Ora sei come me!

“Bevila tutta… Ora sei come me“. (Jacob, LOST)

Non mi stancherò mai di soffermarmi su tutte le perle di Lost… da far venire le lacrime agli occhi. Come si fa a non piangere di fronte a una scena così profondamente spirituale e a non capirne l’alto valore iniziatico? Si tratta proprio dell’identificazione conoscente-conosciuto che è il cuore dell’insegnamento gnostico, questa infatti è la vera conoscenza alla quale deve aspirare l’iniziato: morire a se stesso e fondersi completamente con la divinità. Se vogliamo essere liberati da Cristo e tornare nel Regno della Luce, la nostra dimora celeste, dobbiamo di fatto diventare Cristo, cosa che potrà avvenire solo con la Morte dell’Ego… l’Arconte dentro di noi che incatena l’anima al mondo materiale, spegnendo il ricordo delle sue origini.

Jack che beve dalla coppa è proprio l’iniziato che incontra Cristo dentro di sé e in quel momento diventa egli stesso Cristo. Questo passo del Vangelo di Tommaso esprime benissimo il concetto:

“Colui che beve dalla mia bocca diventerà come me, io stesso diverrò come lui, e le cose nascoste gli saranno rivelate”. (Vangelo di Tommaso, 108)

Quando Jacob dice “Ora sei come me” non potete immaginare l’emozione che provo…

Per chiudere… il Loghion del Vangelo di Tommaso che abbiamo citato è il numero 108. Proprio 108!!! I Lostiani mi capiranno… E non è stato fatto di proposito, infatti solo questo passo poteva adattarsi perfettamente alla scena dell’iniziazione di Jack. E’ uno di quei casi in cui si resta incantati dinanzi alla potenza del Logos che ci parla continuamente per farci capire che tutto è simbolo, tutto rimanda a tutto, Egli gioca con noi e noi dobbiamo metterci a giocare con Lui, proprio come bambini. Solo così potremo approdare alla Verità.

Alla prossima…

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L’archetipo del guerriero

di Francesca Piombo

Chi è in grado di domare il proprio cuore, è capace di conquistare il mondo. (Manuale del Guerriero della Luce – Paulo Coelho)

Nella mitologia greca l’archetipo junghiano del Guerriero può trovare una rispondenza nella figura e nelle gesta del semidio Heracle, l’Ercole dei Latini, ricordato per le sue “dodici fatiche”, di cui la più rappresentativa per l’alto valore simbolico che racchiude, la lotta con l’Idra di Lerna, potrebbe aiutare a comprendere il valore della vera forza, qualità specifica dell’archetipo compiuto, quando si siano ormai integrati in un tutt’uno il coraggio con la paura, l’impulso con la ragione, la volontà con la flessibilità, l’aspirazione alla conquista col limite personale, attraverso l’incontro con gli opposti psichici, unico ponte e collegamento tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche.

Heracle e l’Idra

Ripercorriamo allora le fasi del mito, secondo la versione che ne dà l’astrologo junghiano Howard Sasportas (1948-1992) nel suo “Gli dei del cambiamento, Urano, Nettuno, Plutone”.

Molto famoso per la sua forza e per il coraggio che l’aveva fatto distinguere già nella sua prima fatica, l’uccisione del Leone di Nemea, Heracle fu chiamato da Euristeo alla seconda fatica, in cui avrebbe dovuto uccidere il mostro a più teste che da tempo faceva strage di uomini ed animali nella città di Lerna, funestando la piccola città.

Prima di cominciare a cercare l’Idra, Heracle si reca da Chirone, guaritore e suo maestro e gli chiede cosa debba fare per sconfiggere il mostro, perché nessuno tra quanti avevano provato ad ucciderlo c’era riuscito.

E Chirone gli parla così: “Lotta frontalmente e alla luce del sole e chiedi aiuto se non ce la fai; se c’è da inginocchiarti, fallo, ma soprattutto predisponiti a perdere, perché solo così potrai vincere”.

Questo responso sulle prime sembra molto oscuro ad Heracle: un eroe come lui non poteva certo avere bisogno d’aiuto né tanto meno predisporsi a perdere. Nonostante ciò e fidandosi ciecamente del suo maestro, Heracle si mette in cammino alla volta di Lerna.

Arrivato alla palude, non riesce subito a trovare l’Idra, non la vede; poi si accorge che è immersa dentro una caverna piena di sudicio e di fango e decide così di entrare, cominciando però ad affrontare il mostro solo lateralmente, perché non si vuole sporcare; comincia così a tagliare via via le teste a lui più vicine, ma per ogni testa che mozza, ne rispuntano altre due, che vanificano ogni sforzo di avere la meglio sul mostro.

A quel punto, si ricorda le parole del maestro: “lotta frontalmente e alla luce del sole” e comprende che finché agirà in difesa o con l’inganno non potrà vincere l’Idra; esce così allo scoperto e costringe il mostro a doversi rivelare, ma l’impresa diventa ancor più difficile perché l’Idra fa uscire tutte le sue teste che si moltiplicano con una rapidità impressionante, non appena Heracle le afferra e le taglia via. La lotta sembra impossibile, ma soprattutto ìmpari e destinata ad essere perduta.

Proprio quando Heracle sta per soccombere, ecco che ricorda ancora una volta le parole di Chirone “solo l’aiuto di un vero amico ti potrà salvare”. Riconoscendo che ha bisogno di chiedere e che non potrà superare la prova da solo, va da Iolao, suo nipote a lui affezionato, che lo aiuta così nell’impresa: l’eroe accende un fuoco e non appena stacca una testa del mostro, la passa a Iolao che la raccoglie e la brucia, impedendo così alla testa di potersi rigenerare.

Quando i due stanno per tirare un sospiro di sollievo perché manca solo la testa centrale, l’unica ad essere mortale, Heracle si accorge che l’Idra mantiene la testa nel basso, sfidandolo a scendere giù… più giù e ad esporsi molto più che con le altre ed ancora una volta l’eroe si ricorda le parole di Chirone: “se c’è bisogno, inginocchiati”.

E così farà: inginocchiato nel fango della palude, si avvierà verso l’uscita costringendo l’Idra a seguirlo fuori della caverna, alla luce del sole e solo lì sarà in grado di staccare di colpo l’ultima testa, raccogliendo il gioiello in essa incastonato, nonché il veleno mortale che renderà vittoriose da quel punto in avanti tutte le sue imprese future.

La versione di questo mito è sicuramente molto illuminante sulle risorse a cui l’individuo può attingere nei momenti di prova, in cui dovrà fare appello alla sua forza, che dovrà essere non solo fisica, o collegata all’astuzia, al sapere, o alla semplice volontà, ma soprattutto psicologica, perché basata innanzitutto sulla conoscenza dell’interezza della sua natura e sull’analisi delle sue finalità.

Infatti, il mito suggerisce che l’individuo/eroe potrà acquistare una reale forza solo nell’attimo in cui, attraverso la visione chiara delle sue qualità così come dei suoi limiti; attraverso la valutazione razionale e sincera di quelle che sono le sue intenzioni ed i motivi per cui sta lottando; attraverso la conoscenza della profondità delle sue emozioni, comprese quelle più primitive e difficili da accettare, avrà anche imparato quando contare solo sulle sue forze e quando chiedere aiuto, quando continuare a combattere e quando rinunciare, fino al punto di predisporsi anche a perdere, nella consapevolezza che il vincere una prova potrebbe dover passare attraverso un momentaneo atto di resa.

Ma si sarà soprattutto interrogato sulla sua scala di valori, su quanto le pressioni familiari, sociali e collettive hanno ancora potere su di lui e sulla sua volontà; quanto ci sia di “suo” in quello che desidera e per cui si batte e solo a quel punto potrà visualizzare il suo “mito personale”: realizzare ciò che è importante per lui e va perseguito con tutte le forze e lasciare andare ciò che è totalmente privo di importanza e solo zavorra nel viaggio della sua vita.

La figura di Chirone quindi, così come quella di Iolao, guaritore e maestro di vita il primo, amico fidato il secondo, sono particolarmente illuminanti in questo percorso di consapevolezza. Il primo sarà il simbolo della necessità che l’individuo deve saper cogliere in alcuni momenti della sua vita di fidarsi di visioni diverse non solo da ciò che pensa sia la miglior scelta possibile, ma anche dall’immagine che il suo Io culla di se stesso, a cui dovrà rinunciare perchè non lo rappresenta nella sua interezza; il secondo è il simbolo dell’ “amico interno” più che esterno e cioè delle parti nobili dell’umana natura che sanno come venire in soccorso nell’attimo in cui verranno riconosciute quelle meno nobili, che potranno essere trasformate e sanate solo dopo questo atto di riconoscimento, indispensabile per arrivare alla conoscenza completa di se stessi e non solo di ciò in cui è stato più facile identificarsi.

Ares, il dio della guerra

La figura di Heracle trova un ulteriore passaggio evolutivo in quella del dio della guerra della mitologia greca, l’archetipo per eccellenza della forza fisica: Ares, che si trasforma gradualmente nel modello più maturo ed evoluto del Marte latino.

Infatti, così come l’Ares greco era venerato come un dio invincibile perché dotato di una forza quasi bruta, mai domata dalla ragione; era un simbolo di furia che si faceva cieca e che lo trascinava in ogni battaglia con lo scopo di “lottare e basta”, per rispondere a un affronto o per un semplice bisogno di primato, alla lotta superiore e salvifica si associa invece il Marte latino che, se pur sempre divinità guerriera, era onorato dagli antichi romani come la massima divinità dell’Olimpo, perché non solo valente guerriero, ma anche dio della natura e della fertilità.

Nel Marte latino infatti, l’archetipo mitico del dio della guerra si affina e per così dire si spiritualizza nell’intento delle scelte, che spingeranno la persona in cui vibra quest’archetipo a lottare principalmente per cause giuste e superiori, più che per un utile solo personale, o per antagonismo, o mero desiderio di vittoria sull’altro.

In quest’archetipo infatti viene sottolineato, oltre al coraggio e all’energia fisica, anche una grande forza interiore che crede nella dignità stessa del combattere, che considera l’avversario non come un nemico e si fa eroico ed altruistico se c’è da intervenire per sorreggere persone innocenti ed incapaci di difendersi da sole, ma anche cedevole nel momento in cui si riconosca la necessità di farsi da parte, se la situazione lo esige per un bene superiore.

Chi abbia scelto questo modello divino in cui identificarsi, può rintracciare l’essenza di sè non più nella sfida del combattimento come scelta a priori, né per un bisogno di vittoria che lo spinge anche ad essere scorretto nei confronti degli altri, ma nel discernere attraverso la visione interna suggerita dal suo Spirito, quando valga la pena combattere e quando no; quando sia giusto lottare e quando ritrarsi dalla battaglia; ma soprattutto ha imparato ad essere diretto nelle azioni che non scaturiranno più da una re-azione all’altro o da sterili strategie di difesa, né a produrre un effetto per ampliare il senso di sé, ma da un intimo convincimento di operare nel rispetto di ciò che gli suggeriscono non soltanto la testa e l’impulso, ma soprattutto lo Spirito ed il cuore.

Questo insegnamento fondamentale da seguire nell’azione è ben colto dal pensiero orientale, come leggiamo in www.etanali.it/zen.htm: “le azioni che derivano dall’esperienza e la esprimono non sono tese a produrre un effetto. Le azioni che affermano la vita piuttosto che negarla, che rivelano piuttosto che nascondere, che esprimono piuttosto che reprimere, sono in un certo senso non azioni. L’azione infatti contrariamente alla manipolazione (di se stessi o degli altri), viene sperimentata come fluente dall’interno verso l’esterno invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci”.

“Non uscendo dalla porta si conosce il mondo. Non guardando dalla finestra si scorge la via del cielo. (Lao Tzu)”.

Secondo la filosofia orientale quindi, è solo attraverso l’azione “non azione” che si può ricondurre l’identità non a ciò che si fa, né a ciò che si possiede, meno che mai a ciò che si mostra, ma solo e semplicemente a quel che si è.

Marte in Astrologia

In astrologia, l’archetipo della forza è simboleggiato da Marte, pianeta maschile di Fuoco, Signore dell’Ariete e dello Scorpione, il cui glifo simboleggia la forza centrifuga dell’energia marziana, che fluisce dal dentro al fuori.

E’ quindi un archetipo strettamente collegato all’azione, all’attacco e all’affermazione, all’impulso vitale e alla sessualità, il cui viaggio nei segni di Fuoco illustra pienamente il passaggio simbolico che l’individuo dovrà fare per raggiungere uno stadio conclusivo di completezza, in cui la forza fisica non potrà avere alcun valore se non affiancata dalla forza morale, dalla capacità di lottare per i propri ideali con etica e senso del limite, senza scivolare nel fanatismo o nell’utopia e quindi anche dalla necessità di discriminare il momento dell’azione e quello dell’attesa, il momento della lotta e quello della resa, perché si saranno illuminati anche gli obiettivi inconsci, lasciando andare ciò che non può aggiungere nulla all’emancipazione e soddisfazione personale.

Queste fasi di perfezionamento e rafforzamento della volontà, sono ben simboleggiate dalle tre sedi astrologiche del pianeta, il primo che incontriamo dopo la nascita, messa in relazione col segno dell’Ariete, che dà il via all’intero viaggio zodiacale, come la miccia dà il via al processo di combustione; è infatti Marte che spinge l’individuo ad affermare se stesso, a portare avanti la sua volontà e a difendersi quando sia messa a rischio la sua incolumità. Marte è simbolo del sangue che scorre nelle vene, della vita stessa che ci spinge in avanti e, proprio grazie al suo significato originario di “azione”, assume coloriture specifiche nei tre Segni di Fuoco: è fuoco primordiale in Ariete, simbolo dell’impulso all’azione e istinto di sopravvivenza; è fuoco in pienezza in Leone, simbolo dell’azione misurata ed affinata dalla forza interiore e fuoco della rinascita in Sagittario, dove l’azione si fa prospettica e lungimirante, perché sono stati integrati il valore della rinuncia e quello dell’attesa.

Allo stesso modo, fondamentali sono le Sedi in cui Marte fa sentire la sua azione evolutiva: infatti nasce in Ariete come simbolo d’impulso irrazionale, si affina nel Segno dello Scorpione dove deve attraversare una fase di perdita e spoliazione e si compie nel Segno del Capricorno, simbolo della forza interiore raggiunta ed ultima tappa del viaggio marziano.

Marte nella donna

L’archetipo junghiano del Guerriero trova nell’archetipo dell’Amazzone Guerriera il suo equivalente femminile.

E’ un archetipo che si sta rivelando sempre più attivo negli ultimi tempi, dopo secoli di sudditanza al potere maschile da parte della donna, che appare sempre più consapevole della sua capacità d’azione, del suo intimo valore e ruolo fondamentale proprio in quanto donna, al di là della possibilità di vederlo riflesso o meno negli occhi di un uomo, ma anche al di là di uno sterile antagonismo per puro bisogno di rivalsa sul mondo maschile.

Quando l’archetipo è forte all’interno della psiche, di solito per la presenza di un Marte in Ariete, Leone o Sagittario, la donna sarà incline ad affrontare la vita con coraggio ed impulsività, senza far passare la mente attraverso valutazioni razionali e soprattutto senza uniformarsi al pensiero collettivo, per cui il femminile deve essere innanzitutto passivo e rinunciatario.

Se la donna è in contatto con la sua Totalità e quindi è riuscita ad illuminare la parte inconscia, collegata all’energia indifferenziata, rabbiosa e distruttiva dell’archetipo marziano, riuscirà anche a riconoscere quando attivare la guerriera che è dentro di lei e quando metterla a tacere; quando servirsi della parte maschile della sua natura, quella che le impone di osare, facendo scelte coraggiose, anche a costo di doversi scontrare e scoprirsi aggressiva e quando rivolgersi ad archetipi più femminili e ricettivi, quelli a cui inclina naturalmente il suo principio di Eros e le radici stesse del suo “essere donna”.

Se invece la donna non si conosce nella sua interezza, se non è consapevole dello spirito guerriero inconscio che vibra dentro di lei; se ha voluto identificarsi soltanto in archetipi ricettivi per il bisogno di conciliazione che guida ogni scelta, il suo inconscio la spingerà automaticamente in situazioni limite in cui si dovrà incontrare con questa forza nascosta, dovrà scoprire un potenziale con cui lei non vuole avere a che fare, ma solo perché deroga dall’unico modello archetipico in cui si è identificata.

E saranno proprio le emozioni forti e sconvolgenti, le situazioni di “guerra” che vivrà e in cui penserà di essere capitata per caso e contro la sua volontà; saranno le persone violente e prevaricatrici che incontrerà e da cui dovrà difendersi, la molla evolutiva per la sua emancipazione, per scoprire ciò che non conosce ancora della sua natura, ma che le appartiene tanto quanto ciò in cui si è identificata.

E’ questo spesso il caso della donna che, con il Sole o un forte nucleo di pianeti in segni femminili, quali i Pesci o il Cancro, si ritrova a dover riconoscere il suo Marte posto in un segno di Fuoco, ad incontrarsi con la guerriera che è dentro di lei, che – una volta riconosciuta – potrà finalmente difenderla come una vera alleata.

Infatti, gli archetipi che restano inconsci diventano delle mine vaganti che non chiedono il permesso per manifestarsi, ma anzi lo fanno spesso fuori luogo e fuori tempo; sono loro i veri nemici interni che lottano con le nostre resistenze razionali, finché non daremo loro il giusto spazio per potersi esprimere, riconoscendo quando sia il tempo di agirli e servircene in modo appropriato e quando quello di metterli a tacere.

Di contro, se la donna si è identificata totalmente nel suo Marte di Fuoco, dimenticando completamente le radici del principio femminile di Eros che impregna la sua natura di fondo; se ha messo da parte la naturale inclinazione all’amore, alla conciliazione e al perdono che è aspetto specifico del principio femminile, sarà costretta a ridimensionare il suo Spirito guerriero, rivolgendo l’attenzione verso la sua Anima, l’unica che può permetterle di restare in contatto con se stessa e con le radici del suo stesso esistere.

Marte alchemico

Per spiegare il viaggio evolutivo del Marte astrologico, in questo particolare momento che lo vede sollecitare dal segno della Vergine gli altri segni mobili Gemelli, Sagittario e Pesci, si possono osservare alcune stampe che fanno parte del libro dell’alchimista Lambsprinck, “La pietra filosofale”, pubblicato diverse volte tra la metà del ‘600 e gli inizi del ‘700, riportate ed interpretate da Jeffrey Raff, discepolo di Jung, nel suo libro “Jung e l’immaginario alchemico”, dove l’Autore collega le esperienze immaginative degli alchimisti al percorso di individuazione junghiano, ma anche alla forza spirituale di questo percorso, specchio della tensione innata dell’animo umano verso il Divino.

Sappiamo infatti come gli alchimisti fossero fortemente convinti dell’importanza del simbolo e del ruolo immaginativo della psiche come guida nella realizzazione dell’intera Opera ed è per questo che si servivano di dipinti, raffigurazioni, stampe che loro definivano “emblemi” e che potevano fornire una guida, una mappa dove ritrovare i passi fondamentali dell’Opera e quindi, nella loro intenzione di elevazione della coscienza, accompagnare la nascita dell’uomo spirituale.

Secondo Paracelso infatti, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e quella che la filosofia junghiana definisce “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”; diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi ed elevarsi spiritualmente.

Di primaria importanza quindi il ruolo di Marte nell’Opera alchemica, associato sia al ferro, come metallo proveniente direttamente dalle stelle (dal latino, sider), che al fuoco, per il suo fondamentale ruolo di agente purificatore, nonché principio spirituale che permette alla Pietra di rivelarsi.

Gli stadi del processo alchemico infatti, non sono che l’esatta metafora del percorso junghiano di purificazione della coscienza che, resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive, coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, è chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità e permettere la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, il Sé junghiano, che è anche l’archetipo della completezza.

Marte in Ariete, l’azione dell’Io

In questo emblema, il secondo della teoria di 15 stampe, vediamo un guerriero sguainare la spada per difendersi ed abbattere un drago che lo sta minacciando, in una lotta che assume il simbolo dello scontro tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche, tra quella maschile e quella femminile; infatti il guerriero è la personificazione dell’Io che si trova ad affrontare il mondo dell’inconscio, simboleggiato dal drago, così come nel mito di Heracle era simboleggiato dall’Idra.

Il drago e l’Idra sono figure fantastiche dall’alto valore simbolico, perché se da un lato appaiono terribili nella loro ferocia, dall’altro contengono in sé anche qualità positive, simboleggiate, nel caso dell’Idra, dal gioiello che conserva nel cuore della sua natura.
Leggiamo un passo tratto dal testo “Coelum Terrae” di Thomas Vaughan (metà del ‘600), dove il drago parla così di sé: “Sono l’antico drago presente ovunque sulla faccia della terra; sono padre e madre, giovane e vecchio, in discesa verso la terra e in ascesa verso i cieli, altissimo e infimo, leggero e pesante. Sono la tenebra e la luce, scaturisco dalla terra e sorgo dal cielo”.

Sappiamo come nella filosofia orientale il drago occupi un posto d’onore, perché riassuntivo dello Yin e dello Yang e cioè del concetto che non ci può essere luce senza ombra, bene senza male, vittoria senza sconfitta, inizio senza fine.

In questo caso il drago simboleggia il Sé latente, sconosciuto alla coscienza e per questo da affrontare ed il cavaliere, così come era stato per il mito di Heracle e l’Idra, simboleggia l’opera dell’Io cosciente che deve incontrarsi con l’inconscio per dare vita all’integrazione tra i due mondi e quindi permettere all’individuo, attraverso la ricomposizione degli opposti, di raggiungere quell’equilibrio ed integrità a cui aspira la sua psiche.

Scrive Jung: “Il Sé è l’unione di conscio ed inconscio e, come tutti gli archetipi, ha un carattere antinomico, paradossale; è maschile e femminile, vegliardo e fanciullo, potente e fragile, grande e piccolo. Il Sé è un’autentica complexio oppositorum”.

Bellissimo quindi il collegamento che Raff fa tra il drago e l’inconscio, tra il cavaliere e l’Io, che diventa il guerriero intrepido ed ardito del Marte in Ariete, coraggioso ed imprudente nello slancio in avanti, ma forse anche simbolo del passaggio dallo stato istintivo del primo stadio dell’essere marziano verso quello più riflessivo e consapevole del Marte in Leone, secondo Segno di Fuoco e sede del Sole, dove il guerriero diventa l’eroe, il principio di Logos junghiano, dove lo scontro con l’avversario non è più solo dettato da un mero bisogno di primato o semplice reazione all’altro, ma dalla capacità di scegliere razionalmente ed individuare le mosse giuste che permetteranno la vittoria, compresa l’accettazione di possibili sconfitte sulla via.

La stessa spada che il cavaliere sguaina con fare minaccioso contro il drago assume il valore di “acutezza della mente” che riesce ad affrontare il caotico mondo dell’inconscio grazie alla saldezza interiore ed al discernimento razionale; qui l’inconscio ed il Sé latente hanno bisogno della forza razionale della mente, della sua capacità di discriminare e spezzettare i vari contenuti psichici, come sciogliendoli, per permettere loro di ricomporsi in una forma nuova, non separata e totalmente rigenerata (solve et coagula).

Ma si potrebbe trovare anche un’altra lettura in questo bellissimo emblema: il cavaliere indossa elmo e corazza, è equipaggiato di tutto punto forse per simboleggiare le difese che la mente conscia mette alle irruzioni dell’inconscio come prima reazione al contatto. Il terrore di essere sopraffatto da queste forze, caotiche ed irrazionali, deve essere compreso e mai sottovalutato dall’Io, soprattutto nelle fasi iniziali del contatto, ma nemmeno spingerlo a barricarsi dietro un eccesso di difesa, ad organizzare strategie razionali per impedire l’incontro, quando solo dall’incontro è possibile la trasformazione ed il raggiungimento della completezza.

Non è un passaggio facile questo per l’Io, perché prevede anche una spoliazione e cioè la perdita di tutte quelle barriere mentali ed argomentazioni logiche che la ragione mette a difesa dell’immagine che l’Io ha di sé, o che di sé vuole dare agli altri, che devono essere abbandonate o ridimensionate per permettere l’integrazione.

Anche nel mito di Heracle è evidenziato questo passaggio in cui l’eroe deve far morire la sua presunzione di essere invincibile per poter avere la meglio sull’Idra. Allo stesso modo, la lotta alla luce del sole che Chirone lo invita a fare, senza strategie o illusioni della mente, è il simbolo del bisogno di chiarezza verso cui spinge la psiche per permettere alla coscienza di incontrarsi con i contenuti psicologici rimossi ed in ombra, simboleggiati dalla caverna in cui è rintanata l’Idra e che potranno essere illuminati solo con un atto di vero coraggio marziano.

Secondo Jung, solo dopo aver riconosciuto la sua fragilità, la sua vulnerabilità e la necessità di poter contare su un aiuto che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo, l’individuo potrà integrare la parte solare cosciente con quella lunare inconscia della psiche, quella razionale maschile con quella istintiva femminile, attingendo all’aiuto interno delle sue migliori qualità che la buona volontà ed il coraggio che l’analisi richiede gli avranno fatto rintracciare in se stesso.

Infatti, l’inconscio non è soltanto il contenitore di complessi e contenuti infantili rimossi che impediscono una sana individuazione, (individuo: dal latino, non diviso), ma è anche lo scrigno dei potenziali non utilizzati e di tutte le qualità mai sfruttate che, una volta illuminati, possono rendersi disponibili per individuare nuovi canali espressivi capaci di utilizzare l’energia creativa che si è resa fruibile, solo dopo che sia avvenuto il benefico sblocco.

E’ per questo che, nell’attimo in cui il drago-inconscio muore o si arrende alla coscienza, è l’Io stesso che fa morire una parte dell’identità precedente perché possa avvenire la nascita di un nuovo Sé, più maturo e consapevole.

Non a caso il drago in alchimia rappresenta sia l’inizio della “prima materia”, grezza ed indefinita, sia la possibilità del suo compimento, “la terza materia”, la Pietra filosofale, in cui il Sé latente si è trasformato in Sé manifesto.

Marte in Scorpione, la morte dell’Io

Il quinto emblema della Teoria, che ho scelto come passaggio fondamentale del percorso astrologico marziano, ci presenta una scena violenta, dove due animali, maschio e femmina, si stanno aggredendo per uccidersi e vincere l’uno sull’altro.

Si tratta del simbolo della lotta tra gli opposti, rappresentata come un’esperienza di violenza e smembramento, di sangue e morte.

Ma che il percorso stia avvenendo così come è giusto che avvenga, è espresso dall’immagine del ponte che compare sullo sfondo della stampa, assente in quella precedente, simbolo dell’avvenuta unione tra i due mondi, non più divisi ma in contatto tra loro e pronti per essere equilibrati.

Marte in Scorpione trova, a mio avviso, in questo emblema tutta la forza e la potenza dell’archetipo che rappresenta: è infatti il simbolo della lotta tra la parte maschile e quella femminile della psiche che vogliono prevalere l’una sull’altra: la parte maschile cosciente e quella femminile inconscia hanno bisogno di questo scontro perché l’individuo possa indurle a collaborare tra loro, attraverso l’energia psichica che si sprigiona proprio dall’incontro con gli opposti.

Infatti, la visione junghiana della libido, diversa da quella freudiana che la riconduce esclusivamente alla pulsione sessuale, introduce un aspetto positivo nell’azione che gli opposti hanno sulla psiche, perché l’energia di Fuoco che si sprigiona dall’incontro tra i contrari possa dare il meglio di sé.

Le passioni, i moti dell’animo, le contraddizioni ed i paradossi che si generano nella psiche col conseguente desiderio di risolverli ed equilibrarli tra loro sono il necessario presupposto a che si generi quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo ed ascensionale di purificazione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio, per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di tensione spirituale verso il Divino.

Attraverso questo scontro-incontro, la funzione trascendente junghiana, si può compiere un viaggio introspettivo di conoscenza ed illuminazione, che non potrà avvenire se non passando attraverso il coraggio marziano di accettare una spoliazione, un’altra, ancor più cruenta di quella simboleggiata dalla lotta del cavaliere contro il drago, così come ogni passaggio a uno stato d’individuazione superiore prevede che si “faccia spazio”, lasciando andare i sentimenti inferiori, ma anche le suggestioni e rassicurazioni di quello precedente, nonché gli alibi e le strategie di un Io ancora fragile perchè troppo intimorito dall’incontro con la sua Totalità.

Marte in Capricorno, la vera forza

L’ultimo emblema che ho scelto, il nono della Teoria, ci presenta un re, seduto sul trono, all’interno di un tempietto, con un globo nella mano destra ed uno scettro in quella sinistra, una figura che può evocare il Marte che si compie in Capricorno, Segno messo in relazione con l’autonomia e la realizzazione personale.

La figura è in posa ieratica e poggia i suoi piedi sul drago, ormai domato e non più temibile; per salire al trono, sette i gradini che ricordano i sette stadi dell’Opera alchemica, i sette metalli e i sette pianeti fino a Saturno, simbolo del tempo lineare che ci invita ad usare al meglio l’esperienza di vita, così come la ruota che si vede sul trono, potrebbe rimandare al tempo ciclico della Teoria della Rincarnazione, al Kharma e alla filosofia orientale della Samsara.

L’autorevolezza, il buon governo, il senso etico e la padronanza delle proprie emozioni che è facile attribuire a questa figura regale e spirituale possono riscontrarsi solo nel Marte che si compie in Capricorno, Segno in cui si chiude il viaggio evolutivo di questo pianeta, nella Casa di Saturno, il finitore di ogni cosa.

Il re è il simbolo dell’avvenuta trasformazione, è la Pietra Filosofale che, dopo aver attraversato le tappe della purificazione e della mortificazione, della spoliazione e della sublimazione, è simbolo dell’avvenuta trasformazione, del nuovo stato dell’essere: è il Tempio di Dio.

Allo stesso modo, il Marte che si compie in Capricorno ha visto nobilitarsi via via tutti i passaggi astrologici che lo vedono nascere nel Segno dell’Ariete, col suo bisogno imperioso d’individuazione; passare attraverso la morte di tutto quanto non può essere utilizzato e trasformato nel Segno dello Scorpione, fino all’esaltazione nel decimo Segno dello Zodiaco, dove la forza non è mai prevaricazione o annientamento dell’altrui volontà, ma accoglienza e miglioramento innanzitutto della propria natura; dove il bisogno di vittoria a tutti i costi è stato integrato dal discernimento e dalla comprensione dei propri valori; dove la sconfitta non genera più frustrazione, ma il coraggio necessario per continuare a combattere; dove non conta “chi vince e chi perde” ma solo andare avanti sulla strada evolutiva; dove l’azione non è più re-azione ma padronanza dei propri moti interiori, attraverso il dominio su di sé più che di un potere da esercitare sugli altri; dove la spinta inconscia alla distruzione è stata trasformata in creatività e costruzione, così come sono stati trasformati e sublimati i sentimenti inferiori che fanno parte dell’umana natura, indispensabili perché possa avvenire il necessario cambiamento e perché la vocazione e tensione al Divino che è celata in ogni creatura spingano l’individuo a migliorarsi, grazie all’atto di riconoscimento, di perdono ed accettazione della sua Totalità, che non ha avuto timore di fare.

Scrive Paulo Coelho nel suo: “Manuale del Guerriero della Luce”:

Il guerriero della luce ha appreso
che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza.
Si serve della rabbia per mostrare il valore della pace.
Si serve del silenzio per far riflettere sulla responsabilità delle parole.
Si serve della malattia per sottolineare la benedizione della salute.
Si serve del fuoco per impartire una lezione sull’acqua.
Si serve della Terra perché si comprenda il valore dell’aria.
Si serve della morte per mostrare l’importanza della vita.

Bibliografia

Howard Sasportas, Gli Dei del Cambiamento, Astrolabio Ubaldini, Roma 2000
Jeffrey Raff, Jung e l’immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, Roma 2008
Lambsprinck, La pietra filosofale, Edizioni Mediterranee, Roma 1984
Paulo Coelho, Manuale del Guerriero della Luce, Bompiani, coll. AsSaggi
Lidia Fassio, Lezioni di Astropsicologia, Il cammino evolutivo di Marte
www.etanali.it/zen.htm

Tao: l’unione degli opposti

“Quando farete in modo che due siano uno, e farete sì che l’interno sia come l’esterno e l’esterno come l’interno, e l’alto come il basso, e quando farete del maschio e della femmina una cosa sola, cosicché il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina, e quando metterete un occhio al posto di un occhio e una mano al posto di una mano e un piede al posto di un piede, un’immagine al posto di un’immagine, allora entrerete nel Regno.” (Vangelo di Tommaso, 22)

Robin Hood: il leader dei disperati

Vista la situazione di degrado a cui stiamo assistendo dove i potenti si arricchiscono sempre di più a scapito della gente onesta, per non parlare del crollo dei valori che sta caratterizzando la società contemporanea sempre più materialista, invito tutti quanti a meditare sulla figura di Robin Hood, Colui che sottrae ai ricchi per dare ai poveri. Non è infatti un personaggio immaginario, ma l’Archetipo del Cristo, Mithra, Horus, Prometeo, che ruba la Luce della Conoscenza agli Arconti Tiranni per guidare la riscossa delle anime intrappolate in questo mondo di Tenebra. Il leader dei disperati!

L’archetipo dello Spirito – l’Anima

di Francesca Piombo

“Vocatus atque non vocatus deus aderit”
C. G. Jung

L’archetipo junghiano dello Spirito è un bisogno energetico della psiche che si attiva quando si presenta una situazione in cui la conoscenza personale, la razionalità o la semplice volontà non si rivelano sufficienti a risolvere l’esperienza che si prospetta, che potrà essere superata solo grazie ad un ampliamento di coscienza.

Di solito, si tratta di situazioni limite, spesso giudicate impossibili da risolvere perché prospettano la perdita obbligata di un qualcosa che è sentito come irrinunciabile da chi sta vivendo l’esperienza e che si trova come di fronte ad un bivio, ad un momento di dubbio o di paura, in cui appare difficile fare una scelta senza entrare in una dinamica psicologica paradossale.

Ricordiamo infatti che gli Archetipi, così come li ha definiti Jung, contenendo in sé i contrari, sono polivalenti e paradossali perché prospettano “una pienezza di tali riferimenti che rende impossibile ogni univoca formulazione” e proprio perché la psiche va automaticamente verso la completezza, diventa anche necessario il lavoro d’integrazione per trovare quel punto di mezzo che consenta di dare comunque significato e profondo valore all’esperienza difficile che si sta vivendo.

Lo Spirito infatti viene attinto direttamente dall’inconscio che, proprio perché atemporale ed aspaziale, è l’unico a poter fornire la risposta arcaica, istintiva ed immediata di come potrà essere risolta una situazione o uno stato d’animo che appaiono incomprensibili, ma soprattutto non gestibili facendo ricorso soltanto a parametri razionali.

Differenze tra Spirito e Anima. Interazione.

Potrebbe essere interessante riflettere sulla notevole differenza che esiste tra l’archetipo dello Spirito e l’altro grande archetipo junghiano dell’ Anima, l’immagine della donna nell’uomo, così come l’Animus è l’immagine dell’uomo nella donna; precisa Jung: “L’Anima è la figura che compensa l’energia maschile. L’Animus quella che compensa l’energia femminile”.

Spirito ed Anima sono entrambi collegati all’emisfero destro del cervello, quello preposto ad elaborare i contenuti collegati alla percezione delle emozioni e di ciò a cui rimandano i sensi. Infatti, se l’emisfero sinistro elabora le connessioni logiche e verbali, attraverso la ragione e la linearità della mente conscia, quello destro è inconscio, analogico e simbolico; è collegato alla fantasia, al mito, alla poesia, alle attitudini artistiche e musicali, all’intuizione.

L’Anima è quindi la parte ricettiva della psiche che ha connotazioni prettamente femminili: è attenta al flusso emotivo, alle atmosfere, i ricordi, i sogni e l’immaginazione, ma anche in stretto contatto col mondo notturno e quanto esso rimanda, non esclusa l’irrazionalità.
Scrive Jung: “Tutto quello che l’Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico; in quanto vuole la vita, l’Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all’umanità antica”.

A differenza dell’ Anima, invece, lo Spirito è un archetipo dinamico con connotazioni essenzialmente maschili che aspira all’Unità.

E’ un principio attivo che scuote e vivifica la mente, facendola entrare in contatto col potenziale intuitivo che scavalca non solo le statiche suggestioni dell’Anima, ma anche le strategie razionali che l’Io pone a difesa di se stesso, ed offre la risposta più appropriata all’esperienza inedita che si sta vivendo.

Infatti, di solito ciò che attiva lo Spirito è il rivelarsi di situazioni improvvise ed estreme che portano la mente “fuori dal seminato”; portano l’individuo in un territorio inesplorato di emozioni e sensazioni sconosciute che non possono essere affrontate né con le soluzioni della mente conscia, né col quelle proposte dall’Anima, senza il rischio di trascinare l’individuo in una fase di stallo da cui non riuscirà ad uscire.

Ricordo infatti che gli Archetipi dell’inconscio collettivo hanno in sé tutto il bene e tutto il male possibile dell’esperienza umana nei secoli e solo l’incontro della coscienza con l’inconscio personale può dare all’individuo la possibilità di disciplinare le irruzioni spontanee dell’inconscio collettivo, riconoscere quando servirsi della parte luce archetipica e quando visualizzare la parte ombra, perché possa essere illuminata e, solo dopo questo atto d’accettazione ed integrazione, trascesa.

E, nella sua parte luce, l’Anima è davvero l’unica via per metterci in contatto con la nostra ispirazione creativa, le nostre profondità emotive, le passioni intense, per farci partecipare del flusso delle emozioni e delle percezioni, aprendo la porta ad un mondo immaginativo più sensibile ma proprio per questo più aderente alla totalità della realtà.

L’archetipo, infatti, se pur strettamente femminile, non è un dato acquisito per la donna, così come scrive James Hillman, psicologo junghiano, nel suo “Anima”: “Ma la psiche, il senso dell’anima, non è data alla donna solo perchè è nata femmina. Essa non ha un’anima già congenitamente salva e non è quindi privilegiata in questo rispetto all’uomo, che sul destino dell’anima deve arrovellarsi per tutta la vita. Come l’uomo, non è esonerata dal compito di coltivare l’anima; trascurare l’anima per lo spirito è per la donna non meno biasimevole dal punto di vista psicologico di quanto lo sia per l’uomo, al quale la psicologia analitica non si stanca di predicare il sacrificio dell’intelletto, della Persona e dell’estroversione a favore dell’Anima”.

Possiamo comunque dire che la donna è più incline a restare in contatto con la sua Anima, perché se, come teorizza Jung, l’Animus è collegato al principio di Logos, messo in relazione alla capacità che c’è nell’uomo di risolvere ogni situazione della vita attraverso l’azione ragionata ed il pensiero, l’Anima è collegata al principio femminile di Eros e quindi alla capacità di entrare in empatia, di riconoscere il valore dei sentimenti e l’importanza di scambiare amore, ma anche di saper cogliere il senso profondo della vita.

E nel suo “Fuochi Blu”, parlando dell’incontro tra Spirito ed Anima, così scrive Hillman : “È possibile avere esperienza dell’interazione tra l’anima e lo spirito. Nei momenti di concentrazione intellettuale o di meditazione trascendentale, è l’anima che invade con impulsi naturali, ricordi, fantasie e paure. In momenti di nuove intuizioni o esperienze psicologiche, lo spirito vorrebbe immediatamente estrarre da esse un significato, metterle all’opera, concettualizzarle in regole. L’anima resta aderente al regno dell’esperienza e alle riflessioni entro l’esperienza. Si muove indirettamente, con ragionamenti circolari, dove le ritirate sono altrettanto importanti delle avanzate; preferisce i labirinti e gli angoli, dà alla vita un senso metaforico servendosi di parole come chiuso, vicino, lento e profondo. L’anima ci coinvolge nella massa confusa dei fenomeni e nel flusso delle impressioni; è la parte «paziente» di noi. L’anima è vulnerabile e soffre; è passiva e ricorda. Essa è acqua per il fuoco dello spirito”.

Ma se nel suo lato luce l’Anima fa accedere a sfumature più sottili e sensibili dell’esperienza, se riesce ad arricchire la coscienza di quella “competenza dei sentimenti” che non può trovarsi in una mente solo razionale, nel suo lato ombra può essere un principio destabilizzante che irrompe nella coscienza sommergendola come un’onda gigantesca e facendole perdere in un attimo l’aderenza alla realtà e quindi impedendole quella lucidità di pensiero e presenza a se stessi che la stessa condizione terrena esige.

Leggiamo invece quanto scrive Hillman sullo Spirito: ”Lo Spirito è pieno di immagini sfolgoranti, di fuoco e di vento. Lo Spirito è rapido e rende vivo quello che tocca. La sua direzione è verticale ed ascendente; è diretto come una freccia, affilato come un coltello, arido come la polvere. E’ maschile, è il principio attivo che produce forme, ordine e distinzioni chiare. Sebbene vi siano molti Spiriti e molti tipi di Spirito, la nozione “spirito” è venuta concentrandosi nell’archetipo apollineo, nella sublimazione delle discipline superiori e astratte, nella mente intellettuale, negli stati di raggiunta perfezione e purificazione”.

E’ per questo che, tanto quanto un’Anima ancora prigioniera dell’Ego può far indulgere la mente in fantasie e ricordi quasi ripiegandosi su se stessa per paura dell’ignoto; tanto quanto preferirebbe ritirarsi nei suoi territori antichi, che sembrano rassicurare e proteggere la mente dall’imprevisto e dall’imponderabile, altrettanto lo Spirito irrompe come un fulmine a ciel sereno che squarcia la coscienza e trascina la mente in un mondo tanto sconosciuto quanto affascinante; la chiama imperiosamente e le impedisce di sostare, la spinge a squarciare il velo protettivo dei ricordi e la proietta verso l’inesplorato, impedendole di elaborare l’esperienza sempre con le stesse modalità che non fornirebbero quella risposta lucida, logica ed immediata, che resta anche la migliore per risolvere l’esperienza stessa.

Scrive ancora Hillman: “Se l’anima è un “cavernoso deposito di tesori”, per usare un’immagine di sant’Agostino, è confusione e ricchezza insieme, lo Spirito, al contrario, sceglie la parte migliore e si sforza di ricondurre tutto all’Uno. Guarda in alto – dice lo Spirito – distanziati; c’è qualcosa al di là e al di sopra e quello che sta sopra è da sempre e per sempre, ed è sempre superiore”.

E’ per questo che lo Spirito è anche la parte immortale dell’essere umano: tanto quanto l’Anima ha il terrore della mortalità, altrettanto lo Spirito è l’unica via che può spalancare per lui la visione sull’Eterno, sulla sua spiritualità.

L’archetipo, con la sua linearità e verticalità, si innalza sopra i labirinti circolari dell’Anima e guida la mente nel futuro; dopo che l’Anima ha strutturato le sue basi emotive e i suoi attaccamenti, li ha riconosciuti, apprezzati ed amati come si ama la culla, lo Spirito prospetta un mondo nuovo, un balzo in avanti, un ampliamento in consapevolezza e verità.

In più, tanto quanto le soluzioni soggettive dell’Anima potrebbero rivelarsi irrazionali, arbitrarie ed incoerenti, altrettanto quelle intuitive dello Spirito si presentano logiche e lineari nella loro semplicità; l’energia che si contatta è fortissima, la prospettiva da confusa si fa chiara.

E’ quindi anche un archetipo che spinge a rintracciare e conoscere il senso superiore della vita e d’unione col Creato, perché libera l’individuo dai pregiudizi e convinzioni soggettive, lo libera dalle paure personali e quelle che derivano dai condizionamenti del collettivo, facendolo aprire ad una visione globale e più allargata dell’esistenza; gradualmente lo introduce a riflettere sull’arbitrarietà delle proprie conclusioni mentali e sulla necessità di lasciare andare le rigidità di pensiero che inevitabilmente chiudono al nuovo, quando è solo nel nuovo che si può trovare la risposta inedita e risolutiva all’inatteso che si prospetta, al mistero della vita.

Lo Spirito chiama l’uomo “dal futuro”, anticipando per lui quella risposta ricca di senso che non potrà essere trovata né negli intellettualismi della mente razionale, né nel ripiegamento su se stessi, su un nostalgico e sterile passato.

Solo dall’integrazione tra Spirito ed Anima, può nascere una nuova prospettiva di vita, quella che assicura all’individuo, sia uomo che donna, di mantenere il contatto con le sue radici emotive, ma contemporaneamente gli permette di dispiegare le sue ali verso la Verità.

Lo Spirito personificato.

Una personificazione esatta di questo bellissimo archetipo junghiano è certamente il “Vecchio Saggio”, o “Il Mago”, che ritroviamo nei miti, nelle leggende e nelle fiabe di tutti i tempi come figura di sostegno, che compare quasi sempre all’improvviso e si materializza dal nulla per fornire all’eroe, schiacciato da una condizione drammatica e spaventosa, la soluzione che gli permetterà di superare ciò che lo sta mettendo alla prova e che ferma in qualche modo il suo viaggio.

Lo Spirito è il dio Mercurio che si materializza ad Ulisse per esempio, quando gli dona “l’erba moli” perché si difenda dagli incantesimi dell’Anima Circe; lo Spirito è anche lo sconosciuto che incontrerà il protagonista della bellissima fiaba di H. C. Andersen “Il compagno di viaggio” e che lo aiuterà ad indovinare gli enigmi della spietata principessa e infine lo Spirito è il vecchio Matara che accompagna Karain nel racconto “Karain, un ricordo” di Joseph Conrad e che gli darà un amuleto, simbolo del bisogno di Karain stesso a ritrovare la fede.

La figura del “Vecchio Saggio” è quindi una costante delle fiabe, che contengono riferimenti puntuali agli archetipi, così come leggiamo in Jung: “Le fiabe sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa”.

Il Vecchio Saggio è di solito un personaggio maschile che compare all’eroe per dargli dei suggerimenti: gli indica per esempio un’altra via da seguire (non passare di là) o gli dona un qualcosa (una noce, un amuleto, una monetina) che gli permetterà il superamento della prova stessa, rimettendo l’eroe in contatto con la sua forza originaria e con la certezza di potercela fare.

Solo seguendo questo personaggio e quanto gli suggerirà, o gli donerà, o farà balenare in lui grazie a una qualsiasi forma d’aiuto, l’eroe sarà costretto a riconoscere che, nonostante la sua forza e il suo coraggio, nonostante lui goda di conoscenza, sapienza e scaltrezza, nonostante lui sia munito di tutte le armi possibili per potersi difendere e nonostante le strategie razionali che escogiterà la sua mente, non potrà contare solo sulle sue forze, non potrà risolvere da solo la prova.

E’ proprio l’attimo di sgomento ed il riconoscimento consapevole della propria fragilità che smuoverà ed attiverà quasi immediatamente nella mente la visualizzazione di quest’archetipo, che traghetterà l’eroe oltre il momento critico che sta vivendo.

Secondo Jung, l’eroe può definirsi tale non solo se le sue azioni andranno oltre il tornaconto personale, ma soprattutto se passerà attraverso quest’atto di riconoscimento, attraverso l’accettazione della sua fallibilità e della necessità di ricercare un aiuto all’esterno, di un qualcosa che sia posto “fuori” di lui e cioè fuori dalla sua sfera di controllo.

E’ chiaro che l’aiuto “esterno” non è altri che lo specchio dell’accettazione interna della sua capacità di resa; non è altri che il riconoscimento che sia possibile un fallimento, una rimessa in discussione delle proprie certezze, che l’hanno sostenuto, forse per una vita intera e che è tempo di rivedere.

E’ l’individuo/eroe stesso che, raccogliendo tutte le sue forze e pescando dal “pozzo fondo” del suo inconscio personale, in stretto contatto col grande mare dell’inconscio collettivo, ma anche riconoscendo i limiti del suo essere uomo, potrà agganciare attraverso lo Spirito liberato una nuova energia che si rende disponibile perché non più bloccata dall’ostinazione, dall’orgoglio e dalla presunzione di poter risolvere solo con la volontà, col sapere e col potere personale ciò che sta vivendo. Ma neanche bloccato dalle ombre della sua Anima, dove sedimentano le sue più antiche paure.

Questa figura magica può anche animare il mondo dei sogni, che è il tesoro più bello del mondo dell’Anima.

La buona volontà e disposizione ad accedere a queste dimensioni più sottili della percezione, quella che gli orientali chiamano “la seconda attenzione” per distinguerla dalla “prima attenzione” legata solo ai sensi e a risposte prettamente mentali, può permettere all’individuo di entrare in contatto con un ricco mondo onirico ed immaginativo in grado di traghettarlo in un viaggio di conoscenza, dove incontrare personaggi e figure simboliche, che possano fornirgli la motivazione di ciò che lo affligge nella vita ordinaria, permettendogli di contattare lo straordinario che c’è dentro di lui, il soprannaturale, il trascendentale, la sua spiritualità.

Un vero e proprio “balzo di fede”, dove il termine “fede” non è certo collegato a questa o quella confessione religiosa, non è solo un credo dogmatico in cui riconoscersi e potersi identificare, ma piuttosto una filosofia di vita che permetta all’individuo di rintracciare in se stesso il senso superiore della sua esistenza, quello spirituale, in sinergia perfetta non solo col proprio destino, ma con quello dell’intero Creato; è un invito ad avere fiducia e a “guardare lontano”, mantenendo però il contatto col proprio “vicino”, col proprio centro interiore, il Sé junghiano, che è anche la totalità; solo così l’uomo scoprirà la sua religiosità, dal latino “religere” e cioè “riunire” gli opposti interni, i dualismi, i paradossi e le ambivalenze che coabitano nella sua natura, riuscendo a trovare quel punto d’incontro che gli permetterà di elaborare i contenuti rimossi ed appianare le sue tensioni, ma soprattutto di conoscere chi è, cosa vuole davvero il suo cuore e come fare per raggiungerlo.

“Vocatus atque non vocatus deus aderit, cercato o no il dio verrà”, farà scrivere Jung sul frontone della sua casa. Una volta interrogato sul significato di questa citazione, Jung spiegherà in un’intervista: “Non è una dichiarazione di fede cristiana. Risale all’oracolo di Delfi e la parola dio va intesa come “domanda ultima”. Misi quell’iscrizione per ricordare ai miei pazienti e a me stesso che il timore di Dio è l’inizio della sapienza; tutti i fenomeni religiosi, che non siano meri rituali della Chiesa, sono strettamente intrecciati con le emozioni”.

Lo Spirito è quindi il bisogno imprescindibile di ogni creatura di “voler credere” in se stessa e nella vita, prima che in qualcosa posto fuori di lei; è il riconoscimento non passivo ma collaborativo col fluire stesso della vita, che diventa così l’unica depositaria della Verità superiore.

Leggiamo ancora Jung: “Il vecchio Saggio appare nei sogni come medico, mago, sacerdote, maestro, professore o persona comunque autorevole. L’archetipo dello Spirito in forma di uomo anziano o gnomo o animale si presenta sempre in una situazione in cui perspicacia, intelligenza, senno, decisione, pianificazione ecc. sarebbero necessari, ma non possono provenire dai propri mezzi. L’archetipo compensa questo stato di carenza con contenuti capaci di colmare la lacuna”.

E’ per questo che l’attivazione dello Spirito va spesso di pari passo con il manifestarsi di tappe evolutive obbligate e momenti molto particolari dell’esistenza, spesso accompagnati da stati di confusione o di perdita di certezze o in quelle fasi di passaggio in cui “non si è più quello che si era, ma non si è ancora diventati quello che si sarà”: dall’infanzia all’adolescenza innanzitutto, dalla giovinezza alla maturità, nei momenti in cui si diventa madre o padre, nei momenti in cui c’è una scelta importante da fare, una malattia o una perdita da affrontare, fino allo stadio conclusivo della vecchiaia e del declino.

Ma come tutti gli archetipi, anche quello dello Spirito ha un’ombra che può farsi altamente pericolosa e fuorviante; è quando l’archetipo si distorce e spinge l’individuo verso idee fisse, ostinazioni mentali, idealizzazioni ed illusorie visioni che indulgono in fantasie utopiche e senza senso; è quando lo fa smarrire nel deserto dell’intellettualismo, dell’Animus più negativo, dove vagherà in cerca di luce; lo Spirito diventa “Il Briccone” o “Il Mago folle” che lo inganna e lo induce a pensare che può contare sulla sua scaltrezza e potere della mente per perseguire scelte individualistiche e solo personali, oppure che lo illude a negare la realtà immanente per potersi rifugiare in un mondo irreale ed artefatto, il mondo delle ombre dell’Anima… dove non sarà costretto ad affrontare il complesso delle proprie paure, ma dove anche non avverrà nemmeno l’incontro con se stesso e con la propria essenza più vera.

Solo la luce dello Spirito può spingere all’incontro con se stessi, può farci dubitare che possiamo essere molto diversi da quello che pensiamo, da come ci vediamo o vogliamo ci vedano gli altri, ma può anche farci comprendere che possiamo essere molto di più.

Ma se è troppo forte la paura della verità su se stessi, se è troppo forte la sensazione di non essere all’altezza di questa “chiamata”, sarà la parte negativa dell’Anima e le sue seduzioni antiche a vincere sullo Spirito; e l’acqua spegnerà il fuoco e il fuoco farà terra bruciata; “la porta sulla vita” rimarrà chiusa e sarà come impantanarsi per antiche vie, un tornare indietro perché andare avanti presupporrebbe anche un atto di coraggio che non si è ancora tanto forti da poter fare.

La Grande Madre – La Sophia.

Lo Spirito, che è presente indifferentemente nell’uomo e nella donna, non è solo rintracciabile nell’archetipo del “Vecchio Saggio”, del “Mago” o di altri personaggi spiccatamente maschili, lo si può infatti facilmente individuare anche nella sua forma femminile, presente tanto nell’uomo quanto nella donna: è l’archetipo della “Magna Mater”, la “Grande Madre”, la “Madre Terra”.

Anche quest’archetipo, così come quello dello Spirito ha due facce da illuminare; infatti, se nella sua forma luce, è riassuntivo della totalità del femminile e della sua capacità di esprimere una completa integrità; se è l’espressione più bella del senso materno e della capacità di nutrire, proteggere ed amare le proprie creature attraverso la compassione e l’accettazione incondizionata del loro essere; “amarle per come sono”, senza pretendere che diventino “altro”, il suo lato ombra è oscuro e terrificante, è quello che genera maggiore angoscia ed inquietudine, quello che sottrae tranquillità, anziché aggiungere sostegno e comprensione. E’ il “drago divorante” simbolo di un contenuto femminile avido e bramoso di trovare identità attraverso le conferme che arrivano dall’esterno, spesso da un ruolo, che viene usato per colmare non solo le proprie inadeguatezze, ma anche la mancanza di coraggio di offrirsi ad un’esperienza di vita partecipata e soprattutto personale.

Infatti, tanto quanto lo Spirito può diventare visionario e velleitario nell’attimo in cui l’individuo si fa prendere da conclusioni arbitrarie e soggettive, altrettanto la “Grande Madre” si fa divorante e castrante di una individualità a cui viene impedito di esprimersi in autonomia, di scegliere cosa fare della propria via, quando solo lo scegliere in prima persona può insegnare a prendersi la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

Una volta invece che l’archetipo sia stato illuminato nelle sue parti ombra, una volta che si sia stato trasformato e “reso sacro” dal rispetto per l’altrui individualità; una volta che abbia incontrato l’altro e lo abbia rispettato come creatura di Dio; una volta che non venga più proiettato all’esterno, soprattutto da parte dell’uomo, delegando alle figure femminili un ruolo che le mortifica nella loro interezza, può mettere in luce l’aspetto più evoluto del femminile, quello della Madre dispensatrice di vita che, dopo aver generato a livello fisico, garantisce una nascita anche a livello psicologico alla sua creatura; è lei che permette allo Spirito di potersi manifestare, perché è lei stessa Spirito che fa elevare da una condizione solo materiale ad uno stadio mistico e trascendentale, è lei che può fornire all’individuo la risposta intuitiva e contemporaneamente saggia per scoprire la sua spiritualità.

E’ così che la donna e l’uomo, onorando da dentro la radice femminile che vibra in entrambi e quindi restando in contatto con la propria Anima, possono diventare “madri di se stessi”, senza aspettare o pretendere che arrivi qualcun altro da fuori, uomo o donna che sia, a farlo al posto loro.

Una volta che si abbia la buona volontà e la disposizione coraggiosa dell’animo a quest’analisi, che si sia disposti ad accettarsi, perdonarsi e rassicurarsi in prima persona, ma anche migliorarsi in ciò che va cambiato perché non più in linea con la naturale tensione al Divino, la Grande Madre può trasformarsi in Sophia, l’archetipo della Saggezza e dello Spirito femminile, l’emblema dell’autotrasformazione, uno dei simboli più potenti che s’incontri nell’Arte alchemica.

Erich Neumann in Die grosse Mutter (La Grande Madre) parla così di Sophia: “Nella parte femminile dell’inconscio che genera, nutre, protegge e trasforma, agisce una saggezza infinitamente superiore alla saggezza della coscienza diurna, che interviene nella vita degli uomini come origine di visione e simbolo, rito e legge, poesia e contemplazione della verità, liberatoria e orientativa, spontanea. Questa saggezza femminile-materna è una saggezza di amorevole simpatia, non una scienza astratta e incapace di interesse. Così come l’inconscio reagisce e risponde, così Sophia è viva, presente e vicina, una dea che ama ed è sempre accanto a noi, cui ci si può sempre rivolgere e che è pronta ad intervenire, non una dea che si mostra irraggiungibile, nella sua lontananza luminosa e solitaria. Perciò Sophia, come forza spirituale, è piena d’amore e salvifica, il suo cuore generoso porta contemporaneamente sapienza e nutrimento.”

La Sophia, prendendo vita dalla “Grande Madre”, proprio perché ingloba dentro di sé il materno, non rischia mai di diventare pura astrazione o farci perdere nei meandri di un sapere freddo ed interessato, né ci costringe dentro i confini di un Logos che si fa sterile e lontano, ma è presente e vicina, andando oltre il materno, è fonte di vera vita, è colei che conduce verso la liberazione e la piena espressione del Sé interiore.

E’ quindi un archetipo specifico dell’Anima cognitiva dell’uomo e della donna; una custode delle verità nascoste e dei principi universali, collegati ai valori etici e alla ricerca spirituale a cui aspira ogni creatura e che possono emergere ed essere affinati soltanto intraprendendo un viaggio, quello di ricerca verso il proprio Sé.

L’Immaginazione attiva.

Jeffrey Raff, che è stato alunno di Jung a Zurigo, nel suo “Jung e l’immaginario alchemico”, attraverso l’elencazione dei vari emblemi alchemici, insiste sulla necessità di approfondire l’importanza del simbolo come strumento di riconnessione tra il razionale e l’irrazionale, tra il conscio e l’inconscio, tra Animus ed Anima, servendosi di quella che Jung chiamava “Immaginazione attiva”, una tecnica molto diversa da quella delle “libere associazioni” creata da Freud.

Il metodo dell’Immaginazione attiva infatti, applicato al mondo onirico per esempio, punta su un dialogo immaginale tra l’Io ed i contenuti dell’inconscio, non rifiutando ciò che emerge come irrazionale, ma accogliendolo ed interagendo con lui. Assumendo una posizione attiva che permetterà di raggiungere un piano intermedio di confronto immaginale, non del tutto conscio né solo inconscio, si potranno anche visualizzare e dipanare i contenuti opposti che provocano tensione.

Attraverso l’immaginazione attiva, alla quale si può accedere anche attraverso la meditazione e l’incontro con la propria interiorità, ci si può sintonizzare sull’ascolto di alcune parti inconsce che stentano ad entrare in contatto con la coscienza; si possono approfondire lati della propria natura collegati ai vari archetipi e la capacità di riconoscere quale attivare in quel momento dell’esperienza e quale mettere a tacere. Attraverso il confronto etico tra l’Io e l’inconscio, si può trascendere la tensione che si genera tra gli opposti (Funzione Trascendente) e permettere un ampliamento di coscienza che ricomponga i contrari in una sintesi completamente nuova. Solo attraverso la Funzione Trascendente, si può giungere ad una visione “alta” che permetta anche di operare una scelta che non sia collegata solo a valutazioni razionali o a schemi collettivi, che imprigionano la tensione innata verso l’individuazione.

E’ molto bella a questo proposito la distinzione che Raff fa tra fantasia ed immaginazione attiva, così come leggiamo dal libro: “L’immaginazione, trascendendo l’Ego, è il mezzo col quale l’anima fa esperienza di Dio e partecipa dell’espressione creativa del Divino. La fantasia invece non trascende mai l’Ego; in quello che si fantastica (il raggiungimento di ricchezze o il successo nel lavoro, ecc.) non si contatta lo Spirito interiore, c’è solo la messa in scena di desideri dell’Ego, di un’immagine dopo l’altra per trastullarsi, divertirsi o anche spaventarsi: l’Ego è sempre la star dello spettacolo. Nell’esperienza immaginativa, invece, l’Ego incontra “l’Altro”, deve trascendere le proprie idee ed avventurarsi nell’ignoto. E’ per questo che, se la fantasia dà spesso luogo a delusione, inflazione e stagnazione, l’immaginazione dà vita ad intuizioni, a trasformazioni vere e proprie. Senza l’aiuto delle forze immaginative, non c’è alcun modo per arrivare al Sé”.

Questo era anche il pensiero di Jacob Bohme, mistico del XVI secolo che, se pur non dedito all’alchimia, utilizzò la terminologia ed i simboli alchemici per chiarire meglio il suo pensiero. L’ “Immaginazione Divina”, così come lui definiva la Sophia, aveva un ruolo fondamentale nel suo pensiero, come simbolo guida per condurre alla redenzione e alla partecipazione col Divino.

In questo emblema alchemico, l’Atalanta Fugiens di Michael Maier (1618), la Saggezza guida l’alchimista attraverso le orme sulla sabbia che lascia al suo passare; è un femminile ricco d’abbondanza e creatività, simboleggiato dai fiori e dai frutti che regge in mano, mentre l’alchimista la segue, sorreggendosi sul suo bastone, alla luce della sua lanterna.

Si tratta quindi di una forza transpersonale, compassionevole e creativa, ma anche “principio ordinatore”, in astrologia si direbbe “di Terra”, perché strettamente collegato al riconoscimento dell’importanza da dare ai cicli della vita, il rispetto da dare alla natura, perché solo così per l’uomo ci può essere salvezza.

E se nel mondo occidentale e nel mito giudaico cristiano il valore/archetipo di un femminile-Spirito si è perso perché si è voluto riconoscere nella Madonna solo un potenziale essenzialmente materno, di soccorso e rifugio nelle prove, nel mondo orientale la Sophia è viva e ben rappresentata dalla Tara Verde del buddismo tibetano (dal sanscrito: “colei che conduce sull’altra sponda”), che si impone come forze energetica primordiale della totalità del femminile, perchè simboleggia la forma più evoluta della tensione della trasformazione energetica verso l’unità, risolvendo il dualismo degli opposti, a tal punto che, come Prajnaparamita – Saggezza intuitiva e conoscenza perfetta – è ritenuta avere priorità persino sul Buddha stesso.

“Benchè per sua natura Tara sia pacifica ed il suo viso, attraente come un loto sbocciato, esprima dolcezza e serenità, al fine di sottomettere e sconfiggere le forze del male assume un’espressione fiera, corrucciata ed accigliata per l’ira e lo sdegno contro le negatività. In realtà, le apparizioni pacifiche e furiose di una medesima divinità non sono che due aspetti di una sola ed identica realtà : pace e furore non si escludono a vicenda, ma sono debitori l’un dell’altro, perché se ci si aggrappasse solo alla bellezza e si escludesse il terrore dalla propria mente non si potrebbe pervenire alla non-dualità”.

Secondo la filosofia orientale quindi, la dea è vista come artefice dell’illuminazione stessa, quando si diviene intuitivamente consci della Shunyata, la vacuità che ingloba e trascende i contrari, al punto che Tara si identifica col Nirvana stesso e la possibilità di estinguere la Samsara, il doloroso ciclo di nascite e rinascite cui, secondo gli orientali, è legato il destino terreno.

La Sophia nel cinema.

Solo per fare un esempio, la personificazione di Sophia nel cinema si potrebbe trovare nel bellissimo film del 2003 “Ritorno a Cold Mountain”, di Antony Minghella, nella figura della vecchia eremita che il soldato Inman incontra nel suo viaggio di ritorno verso Cold Mountain, dove l’aspetta l’amata Ada, simbolo della sua Anima da ricontattare.

E’ una vecchia saggia, che vive solitaria all’interno di un bosco, in un mondo selvaggio ma ospitale, e che accoglie senza timori Inman e lo soccorre, curandolo e conservandolo in vita con le sue erbe medicamentose, mentre riversa su di lui un grande senso materno che non la fa interrogare se sia un amico da aiutare o un potenziale nemico da cui difendersi; la vecchia saggia esprime contemporaneamente la compassione della Grande Madre per ogni creatura e la saggezza della Sophia, di colei che, come donna, “sa” della vita; infatti, dopo averlo curato e nutrito, lo mette in guardia sui possibili pericoli che potrebbe incontrare nel viaggio verso casa e gli infonde un coraggio nuovo, perché lo fa rientrare in contatto col suo coraggio, con la sua saggezza, col suo potere intuitivo, col suo credere in se stesso e quindi gli fornisce la soluzione giusta che lui non avrebbe potuto trovare in se stesso per superare quel momento di paura.

Per concludere, penso che in questa frase dell’analista junghiano Aldo Carotenuto (1933-2005): “Incoerenza ed ambivalenza rappresentano la regola e non l’eccezione”, possa essere importante riflettere sulla naturalezza del manifestarsi nella psiche di sentimenti e bisogni contrastanti, da non rifiutare ma accogliere come strettamente collegati alla natura umana, alla dialettica tra spirito e materia, tra ragione e sentimento.

Solo il riconoscimento di questa ambivalenza come molla evolutiva della propria crescita spirituale ed il successivo impegno al miglioramento di ciò che deve essere modificato, può essere giudicato “progresso” e cioè la possibilità di andare avanti sulla strada evolutiva ed accogliere il viaggio terreno come una Grazia di Dio che può rendere sacro il cammino di ogni creatura.

Bibliografia:

Hillman James, Fuochi Blu, Adelphi, Milano 1966
Gimbutas Maria, I nomi della dea, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1992
Neumann Erich, La Grande Madre, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1981
Raff Jeffrey, Jung e l’Immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, 2008
Von Franz M. L., Aurora Consurgens, Pantheon, New York, 1966
Fassio Lidia, Lezioni di Astropsicologia, Seminario sui sogni

Fonti:

guide.supereva.it/sogni/interventi/2007/01/282585.shtml
taraverde0.wordpress.com/category/aspetto-ultimo/
www.geagea.com/17indi/17_03.htm

La realizzazione

di Claudio Lanzi

Non esiste via iniziatica o percorso spirituale che non debba imbattersi con questo termine spinoso e ormai totalmente equivoco.

Purtroppo l’esproprio semiologico che la cultura moderna ha operato su molti termini con una radice spirituale, al fine di ridurli all’aspetto più “illuministico” e giacobino, non ha risparmiato neanche questo.

Il termine reale ha una radice nel latino medievale realis, da res, (cosa, bene o affare). Spesso il termine reale viene confuso con regale che deriva dal radicale indoeuropeo rex-regis (ovvero reggitore, simile anche al raja indiano, ecc.). In effetti la semiologia opera delle precise distinzioni: la derivazione da rex dovrebbe originare soltanto regale e non reale come traslitterazione italiana, ma ormai sempre più spesso si assiste ad errori semantici del genere. Il termine realizzazione, derivando dunque da res indicherebbe che si sta parlando di cose, di beni umani o trans-umani. In tal senso la realtà di una cosa dovrebbe essere un rafforzativo, ed indicarne la verità. Mentre la regalità è propria di una valenza, esplicita od occulta, caratteristica della centralità del rex, la realizzazione indica il “compimento” della realtà attraverso l’opera umana o celeste.

L’imbarbarimento consumistico del termine res, ha fatto si che la realizzazione sia diventata sinonimo di successo, di affermazione, di positivo rapporto fra impiego e guadagno, di risultato ottimale fra tempo investito e soluzione del problema, di affermazione sociale e individuale, di “possesso” della cosa desiderata, e così via, svilendo la portata assai più ampia del termine originale.

Tale esproprio indebito ha ovviamente una ricaduta sul piano spirituale, al punto che, molte volte, gli adepti, vecchi e giovani, di “discipline” più o meno tradizionali, s’interrogano sulle “tappe realizzative”, cioè sulle manifestazioni “visibili” a riscontro ed evidenza dell’opera compiuta, e si preoccupano di avere dei testimoni, degli specchi, delle gratificazioni, delle “cose” (appunto), che attestino il progresso compiuto, in una acquiescenza intellettuale forse inconsapevole, verso la massificazione consumistica di tale termine.

Questa deformazione, a nostro avviso, è stata più volte favorita anche in chiave alchemico-ermetica, quando, a partire dal rinascimento, un’accentuazione chimica delle cosiddette fasi dell’opera (dovuta probabilmente al parossistico plagio operato da centinaia di imbonitori nei confronti dei pochissimi veri alchimisti) ha contribuito non poco ad incrementare la confusione sul senso e sullo scopo del cammino ascetico, iniziatico e realizzativo.

E’ invece più difficile attribuire tale responsabilità ai filosofi-medievali, che lasciavano ben intendere il substrato simbolico ma soprattutto anagogico che sorreggeva le loro descrizioni mito-ermetiche (a partire da Dante, da Boccaccio e, ancor prima, da tutti i filosofi sufi e giudaico-cristiani che animarono i filoni ermetici e mistici di mezza Europa e, per ricaduta, anche quelli alchemici).

Ma, sfidando un poco alcune opinioni correnti, mi sentirei di dire che, proprio ad iniziare dalla fine del XV secolo, insieme alla riscoperta entusiastica del mondo classico, si sviluppa anche un piccolo tarlo di degenerescenza che, dietro la “scusa” magica e antropocentrica, porta sempre più verso la ricerca del potere, con una forma mentis sempre più mercantile. A tale forma mentis contribuiscono non poco le ormai affermate “gilde” che si appropriano progressivamente dei feudi gentilizi, dei vescovadi, e, senza averne lo “ius”, dei patrimoni sapienziali in essi contenuti.

Il medioevo, in realtà, non aveva un gran bisogno di creare “ermetismi” perché la potente ascesi religiosa medievale che coinvolge ed unisce tutta l’Europa e parte del Medio Oriente, è “naturalmente” un crogiolo ermetico, in un evidente connubio fra mistica e gnosi. La cherche du Saint Graal, il pellegrinaggio, le guerre Sante, le iniziazioni dei monaci e dei cavalieri, la costruzione delle grandi cattedrali, ecc., ripropongono costantemente un perfetto percorso “realizzativo”, mostrato splendidamente dai romanzi d’amore e guerra, dai racconti trovadorici, dalle agiografie religiose del tempo e non solo dai trattati “specificamente” magici o alchemici.

Non esiste l’angoscia, tutta moderna, di separare il mistico dall’ermetista. I conventi, i vescovadi, i feudi, ospitano frati e laici alchimisti, ermetisti, e… mistici, che studiano insieme gli antichi codici, pregano, e preparano le medicine per il corpo e per l’anima.

Sotto questo profilo la spiritualità medioevale è un libro aperto, e fin dai tempi di Alfonso “El Sabio” ogni poesia, ogni trattato, si propone con molteplici chiavi di lettura; aperte apparentemente a tutti, in quanto la partenza è animata da fervore ed amore, ma presto il cammino diventa spietatamente selettivo, diventa ascesi purissima, contrassegnata da una costellazione di trasformazioni a cui pochissimi accedono. Il medioevo, in questo modo sviluppa una gerarchia naturale. L’iniziale timore benedettino a destinare tempo allo studio, trascurando la meditazione e la contemplazione, si trasforma in un vero e proprio “sistema” operativo in cui tutto l’iter iniziatico del monaco appare come una vera e propria operazione alchemica che presto verrà estesa nelle potentissime “confraternite”.

Quando, dopo il XIV secolo, scompare l’anonimato medievale, principio d’ogni autentica ascesi, inizia la fioritura dei canonici smaniosi d’emergere, dei rampolli di famiglie mercantili a caccia dell’oro solubile o ancor meglio, di quello… in lingotti, e inizia il “collage” fra opere ermetiche e trattati alchemici. E, soprattutto, dal simbolismo “immediato” del medioevo si inizia a arzigogolare con le parole e con i processi, a volte nascondendo la sapienza nell’umiltà, altre, forse, nascondendo la…. presunzione nell’ignoranza.

Lungi da me la pretesa di voler spiegare in poche righe qualcosa di una disciplina e di un excursus meta-storico per il quale sono necessari ben altri approfondimenti (e sicuramente non solo testuali) ma, da quel poco che, per necessità, viene travasato da un sistema ad un altro, possiamo forse limitarci ad alcune considerazioni sul rapporto fra realizzazione e “frammentazione in tappe” di una disciplina spirituale. Per cui quanto segue è soltanto una proposta di lettura, senza alcun supporto o pretesa filologici [1].

Un problema a mio avviso poco esaminato, riguarda proprio la particolare percezione temporale lineare che, in moltissimi trattati (soprattutto alchemici), sembra distinguere il processo ascetico-realizzativo. La successione meccanicistica tra esperimenti, anche se velati nel racconto simbolico, sembra quasi escludere la necessità di una trascendenza.

La descrizione del procedimento può anzi apparire quasi “evoluzionista”, darwiniana..

La letteratura “gotica” dell’Ottocento ha poi ulteriormente accentuato l’aspetto fantasmagorico, ponendo in evidenza gli effetti “speciali” di cui l’operatore poteva essere testimone durante le varie trasformazioni della materia Tali presenze ed effetti sembrano parti dell’opera, quasi “obbligate a manifestarsi” in funzione della buona esecuzione dell’esperimento. Questa successione chimica trova del resto una sua giustificazione nel metodo, fortemente “deduttivo”, che tende a volte a considerare lo sviluppo della coscienza alla stregua della preparazione di un prodotto chimico che, ovviamente, necessita di tecniche in sequenza, di operazioni rigidamente contrassegnate da determinati segni (“stelle”, colori, odori, precipitazioni, soluzioni, fissazioni, e “manifestazioni” di varia natura e ordine). A tali effetti materiali, se ne accompagnano, a volte, altri d’ordine psichico, fluidico o, come si dirà più tardi, eterico. Forse fu anche per questo se, nell’apparentemente scettico secolo dei lumi, le dottrine cialtronesche, professate da maghi fasulli, trovarono un credito enorme e una volgarizzazione assai maggiore di quanto non ne avessero avuto nel rinascimento quelle dei pochissimi… maghi veri.

Tale matematica della chimica (che è tanto più precisa quanto più è moderna) conduce alla confidenza in una sicura realizzazione di un determinato prodotto, purché venga rispettato il metodo quantitativo, sia che tale evento sia accompagnato da “effetti speciali” come che tali effetti non ci siano.

Oggi, che viviamo in un mondo che, dal punto di vista spirituale, ha abbondantemente toccato il fondo, l’industria farmaceutica ayurvedica-occidentalizzata, lavora tranquillamente sul “mercurio”, come su altre sostanze volgari, ai confini fra la chimica e l’erboristeria, e prepara, con sistemi scientificamente codificati, molti prodotti che, una volta, se accompagnati da pratiche d’ordine magico, sarebbero stati definiti come appartenenti all’ermetismo (per la qualifica iniziatica che avrebbero comportato).

Il “prodotto” di tale farmacopea industriale ha dunque ancora qualcosa di ermetico?

Questo per dire che la qualità “morale”, spirituale e filosofica dell’addetto “laico” dell’Arte, non entra assolutamente in relazione con la possibilità o meno di conseguire un risultato chimico (e anche fluidico e psichico) apprezzabile.

Ora, poiché tali “risultati” intermedi vengono normalmente segnalati quali sensibili traguardi per il raggiungimento di una determinata fase realizzativa, ne consegue che schiere di aspiranti maghetti e di aspiranti “maestri” s’imbarcano nello studio di tali discipline alla ricerca dell’effetto, e commerciano con le parti meno nobili del creato pur di scatenare qualche forza nascosta tra le bolle della loro minestra chimica.

Ciò è naturale in quanto nelle scuole di cucina spirituale di ogni genere e grado è ormai da secoli assente qualsiasi tipo di filtro; e tutti quanti guardano affannosamente alla “meta”, trascurando barbaramente la colorazione spirituale sia del cuoco come di ciò che da lui viene cotto nel pentolone magico, assaggiato, esercitato e a volte, ahinoi, distribuito durante il cammino.

Che l’anima s’inzaccheri di protervia, e si sporga sul balcone satanico invece che su quello angelico, ha poca importanza. Quello che interessa è il raggiungimento della scopa o della …bacchetta magica di Harry Potter.

Ora è arrivato il momento di domandarci:

“Quanto si è… realizzato, colui che ha tecnicamente imparato a produrre una pallina di mercurio, più o meno molecolarmente coeso da legami d’ordine chimico”? A che serve far colare dell’argento o dell’oro dal crogiuolo, dopo tante peripezie e tentativi? a che serve prodursi in funamboliche tecniche ritmiche individuali e collettive, se l’anima del praticante è restata la stessa di prima (o spesso è peggiorata) e se la coscienza individuale non ha sviluppato una briciola di fuoco d’Amor di Sapienza in più rispetto allo stato iniziale??

Non sto assolutamente ribadendo l’inattendibilità dei cosiddetti soffiatori nei confronti degli adepti sinceri della Grande Opera (su questo si presuppone d’esser tutti abbastanza d’accordo), ma sto cercando di mettere in evidenza come i tanto attesi segnali, che ogni seguace della via d’Ermete o di Pitagora, o di quella esicasta e di quelle “tantriche” (ah, che disastro ormai con le parole deformate), o di altre, cerca durante il lavoro, NON sono un attestato del Vero successo dell’Opera.

Ci piace ricordare una rara ed eccezionale testimonianza del vero fuoco d’Amore, (che questa volta peschiamo a caso, proprio da quel rinascimento dove ormai si affacciano i futuri miasmi della rivoluzione francese). Tale testimonianza ce la da il Santinelli nel rapporto con la principessa Aldobrandini, che esce con tanta grazia e sapienza ermetica dalle sue rime E’ un caso raro, senza sfoggio di strumenti e vanterie sugli effetti della pratica, ma dove lo spirito passa sovrano attraverso tutta l’Opera (v. A.M.Partini, La rugiada Celeste- Ed Med.).

Queste affermazioni potrebbero sembrare demotivanti, e assai contraddittorie rispetto a quanto affermato da schiere di nuovi e vecchi esoteristi, che parlano specificamente di aspetti plateali. Ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i rudimenti di un vero percorso ascetico (che molti tendono rigidamente a distinguere da quello ermetico) sa benissimo quanto tali effetti possano essere ingannevoli e quindi come sia importante diffidarne, andando invece alla ricerca delle cause.

Per entrare in un dettaglio specifico, abbiamo notato come in molti articoli apparsi anche in riviste “serie” (e quindi non solo in quelle millenariste e “acquariane” che privilegiano il sensazionalismo misterico), stiano dilagando delle fin troppo esplicite esposizioni di alcune fasi (rieccole!) della cosiddetta via a due (estratte, in genere, da testi più noti dei filoni ermetici del rinascimento e, alcune, dalle sezioni che per anni erano state tenute riservate all’interno delle frangedi alcune scuole sopravvissute).

Quella che da sempre è stata considerata via Regia, viene perciò apparentemente spiattellata attraverso la descrizione di una serie di operazioni che coinvolgono le emanazioni fisiche del corpo, dallo sperma al sangue, ad altro (altrove dette “estrazioni”). Insomma, una bella mattina uno si alza dal letto, si legge un bel libro e la sera, coricandosi con la sua compagna (speriamo quantomeno di sesso opposto) inizia a fare l’apprendista della spagiria a due vasi!

Su questo aspetto val la pena spendersi un pochino di più e con un minimo di malinconia, in quanto molte scuole vincolano la “scalata” ai gradi iniziatici ad una specie di curriculum, assai più basato sulla successione delle …fotocopie rubacchiate alla vedova dell’esoterista di turno, che sull’autentica elevazione dell’anima. Ne deriva che molti allievi, nella corsa all’accaparramento di qualche effetto, finiscano per confondere l’esperienza con l’effetto, l’effetto con la causa e la causa con la effettiva realizzazione.

E, proprio quando si parla di vie binomiali, o “tantriche” che dir si voglia, lo sfacelo caotico rappresenta il traguardo più facile da raggiungere. E mentre si accumulano riti ed effetti, più o meno speciali e stimolanti, si isteriliscono le magiche orecchie del cuore alle cause, e l’adepto si trova a sviluppare un ego sempre più grande che non impedisce davvero il conseguimento di apparenti risultati, ma che porta tali risultati a servizio di quel signore con le corna e la coda che abita al piano di sotto. Ergo: realizzazione zero.

C’è da dire che le discipline ermetiche orientali ed occidentali si sono, necessariamente sempre rivolte, più o meno esplicitamente, alla dinamica dei centri sottili, al flusso delle correnti fluidiche e, infine, al cosiddetto risveglio dei forse eccessivamente pubblicizzati chakra (ormai tranquillamente cucinati insieme alle sephiroth in un unico calderone, nel quale qualche sapiente ghirlanda delle lettere si mescola perfino alle turlupinature dei cerchi sul grano). Dal che si deduce che questa, che sia in Oriente come in Occidente era una scienza regalmente (e non solo realmente) iniziatica, è diventata un mercato delle vacche, in tutti i sensi.

Ora, a mio avviso, non è possibile non imputare ai grandi “importatori” ottocenteschi (soprattutto inglesi e tedeschi) delle discipline orientali (vedi Elena Blavatsky e soci) una disastrosa diffusione della dinamica dei centri, come se si trattasse di una passeggiata, in cui il risveglio della povera kundalini è stato progressivamente ridotto ad una specie di viagra per erotomani. Tale rovinosa successione di fraintendimenti sull’eros orientale, è ricaduta massivamente nella affannosa e ansiosa riscoperta delle dottrine ermetiche e dell’eros occidentali.

Ciò che in Occidente era abbastanza confinato nella ristretta cerchia dei conoscitori della Cabala giudaico-cristiana o dell’ermetismo, e in Oriente protetto dalle sette shivaite o dal tantrismo kachimiro e tibetano, viene improvvisamente “commercializzato”, e mescolato attraverso la traduzione massiva di testi che, nello stesso Oriente, erano riservasti ai rishi, ai brahamani o comunque a ristrette confraternite iniziatiche.

E’ dunque proprio l’Occidente che, dopo migliaia di anni di riservatezza, ha reso “democratico” il patrimonio ascetico liturgico immenso delle biblioteche ashramiche e stranamente, dopo aver volgarizzato (non nel senso dantesco, purtroppo) tutto ciò che passa sotto il nome di “yoga” e di “tantra” si è domandato se c’era qualcosa da volgarizzare anche sul nostro fronte.

Ha riscoperto ovviamente che, anche in Occidente…avevamo (ma guarda un po’) i centri sottili (ma quanto saranno sottili?), c’era la spagiria “tantrica”, e c’era perfino il mercurio. E ne ha fatto metodicamente carne da macello. (Sulle ragioni politiche, religiose, metafisiche ed economiche di tale imbarbarimento abbiamo trattato in numerosi articoli ed editoriali).

E’ pazzesco notare come il trambusto enorme che si è creato, ad esempio, intorno all’alchimia mandarina (e al ramo specifico del taoismo che s’interessa di tali processi, con i suoi famosi “campi di cinabro” la cui “diffusione” in Occidente inizia con Matjoi) abbia avuto pesanti ricadute sulla riscoperta e spesso sul fraintendimento dei nostri maestri dell’ermetismo rinascimentale e medievale.

C’è da tener presente infine che, molte delle scuole ri-sorte agli inizi del novecento, hanno un carattere esotico più o meno “ateo”, con una spiccata e contraddittoria tendenza alla riscoperta del paganesimo (come se lo stesso avallasse qualche forma di ateismo). Ciò ha ovviamente affascinato i transfughi occidentali dal cristianesimo, ancor più delusi dopo la “débacle” dei riti post conciliari (e qui le responsabilità della chiesa di Roma, a nostro avviso, sono enormi).

In questo trionfo della “liberazione democratica delle scienze ermetiche”, lo zen e… l’arte di riparare le motociclette (senza alcuna offesa per l’autore) hanno messo d’accordo scienziati atei e… massaie pagane, a volte in funambolici equilibri fra sesso misterico e arti marziali, teorie relativistiche e realizzazioni spirituali. E’ così iniziata, tra i boschi e i campi della sterminata vallata esoterica, la spietata… “caccia alla lepre Mercuriale” che, grazie a Dio, ha le ali sulle zampe e corre come una matta: e quindi non è facile acchiapparla.

Ma se ne possono prendere i surrogati, per cui ormai abbiamo migliaia di apprendisti stregoni o aspiranti iniziati, che profondono parole e a volte sostanze che ritengono adatte alla trasmutazione, in una specie di democratica, e cafonesca orgia dionisiaca collettiva.

“Venghino venghino signori (diceva Trilussa parlando del proprietario del Circo che invitava gli astanti sotto la tenda) più uomini entrano, più bestie si vedono”

Ora mi sia permesso dire che c’è un personaggio particolare, ormai totalmente trascurato e frainteso da tutti i novelli compagni di Nocciola fattucchiera.

E tale personaggio chiamasi Saturno.

Egli ci racconta che il tempo della “realizzazione” non soggiace al tempo ordinario; Il Tempo è la sostanza stessa di cui è composto Saturno, figlio di Urano. Ma ciò che di norma consideriamo “tempo” e cioè la successione degli eventi e delle esperienze lineare, non rappresenta lo Spirito del Dio. L’ingresso nell’universo delle trasformazioni realizzative avviene attraverso due valvole. Due valvole, emblema del Dio con la falce lunare eviratrice del padre, ma procacciatrice di messi; valvole che si aprono e si chiudono nel cuore del grande Dio laziale, ospitato da colui che, queste porte è in grado di aprirle e chiuderle, e cioè da Giano. E senza tale passaggio in tali filtri misterici nessuna esperienza può essere “realizzativa”. Non sto propugnando una variante esotica, una nuova strada spirituale per gli scalatori… delle “piramidi di luce” a modico prezzo, ma sto semplicemente esplicitando una trascuratezza operativa che, se nell’uomo Antico era impensabile, nell’uomo moderno è diventata “norma”. L’uomo moderno misura i suoi spostamenti interiori con l’orologio; e Saturno non ha l’orologio ma la clessidra.

Se non si comprende che la vera ed unica materia dell’opera è tra le mani dell’operatore, che l’unico vero fuoco è fuoco d’Amore, e che l’unico centro in grado di coordinare e regolare gli altri centri (sottili, sottilissimi…. capillari) è il centro della croce, dove, appunto, tutte le clessidre ruotano, si seguiterà a girare in tondo alla continua ricerca di qualcosa di esterno a noi, che modifichi qualcosa d’interno a noi, in una speculazione assurda e inutile.

E questo è bene che seguitino a farlo i cercatori di “realizzazioni” tangibili e di “mete” ben visibili.

Ma, come diceva quel piccolo frate eremita delle montagne toscane, che ho citato in altri articoli, coloro che cercano la Verità, è forse opportuno che s’impegnino a chiedere udienza al grande re del Lazio (questa volta da rex regis) che è stato ospitato dalla più complessa ed ermetica figura dell’universo mitologico laziale; e poi magari capiranno realmente perché il “suo tempo”, viene detto aureo.

[1] Ho cercato di fornire alcune tracce filologiche sulla teoria della maggior chiarezza della scienza ermetica medievale in confronto a quella rinascimentale nel mio Sedes Sapientiae (cap. IV). Ho sempre fatto riferimento ad autori poco coinvolti nell’esoterismo, proprio perché gli interventi degli addetti ai lavori in tale campo sono spesso eccessivamente “di parte”.

Fonte: www.simmetria.org