L’umana pietas dell’iniziato

In un momento terribile come questo, in cui tantissime persone stanno sperimentando sulla propria pelle la tragedia del terremoto, c’è chi si diverte a filosofeggiare tirando in ballo i segni dei tempi, senza mostrare un minimo di pietà verso chi è stato colpito da questa disgrazia. Come giustifica questa gente il totale menefreghismo per le vicende umane? Col fatto che la realtà fisica in cui viviamo è un’illusione dei sensi, e in quanto tale nulla di ciò che accade su questo piano deve riguardarci. Noi, esseri spirituali decaduti, siamo precipitati nel mondo materiale per opera di un Demiurgo che controlla le sorti del pianeta e impedisce il risveglio delle anime. In sostanza, ci troviamo in un mondo che non ci appartiene per niente perché la nostra vera origine è un’altra, origine che però abbiamo dimenticato, per cui facciamo affidamento su una realtà esteriore che ci sembra reale ma in realtà non lo è. È un inganno, come dicevano anche gli induisti nel loro “velo di Maya”. E del resto lo confermano anche studi recenti di fisica quantistica. Ma forse il film Matrix rende ancora meglio l’idea, presentando il mondo materiale come una realtà virtuale in cui gli esseri umani vengono coltivati come carne da macello. Noi siamo drenati da Potenze che si cibano della nostra energia e veniamo lentamente scaricati come se fossimo delle pile, o munti come delle mucche. Questa è la triste verità. Gesù è stato molto chiaro a riguardo, se leggiamo con attenzione i testi apocrifi che sono stati censurati dalla Chiesa. Riporto questi passi del Vangelo Gnostico di Filippo, dove queste Potenze sono chiamate Arconti. Leggiamo: “Gli Arconti vollero ingannare l’uomo, a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero il nome di coloro che sono buoni e lo attribuirono a coloro che non sono buoni, per poterlo ingannare mediante i nomi e poterlo vincolare a quanti non sono buoni … Essi, infatti, vogliono eliminare chi è libero e farne un loro schiavo per sempre.” (Vangelo di Filippo 13) “Vi sono forze che lottano contro l’uomo perché non vogliono che egli sia salvato … poiché se l’uomo è salvato non avranno più luogo i sacrifici … e non saranno più offerti animali alle forze.” (Vangelo di Filippo 14) Non sono invenzioni quindi. Ognuno è libero di crederci o meno. Per tornare al punto di prima, questo è il motivo per il quale certe persone giustificano la loro insensibilità per le vicende umane. Se tutto quanto accade sul piano fisico è Maya, illusione, nulla deve riguardarci, e la nostra vita deve essere finalizzata esclusivamente alla ricerca interiore per trovare la strada della salvezza. Quindi, noi non dovremmo provare pietà per nessuno né aiutare la gente in difficoltà. Tutte le disgrazie sono volute da Dio e se loro patiscono queste disgrazie significa che così deve essere e noi non ci dobbiamo intromettere. Cosa penso io? Io seguo la Gnosi. La via della salvezza attraverso la ricerca interiore e la conoscenza data dal proprio Intimo. Credo profondamente nei Vangeli Gnostici, nel Velo di Maya, in Matrix, nell’illusione dei sensi, nella terribile verità degli Arconti, come ho detto prima. Non ho problemi a dire che sposo questa visione. Ma… …a differenza di certe persone, provo anche umana pietas verso chi soffre e ha bisogno di aiuto, e non riesco a restare insensibile dinanzi alle ingiustizie sociali, ad animali maltrattati e cose del genere. Essere consapevoli della vera natura di questo mondo e del lavoro spirituale da fare, non ci dà il diritto di disprezzare il prossimo ed essere indifferenti a tutto quanto accade su questo piano. Gesù non si sarebbe mai mostrato insensibile di fronte a certe situazioni, pur sottolineando allo stesso tempo la necessità di andare “oltre” le semplici opere buone. È questo che non si vuole capire. Cosa ci impedisce di esercitare entrambe le cose? Perché la consapevolezza dell’illusorietà della realtà fisica dovrebbe impedirci di essere compassionevoli verso chi ha bisogno di aiuto? Non si può fare una vita solitaria, distaccandosi da tutto per ricercare il contatto col proprio Intimo, e allo stesso tempo intervenire quando qualcuno ha bisogno di aiuto? Credo che quest’atteggiamento menefreghista e indifferente verso le questioni sociali sia di un’ipocrisia unica perché si tratta quasi sempre di discorsi fatti a tavolino senza essere direttamente coinvolti in certe tragedie, ed è facile mettersi a fare filosofia standosene comodamente seduti in poltrona sotto una casa che ci ripara. Invito tutti questi “iniziati” così bravi a interpretare il pensiero di Dio, che si sentono custodi della Gnosi, a mettersi nei panni delle persone che adesso si trovano in difficoltà. Voglio vedere se parleranno ancora così. Se avranno voglia di tirare in ballo i segni dei tempi, la giustizia divina, ecc. Non credo proprio. Il bollettino è tragico. 15mila hanno perso la casa, molti non potranno più lavorare perché gli stabilimenti sono crollati, c’è un’industria in ginocchio, conosco persone terrorizzate che non si sentono più tranquille e hanno paura persino di andare a dormire… e noi? Che facciamo? Andiamo a dirle che non devono lamentarsi, che tutto questo è giusto e voluto dal Padre, e che dovrebbero piangere per essere precipitate in questa realtà illusoria piuttosto che per i beni persi? Siamo alla follia pura! Ma con quale coraggio osate dire simili cose? Ma se foste stati voi ad aver perso casa e lavoro e a dover vivere nelle tendopoli, parlereste ancora così? Non ho parole. Adesso questa gente ha bisogno di affetto, di sostegno morale e di concreto aiuto, non di filosofie e discorsi da salotto. Il percorso spirituale ognuno se lo gestirà da sé e saranno esclusivamente fatti suoi, ma l’aiuto e la compassione non devono essere mai negate a nessuno. E soprattutto non dobbiamo giudicare nessuno e pensare che noi siamo superiori agli altri. Meditiamo…

Svegliatevi gente!

Papa:

Sono senza parole dinanzi a questo squallido teatrino.

Cinquantamila aderenti al “Rinnovamento” dello Spirito si radunano a piazza San Pietro per ascoltare il Papa che, ribaltando completamente il senso delle parole di Gesù, presenta la Chiesa come unico punto di riferimento a cui ispirare la propria esistenza e guida insostituibile per la crescita spirituale dell’uomo.

Quest’essere immondo osa parlare di “casa di Dio” costruita sulla roccia come se Gesù si stesse riferendo alla Chiesa quando usò questi termini. La casa di Dio è il nostro corpo che deve essere edificato come un Tempio per lo Spirito, Gesù non ha mai detto di fondare alcuna Chiesa, anzi ci ha messo in guardia: “Non fatevi ingannare. Il Figlio dell’Uomo si trova solo dentro di voi. Seguitelo. Chi lo cerca lo trova.” Sarebbe comodo fare affidamento su intermediari esterni che facciano il lavoro per noi, dandoci una sorta di assicurazione spirituale, ma non è così. Il Cristo si deve attivare dall’interno e nessuno ci potrà dare la chiave all’esterno, dobbiamo trovarla noi.

Quindi, gente… Svegliatevi una volta per tutte! Bisogna darsi da fare dentro di noi e lavorare per entrare in contatto col nostro Intimo, sarà Lui che dovrà istruirci, non la Chiesa che è un’organizzazione umana corrotta e ipocrita. State venerando delle serpi che vi hanno fatto il lavaggio del cervello. Se volete davvero rinnovare il vostro Spirito seguite l’esempio di Gesù e rinunciate al mondo, invece di andare a fare le scampagnate a piazza San Pietro.

Una storia d’iniziazione e di completa individuazione

Tratto dal libro: “Il principio d’individuazione” di Murray Stein

Il principio d’individuazione junghiano lo troviamo spesso illustrato con vividi particolari in opere dell’immaginazione umana quali le fiabe e i miti.

All’interno di queste strutture narrative, si scopre un’incredibile ricchezza di comprensione ed intuizione psicologiche, particolarmente riguardo ai processi e alle lotte inconsci per diventare liberi e creativi.

In questo e nei successivi due capitoli, guarderò a questa risorsa come a una guida per approfondire ed ampliare la discussione sull’individuazione.

Ho notato che i processi dell’individuazione più efficaci a volte iniziano con qualcosa di “piccolo” e dall’aspetto apparentemente innocuo, come la “curiosità”.

Questo impulso apparentemente innocuo può portare a quella che si potrebbe chiamare “iniziazione accidentale” o, in altre parole, a una significativa sincronicità.

Ecco come inizia la fiaba di Grimm “la serpe bianca”: un servitore s’incuriosisce riguardo al piatto coperto che porta al Re ogni giorno dopo pranzo. Un giorno solleva segretamente il coperchio e guarda dentro. Con sua sorpresa trova nel piatto un serpente bianco e allora decide di assaggiarlo.

Questo segna il decisivo inizio del suo viaggio d’individuazione.

Ecco la fiaba.

C’era una volta un Re famoso per la sua saggezza. Nel suo regno non c’era segreto che lui non conoscesse. Ogni giorno dopo pranzo aveva l’abitudine di chiedere al suo fidato servitore di portargli un piatto coperto. Dopo, il servitore doveva lasciare la stanza. Nessuno sapeva cosa c’era nel piatto, perché il Re non sollevava mai il coperchio finchè non era solo. Un giorno, nel portare via il piatto dalla stanza, il servitore fu preso dalla curiosità.

Lo portò nella propria stanza, chiuse la porta e sollevò il coperchio. Nel piatto vide un serpente bianco. Essendosi spinto così avanti, pensò che avrebbe potuto anche assaggiarlo e così ne tagliò un pezzetto e lo mangiò. Improvvisamente sentì delle voci che chiacchieravano fuori della finestra. Erano i passeri che parlavano di quello che avevano visto, in giro per il regno, quella mattina. Il servitore aveva ricevuto la capacità di comprendere il linguaggio degli animali.

Quello stesso giorno accadde che la Regina perdesse il suo anello più prezioso e i sospetti caddero sul servitore fidato perché a lui era consentito andare dovunque nel palazzo. Il Re lo affronta e minaccia di ucciderlo se non troverà il ladro per l’indomani. Naturalmente il servitore proclama la propria innocenza, ma inutilmente.

Col cuore pesante esce nel cortile domandandosi come farà a difendersi da questa falsa accusa. Mentre è fuori gli capita di ascoltare alcune anitre che conversano tranquillamente mentre si lisciano le piume e si riposano vicino al ruscello. Stanno parlando della colazione, e una di loro dice: “ho qualcosa sullo stomaco; mangiavo troppo in fretta ed ho ingoiato un anello che era sotto la finestra della Regina”.

Il servitore capisce che era quella la ladra, così afferra l’anatra e la porta al cuoco che, vedendola bella grassa, le taglia la testa e la prepara per il pranzo. Nel far questo, trova l’anello della Regina e così il servitore è scagionato. Il Re è dispiaciuto per il suo errore e vuole rimediare al fatto di essere subito saltato ad una falsa conclusione, così offre al servitore di scegliersi la sua posizione a corte. Questi però declina l’offerta e chiede soltanto un cavallo e un po’ di denaro. Vuole esplorare un po’ il mondo per conto suo. Il Re accoglie la sua richiesta e lui parte.

Dopo un po’ di tempo, arriva a uno stagno dove, intrappolati fra le canne, vede tre pesci che stanno morendo per mancanza di acqua. Si stanno rammaricando della loro cattiva sorte e il nostro eroe a cavallo sente il loro lamento. Impietosito, si libera e li rimette nello stagno. Mentre riprende la strada, i pesci, gli gridano: “Ci ricorderemo di te e ti ripagheremo per averci salvato”.

Continua a cavalcare, ma ben presto sente delle vocine nella sabbia, sotto gli zoccoli del suo cavallo. Si ferma ad ascoltare e sente il Re delle formiche che si lamenta di quell’insensibile cavallo che schiaccia il suo popolo senza pietà. Così l’eroe devia il cavallo su una pista laterale e, mentre passa, il Re delle formiche gli grida “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita il bene!”.

Mentre continua la sua strada, s’imbatte in due vecchi corvi che gettano i loro piccoli dal nido, gridando loro d’imparare a badare a se stessi. Ma i piccoli corvi sono ancora giovani e indifesi e cadono a terra dove piangono e si lamentano che moriranno di fame. Così il buon uomo, pieno di compassione per i giovani corvi abbandonati, scende da cavallo, uccide con la spada il suo cavallo e lascia che si nutrano con la carcassa. Con gratitudine, i corvi gli gridano: “Ci ricorderemo di te, chi fa il bene merita del bene”.

Ora l’eroe deve andare avanti sulle sue due gambe. Dopo un po’ di tempo, entra in una grande città e per le strade sente l’annuncio che la figlia del Re sta cercando marito. Tutti coloro che vogliono chiedere la sua mano, devono però portare a termine un difficile compito, ma se falliscono, perderanno la vita. Lui sente che molti hanno già fallito, nondimeno, quando vede la principessa, è colpito dalla sua bellezza e, nonostante il grave rischio, si presenta come pretendente. Segue il difficile compito.

Il Re lo conduce in riva al mare e lancia fra le onde un anello d’oro. Il compito è quello di ritrovare l’anello fra le acque agitate, dovrà ritrovarlo altrimenti annegherà. Mentre sta sulla riva domandandosi cosa ne sarà adesso di lui, improvvisamente vengono in superficie dei pesci, e lui riconosce quelli che aveva salvato. Uno di loro depone ai suoi piedi un’ostrica e quando lui la apre, vi trova l’anello. Con grande gioia riporta l’anello al Re e chiede la sua ricompensa.

La principessa però è altezzosa e non vuole accettare quell’umile pretendente, così propone un secondo difficile compito. Questa volta è lei a indicare il modo. In giardino apre dieci sacchi pieni di miglio e, con le sue stesse mani, sparge i minuscoli semi sull’erba. Di nuovo l’eroe si sente impotente e si chiede cosa ne sarà di lui. Si siede nel giardino per tutta la notte e quando l’alba illumina il cielo, si accorge che i sacchi sono pieni e nemmeno un solo chicco di miglio è rimasto per terra.

Durante la notte, il Re delle formiche è venuto con i suoi sudditi e ha ripagato la sua gentilezza.

Quando al mattino la Principessa arriva e vede che il compito è stato portato a termine, il suo cuore altezzoso resiste ancora e propone un altro difficile compito: se vuole diventare suo sposo, deve portarle una mela dell’Albero della Vita. Il pretendente non sa dove si potrebbe trovare l’Albero della Vita, ma si mette comunque in cammino fin dove le gambe lo possono portare. Percorre in lungo e in largo tre regni e una sera giunge in un bosco, entra, si siede per riposare e sopra di lui sente un fruscio e una mela d’oro gli cade tra le mani. Tre corvi osservano la scena, volano giù e si posano sulle sue ginocchia. Gli dicono che sono quelli che ha salvato uccidendo il suo cavallo, e che quando hanno sentito della sua ricerca di una mela dell’Albero della Vita, hanno attraversato in volo tutto il mare fino ai confini del mondo, dove si trova l’Albero della Vita e gliene hanno portata una.

Il pretendente porta la mela alla Principessa, che adesso non ha più motivo di resistergli. Tagliano a metà la Mela della Vita e la mangiano insieme. Allora il cuore di lei si apre e si riempie d’amore per lui, e vivono a lungo felici e contenti.

I temi intrecciati di curiosità, conoscenza e catastrofe

Quando il servitore agisce in base a un po’ di ingenua curiosità, è improvvisamente catapultato in una fase completamente nuova della sua vita. Improvvisamente lui sa.

Un nuovo mondo gli si spalanca. Comprende il linguaggio degli animali, in altre parole, ha preso contatto con i suoi istinti e con un mondo che prima gli era precluso e quindi regalato nell’inconscio. Quel mondo diviene improvvisamente accessibile.

Questo improvviso e sorprendente contatto con l’inconscio e con l’istinto è quello che avviene quando si entra in contatto con emozioni istintuali. Quello che era stato disponibile agli altri, come ai genitori o altri adulti, ma tenuto lontano, fuori dalla vista, dietro porte chiuse, nascosto sottochiave nel ripostiglio, adesso è anche tuo e tu comprendi qualcosa di cui prima non avevi nemmeno avuto sentore. Ma non è il “picco” che è importante, ma la comprensione, la gnosi.

Questa è conoscenza per esperienza, non per sentito dire, e questa conoscenza cambia tutto. Può soprattutto essere usata indipendentemente dall’autorità degli altri.

Il servitore imbocca la via dell’individuazione quando mangia il cibo proibito. E’ un atto di disobbedienza, quindi un rischio. Potrebbe essere scoperto e punito. Ma è anche il suo primo passo verso la coscienza individuale. Afferra la possibilità di un attimo e s’imbatte in una iniziazione alla gnosi. Se non avesse accettato il rischio in quella direzione, avrebbe corso il rischio di non individuarsi mai e rimanere per sempre un servitore. E’ un vicolo cieco: il rischio di non accettare il rischio dell’individuazione è la stagnazione.

L’atto di disobbedienza del servitore fa il pari con la disobbedienza di Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden. Facendo questo radicale salto nell’ignoto, motivato da pura curiosità, quel servitore infrange il tabù ed esce dal suo ruolo di fedele servitore. Agisce spinto dal suo individuale desiderio di conoscere.

Il desiderio di conoscenza è una forza dell’individuazione e si manifesta a molti livelli della vita emozionale e cognitiva. L’impulso a sapere ci separa da coloro che non sanno e da coloro che non vogliono che noi sappiamo. Quanto più sappiamo, tanto più ci allontaniamo dal collettivo. L’impulso a conoscere e l’impulso a crescere si alleano contro il desiderio di restare fermi e di farlo al sicuro, mescolati tra la folla.

Iniziato improvvisamente ai misteri gnostici del serpente, il servitore riduce la distanza tra sé e il Re e sperimenta per sé la fonte della saggezza del Re, in tal modo interrompe la sua dipendenza spirituale. E’ quindi uscito da un ruolo, grazie ad una conoscenza proibita.

Questo cambiamento fa rapidamente precipitare altri eventi che, a loro volta, producono una drammatica trasformazione nell’intera situazione. Quando la Regina perde l’anello, attacca violentemente alla cieca e accusa il fidato servitore. Anche il Re se la prende con lui e si rifiuta di servirsi della sua superiore saggezza per risolvere l’enigma dell’anello che manca. Adesso la sua vita è a rischio e deve trovare il modo per salvarsi. Sembra che avere la gnosi sia un dono a doppio taglio, porta separazione e tradimento da parte di coloro che hai servito e offre una possibile soluzione se mantieni la presenza di spirito per utilizzarla.

Come abbiamo visto, questo strano errore nel funzionamento, fino ad allora impeccabile del Re e la successiva disobbedienza del servitore si dimostrano essere la chiave della liberazione, anche se lo stato di paradisiaca innocenza giunge ad una brusca conclusione.

James Hillman, nel suo saggio “Il tradimento” propone una brillante riflessione sul potenziale d’individuazione che hanno queste apparenti catastrofi. La catastrofe sembra essere un innesco necessario per l’individuazione.

Quando il Re apprende dell’innocenza del suo servitore, cerca di fare ammenda offrendogli una posizione superiore nel suo governo. E’ questo il momento della decisione. Il servitore può accettare l’offerta e rimanere un servitore, sia pure a livello superiore, oppure può rischiare il tutto e per tutto e lasciare il paese. Il rischio di restare con il Re sarebbe, ancora una volta, un possibile lavoro senza via d’uscita e una finale stagnazione. Il vantaggio sarebbe una certa sicurezza, anche se il Re lo ha tradito! Il servitore decide così per il rischio dell’individuazione e si mette in cammino da solo, con un po’ di denaro ed un cavallo, ma anche la gnosi che ha ottenuto dal serpente bianco. Anche se non mangia più del serpente, e quindi non cade nella dipendenza degli istinti e degli impulsi, gli effetti della sua profonda iniziazione al linguaggio della psiche istintuale rimangono in lui. E’ in uno stato di grazia.

Paracelso chiamava questa sapienza lumen naturae, che è una cosa diversa dalla rivelazione divina dall’alto, perché arriva dal basso, e cioè dalla parte istintuale di sé.

Conservare la coscienza

L’eroe della storia, perché non è più servitore, dal momento che si è separato dal Re, abbandona il regno del familiare e si assume le conseguenze del rischio che ha accettato. Adesso è una persona libera e, da ora in poi, agisce per conto proprio.

Ora è un individuo cosciente, non un’appendice di qualcun altro. Il suo viaggio d’individuazione può iniziare.

Ai giorni nostri, una persona affronta lo stesso rischio e la stessa liberazione dalla dipendenza quando lascia una grande organizzazione dove protezione e benefici abbondano, e fama e potere sembrano a portata di mano, ma al prezzo della libertà e creatività individuali, oppure quando si separa da qualsiasi affetto.

Se ci domandiamo perché alcune persone accettano questo rischio e altre no, forse è utile pensare alla nostra fiaba e accorgerci che questo può dipendere dall’ aver mangiato del serpente bianco che gli ha procurato il contatto con l’inconscio. Una simile gnosi personale connette l’individuo all’autorità interiore e all’istinto. Solo così si apre il canale della comprensione intuitiva. Adesso si tratta di mantenere quel contatto per restare consapevoli.

E il dono della comprensione intuitiva non viene meno al nostro eroe quando si mette in cammino sul suo cavallo, perché ben presto s’imbatte in tre pesci che sono rimasti impigliati fra le canne e si stanno lamentando della loro sfortuna.

Ascolta la loro conversazione e comprende il loro problema ma, cosa più importante, agisce con decisione in base alla comprensione intuitiva: libera i tre pesci e li ributta in acqua. Questo atto di compassione verrà ripetuto tre volte e ogni circostanza è un po’ più significativa della precedente.

Il primo atto è un atto di coscienza. Indica che lui è capace di mantenere la sua connessione cosciente col mondo animale, in breve, con i contenuti dell’inconscio quando si rivelano. Il pesce, a livello simbolico, rappresenta il mondo dell’inconscio e qui lui dimostra la sua capacità di relazionarsi con questa dimensione con accettazione ed intelligenza.

Se avesse ignorato o sottovalutato il lamento del pesce, sarebbe stata la sterilità psichica. Sarebbe caduto nella trappola di diventare un arido intelletto senza contatto con le fonti dell’immaginazione e della creatività. Al massimo avrebbe potuto trasmettere insegnamenti della tradizione. Conservare un’immagine “umida” (il contatto con l’inconscio) (l’acqua in astrologia) è necessario per continuare il viaggio d’individuazione.

La seconda prova di consapevolezza è quella di quando l’eroe sente il Re delle formiche lamentarsi dei cavalli che calpestano i suoi minuscoli sudditi.

Le formiche rappresentano la capacità del Sé di costruire e ricostruire strutture di contenimento emotivo, le cui radici stanno molto al di sotto della portata della coscienza dell’Io, la coscienza del corpo. E’ capace di mantenere il contatto con l’inconscio somatico. Senza il contatto con questo fattore istintivo, una persona cade facilmente in un tipo d’inflazione dell’Io che pensa di essere immortale e simile a Dio, non soggetto a limitazioni fisiche. C’è la tentazione di spingere troppo, di andare troppo veloci e troppo a lungo senza fermarsi, di non tenere conto dei segnali del corpo e dell’anima che ci dicono che abbiamo fatto abbastanza, che abbiamo bisogno di una pausa.

Non tenere conto di questi segnali somatici e psichici, cosa abbastanza facile quando si sta sulla cresta dell’onda, in groppa al nostro cavallo, pieni di vitalità e ambizioni dell’Io, finirà per produrre un crollo permanente.

Dei tre atti di coscienza, tuttavia, è sicuramente il terzo il più sorprendente. L’eroe ascolta una coppia di corvi adulti che si lamentano dei loro piccoli, che vede buttare giù dal nido. Poi ascolta i piccoli piangere e sorprendentemente scende da cavallo, sfodera la spada ed uccide il cavallo. Uno straordinario sacrificio, fuori proporzione. Un sacrificio per ottenere il contatto col lato spirituale del Sé, è questo il sacrificio più grande, più drammatico di tutti. Ci vuole un sacrificio per compiere tutto il percorso verso la piena individuazione, per raggiungere la meta.

Diceva Gesù “chiunque si guarda indietro, non merita il regno”, invitando così le persone ad uno spirito radicalmente nuovo per il futuro. Ai giorni nostri, questo significa abbandonare le tradizioni ed i tesori ereditati per creare un nuovo futuro spirituale per sé e per la specie umana nel suo insieme.

Il Guardiano della Soglia

“I discepoli di una Scuola iniziatica che cercano di accedere al mondo spirituale senza essersi preparati attraverso un lavoro preliminare, si troveranno un giorno senza difese dinanzi a quell’essere terribile chiamato il Guardiano della Soglia. In realtà, il Guardiano della Soglia non è esterno ad essi. Lo si trova in tutti gli esseri umani ed è formato dall’accumulo di ogni loro tendenza inferiore: bramosia, sensualità, aggressività, ecc., e sbarra loro il cammino, non li lascia entrare in quelle regioni dove essi non hanno ancora il diritto di accedere. Un giorno, ciascuno dovrà incontrare il Guardiano della Soglia e affrontarlo. Questo essere si trova nella nona sefirah, Iesod. Con il suo aspetto spaventoso, minaccia l’adepto presuntuoso che cerca di avventurarsi in regioni in cui si può entrare solo dopo aver lavorato sulla purezza, il dominio di sé e la forza d’animo. Riesce a vincere il Guardiano della Soglia soltanto il discepolo che, armato di conoscenze, è riuscito a dominare i propri istinti inferiori. Basta uno sguardo: «Vattene!», e quello scompare liberando il cammino verso le altezze.”

(Omraam Mikhaël Aïvanhov)

L’archetipo del Viandante: Dioniso – Orfeo

di Francesca Piombo

“Io sono un viaggiatore e un navigatore
e ogni giorno scopro una regione nuova nella mia anima.”
Kahlil Gibran

Nell’Archetipo junghiano del “Viandante” si potrebbero trovare alcune tematiche psicologiche che lo avvicinano ai modelli divini della mitologia greca, collegati a Dioniso e al suo sacerdote Orfeo.

Sia l’archetipo psicologico infatti che quelli mitologici simboleggiano la tensione innata che spinge l’individuo ad ampliare i propri orizzonti, a spaziare su più piani della conoscenza, in un territorio di confine, di rottura e messa in discussione di tutto ciò che è convenzionalmente accettato dalla mentalità collettiva, perché l’unico modo che possa assicurare l’espressione di se stesso e della totalità della sua natura.

Un archetipo che ritroviamo espresso nella figura dell’Ulisse omerico che, pur avendo dentro di sé la volontà cosciente e determinata di ritornare a casa, ad Itaca, dove lo attendono la sua sposa e la sua gente, esprime quella dimensione mitica altrettanto potente che spinge l’individuo a non fermarsi, a continuare il viaggio, perché sa che solo attraverso il movimento e la scoperta di nuovi mondi può colmare gli interrogativi ed i dubbi su quanto di nuovo e sconosciuto ci sia da illuminare del suo complesso mondo interiore.

E’ per questo che l’archetipo del “Viandante” è anche una costante quasi fissa dell’individuo lacerato tra la scelta di una vita convenzionale ed inquadrata secondo gli schemi tradizionali, familiari e sociali più consolidati, che lo spinge ad obbedire a regole collettive per sentirsi integrato e soprattutto accettato dal mondo “normale” e l’imprescindibile spinta ad essere se stesso, ad esprimere la propria autenticità, nonostante il rischio di incontrare sulla via l’emarginazione, la solitudine e il fallimento.

Un archetipo spesso vissuto dall’individuo con sofferenza ed inquietudine per l’inevitabile lacerazione che si crea tra il forte bisogno di normalità che fa sentire integrati ed il riconoscimento di trovarsi spesso calato in una condizione esistenziale di estraneità totale, in cui nulla sembra allinearsi a quanto gli schemi convenzionali e collettivi spingono a realizzare, che essi siano riferiti alla vita familiare, a quella sentimentale o alla propria realizzazione professionale.

Un conflitto interiore che potremmo ritrovare ben espresso nel progetto astrologico dei Segni mobili, dove il bisogno di normalità e di regola della Vergine, l’amore per lo scambio intellettivo dei Gemelli e la spinta alla ricerca che è viva nel Sagittario possono trovare una sintesi nel sentimento di compassione e condivisione universale a cui tende il dodicesimo ed ultimo segno zodiacale, i Pesci, in cui si compie l’intero viaggio astrologico.

Scrive C. S. Pearson in “L’eroe dentro di noi:” “… l’identità del Viandante è quella dell’outsider; nella vita spirituale egli può dover affrontare il dubbio. Spesso infatti gli è stato insegnato che Dio ricompensa una certa obbedienza alle regole e ad un certo comportamento morale tradizionale, che generalmente sono in contrasto con la sua psiche, che si evolve sperimentando.”

Solo attraverso l’esperienza personale infatti, lui avrà la possibilità di confermare i principi ed i valori ereditati oppure metterli in discussione, aprendosi ad un nuovo modo di concepire l’esistenza, spesso totalmente diverso e sganciato dal pensiero comune, ma che impregna e rispecchia fino in fondo la sua essenza più vera.

Nei testi ermetici è presente il concetto per cui il viaggio, il viandante e la destinazione siano la stessa cosa, tanto è irresistibile la spinta alla ricerca che è racchiusa in quest’archetipo: il “Viandante” non può fermarsi, ma il viaggio non è importante per la meta che propone, quanto per l’esperienza che potrebbe offrire sulla via. Per chi si sia identificato in quest’archetipo, è l’ andare lo scopo del viaggio e non l’ arrivare; la meta non è fondamentale ed importante di per sè quanto ciò che si può sperimentare andando verso la meta, a tal punto che quando il viaggio è finito, anche la tensione energetica che sprigiona la ricerca si spegne.

Da qui il “moto perpetuo” che s’incontra nella persona che si sia identificata soprattutto in questa figura archetipica, un individuo che si serve del movimento all’esterno per poter gestire il movimento interno dei molti dubbi che affollano il suo cuore; proprio attraverso il contatto col mondo geografico e naturale che su di lui ha un richiamo irresistibile, il “Viandante” tranquillizza se stesso e mantiene il contatto col suo centro interiore; attraverso l’incontro con l’altro da sé e ciò che il viaggio geografico illumina della sua Totalità, avrà la possibilità di rileggere il suo passato, di analizzare le motivazioni delle sue scelte e, solo dopo questo confronto, potrà battersi senza cadere nel dubbio per la loro realizzazione, perché avrà definito anche le sue priorità e ciò che può dare un senso alla sua vita.

L’errare è quindi sinonimo del perdersi come l’unico presupposto per ritrovare se stessi, per individuare la vera meta che può appagare completamente, una destinazione psicologica specifica e non più scelta perchè gradita alla psicologia collettiva.
Scrive Aldo Carotenuto, psicologo junghiano, nel suo “Integrazione della personalità”: “Non c’è atto trasformativo senza la riesplorazione del passato nel tentativo di comprendere non solo il significato profondo di quanto è stato, ma soprattutto quanto del perduto dirige ancora il nostro andare”.

Dioniso, il dio del vino.

La spinta inconscia alla sfida e la ricerca di un territorio di frontiera in cui mettersi alla prova; la presa di distanza da un universo di valori che non può essere confermato se non dopo essere stato sottoposto al vaglio personale, si possono ritrovare anche nelle tematiche suggerite dal mito di Dioniso, il Bacco dei Latini, il “Viandante” e lo “Straniero” per eccellenza, dio del vino, dell’ebbrezza e della trasgressione, così come della sfrenatezza e della liberazione; un archetipo anch’esso messo in relazione al desiderio di sconfinare in dimensioni più allargate della conoscenza che possano riempire quel senso di vuoto e d’inquietudine con cui l’uomo combatte da sempre e che è strettamente collegato alla sua condizione di creatura terrena, fallibile e in cerca di risposte.

Un modello che si colora degli eccessi del dio, simbolo dell’estasi amorosa ma anche della follia e dell’ossessione; della fusione e condivisione emotiva, ma anche del distacco e della fuga, istanze contrarie ed opposte che non sono altro che lo specchio del bisogno di mediare tra le molte tensioni ed i paradossi che tormentano l’animo umano quando sia costretto ad incontrarsi col regno dei contrari: il coraggio e la paura; la forza e la fragilità; la passione e l’indifferenza; la libertà e l’appartenenza, la norma e la trasgressione.

Secondo Jung, solo dall’incontro tra gli opposti psichici e dal tentativo di accordarli tra loro, può essere garantito il salto verso l’equilibrio ed il superamento delle polarità, proprio perché si saranno definiti i valori personali ma anche riconosciuti i limiti del proprio sentire e volere.

Il mito della nascita di Dioniso/Zagreo, il “nato due volte”, ha più versioni, di cui la più diffusa narra di come sua madre, la principessa Semele, dopo essere stata amata da Zeus ed ingannata dalla gelosa Era, fosse stata dal dio stesso incenerita perché impreparata a sopportare la vista della folgore divina. A quel punto Zeus, impietositosi e soprattutto per permettere al bambino che Semele aveva in grembo di nascere nonostante la fine della madre, lo aveva cucito all’interno della sua coscia, come se fosse un’incubatrice, consentendo così a Dioniso di venire alla luce, quando fosse giunto il tempo.

Una volta nato, il piccolo dio era stato allontanato per sfuggire alle ire di Era ed allevato sui monti dell’Arcadia da alcune ninfe, crescendo a contatto col centauro Sileno che gli aveva insegnato l’arte del vino, ma soprattutto era stato introdotto dalle ninfe alla sensibilità del mondo femminile, affinando il carattere e crescendo in un’atmosfera di grazia e sensibilità, a tal punto da essere definito da Euripide Gynnis “dalle forme di donna”.

Alla sensibilità e alla dolcezza tipicamente femminili, in Dioniso si affiancavano doti di grande virilità, forza vitale e coraggio, che ebbe modo di mostrare durante le molte campagne belliche che costellano il suo mito; infatti, una volta adulto, il dio aveva iniziato una vita errabonda, sempre alla ricerca di nuove avventure in cui cimentarsi come valente guerriero, costantemente contornato da Satiri e Baccanti, con i quali condivideva quegli eccessi che avrebbero poi caratterizzato l’ossatura del suo mito.

La tematica dei contrari.

I racconti che ce ne fanno gli storici infatti riportano episodi in cui lui sfidava costantemente l’ordine costituito per portare un impulso vitale e istintivo lì dove vigevano regole rigide e precostituite, dove imperava un allineamento a valori e consuetudini patriarcali che il modus vivendi del dio minava alla base, istillando smanie di trasgressione lì dove l’ordine costituito si stava facendo asfissiante.

Uno scontro tra il vecchio e il nuovo che troviamo ben espresso dagli archetipi astrologici di Saturno e Urano, pianeti messi in relazione al bisogno dell’animo umano di rendere stabile e strutturata la vita ed il contemporaneo bisogno d’innovazione, di aria nuova da apportare lì dove c’è il rischio che la struttura diventi sovra-struttura e blocchi il flusso vitale.

Un rischio che l’archetipo del “Viandante” risolve grazie alla spinta innata verso la conoscenza, verso l’ampliamento dei propri orizzonti e che diventa ossessiva e senza freni nell’archetipo dionisiaco.

Dioniso è il “dio dell’ossessione”, della spinta ad immergersi senza paura in ogni esperienza di vita che, tanto più è estrema, quanto più è ricercata. Dioniso è il simbolo dell’estasi più rapita e dell’euforia più irragionevole che si fanno spasimo e disperazione nell’attimo in cui s’incontrano tra loro le opposte tensioni della psiche, le polarità dell’animo umano, il cui superamento permette all’energia psichica che si sprigiona grazie al contatto tra i contrari, di “andare oltre” per giungere ad una nuova sintesi, uno stadio dell’essere totalmente trasformato e rigenerato.

Dioniso è il “nato due volte” , un dio che nasce e contemporaneamente muore per rinascere ancora; ogni fase del suo mito, a cominciare dalla nascita che lo vuole figlio di un dio e di una mortale, mette l’accento sulla necessità di conciliare l’umano col divino, il maschile col femminile, il materiale con lo spirituale fino ad arrivare alla possibilità di non escludere nessuno dei due poli ma, attraverso la loro visualizzazione, ricomporli in una sintesi nuova.

La stessa pratica del vino, simbolo dionisiaco per eccellenza, rientra in questa tematica di ricerca di quel “non luogo” psichico dove è possibile tentare questa ricomposizione.
E’ per questo che il vino nel mito dionisiaco assume un valore religioso, dal latino “re-ligere” e cioè riunire gli impulsi contrari e troppo a lungo repressi senza temerli, con lo scopo di poter trovare un giusto mezzo tra di loro; il “metaxu” greco, il “bardo” tibetano, l’ “in der mitte” junghiano simboleggiano un “non luogo” trascendentale, che possa permettere il superamento di ciò che è stato visualizzato e, solo dopo questo atto di riconoscimento ed accettazione, superato.

Per lo stesso motivo è legato al dio anche il tema dell’apparizione e sparizione improvvise, quando al culmine dell’estasi più rapita spariva tra le acque del mare, occultandosi agli occhi di tutti; una tematica ben rintracciabile nell’individuo in cui sia vivo questo modello divino di esprimere sia la profonda sensibilità e capacità di sintonizzarsi su dimensioni estatiche dell’esperienza, sia la volontà di distanziarsene per l’incapacità di sostenere la potenza ma anche la continuità di queste emozioni che chiedono tempo per essere visualizzate senza che diventino distruttive, con la conseguenza di rifugiarsi spesso in un mondo tanto irreale quanto indispensabile per potersi incontrare con quella che Aldo Carotenuto definisce “sospensione del tempo dell’esperienza interiore”.

Questo bisogno di estraniarsi, di spostare l’attenzione verso dimensioni “altre” che permettano di prendere fiato dopo che ci sia incontrati con bisogni polari e contraddittori della propria natura, potrebbe essere la motivazione inconscia anche dell’archetipo del “Viandante” quando spinge l’individuo a spostarsi da un confine all’altro della terra, alla ricerca di un’esperienza che possa dare significato alla sua vita e finalmente definire le motivazioni del suo stesso esistere.

“Ri-membrare”.

E’ per questo che i due archetipi sono presenti nell’individuo che pur sognando di raggiungere la completezza e l’interezza, tanto quanto desidera la regola e la normalità, si trova spesso a contatto con esperienze di frammentazione, di “smembramento”, perché solo dopo aver “conosciuto Dioniso” e l’altro da sè, avrà anche compreso quello che lo può veramente appagare e rendere soddisfatto, quanto sarà disposto a fare per ottenerlo e quanto invece dovrà lasciare andare perché non più in linea con la Totalità rivelata.

Questo fa di Dioniso anche l’archetipo della liberazione della parte istintuale dell’uomo, quella che non obbedisce più solo alla ragionevolezza e al Logos, così cari all’archetipo “Apollo”, ma anche alla volontà di esprimere i moti più autentici della sua anima, compresi gli eccessi emotivi, perché solo dopo questo atto di riconoscimento della parte arcaica e ctonia della propria natura, l’individuo può prenderne coscienza e padroneggiarne i lati più oscuri.

Una ricomposizione che può essere dolorosa come uno smembramento, come un “essere in croce”, assimilabile alla simbologia della 12 carta degli Arcani Maggiori, l’Appeso, che raffigura un processo benefico di purificazione, di rottura con quanto giudicato perfetto solo perché inquadrato in un’ottica condivisa.

L’Appeso è a testa in giù e da lì osserva il mondo, rivoluzionando totalmente il suo modo di guardare alle cose; acquista quindi una nuova visione d’insieme che gli consente anche di non ridurre se stesso all’unica identificazione che si è concesso, ma di aprirsi a dimensioni inesplorate legate al suo inconscio, attraverso l’intuizione e una nuova visione; solo così potrà ribaltare i suoi schemi mentali che lo imprigionano in un falso sè ed aprirsi anche ad un modo tutto nuovo d’interpretare se stesso.

Negli Atti di Filippo, il Cristo parla così: “Se non farete che il sotto divenga il sopra, che la destra divenga la sinistra, non entrerete nel Regno, perché tutto l’universo è volto nel senso contrario e così ogni anima che è in esso”

Il tema dello “smembramento”, così diffuso nella mitologia dei popoli antichi, dal mito egizio di Osiride fino a quello cristiano, è in stretta analogia non solo all’incontro tra gli opposti psichici, ma anche alla necessità di spezzettare la propria identità per analizzarla fin nel profondo e riappropriarsi dell’energia di quelle parti che sono state negate e che giace inutilizzata sul fondo dell’inconscio.

Scrive J. S. Bolen nel suo “Gli dei dentro l’uomo”: “Il processo di ricerca è sempre una discesa graduale alla scoperta di sentimenti sepolti, alla scoperta del proprio mondo interiore, dove è possibile riprendere in mano il filo della propria storia. L’uomo scopre così che chiunque abbia sepolto o espulso dalla sua coscienza e lasciato dietro sé nel passato (il bambino che era, i genitori come figure di dimensioni sovraumane, persone che un tempo amava o temeva) è ancora vivo dentro di lui; qualunque cosa sia stata sepolta, esiste ancora nel mondo interiore. Qualsiasi cosa sia stata smembrata, è stata come “sepolta viva” e quando la si scopre, è lì, intatta come allora”.

Per questo la tematica potrebbe trovare un ulteriore passaggio nel mito greco di Procuste, il leggendario personaggio che sostava davanti alle porte di Atene ed obbligava chi volesse entrare nella città divina, simbolo degli ideali collettivi da seguire, a stendersi sul suo letto per testare se fosse degno o meno di entrare tra coloro che erano considerati gli eletti della comunità ateniese.

Procuste ne misurava la lunghezza, allungando le membra se risultavano corte ed accorciandole senza pietà se superavano le dimensioni del magico letto.

E’ il chiaro riferimento al fatto che per sentirsi adeguato alle richieste del collettivo di una società ideale, giudicata perfetta ed uniformata a certe convenzioni, l’individuo potrà essere costretto a rinunciare a molto della propria autenticità ed energia vitale e a modellarsi su quelli che sono le pressioni del pensiero collettivo. Qualsiasi cosa della propria essenza appaia inaccettabile agli occhi degli altri o troppo diversa o avulsa dai modi di comportamento scelti dalla massa che fanno sentire “normali”, verrà sacrificata sul letto di Procuste, per non passare attraverso la vergogna, il rifiuto e l’emarginazione.

Nelle donne, questa “mutilazione” potrebbe riguardare la non accettazione della propria femminilità che verrà vista come un peso, una limitazione all’espressione di sé o quanto meno un impedimento a raggiungere quei riconoscimenti che sono riservati da sempre al mondo maschile e negli uomini potrebbe comportare la non accettazione della propria sensibilità, del proprio mondo emotivo, sempre visto con sospetto e diffidenza perché è pensiero comune che le emozioni e l’espressione dei sentimenti non siano appropriati alla natura razionale e controllata dell’uomo.

Ma che sia stato proprio Teseo, eroe dell’Attica, a sconfiggere Procuste, infliggendogli la stessa pena a cui lui sottoponeva gli sventurati che volevano entrare ad Atene, è il simbolo della difesa coraggiosa e sicura dei valori personali che l’individuo non avrà timore di fare, una volta che li abbia riconosciuti, ma solo perché ha anche ri-conosciuto tutto di sé.

In fondo, quello che si leggeva scritto sul tempio di Apollo a Delfi (γνῶθι σεαυτόν gnosi se auton, conosci te stesso) lo ritroviamo in maniera inequivocabile in molte delle discipline orientali, ma a mio avviso, con una differenza sostanziale: non ci si può conoscere se non ci si ri-conosce. L’incontro con se stessi, quindi, e la scoperta della propria totalità presuppone un cammino a ritroso, un “tornare indietro”, che è l’unico che possa permetterci di entrare in contatto con l’interezza di quello che siamo. Solo a quel punto si può partecipare della totalità dell’universo e dei suoi imperscrutabili fini, senza giudicarli ma semplicemente accettandoli, così come si è accettata l’interezza di se stessi.

Leggiamo ancora Carotenuto: “Bisogna comprendere l’importanza di questo processo di autoconoscenza, il quale procede seguendo un percorso, per così dire, a spirale. Esso non è mai un dipanarsi lineare di sola ascesa, ma un procedere vario che comporta anche l’arresto o la retrocessione, il ritorno ai luoghi delle origini della propria “archè”, quel “da dove” che spiega e chiarifica il nostro “andare verso”.

Dioniso, il liberatore.

Il tema dello smembramento è parte sostanziale del mito di Dioniso/Zagreo.

Tra le molte versioni collegate alla sua nascita, in quella che vede Zeus affidarlo ai Cureti per sottrarlo alle ire della moglie, si racconta come da bambino fu attirato dai Titani, istigati da Era, che per punirlo di aver rubato loro uno specchio, lo fecero a pezzi, pronti a cibarsene, fin quando Atena interruppe lo scempio e, preso il cuore di Zagreo, lo rinchiuse in una teca, regalandogli l’immortalità. Le sue ossa furono raccolte e sepolte nel tempio di Apollo a Delfi, mentre sui Titani infierì la folgore di Zeus fino a quando non ne furono inceneriti.

L’epiteto del dio il nato due volte mette sicuramente l’accento sul cammino psicologico obbligato di frammentazione che dovrà affrontare l’individuo per arrivare all’Unità, passando da uno stato cosciente a quello inconscio dell’essere, dall’Uno al Molteplice per poi ritornare all’Uno e quindi permettere all’Io di ricongiungersi al Sé, obiettivo finale del percorso d’individuazione junghiano.

Un traguardo che potremmo definire mistico, dove non c’è più separazione ma comunione tra conscio e inconscio, tra maschile e femminile, tra materia e spirito, tra sopra e sotto, tra dentro e fuori, tra macrocosmo e microcosmo, tra Creatore e creatura, quello che Jung definiva “il farsi totale dell’uomo psichico”.

Attraverso l’incontro con Dioniso, si può conoscere la Verità su di sé, si può rientrare in contatto con la propria autenticità e, proprio per questo, unicità. Non a caso, il dio veniva anche venerato come “il dio della Verità” tanto che, nella maggior parte delle raffigurazioni dell’iconografia vascolare greca, il suo viso era frontale, come a voler significare che solo dopo essere passato attraverso il contatto con gli opposti psichici, l’individuo potrà risolvere anche le sue ambivalenze e finalmente scegliere con coraggio, prendendosi anche la responsabilità, nel bene e nel male, delle scelte fatte.

D’altra parte, se si va alle origini del mito, Apollo e Dioniso non erano divinità contrapposte tra di loro ma complementari; erano infatti venerati come dei fondamentali da accogliere ed onorare, perché entrambi archetipi indispensabili all’uomo per raggiungere l’equilibrio interiore.

Apollo, dio del Sole e simbolo del pensiero lineare, insegnava il distacco dalle passioni e la tensione alla chiarezza mentale; Dioniso, emotivo e carnale insegnava il contatto col corpo, con l’impulso e l’istinto più vitale: due dimensioni che per gli antichi greci non potevano prescindere l’una dall’altra, tanto che la tomba di Dioniso si trovava nel santuario dedicato ad Apollo a Delfi, dove entrambi gli dei erano venerati con pari dignità, il primo durante i mesi invernali e il secondo per il resto dell’anno.

In quest’ottica, non stupisce che anche il tema dei due grandi opposti vita/morte sia strettamente unito al mito dionisiaco.

Il dio infatti, in alcune fonti, era anche adorato come Signore dell’Oltretomba, a tal punto che veniva identificato con Ade stesso, tanto che non c’era alcuna distinzione tra le due divinità.

A lui era consentito scendere nell’Oltretomba, sparendo attraverso le acque del mare e agli Inferi era sceso per andare a cercare la madre Semele, secondo una simbologia che vede l’individuo costretto a continue immersioni nelle acque dell’inconscio alla ricerca della sua anima, delle proprie profondità emotive non sviluppate, che aspettano solo di essere liberate in una forma creativa.

Così come l’epiteto “dio dalla doppia porta” può simboleggiare la capacità di far passare la psiche dalla porta della coscienza a quella dell’inconscio, per ritornare poi a quella della coscienza in una forma totalmente rigenerata e sanata.

E’ per questo che il mito dionisiaco non è solo collegato alla follia e all’ossessione, alla morte e alla disperazione, ma anche alla salvezza e alla liberazione.

Dioniso è il grande liberatore. Dalla prigionia degli Inferi infatti aveva liberato la madre Semele, che fu poi accolta tra gli dei dell’Olimpo e a lui si deve anche il gesto umano di aver salvato Arianna, la figlia di Minosse che, dopo essere stata abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, era stata riportata dal dio alla gioia di una nuova vita.

Dioniso è il simbolo della prova iniziatica a cui tende la psiche di chi voglia rinascere, ma una rinascita è possibile solo dopo che ci sia stata la fine di tutto quanto non è più in linea con la propria Verità.

Orfeo, musicista e poeta.

Queste tematiche mitiche che vedono in Dioniso un dio di frontiera, straniero, viandante, guerriero e in contatto con le forze della natura, che potrebbero trovare un riscontro astrologico nelle simbologie dell’Asse 3/9, nel binomio Marte/Nettuno, Marte in Sagittario, Marte in Pesci o Marte nel nono e dodicesimo settore dell’oroscopo, sono presenti e pienamente riconfermate anche dal mito di Orfeo, sacerdote di Dioniso e figlio di Apollo, nato dall’esigenza del Greci dell’età classica di dare un volto alla necessità di trovare un “ponte” tra le due divinità, ma anche al principio di distacco e ragionevolezza che esprimeva il dio Apollo.

Innanzitutto, ritroviamo Orfeo nel “Viaggio degli Argonauti” per la conquista del “Vello d’Oro”, anche lui come il “Viandante” alle prese con esperienze tirate al limite del possibile e in quel territorio di confine dove vengano testate le capacità dell’umano potere.

Ma Orfeo non è solo straniero in quanto proveniente dalla Tracia come Dioniso, non è solo viandante e guerriero, ma è soprattutto un artista e un musicista; in qualità di cantore e poeta, nei suoi viaggi incantava chiunque si incontrasse con la sua musica sublime, una musica che guariva, che permetteva uno stato conclusivo di catarsi che riconciliava la testa col cuore, ma anche gli impulsi più sfrenati col bisogno di spiritualità.
Il padre Apollo infatti, gli aveva donato la lira con cui lui deliziava se stesso e tutta la natura, che risultava come risanata dal suo benefico canto.

E’ quindi una figura dionisiaca perché simbolo della rigenerazione che può derivare dal contatto con la natura e con l’impulso vitale, ma anche apollinea perché in grado di controllare le forze naturali e selvagge attraverso il potere terapeutico del canto e della musica.

E nella letteratura greca del VI e del V sec. a.C., così come ci riporta Mircea Eliade, si trovano rimandi ed allusioni a questo personaggio mitico le cui proprietà ricordano la figura dello sciamano che, attraverso una condizione d’estasi andava oltre la razionalità, oltre il mondo del pensiero analitico ed entrava in contatto con forze e presenze ignote, con energie più profonde, intuizioni, visioni, proprie più del mondo femminile che di quello maschile, che gli permettevano di attuare un’opera di mediazione tra il maschile ed il femminile, tra la razionalità e l’impulso, tra la logica e l’intuizione, tra il materiale e lo spirituale.

Ma così come Dioniso, anche Orfeo dovrà passare attraverso uno smembramento, perché il passaggio più forte e conclusivo del suo mito è strettamente collegato ad una trasgressione, al rifiuto che lui oppose ad un ordine divino, di cui pagò il prezzo con la sua tragica fine.

Perdutamente innamorato della ninfa Euridice, lui sperimenterà quasi contemporaneamente il pieno e il vuoto che fanno parte dell’archetipo dionisiaco perché dal momento di massima gioia che proverà nell’unirsi alla sposa coronando il suo sogno d’amore, precipiterà nella disperazione più cupa quando, subito dopo le nozze, Euridice morirà per il morso di uno serpente e verrà portata all’Ade.

Il pianto di Orfeo sarà talmente struggente e dolce ed inconsolabile che tutta la natura sembrerà piangere con lui, a tal punto che si impietosirà lo stesso Ade, che gli concederà di scendere nell’oltretomba per ricondurre Euridice alla luce.

Ma Ade lo avvertirà: una volta trovata la sposa, Orfeo dovrà procedere sulla strada del ritorno senza mai voltarsi, pena la perdita definitiva dell’amata.

Ma Orfeo non ubbidirà e si volterà e perderà la prova, perché non riuscirà a fidarsi dell’insindacabile ordine divino.

Quasi prossimo all’uscita, mentre dimentica in un attimo le parole di Ade e si affretta quasi correndo per guadagnare terreno, non sentendo più i passi dell’amata che sapeva dietro di lui, Orfeo si volta perché vuole accertarsi che lei lo stia seguendo, che sia ancora lì, che non sia svanita.

Orfeo vuole ascoltare la sua voce che lo tranquillizza e lo rassicura; vuole guardarla con i suoi occhi ed essere certo che lei lo segua; vuole inebriarsi del suo profumo, che conserva nel suo cuore; vuole toccare la sua mano perché sente che, solo stringendola con le sue dita, lui potrà sottrarla alla morte e all’abbraccio di Ade.

Il voltarsi di Orfeo ed il contemporaneo dissolversi della figura di Euridice rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo come l’archetipo dell’impossibilità di raggiungere un obiettivo materiale, perché non si ci si sarà aperti anche all’imponderabile che impregna ogni respiro dell’esperienza umana.

E’ quindi la sfiducia di Orfeo che condanna Euridice all’Ade; è la sua presunzione ed incapacità di affidarsi alla vita. Orfeo si fida solo di se stesso e di quello che rimandano i sensi; solo quello che si vede, che si ode, che si gusta, che si odora e che si tocca vuol dire che c’è… tutto il resto non esiste. Solo quello che organizza la mente razionale può essere degno di fiducia perché al di sopra di tutto c’è l’illusione e la presunzione di potersi fidare solo di ciò che è noto e che si può controllare con la volontà, col sapere o col potere personale.

Orfeo è l’archetipo dell’individuo che non riconosce la necessità di lasciarsi guidare da un qualcosa che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo; solo lui sa come condurre al meglio l’impresa, più di quanto qualsiasi altro essere umano potrebbe fare, o qualsiasi altro dio; in fondo lui crede solo in se stesso e non in un disegno superiore, quello che potrebbe regolare la vita dell’uomo sulla terra e al quale lui collabora pienamente col libero arbitrio della scelta, ma che potrebbe essere inquadrato in un progetto più ampio di ricongiunzione col Divino, che a lui non è dato capire ma semplicemente assecondare, accettandone il mistero.

Orfeo, l’unico ad essere sceso all’Ade per amore; lui che era riuscito ad insegnare attraverso la musica come integrare la mente col cuore, la passione col distacco, il tempo con l’eternità; lui che aveva insegnato “la competenza dei sentimenti”, da affiancare a quella della ragione per non sminuire le umane potenzialità, non saprà rinunciare all’illusione di potenza ed il prezzo che lui pagherà sarà altissimo: perderà Euridice e morirà dilaniato dalle Menadi che, offese dalla sua fedeltà al ricordo della sposa, lo faranno a pezzi e lo getteranno nel fiume Ebro.
Ma la sua testa, che cadrà sulla lira, continuerà a cantare Euridice galleggiando fino all’isola di Lesbo, dove verrà raccolta dalla pietà delle Muse e sepolta nel santuario di Dioniso, mentre Apollo decreterà l’immortalità della sua lira ponendola tra le Costellazioni.

Non a caso la Bilancia è il segno zodiacale che decreta il passaggio dalle Case astrologiche sotto l’orizzonte a quelle superiori, realizzato solo dopo che, nel Segno di mezzo della Vergine in cui vengono ridimensionati i deliri dell’Io, si siano ricomposti gli opposti psichici che trascinano l’uomo verso spinte polari, ma solo perché lui metta ordine dentro di sé per obbedire alla tensione innata verso lo spirituale, verso il mettersi al servizio di un ideale superiore, simboleggiato dalle Case zodiacali sopra l’orizzonte, fino alla meta finale del Segno dei Pesci, Segno di Nettuno, simbolo della pietas e dell’Amore Universale.

I tre archetipi potrebbero insegnare che solo la conoscenza completa e l’accettazione della propria interezza possono permettere all’individuo la nascita dell’ homo novus che è silente dentro di lui, un individuo redento, sanato e purificato e che può finalmente contattare il suo fuoco creativo, la scintilla che gli ha donato la Grazia divina e che aspetta soltanto di essere accesa.

Bibliografia:

Jung C.G., Riflessioni sull’essenza della psiche, “Opere”, volume 8, Bollati Boringhieri, 1976
Pearson C.S., L’eroe dentro di noi, Sei archetipi della nostra vita, Astrolabio Ubaldini, 1990
Bolen J.S., Gli dei dentro l’uomo, Astrolabio Ubaldini, 1994
Otto W.F., Dioniso, Il Nuovo Melangolo, 2006
Eliade M., Dioniso o le beatitudini ritrovate, Arianna editrice, 2009
Eliade M., Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, Edizioni Mediterranee, 1974
Carotenuto A., Integrazione della personalità, Bompiani, 2007
Fassio Lidia: Nettuno, i Pesci e la dodicesima Casa

Salmo dell’Anima naasseno

“Per la sua salvezza mandami, Padre.
In possesso dei sigilli io scenderò,
attraverso gli Eoni mi aprirò la via,
aprirò tutti i misteri,
renderò manifeste le forme degli dei,
i segreti della Via sacra,
conosciuti come Conoscenza,
io trasmetterò.”

(Salmo dell’Anima, naasseno)