompare al contatto della mano) ad ingravidare la vergine, trasmettendole la discendenza di Hun Hunahpú. “E tutto questo fu fatto per il mandato impartito da Huracan (un altro nome di Dio)” (“Popol Vuh”).

Dopo sei mesi, la ragazza non può più nascondere il suo stato. Il padre si riunisce in consiglio con gli altri Signori, affermando che per forza di cose il figlio portato in grembo da Xquic è un bastardo. Si decide di far parlare la giovane, la quale afferma che non può essere incinta poiché vergine: “”Non vi è bambino, Signore; non vi è alcun uomo la cui faccia ho conosciuto”, rispose. “Va bene”, replicò; “Allora è proprio un bastardo quello che porti”” (“Popol Vuh”). E dà ordine ai suoi servitori di sacrificare la fanciulla, riportando il suo cuore come prova. Ma gli inviati del Signore di Xibalbá vengono convinti da Xquic a risparmiarla, la lasciano fuggire e portano al Signore un finto cuore fatto di resina rossa.

Impossibile non evidenziare la similitudine con altri miti e fiabe, fra qui certamente quella di Biancaneve (alla quale peraltro è dedicato un capitolo del mio libro “Favole Ermetiche”).

Giunta nel mondo in superficie, Xquic cerca di farsi accogliere a casa della suocera, la quale si dimostra tutt’altro che ospitale nei confronti della ragazza (non credendo che ella porti in grembo i suoi nipoti). Va detto che Hun Hunahpú, prima di partire per Xibalbá, aveva già generato due figli da una precedente unione: Hunbatz e Hunchouén, che ora vivevano insieme alla nonna.

Xquic insiste, cercando di convincere la suocera della sua sincerità, ma questa continua a mostrarsi riluttante. Cionondimeno, decide di mettere alla prova la ragazza (l’episodio che segue ricorda molto da vicino il mito greco di Psiche), dicendole di andare subito al podere a riempire una rete di pannocchie mais e portargliela. Tuttavia, arrivata al podere, Xquic si accorge che nel campo non è rimasto che un solo cespuglio di mais.

Affranta poiché impossibilitata ad accontentare la suocera, la ragazza si mette ad invocare gli spiriti guardiani del luogo, ottenendo il loro aiuto. Xquic si mette a strappare le fibre della pannocchia, e per magia vede le pannocchie moltiplicarsi, così da poter agevolmente riempire la rete. Gli animali dei campi portano la pesante rete al posto della ragazza, e la depositano in un angolo della casa come se fosse stata Xquic a portarcela.
Di ritorno a casa, la nonna rimane meravigliata da quanto vede. Decide allora di andare al podere a controllare, e lì trova l’unico cespuglio di mais ancora intatto. L’anziana donna riconosce allora Xquic come nuora e la accoglie in casa sua.

Questi avvenimenti, così come quelli successivi (la gelosia e i ripetuti contrasti tra i fratellastri e i nuovi nati, Hunahpú e Xbalanqué), rappresentano sub specie interioritatis la transizione dalla coscienza profana a quella iniziatica. I fratellastri, che verranno poi vinti e allontanati di casa dai figli di Xquic, rappresentano Mercurio e Zolfo volgari, che vengono soppiantati dalla loro controparte nobilitata.

Ora, se i due prodigiosi gemelli rappresentano Anima e Spirito purificati, quei corpi sottili dell’essere umano attraverso i quali viene portata a compimento la perfezione individuale (Albedo, Opera al Bianco), perché l’Opera sia realmente conclusa entrambi dovranno recarsi a Xibalbá, seguendo le orme del padre, per una seconda morte filosofica (Rubedo, Opera al Rosso); affinché l’individualità si muti in universalità, la mente della creatura si fonda con quella del Creatore, Mercurio e Zolfo si fondano nel divino Cinabro o Pietra dei Filosofi.

Hunahpú e Xbalanqué dovranno discendere agli Inferi per giocare alla pelota, la rivincita definitiva contro i Signori di Xibalbá. Supereranno tutte le diverse “Case della Morte”, e giocheranno la partita di pelota vincendola. “Essi avevano fatto tutto quello che gli fu imposto, passando per tutti i pericoli, difficoltà e sofferenze predisposti contro di loro; ma non morirono dalle prove e dai tormenti di Xibalbá (…). Sapendo però che comunque dovevano morire, mandarono a chiamare due indovini che si distinguevano come profeti, i cui nomi erano Xulú e Pacam. Allora dissero loro: “Forse i Signori di Xibalbá vi faranno delle domande sulla nostra morte, che stanno concertando e preparando, per il fatto che non siamo stati uccisi, né sono riusciti a batterci. Abbiamo esaurito tutte le prove, e neppure gli animali hanno potuto contro di noi. Nel nostro cuore c’è il presentimento che useranno il forno di pietra per darci la morte.

Tutti quelli di Xibalbá si sono riuniti per questo, e la nostra morte è inevitabile”. Poi istruirono Xulú e Pacam su ciò che dovevano dire: “Se venissero a consultarvi sulla nostra morte, e se fossimo sacrificati, che direte allora voi? Se vi chiedessero: ‘Non sarebbe bene gettare le loro ossa in un burrone?’, risponderete: ‘Non conviene, perché poi risusciteranno’. E se vi chiedessero: ‘Non sarebbe bene appenderle ad un albero?’, risponderete: ‘In nessun modo conviene, perché allora tornerete a vedere i loro volti’. E se ancora vi chiedessero: ‘Sarebbe bene che gettassimo le ossa nel fiume?’, risponderete allora: ‘Sì, così conviene, ma dopo averle macinate nella pietra, come si macina la farina di mais; le ossa di ciascuno dovranno essere macinate separatamente, e poi subito buttate nel fiume, lì dove scorre, affinché si disperdano fra i monti piccoli e grandi’ (…). E quando si congedarono da loro, avevano già conoscenza della propria morte.

Intanto quelli di Xibalbá approntarono un forno, un grande forno di pietra”, e convocarono in quel luogo i due gemelli con l’inganno. Ma questi, una volta lì, così parlarono: “”Non cercate di ingannarci (…). Forse che non abbiamo conoscenza della nostra morte, oh Signori?, e che è questo ciò che qui ci attende?”. E mettendosi assieme faccia a faccia, estesero entrambi le braccia, si inclinarono verso il suolo e precipitarono dentro il forno. Così morirono tutti e due insieme” (“Popol Vuh”).

Il popolo di Xibalbá si mette ad esultare, gioendo per aver sconfitto Hunahpú e Xbalanqué, credendo di averli battuti. A quel punto si presentano i due profeti, dando le istruzioni su come macinare le ossa dei gemelli sacrificati e gettarle nel fiume. Tutto viene eseguito secondo i piani, e quando le polveri si posarono sul fondo del fiume a poca distanza, subito si trasformarono in due giovani di bell’aspetto. Hunahpú e Xbalanqué erano risorti. “Al quinto giorno riapparvero, e furono visti in acqua dalla gente” (“Popol Vuh”).

Una volta emersi dalle acque del fiume, con l’aspetto di vagabondi coperti di stracci, i due gemelli cominciarono a girovagare per il regno sotterraneo fingendosi dei giocolieri (danzando, ingoiando spade, camminando sui trampoli…), ed eseguendo numeri magici (uccidendosi a vicenda e tornando ogni volta alla vita). I loro spettacoli suscitarono l’interesse dei Signori, che li fecero convocare a palazzo per farli esibire nei diversi numeri. Hunahpú e Xbalanqué eseguono i diversi numeri soddisfacendo le richieste dei Signori, fra cui quella di uccidere e resuscitare un uomo del pubblico. Assistendo alla riuscita della magia, anche i Signori voglio provare l’esperimento, facendosi uccidere con il sacrificio del cuore. Ma i due gemelli, in questo caso, non compiono l’incantesimo. Non riportano in vita i Signori, suscitando il panico a Xibalbá. La popolazione, affranta e spaventata, si consegna prosternandosi ai due gemelli. Hunahpú e Xbalanqué rivelano la loro vera identità, e dichiarano che la gente di Xibalbá verrà sterminata per le sue colpe. Il popolo invoca clemenza, e i due gemelli accettano di graziarli, ma stabiliscono che da quel momento in poi: “”Nessuno di quelli nati nella luce, procreati nella luce, vi apparterrà. (…)” Così parlarono a tutti quelli di Xibalbá. (…) Così fu dunque la perdita della loro grandezza e la decadenza della loro Signoria”. Dopo essersi congedati, Hunahpú e Xbalanqué “salirono in mezzo alla luce e all’istante si elevarono in cielo. A uno appartiene il sole, e all’altro la luna” (“Popol Vuh”).

In quest’ultima parte delle vicende di Hunahpú e Xbalanqué viene ulteriormente rafforzato il legame esistente fra queste e i “Messia” dei miti soteriologici del Vecchio Mondo. E se pure si volesse continuare ad ignorare la possibilità che i popoli amerindi abbiano potuto attingere alle stesse fonti mitiche e letterarie di Indiani, Persiani, Egizi, Ebrei, Greci o Celti, si dovrà allora ammettere che queste informazioni riguardino un’onnipresente ed eterno linguaggio simbolico per esprimere certe verità occulte dello spirito umano, la misteriosa Lingua degli Uccelli, la sapienza degli Alchimisti. “E poiché l’arte alchemica è molto profonda e molto oscura, come acqua tenebrosa nelle nubi, (…) nessuno può giungere al luogo segreto dell’Alchimia, se non è mosso dall’alto: solo così può riconoscerlo (…) giunti al culmine di tutta la filosofia” (da Costantino Pisano, “Il libro dei segreti dell’Alchimia).

Le prove sopportate a Xibalbá, il passaggio dalle “Case della Morte” con i relativi supplizi (dai quali però i gemelli non vengono toccati), fino al sacrificio nel forno di pietra, indicano il passaggio della Materia Prima alchemica dalle molte saggiature con il fuoco e gli acidi corrosivi, fino alla morte e risurrezione nell’Athanor. Processi che i profani credono riferirsi alla materia, mentre per chi li ha descritti indicano il cammino dell’esistenza: “Le cose della vita sono dissoluzioni, lunghe e salutari digestioni, che separano ciò che è puro” (da Paracelso, “Sulla lunga vita”).

Il fiume in cui avviene la risurrezione di Hunahpú e Xbalanqué, non è che un simbolo della vita stessa (cfr. “Mergor ut emergam”), quell’acqua che è simbolo della nostra Materia Prima: “Il nostro corpo (…) porta a compimento tutta l’Opera, che si vanifica se esso non viene irrigato con la propria acqua: acqua che è la vera acqua piovana, non quella da cui la gente ha imparato a ripararsi, ma la nostra, che nessuno ha mai visto, se non i seguaci della vera Filosofia. Credimi, perché ti dico la verità: gli sciocchi hanno imparato ad estrarre molti tipi di acqua, di quelle che bagnano le mani; invece la nostra acqua è la vita di tutte le cose” (Eirenaeus Philalethes).

La liberazione dalla Signoria di Xibalbá (simbolo di inconsapevolezza, ignoranza, paura e morte), indica l’ingresso a carattere definitivo dell’essere nella consapevolezza.
“Ecco qui, dunque, il principio di quando fu deciso di creare l’uomo (…). E così dissero (…) il Creatore e Modellatore, chiamato Tepeu Gucumatz: “Sta giungendo il tempo dell’albeggiare, e bisogna che si termini l’Opera affinché appaiano (…) i figli illustri, i vassalli civilizzati; bisogna che appaia l’uomo, l’umanità, sulla superficie della terra”. Così dissero” (“Popol Vuh”).

Fonte: www.riflessioni.it